"Concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo." José Saramago
Buon 25 aprile, giorno della liberazione dalla dittatura nazifascista. 🌹
Oggi si celebra la resistenza partigiana, che ha contribuito in maniera decisiva alla liberazione di questo Paese dai criminali di guerra nazisti e dai criminali di guerra della repubblica di Salò. Gli stessi criminali, che amnistiati da un governo democratico, hanno continuato a inoculare il loro veleno nel corpo di questa Nazione, fino a portare i loro nipoti a ricoprire ruoli centrali nelle istituzioni. Il loro intento è scardinare l'apparato democratico dall'interno. Inutile lasciarsi andare a proclami di ingenua fiducia, senza la costante resistenza di chi sente viva la costituzione antifascista ci riusciranno.
poi ascolti l'adagietto della quinta di Mahler e di tutto il chiacchiericcio non resta nulla, ti ritrovi, granello di sabbia, in preda al vento, nel mezzo dell'intima tragedia che tutto questo sia bello, terribilmente bello, bello da piangere
A distanza di 10 anni dalla sua apertura, dopo molti conflitti e incertezze sul suo futuro, dopo quasi 1000 post, il mio blog resta il solo social dove mi è possibile scambiare qualche idea che vada oltre il "mi piace". Siamo in pochi, come i denti in bocca ma buoni, come dice Guccini, sempre pronti a masticare il mondo. Vi ringrazio amici che non ho mai conosciuto.
Due lacrime appena e sguardi attenti, quanti ne hai, in un calderone di sogni e succo di tempo, mescola lento al fuoco dei desideri. Lascia riposare al buio per una notte e una vita, poi bevi in un solo fiato. Non accadrà nulla ma il sacro sortilegio dell'intruglio ti farà dare un nome al nulla che è tuo soltanto, di quel nome sarà piena la stanza da intossicarti di felicità, per un quarto d'ora.
A volte dire a qualcuno che ha rotto le scatole non dà quella soddisfazione necessaria per sentirsi completamente sollevato. Serve qualcosa di più liberatorio, una sublimazione dell'invettiva. Inevitabile ricorrere alla lingua di origine per queste cose, in quella abitiamo.
Certa gente è fastitiusa
comu nu stozzu te carne menzu i tenti,
te tanni cu la lingua
e nunn'è cosa esse nenti.
Poi nc'ete quiddhi comu spilazzi te finucchiu,
se critune carne te cavaddhu
e nu su mancu carne te pitucchiu.
Nu nc'è nazioni nu nci su confini
ddhunca vai vai t'ane rumpire i cujuni.
Nu la fannu riputata
è comu n'istintu, na calata,
ca puru ca nu boi
te ttuppa a lingua prima o poi.
Nonnama ticia: "armamune te pacenzia,
ca nu nc'è rimediu, nu nc'è tenzia,
ci oi cu campi serenu comu nu vagnone,
tanne retta mie, fanne sine sine e none none."
***
A proposito di lingua d'origine. Di recente ho scoperto un cantautore straordinario, Mino De Santis. Ha già pubblicato quattro dischi dal 2011 ma l'ho scoperto da poco. Nelle canzoni di Mino De Santis c'è l'influenza di grandi autori come De Andrè, Gaber ma la sua originalità è prorompente. Ironia e compassione, un timbro unico e lontano dai cliché di moda di un Salento di notti della taranta a base di coca cola! Canta in dialetto salentino e in italiano. Il dialetto non è così stretto da non essere compreso anche altrove e, vi assicuro, è davvero un peccato che le sue canzoni non abbiano diffusione nazionale, ma sono sicuro che è solo una questione di tempo.
Il 12 marzo 2016 l’Ensemble Ars Vocalis canta al Cineclub Detour per Direttamente Onlus
L’evento di raccolta fondi è organizzato grazie alla generosità dei componenti dell’Ensemble Ars Vocalis, che canteranno gratuitamente per Direttamente Onlus presso il Cineclub Detourdi Roma.
Mi sono sempre piaciute le canzoni difficili da cantare, note che non ti aspetti, continue deviazioni da un percorso sonoro che l'orecchio anticipa e che a volte sembrano dissonanti.
Di recente ascolto spesso una canzone simile. L'autore è Hozier, la canzone ha un testo interessante e un video che lo è altrettanto.
Dedico la canzone e il video a chi non sa ascoltare le dissonanze, magari a quelli troppo suscettibili che si sentono offesi dall'amore omosessuale e dalle continue richieste di riconoscimento dei diritti civili delle famiglie omosessuali.
