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sabato 20 maggio 2023

Si fa presto a dire scienza!

Per avere informazioni sui cambiamenti
climatici e i vari negazionismi seguite
l'ottimo sito Climalteranti.it
"(poiché quel che si sa non è nostro)" M. Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore.

Ti faresti curare da un ortopedico per un’infezione polmonare? No? Perché no? Dopotutto sono entrambi medici! C’è anche chi si fa curare da ciarlatani che vendono fumo ma se decidi di rivolgerti a un medico non andrai da un ortopedico se hai una polmonite. Ecco, è tutto qui il dibattito “pro e contro” i cambiamenti climatici e in un mondo maturo qui finirebbe quella caricatura che con larga generosità e altrettanto larga ignoranza si continua a chiamare dibattito. 

I cambiamenti climatici e la causa antropica sono un fatto assodato. Nonostante quanto circola nei media la stragrande maggioranza di scienziati che si occupano di clima, pur nella sana dialettica che da sempre distingue il discorso scientifico, su questo punto è concorde e quel consenso converge nei rapporti pubblicati da IPCC. In un mondo culturalmente maturo questo basterebbe a evitare cagnare televisive condotte da inesperti e da non esperti del clima che vantano, anche a buon diritto, competenze nei campi più diversi, dalla fisica delle nubi alla fisica delle particelle subatomiche, dalla geologia alla chimica-fisica, ma non in climatologia. 

Ti faresti curare da un ortopedico per un’infezione polmonare? La domanda di apertura torna. La risposta anche. Si chiamerebbe in una trasmissione televisiva un epatologo per parlare del sarcoma osseo, o, con un salto ancora più ardito, un ingegnere idraulico per discutere di chimica della combustione? Indico i titoli di studio per dire il campo di attività professionale, accade che le due cose non coincidano ma la domanda è: chi si occupa di conservazione delle specie può essere chiamato in TV per discutere di fusione nucleare o più probabilmente il rovescio? Temo di sì. È quello che accade, che è accaduto e temo continuerà ad accadere a lungo per una visione immatura della scienza. Una visione che si richiama a quello che la scienza era ai suoi albori e forse anche prima, quando un uomo poteva coprire i più diversi ambiti dello scibile. In passato abbiamo avuto gli Aristotele, i Leonardo da Vinci ma già con quello che si ritiene l’atto di nascita ufficiale della scienza odierna, con Galileo, e con i successivi sconvolgenti paradigmi le discipline scientifiche si sono andate sempre più separando per il rapido accumularsi di conoscenze che è ormai impossibile padroneggiarle tutte. Quello che è rimasto comune, essenziale e irrinunciabile alle scienze, a tutte le scienze degne di questo nome, è il tessuto connettivo del metodo, quello di cui parlavano Cartesio, Galilei. 

Dando per scontati i fondamenti concettuali e sperimentali non si può non pensare che del metodo scientifico fa parte il confronto con gli esperti del settore, nelle sedi e nei modi stabiliti dalla comunità scientifica alla quale si vuole appartenere o con la quale si vuole interloquire. Tradotto in parole semplici: se un fisico delle nubi ha dubbi sull’origine antropica dei cambiamenti climatici ed è certo che l’azione dell’uomo non abbia alcuna influenza non basta sventolare le proprie competenze e il proprio nome, deve farlo pubblicando una contro argomentazione sulle riviste specializzate nella disciplina in questione o su riviste generaliste ma di levatura scientifica. Deve affrontare la revisione dei suoi pari, non in uno studio televisivo a favore di telecamera ma negli studi degli specialisti che valutano ogni aspetto del suo lavoro, ne chiedono conto ed è tenuto a rispondere. 

La scienza di oggi è arrivata a un livello di specializzazione per cui non possiamo più pensare che lo “scienziato”, qualunque sia la sua specializzazione, possa rispondere con autentica cognizione di causa a qualsiasi domanda oggetto della scienza. Forse potrebbe rispondere sul metodo ma anche qui andrebbe operato un distinguo tra metodo concettuale, solo collante tra gli scienziati, e metodo strumentale dove le discipline tornano a divergere. La visione comune dello “scienziato” e della scienza, tristemente riprodotta nel circo mediatico è ancora pre-galileiana, sia per l’assenza di criteri di scelta dei soggetti chiamati a rispondere ai problemi scientifici sia per le risposte desiderate, ancora intrise di certezze deterministiche per persino Laplace troverebbe infantili! 