C'è un fondo di disperazione nella musica di Yann Tiersen, una disperazione che non è abbandono ma il suo rovescio: un frenetico movimento. La disperazione di Tiersen non è uno stato d'animo, non è un'emozione, è la consapevolezza che il tempo corre e rincorrerlo è l'unico modo per guardarlo da vicino, quel tanto che il respiro tiene. Si rincorrono le note, si avviano lente per scatenarsi in affannosa accelerazione, non afferrano il tempo, il tempo non si afferra, gli corrono accanto senza toccarlo, senza avere l'intenzione di toccarlo, gli corrono accanto per guardarlo, per tentare di conoscerlo. E' una frenesia del vivere, è l'intentato assalto al tempo, è la compressione dell'esperienza sonora nei pochi minuti che sono scrigno della vita, dove in un angolo sono custoditi dolori, amori, momenti da ricordare e, più gelosamente protetti, quelli da dimenticare. Un angolo di silenzio avvolto in un turbinio di note che distraggono, con la loro corsa, l'ascoltatore perché non ascolti quello che nascondono. La musica di Tiersen è il disperato vorticoso movimento intorno allo scrigno del tempo che senza quel continuo incessante movimento si arresterebbe, cancellando anche il nostro sforzo di corrergli accanto, come fosse un compagno di giochi che vogliamo guardare negli occhi, fosse solo per la durata di un valzer o di una giga, quel tanto che il respiro tiene.
Vai a capire le associazioni di idee che ti vengono in mente quando leggi certi articoli.
Fade To Black, Metallica
Life it seems will fade away
Drifting further everyday
Getting lost within myself
Nothing matters no one else
I have lost the will to live
Simply nothing more to give
There is nothing more for me
Need the end to set me free
Things not what they used to be
Missing one inside of me
Deathly lost this can't be real
Can't stand this hell I feel
Emptiness is filling me
To the point of agony
Growing darkness taking dawn
I was me, but now he's gone
No one but me can save myself, but it's too late
Now I can't think, think why I should even try
Yesterday seems as though it never existed
Death greets me warm, now I will just say goodbye
G.F. Händel, Hallelujah, dal Messiah.
Andre Rieu dirige l'Harlem Gospel Choir
con la Johann Strauss Orchestra, New York City 2004.
So bene che c'è poco da festeggiare, ma qui tocca risollevarsi in qualche modo e allora salutiamo la buona notizia di ieri con un Alleluia (sperando che poi non ci ritroviamo al Governo personaggi untuosi come il suo sodale Letta).
Piccola proposta da condividere e diffondere se siete d'accordo. Perché non andiamo sotto palazzo Grazioli a mostrare il nostro giubilo quando il migliore statista che l'Italia abbia avuto negli ultimi 15729 anni si dimette?
Fryderyk Chopin, Studio op. 25 n. 9 in sol bemolle maggiore,
Valentina Lisitsa.
«Le importava ben poco che quello fosse il ritratto musicale del violoncellista, la cosa più probabile è che le addotte somiglianze, tanto le effettive quanto le immaginate, se le fosse costruite lui stesso nella sua testa, quello che impressionava la morte era il fatto che le era parso di sentire in quei cinquantotto secondi di musica una trasposizione ritmica e melodica di ogni e qualsivoglia vita umana, normale o straordinaria, per la sua tragica brevità, per la sua intensità disperata, e anche per via di quell'accordo finale che era come un punto di sospensione lasciato nell'aria, nel vago, da qualche parte, come se, irrimediabilmente, fosse rimasto ancora qualcosa da dire.» José Saramago, Le intermittenze della morte, Einaudi, 2005, pp. 167-168
Da popolo amante del bel canto è noto che mezza Italia ama l'opera lirica. A me piace particolarmente. In questi giorni, non so perché, ho in testa una certa arietta.
Leporello mostra a donna Elvira la lista di tutte le donne sedotte da don Giovanni.
In un'atmosfera rarefatta, ogni cosa sembra essere al suo posto, niente turba un ordine quasi impalpabile. Ogni nota trova il suo tempo in un disegno preciso. Una volta ascoltata la prima nota è inevitabile la successiva e così di nota in nota. L'ascolto di un suono fa desiderare il successivo che inevitabilmente si mostra esattamente nel tempo immaginato fino a quando le dissonanze rompono la simmetria che si è imposta e le note attese non arrivano più. In principio appena accennate, le dissonanze si infittiscono a metà del brano. Quelle dissonanze, che ormai sono disseminate lungo tutto il movimento, stanno a ricordare che il tempo è un desiderio mancato.
Maurice Ravel, Concerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra.
Non ricordo se fu Cioran a dire che mentre Dio creava l'universo ascoltava Bach. Può essere, non posso dirmi esperto di musica come Cioran. Diciamo che vedo la cosa in maniera più sanguigna e come Schroeder di Schulz ho una venerazione per Beethoven.
Si dice che Schulz avesse pensato a Bach come idolo del suo personaggio ma preferì Beethoven perchè "suonava più buffo"!
Da parte mia, se devo pensare ad una creazione ex nihilo, non posso fare a meno di pensare ai primi minuti della corale. Un tremolio incerto, quasi un cercare gli accordi giusti, emerge un'idea vaga, prende forma, esplode, si fa impetuosa, non si arresta più e Dio quasi ne perde il controllo, di tanto in tanto si sofferma, si chiede se fa bene a continuare. Se il Dio di Bach è perfetto, limpido, impeccabile, quello di Beethoven lavora nell'incertezza, nel dubbio. Il Dio di Bach è sereno, imperturbabile quello di Beethoven è impetuoso, un torrente in piena, dilaniato dal suo stesso impeto, a volte sembra di vederlo esausto, distrutto dalla fatica della sua stessa creazione.
Adoro di Beethoven i suoi crescendo vertiginosi che all'improvviso si arrestano diffondendo intorno un silenzio esanime. Alcuni dei crescendo a mio avviso più belli sono presenti nel monumentale 4° movimento dell'eroica.
Il crescendo comincia con un soffio e raggiunge la sua apoteosi in poco più di un minuto, improvvisamente si arresta, quasi senza fiato. Lo stesso motivo è richiamato poco dopo e diventa ancora più teso. Nel giro di una manciata di secondi Beethoven ci trascina ad altezze che mozzano il fiato. Ho sempre immaginato questo brano come un'immensa scala a chiocciola, ripidissima, che porta in alto, in alto, ad altezze vertiginose, a velocità folli, fino alla tensione più spasmodica dei violini, le corde sembrano quasi rompersi e infine, dopo l'estrema fatica, la caduta.
Naturalmente non posso essere certo della musica ascoltata da Dio durante la creazione dell'universo e se dovessi sbagliarmi, non solo sulla musica, un giorno chiederò!
"poi chiusa la soglia do sfogo alla mia turpe voglia... ascolto Bach!" Mi sono sempre piaciuti questi versi della canzone Via Paolo Fabbri 43 di Francesco Guccini. L'ascoltavo quando ancora non ci capivo niente, piacevolmente trascinato da mia zia di cinque anni più grande di me e nel pieno della sua scoperta di un mondo da cambiare. Quel fiume denso e lento di parole che non capivo mi travolgeva. Adesso, a diversi anni di distanza anch'io dopo una giornata difficile chiudo la soglia e do sfogo alla mia turpe voglia.
Amo le variazioni Goldberg di Bach e le interpretazioni di Glenn Gould e per quanto possa sembrare assurdo, non so dire se ascolto di più Bach o Gould quando ascolto le variazioni. Sì, perchè Gould dà qualcosa di particolare alla musica che suona. I tasti del pianoforte nelle mani di Gould diventano cristalli puri che si rompono al contatto con le dita del pianista, il suono che ne emerge è un improvviso scoppio che si spegne immediatamente, ogni nota è immersa in un oceano di silenzio. Gould non usa mai il pedale per gettare un ponte tra le note ma solo per fare intravedere lo sforzo delle note di raggiungersi, senza mai riuscirci. Per quanto le sue esecuzioni siano estremamente veloci, quasi spasmodiche all'inizio della sua carriera, ogni nota è circondata da un abisso che la separa dalle altre, ogni nota urla la disperata solitudine della sua purezza e sembra quasi non avere alcun legame con le note che la precedono e che la succedono, salvo il legame che l'autore ha desiderato per loro e che io, ascoltatore, non posso fare a meno di percorrere. L'emozione, tutta particolare, della musica di Gould mi costringe a percorrere quella strada da una nota all'altra saltando tutte le volte l'abisso di silenzio che le separa.
Ascoltare Glenn Gould è un'esperienza fisica e alla fine non so distinguere se ho ascoltato la musica sullo sfondo del silenzio o il contrario. Gould suona il silenzio che l'udito percorre saltando di nota in nota.