Ma c’è di più e più importante delle zuffe televisive tra “scienziati”. Se la scienza si è disgregata in mille rivoli, ognuno con la propria irriducibile specializzazione, come possiamo tenere insieme un mondo sempre più complesso che per essere gestito al meglio chiede la partecipazione di tutto il nostro sapere? Come possiamo far confluire tutti i nostri saperi in un grande, organico, vivo e sempre sfuggente sapere? Un approccio pre-galileiano è il viatico perfetto per la catastrofe. Forse una strada per evitarla è riprendere la lezione di Socrate, avere l’onestà di sapere di non sapere. L’onestà di riconoscere dove arriva la mia competenza e capire che è un cono di luce in una vastità buia dove posso vedere grazie alla luce portata da altri. Gli scienziati non meno della gente cosiddetta comune sono chiamati a questa lezione, anzi direi che chi si occupa di scienza, qualunque sia la branca, ha un supplemento di dovere. 

Io non sono un climatologo e per questo leggo e accolgo quanto i climatologi scrivono. Non sospendo il giudizio circa i criteri, i metodi e l’interpretazione dei dati. Voglio dire che i risultati mi devono convincere, che devo trovare robusta l’argomentazione, pur nella limitatezza dei miei mezzi perché mi occupo d’altro. Insomma, assisto da fuori al confronto tra esperti del clima e prendo atto che in quel consesso non c’è alcun manifesto dissenso circa le cause antropiche dei cambiamenti climatici in corso ormai da tre decenni, anche se negli ultimi anni gli eventi estremi stanno accelerando in maniera spaventosa e purtroppo prevista. Tutto questo mi spaventa, sconvolge il mondo così come l’ho conosciuto e come desidero che continui ad essere, ma la mia formazione mi ha insegnato che non posso rigettare una argomentazione robusta e condivisa da chi su un punto ne sa più di me solo perché i risultati di quell’argomentazione mi spaventano o chiamano in causa l’intera umanità, e quindi anche me, come responsabile di un disastro. Il punto è questo. Le certezze che vacillano, le conoscenze consolidate che si sfaldano. Alla base di ogni negazionismo c’è un bimbo che piange. La mia formazione ha insegnato al bimbo che ognuno ha dentro che è inutile piangere, strepitare, battere i piedi. Non per questo i mostri del buio scappano. È più utile accendere la luce che ho a disposizione e se è debole cercare altra luce. 

L’origine antropica dei cambiamenti climatici è un fatto assodato perché chi si occupa di clima globale su questo punto ha una ragionevole certezza. Una ragionevole certezza. Questo è tutto quello che la scienza può dare. Dobbiamo farcelo bastare se vogliamo un futuro.

martedì 14 aprile 2020

Della scienza e della politica

Nelle richieste del ministro Boccia si legge tutta l'arretratezza della cultura scientifica in Italia e l'imbarazzante vuoto di responsabilità da parte della politica. Dice il ministro: “Chiedo alla comunità scientifica, senza polemica, di darci certezze inconfutabili e non tre o quattro opzioni per ogni tema. Chi ha già avuto il virus, lo può riprendere? Non c’è risposta. Lo stesso vale per i test sierologici. Pretendiamo chiarezza, altrimenti non c’è scienza. Noi politici ci prendiamo la responsabilità di decidere, ma gli scienziati devono metterci in condizione di farlo. Non possiamo stare fermi finché non arriva il vaccino”.

Non è questo lo spazio di una disamina epistemologica della questione e non sta a me replicare ma due o tre osservazioni mi preme farle e le farò puntuali sulla dichiarazione di Boccia.

“Chiedo alla comunità scientifica, senza polemica, di darci certezze inconfutabili e non tre o quattro opzioni per ogni tema." Se Boccia cerca certezze inconfutabili non è la scienza il suo interlocutore, per definizione la scienza è quell'ambito del sapere che prende le mosse dalla consapevolezza di non sapere e dalla certezza che il sapere raggiunto è approssimazione alla verità senza escludere che venga rovesciato. La previsione in ambito scientifico non è preveggenza, porta con sé un parametro decisivo che è proprio l'incertezza. Parola che ai politici fa paura ma che un mio vecchio professore mi chiarì in maniera indelebile dicendomi di considerare spazzatura gli articoli in cui si legge un numero senza un ± seguito da un altro numero. Il politico teme l'incertezza e ha ragione a temerla ma allo scienziato non può chiedere di annullarla altrimenti gli sta chiedendo di non essere scienziato ma di sostituirsi a lui nelle decisioni politiche e questo spesso fanno i politici più irresponsabili.

"Chi ha già avuto il virus, lo può riprendere? Non c’è risposta." Se non c'è risposta vuol dire che ancora non c'è risposta. Per rispondere bisogna fare test per stabilire quanto tempo durano gli anticorpi nel sangue, se c'è una risposta immunitaria secondaria, se la risposta secondaria è duratura. Siamo di fronte a un antigene mai incontrato prima dal nostro sistema immunitario. Siamo nel pieno di una risposta primaria. Come cavolo si può sapere oggi se uno può riprendere il virus? Se non vado errato casi di recidiva si sono registrati in Cina e questo è ancora tutto quello che si sa. Non si può certo pretendere che un ministro sia esperto di immunologia ma dando per scontato che sappia avvalersi di immunologi esperti che gli avranno dato questi elementi si deve pretendere che non faccia domande ad minchiam!

"Lo stesso vale per i test sierologici. Pretendiamo chiarezza, altrimenti non c’è scienza." E vale anche quanto già detto. I test vengono eseguiti ma non sempre forniscono risposte chiare. Si possono avere falsi positivi, falsi negativi. Pertanto l'affidabilità di un test è X ± σ. Se la risposta ti basta ok, altrimenti chiedi a Paolo Fox per ulteriore chiarezza. Ho l'impressione che nella frase ci sia una inversione semantica in cui si usa il lemma chiarezza in sostituzione della certezza invocata in precedenza. Per lo scienziato X ± σ è di una chiarezza cristallina. Non è certa perché non può esserlo. E se si chiede chiarezza a una risposta che sicuramente è arrivata in termini di X ± σ allora si sta chiedendo certezza, quindi la richiesta viene da chi non ha capito cos'è scienza.

"Noi politici ci prendiamo la responsabilità di decidere, ma gli scienziati devono metterci in condizione di farlo." Cominciamo con il dire che il politico prende le decisioni, lo scienziato studia i fenomeni. Sembra ovvio anche dalla frase di Boccia ma è utile ripeterlo. Se il politico prende la decisione perché lo scienziato lo ha messo nelle condizioni di farlo nei termini richiesti da Boccia allora il politico non sta prendendo alcuna decisione, sta semplicemente ratificando una decisione contenuta in nuce nelle affermazioni dello scienziato. Ti piace vincere facile? Dice una recente pubblicità. Sono troppi i politici che non prendono la responsabilità di decidere millantando di farlo. Va spiegato a Boccia e ad altri come funziona quel termine σ di prima. Più è piccolo e più X è affidabile, più è grande e meno è affidabile. Quindi lo scienziato dice il valore di σ, spiega al politico cosa implica e il politico si assume la responsabilità di stabilire quanto deve essere piccolo o grande σ per prendere la decisione. Chiaro?

"Non possiamo stare fermi finché non arriva il vaccino”. Certo che non possiamo, quindi ministro Boccia prendi una decisione. Fai quello che un politico è chiamato a fare altrimenti cambia mestiere.

lunedì 16 marzo 2020

Covid-19

In questi giorni si rincorrono ipotesi su ipotesi sulla differenza della letalità (decessi su casi positivi) da Covid-19 tra noi e altri Paesi. Certamente ci sarà tempo per elaborare i dati quando la pandemia rientrerà. Lo faranno gli epidemiologi, i virologi in parallelo con esperti di altri settori della ricerca. La differenza del dato nazionale (7,3% al 15 marzo) e quello della Korea del sud (0,8%) è sorprendente. Considerando che questa patologia colpisce in maniera fatale le fasce d'età più alte la struttura per età è uno dei fattori che spiega la differenza ma ancora più determinante è il criterio con cui sono eseguiti i tamponi, da noi solo per chi manifesta sintomi, in Korea anche per gli asintomatici. Lo scarto di letalità tra noi e la Korea del sud fornisce informazioni sui casi asintomatici e positivi che potrebbero esserci al momento in Italia (circa 230.000 al 15 marzo, secondo questo calcolo), motivo in più per evitare spostamenti che facilitano la diffusione del contagio.
Una delle ipotesi emerse per la differente letalità riguarda la possibile correlazione con la concentrazione di polveri sottili nell'aria. Ipotesi da testare quando ci sarà un quadro più completo. Al momento, considerando che i criteri di esecuzione dei tamponi in Italia sono simili per le diverse regioni e che nelle regioni del sud i numeri sono fortunatamente bassi e quindi suscettibili di enormi variazioni, emerge una differenza della letalità tra le regioni che merita molta attenzione.