Questa esecuzione delle Variazioni Goldberg è del 1981, ad un anno dalla morte del grande pianista, forse il più grande. Aveva 50 anni quando fu colpito da un ictus.
Nel video che segue c'è l'esecuzione del 1955. Due esecuzioni assolutamente differenti, non solo per il tempo che le distingue. Nell'esecuzione del 1955 sentiamo la rapidità di un fulmine su una tastiera vittima del suo pianista alla ricerca frenetica del suono perfetto. Con l'esecuzione del 1981 Gould raggiunse quella "specie di quiete autunnale" che tanto desiderava.
Questo valzer fa parte della musica di scena per il dramma Kuolema (Morte) di Arvid Jàrnefeit. Il biografo tedesco di Sibelius, Walter Niemann, dà questa descrizione della scena del dramma che il valzer accompagna:
«È notte. Il figlio dorme, esausto dalla lunga veglia accanto al letto di morte della madre. A poco a poco un bagliore rossastro penetra nella stanza. Nello stesso tempo si ode una musica lontana, dapprima vagamente, ma ben presto distinta come una melodia a tempo di valzer. La donna malata si risveglia e scorge ai piedi del letto una figura soprannaturale che le fa cenno di alzarsi. Ella scende dal letto nella sua lunga veste bianca. La figura fa un altro cenno, e appaiono alcuni spettrali danzatori. La donna è trascinata nella danza, e tenta invano di attirare l'attenzione dei danzatori. Le coppie le scivolano accanto come ombre. Esausta, ricade sul letto. La luce rossa scompare, la musica si interrompe e i danzatori scompaiono come in una nebbia. Ma ella chiama a raccolta tutte le sue forze e riprende a danzare, ancor più selvaggiamente di prima. Di nuovo si ode la musica, le coppie di ombre danzanti ritornano e ruotano intorno a lei. Ella cerca disperatamente di riconoscere i volti che la circondano, ma essi svaniscono tutti davanti ai suoi occhi. Nel tumulto della danza di morte si ode un colpo alla porta. I danzatori scompaiono. Ella vuol fuggire con loro, ma è come se avesse messo radici in quel punto. Un freddo terrore si impadronisce di lei. Non osa guardare verso la porta, ma finalmente si fa forza, si volge lentamente e getta un urlo spaventoso: sulla soglia è apparsa la Morte.»
***
Non conoscevo la storia ed il contesto del Valse Triste, l'ho trovato leggendo questo sito, per me è stato un tuffo nel passato. Ho ascoltato il valzer triste di Sibelius la prima volta, lo ricordo bene, vent'anni fa in una stanza della casa dello studente di Lecce. Eravamo al buio e in religioso silenzio, io e altri tre affiliati alla setta dei falsi poeti non ancora estinti, spero (Raffaele, Alcide, Nico. Chissà, magari leggerete questo post e un giorno o l'altro ci rivedremo).
Ascoltando il valzer quella sera immaginai un balletto, una sorta di coreografia che avrebbe potuto accompagnare quelle note, ed è straordinaria l'assonanza che ora scopro tra quello che pensai e l'idea originale del brano. Sibelius lo aveva suscitato con la sua musica.
Questo è il balletto che immaginai e che si riaffaccia puntualmente alla mente tutte le volte che ascolto Valse triste:
Una danzatrice vestita di stracci neri. Sul palcoscenico decine di ballerini distesi a terra, immobili, in ordine sparso. Lei si muove leggera, si china su ognuno, controlla con cura che siano fermi. E' fiera del suo lavoro, è soddisfatta del risultato. Mentre si muove da un corpo all'altro sente qualcosa, un rumore lontano, un movimento inatteso. Lo avverte con chiarezza, ne è stupita, qualcuno si muove, lo cerca, annusa l'aria, lo trova. Lui le tende la mano, vuole alzarsi, la risposta della danzatrice nera non si fa attendere, è elegante, gli tende la mano con gentilezza e lo aiuta a sollevarsi. Danzano insieme, dapprima dolcemente ma presto la danza diventa spasmodica, lui è affaticato, ha il respiro corto ma non può smettere di danzare, lei non lo consente. La musica si fa frenetica, il cuore dell'uomo non regge più. L'uomo si accascia ormai esanime, la danzatrice nera si china sul suo cuore ormai fermo, poi esce di scena, con passo lieve.