PS - con dati aggiornati al 16 marzo, ore 18:00

Non è tempo di cantare vittoria. I contagi non si fermeranno se si allenta la presa sui comportamenti da rispettare. Nulla dice che nei prossimi giorni non ci sarà un effetto negativo dei recenti "viaggi" nelle regioni del sud, per tacere del rischio che il contagio rientri dagli Stati europei che finora hanno preso troppo alla leggera il rischio.
La Protezione Civile comincia a dare qualche segnale positivo ma questi segnali, ancora timidi, non vanno considerati come un messaggio di emergenza finita. Non è così.
Aggiorno il precedente grafico. Ho preferito mettere il numero dei decessi invece del numero dei positivi. Faccio notare quanto dicevo prima a proposito della suscettibilità al cambiamento dei numeri bassi; in Molise si registra un decesso che ha fatto schizzare la letalità da 0% a 4,8%.


Quanto ai segnali positivi sto seguendo da giorni l'andamento ma mi ero autocensurato per non essere responsabile, neanche in minima misura e indipendentemente dalla mia volontà, di suscitare comportamenti irresponsabili come hanno fatto colpevolmente alcuni politici e cosiddetti intellettuali.
Nei grafici è riportato l'andamento della media mobile di tre giorni del rapporto tra positivi del giorno x e positivi del giorno (x-1). E' una statistica semplice, dice quanti nuovi contagi ci sono in un giorno. Se in un giorno il rapporto è uguale a 1 vuol dire che non ci sono nuovi contagi rispetto al giorno prima. L'avvicinamento a 1 è quindi una buona notizia, anche se non bisogna fare l'errore di pensare che 1,1 sia molto vicino a 1, c'è una distanza enorme! Significa che in un giorno c'è il 10% in più di contagiati rispetto al giorno prima e siccome stiamo viaggiando su numeri alti quel 10% significa più di 3000 nuovi contagiati, fino a ieri. Il numero dice che il contagio sta decelerando, non che si sta fermando.
Ho fatto tre grafici diversi, per la Lombardia, per il gruppo di regioni con più contagi (Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Marche) e per tutte le altre regioni.


Su ogni punto è riportata la media dei contagiati per tre giorni. Le curve stanno continuando a crescere, fanno paura ed è se avere paura ci fa evitare i contagi è meglio avere paura, ma la loro velocità sta diminuendo.


Un ingrandimento del grafico con le medie mobili dall'inizio di marzo rende chiara la diminuzione della velocità anche se ci sono ancora preoccupanti differenze del valore assoluto tra le diverse regioni. Sebbene i numeri assoluti al Sud siano bassi si registrano incrementi giornalieri maggiori rispetto alle aree del Nord.

mercoledì 10 maggio 2017

Gli errori cognitivi dell'animale razionale (3)

Insomma da quanto detto finora sembra che ce la cantiamo, ce la suoniamo e ce la balliamo da soli. Niente di nuovo sotto il sole. Pirandello molto tempo fa aveva già detto tutto quello che c'era da dire al riguardo. Altro che post-verità di cui si parla oggi come se fosse di recente scoperta. Ci raccontiamo, o siamo indotti a raccontarci, una storia che conforta i nostri timori più reconditi e restiamo al calduccio nella nostra bolla cognitiva fino a quando non arriva una variazione più o meno disastrosa a risvegliarci dal torpore, allora cambiamo versione della storia e riprendiamo a credere come prima, più di prima! Pensandoci bene sembrerebbe che nelle trappole cognitive ci viviamo in continuazione. Non facciamo altro che vivere in una trappola che ripariamo standoci dentro, la giara di Pirandello appunto.

In definitiva cos'è la caverna di Platone se non una trappola cognitiva? A essere ottimisti potremmo pensare che usciamo dalle trappole solo quando artisti, filosofi, poeti o scienziati (elencati in ordine alfabetico) ci svegliano e ci fanno vedere cose non viste prima. Il dilemma è serio. Usciamo davvero dalle trappole cognitive o non facciamo altro che passare da una trappola all'altra? Ideologie, visioni del mondo, modelli e schemi concettuali sono utili strumenti ermeneutici di sistematizzazione e conoscenza che rischiano sempre di trasformarsi in trappole per la stessa conoscenza quando l'assuefazione impedisce di vederne i limiti. Dovremmo chiederci continuamente "c'è altro che non sto considerando?". In questa domanda risiede la necessità del confronto con gli altri, l'essenzialità della dialettica. Senza il confronto con gli altri siamo come pesci nella bolla che pensano che il mare sia la bolla, come quelli che confondono le relazioni sociali con i social!

Ma attenzione, senza un senso critico ben temperato anche la domanda "c'è altro che non sto considerando?" può trasformarsi in un pericoloso "c'è qualcosa che mi stanno nascondendo?" In questo modo si entra in una trappola cognitiva simile a quella del paranoico, una trappola che oggi racchiude un gran numero di persone. I motivi per cui si entra in questa trappola sono molteplici: sfiducia nella politica, diseguaglianza sociale, principi calpestati e traditi, smantellamento dei dispositivi pubblici della conoscenza come la cara vecchia scuola. In un contesto simile l'attuale potenziale di comunicazione (web, social, ecc.) può costituire un fattore di amplificazione devastante della cultura del sospetto e non può sostituire i dispositivi della conoscenza messi in disuso. Oggi si parla della società della conoscenza ma in queste condizioni può crescere solo una società dietrologica, una società del complotto.

Aspettate un momento, ho un sassolino nella scarpa che devo togliermi prima di riprendere a scrivere seriamente (più o meno seriamente). Ehi, complottista! Ho una notizia per te. Se non conosci quello che succede non è perché ti tengono nascosto quello che succede. E' perché sei ignorante. Non ti offendere, anche io sono ignorante ma io lo so e cerco di colmare la mia ignoranza anche se mi costa fatica, tu invece non sai di essere ignorante e questo fa di te un imbecille. Sicuramente qualcosa sottobanco viene fatto, non posso negarlo, ma ti assicuro che non è la stragrande maggioranza delle cose che non sai. Quelle non le sai perché sei ignorante. Questa però è sia una brutta notizia sia una buona notizia. Brutta perché se sei un imbecille toglie ogni alibi alla tua imbecillità, buona perché se sei solo ignorante allora puoi colmare la tua ignoranza.

Riprendiamo il discorso. Continuando di questo passo una minoranza farà parte della società della conoscenza e la maggioranza farà parte della società che fa uso passivo degli strumenti della conoscenza, dei consumatori nella migliore delle ipotesi. Un segnale preoccupante di questo problema lo vediamo in paesi come gli Stati Uniti che a fronte di una produzione scientifica di tutto rispetto mostrano livelli di istruzione diffusa scandalosi con una nutrita fetta di popolazione che ancora pensa che l'evoluzione sia una favola blasfema. Lo vediamo in Italia con un tasso di analfabetismo funzionale che fa paura nonostante faccia parte del G7! Ha ragione da vendere Marc Augé quando dice “la sola utopia valida per i secoli a venire, le cui fondamenta andrebbero urgentemente costruite o rinforzate: l’utopia dell’istruzione per tutti, la cui realizzazione appare l’unica possibile via per frenare, se non invertire, il corso dell’utopia nera che oggi sembra in via di realizzazione: quella di una società mondiale ineguale, per la maggior parte ignorante, illetterata o analfabeta, condannata al consumo o all’esclusione, esposta ad ogni forma di proselitismo violento, di regressione ideologica e, alla fin fine, a rischio di suicidio planetario.”

La storia che ci raccontiamo, tempo fa si diceva narrazione oggi siamo passati allo storytelling, è quasi sempre il risultato di una focalizzazione. Consideriamo alcuni aspetti della realtà e ne tralasciamo altri. Non possiamo fare altrimenti, i nostri sensi sono evoluti per cogliere alcuni elementi di quanto ci circonda e tralasciarne altri. Di fatto siamo evoluti per cogliere stimoli compatibili o meno con la sopravvivenza, per andare incontro ai primi stimoli e evitare i secondi, ma le condizioni ambientali che interferiscono con la nostra vita sono cambiate in fretta e gli stimoli di oggi non sono gli stessi del paleolitico. Il problema mostra tutta la sua insidia quando il pensiero assume valenza totale, direi totalitaria, ignorando l'esistenza di quanto non prendiamo in considerazione. Invece quello che tralasciamo continua a esistere e quando ci andiamo a sbattere irrompe nel nostro panorama cognitivo. I cambiamenti climatici sono un drammatico esempio di fenomeni che avvengono a scale che sfuggono ai nostri sensi. Li abbiamo ignorati per decenni e adesso ci stiamo andando a sbattere.

Un'altra focalizzazione a mio avviso disastrosa è la convinzione che tutto sia frutto dell'ingegno e della tecnica. Non è un caso che la figura dell'ingegnere sia oggi ritenuta imprescindibile per risolvere qualunque problema della nostra epoca, ovviamente affiancata dall'opportuno economista per valutare la fattibilità economica della soluzione! Le discipline umanistiche, vero tessuto connettivo del nostro sviluppo, collettivo e individuale, sono snobbate quando non bandite. Ma c'è una vittima ancora più eccellente di questa distorsione tecnicista. Non tutto è il risultato di un progetto pianificato. La vita, come fenomeno biologico, non è il risultato di un progetto. La natura, la biodiversità, l'evoluzione sono un magnifico, inatteso e continuo miracolo di ordine e disordine. Abbiamo la convinzione di essere qui per un disegno preciso, per uno scopo scritto dall'origine dei tempi e l'idea che potremmo non essere qui per sempre, come specie intendo, non ci sfiora nemmeno. Pensiamo di imbrigliare l'imprevisto in categorie come la storia o la scienza, prendendoci libertà che farebbero drizzare i capelli a storici e scienziati. Tra il 1927 e il 1937 Antonio Gramsci appuntò in carcere quella che è una delle più grandi distorsioni cognitive della nostra epoca. "La scienza. Accanto alla più superficiale infatuazione per la scienza, esiste in realtà la più grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, che sono cose molto difficili e lo diventano sempre più per il progressivo specializzarsi di nuovi rami della conoscenza. Superstizione scientifica che porta con sé illusioni ridicole e concezioni più infantili ancora di quelle religiose. Nasce una specie di aspettazione del paese di Cuccagna, in cui le forze della natura, con quasi nessun intervento della fatica umana, daranno alla società in abbondanza il necessario per soddisfare i suoi bisogni. Contro questa infatuazione i cui pericoli ideologici sono evidenti (la superstiziosa fede nella forza dell’uomo porta paradossalmente a isterilire le basi di questa forza stessa), bisogna combattere con vari mezzi, di cui il più importante dovrebbe essere una maggiore conoscenza delle nozioni scientifiche essenziali, divulgando la scienza per opera di scienziati e di studiosi seri e non più di giornalisti onnisapienti e di autodidatti presuntuosi.
Si aspetta «troppo» dalla scienza, e perciò non si sa valutare ciò che di reale la scienza offre." (Quaderni del carcere).

Una superficiale infatuazione dice Gramsci. Oggi siamo tutti convinti di essere diretti discendenti di Prometeo e dimentichiamo di essere anche pronipoti di Epimeteo! E' necessario distinguere con accortezza tra ragione, scienza e tecnica e capire in che relazione sono tra loro e con il mercato, ultima trasfigurazione di ciò che è invisibile e immortale. Anche questa una distorsione cognitiva mica da poco! La visione neoliberista dell'economia, modello di organizzazione temporanea dell'umanità, diventa espressione razionale di una cosmologia stabilita ab aeterno senza alternative possibili. Una disciplina con forti valenze morali come l'economia assurge a legge fisica degli scambi commerciali e quello che vale in natura è trasferito nella morale dando compimento a una delle più perniciose fallacie del pensiero, la fallacia naturalistica che confonde descrizione e prescrizione. Ciò che è diventa ciò che deve essere. Nessuna differenza tra natura e cultura quindi, quello che avviene in natura vale anche per l'organizzazione sociale. Tutto bene? Certo, fatto salvo che non c'è niente di più "naturale" di epidemie, terremoti, carestie, predazione, ecc. ecc.

Insomma non è da escludere che la nostra organizzazione sociale sia frutto di colossali distorsioni cognitive che durano decenni! Dalla fine degli anni '70 ha preso piede la narrazione in cui lo Stato è diventato il problema anziché la soluzione. Continuiamo imperterriti con questa narrazione del tutto indifferenti all'evidenza dei fatti che dicono che da quando è così la disuguaglianza è cresciuta, il reddito e la ricchezza si è concentrata nelle mani di una minoranza sempre più esigua e il bacino dei diseredati è aumentato fino a formare una miscela esplosiva e incontrollabile. Guasto è il mondo, titolava Tony Judt uno dei suoi ultimi libri. Era il 2010, nel frattempo sono passati altri anni e non mi sembra di vedere segni di miglioramento.

Federico Caffè diceva: "Una efficienza priva di ideali ci riporta al clima intellettuale che ha consentito di designare l’economia come una scienza crudele." Questa affermazione fa riflettere sulla versione dei fatti che più ci piace credere o alla quale siamo indotti a credere. Oggi che ideali e utopie sono dati per morti, rimasti sul terreno insanguinato del '900, resta un'efficienza meccanica e fredda, fatta di macchine per macchine. Il fattore umano è un disturbo da smussare, adeguare, se necessario eliminare e sacrificare sull'altare della competitività e della produttività. Questa è la storia che ci raccontiamo oggi, una storia senza storia, avvolta in un presente eterno, senza futuro e senza passato. Oggi il futuro è senza storia e l'unico orizzonte è un indefinito incremento di competitività e produttività ignorando la natura asintotica di questi miti contemporanei, per non parlare dei limiti del pianeta che altrimenti il discorso si complicherebbe di più e a noi piace semplificare!

***

Questo discorso è partito da una giocosa presentazione delle distorsioni cognitive, poi mi sono lasciato portare da associazioni più o meno libere verso considerazioni la cui pertinenza con il punto di partenza ognuno valuterà. Prendendomi molte licenze ho utilizzato le distorsioni cognitive per leggere un frammento della nostra attualità. E' una lente molto personale quella attraverso cui ho deciso di guardare, non posso certo pretendere che mi fornisca un'immagine senza distorsioni!

Ma lasciate perdere le mie elucubrazioni. La cosa importante da ricordare è che Roy Cerqueti sabato 27 maggio dalle 18:00 farà una divertente presentazione delle distorsioni cognitive senza frantumarvi i cabasisi, anzi facendovi divertire. Un assaggio di quello che si dirà è contenuto nel primo post di questa serie.
E' un evento di raccolta fondi per sostenere la scuola Hands of Love di Nairobi. Il contributo per la serata è a offerta libera e tutti i contributi andranno a sostegno della scuola.
La presentazione sarà a Monterotondo, nella galleria Grafica Campioli di Anna Chiara Anselmi. La galleria è nel centro storico di Monterotondo, adiacente a Palazzo Orsini (ora Palazzo Comunale) in Via Vincenzo Bellini, 46, a soli 25 chilometri da Roma.
Al termine della presentazione offriremo un piccolo rinfresco per continuare a stare insieme sotto le stelle nel chiostro della galleria.
E' possibile avere fino a 40 partecipanti. Prenotate con una mail a direttamenteonlus@gmail.com
Per altre informazioni leggete il sito Direttamente Onlus o la pagina facebook.

giovedì 13 aprile 2017

Gli errori cognitivi dell'animale razionale (2)

Nel precedente post ho riportato in sintesi alcune trappole cognitive in cui incorriamo quotidianamente. Non mi sono avventurato nel terreno dei perché. Perché cadiamo in queste trappole? Quali sono le implicazioni e le conseguenze di questa nostra predisposizione? Rispondere a queste domande è molto più impegnativo di una descrizione delle distorsioni cognitive e io non ho la pretesa di farlo né le competenze ma può essere utile rifletterci.

Una cosa è certa. E' facendo affidamento su queste distorsioni cognitive che buona parte della pubblicità costruisce i suoi messaggi e questo accade in tutti quegli ambiti della comunicazione in cui la complessità viene semplificata ben oltre il confine della banalizzazione. Pensiamo al ruolo della "narrazione" in politica, o detta in maniera semplice, appunto, a come ce la raccontano! Come dice Kahneman: "costruiamo la storia migliore possibile a partire dalle informazioni che abbiamo… e se è una buona storia, ci crediamo". Pensa cosa può combinare chi sa sfruttare questa caratteristica per il proprio tornaconto! Non è un caso che gli studi sulle distorsioni cognitive condotti da psicologi e sociologi siano diventati di immediato interesse per l'economia e la finanza che con l'apporto di questi studi sono diventate economia comportamentale e finanza comportamentale. Se gli esiti positivi di queste conoscenze sono la presa d'atto delle trappole cognitive per evitarle e l'uscita dal paradigma dell'economia classica che descrive una razionalità che non esiste, è altrettanto vero che queste conoscenze si prestano a un uso distorto indirizzato alla manipolazione delle opinioni.

Dopotutto non siamo una specie così sapiens come ci piace credere. Prendendo seriamente in considerazione che l'imbecillità è una caratteristica costitutiva della specie sapiens, come suggerisce Maurizio Ferraris (L'imbecillità è una cosa seria, 2016), verrebbe da pensare se non sia il caso di ribattezzarci Homo demens! Alcune delle caratteristiche principali del nostro comportamento sono l'imitazione e la suggestionabilità, lati oscuri dell'empatia. I comportamenti di massa sono determinati da contagio sociale, manifestiamo forme di comportamento gregario che possono essere descritte con gli stessi strumenti con cui descriviamo il comportamento degli sciami di cavallette. Con le risorse del pianeta ci stiamo comportando esattamente come fanno lieviti e protozoi nei loro brodi di coltura, ci moltiplichiamo e consumiamo tutto fino a che ce n'è, poi restiamo intossicati dai nostri stessi rifiuti. Dopo milioni di anni di evoluzione della nostra specie ci comportiamo come lieviti e protozoi! Questa è la specie sapiens. Una specie che può avere coscienza individuale, che nella storia ha avuto anche coscienza di classe, salvo dimenticarla in fretta, ma che non ha ancora coscienza di specie.

Ci siamo evoluti in fretta e in un mondo relativamente semplice, ne avevo parlato tempo fa. Siamo passati da comunità di pochi individui al villaggio globale in tempi evolutivamente rapidissimi. All'origine della nostra evoluzione le decisioni coinvolgevano comunità di poche centinaia di persone e un intervallo temporale limitato. Dopo poche migliaia di anni, in seguito alle nostre attività, il mondo che ci circonda è diventato indicibilmente più complesso, l'orizzonte spaziale e temporale delle nostre azioni si è ingrandito fino a coprire l'intero pianeta. La cosa tragica è che in questo incremento di complessità ci sarà sempre un cretino a dispensare "nuovi modi di pensare" e "principi-guida" per affrontare le sfide del futuro affidando tutte le "soluzioni" alla chiaroveggenza tecnologica. Questa è l'era del cretino tecnologico che ignora il discorso politico e sociale ma gli fa la corte parlando di rinnovamento della partecipazione e di democrazia dei like. Tornano in mente in proposito parole davvero profetiche che Baudrillard scrisse nel 1987 nel saggio L'estasi della comunicazione: "Telematica privata: ognuno si vede promosso al comando di una macchina ipotetica, isolato in posizione di perfetta sovranità, a distanza infinita dal suo universo originale, cioè nella posizione esatta di un cosmonauta nella sua capsula, in uno stato di assenza di gravità che lo costringe a un eterno volo orbitale e a mantenere una velocità sufficiente nel vuoto sotto pena di venire a schiantarsi nel suo pianeta di origine."

La verità è che, nonostante tutta la nostra tronfia autostima per pochi millimetri di neocorteccia,  non siamo attrezzati come specie per stare al passo con l'incremento di complessità che viviamo quotidianamente. Gli studi sulle distorsioni cognitive rappresentano l'intuizione dei nostri limiti o, meglio, delle nostre caratteristiche. Già chiamarli limiti significa dare troppo credito al nome che ci siamo autoassegnati, quel sapiens che a volte è addirittura raddoppiato!  Mi direte, ma gli studi sulle distorsioni cognitive e sui filtri della percezione sono frutto di esseri umani! Vero, e qui si aprirebbe un discorso sul livello di consapevolezza potenziale e quello effettivo. Il livello di consapevolezza in condizioni "ideali" per pochi e quello effettivo nella vita quotidiana per tutti. Un discorso che non ha solo implicazioni evolutive ma anche sociali, politiche... Troppo difficile e poi anni fa Elias Canetti scrisse Massa e Potere, uno di quei libri infiniti che non si finiscono mai di leggere. Rimando a quel libro. Cosa potrei dire io di più significativo?

(continua)

lunedì 3 aprile 2017

Gli errori cognitivi dell'animale razionale

"Homo oeconomicus è un concetto fondamentale della teoria economica classica: si tratta, in generale, di un uomo le cui principali caratteristiche sono la razionalità (intesa in un senso precipuo, soprattutto come precisione nel calcolo) e l'interesse esclusivo per la cura dei suoi propri interessi individuali." Wikipedia

Non so se voi avete mai incontrato questo fantomatico massimizzatore dell'utilità ma nel caso l'aveste fatto sappiate che avete visto una creatura mitologica e che la vostra esperienza è più incredibile della mia che ho appena finito di cavalcare Pegaso per fare quattro chiacchiere con Zeus che è molto triste perché nessuno gli dedica inni.

Nelle più difficili situazioni Homo oeconomicus si muove freddo, sicuro e calcolatore tra le varie alternative, valutando le conseguenze di tutte le sue azioni e facendo la migliore scelta possibile. Cosa volere di più dalla vita? Un lucano?

La verità però è molto meno appagante per il nostro ego evolutivo. Homo sapiens è un animale a razionalità limitata. Quella che nella nostra esperienza quotidiana chiamiamo razionalità è spesso la giustificazione a posteriori di scelte fatte con strumenti diversi da quelli razionali. Homo oeconomicus non esiste in natura. Per la verità avanzo qualche perplessità se sia corretto il nome sapiens ma una cosa è certa, Homo oeconomicus non esiste.

Abbiamo abilità limitate per comprendere e risolvere problemi complessi. Per superare i nostri limiti di elaborazione, memorizzazione, attenzione e quant'altro utilizziamo strategie e scorciatoie e passando attraverso queste scorciatoie facciamo le nostre scelte commettendo spesso errori che può essere divertente scovare.

venerdì 28 ottobre 2016

Frammenti

Bertrand Russell faceva notare che l’atteggiamento intellettualmente scettico della scienza mostra qualità completamente opposte come forza tecnica[1]. Per il pensiero scientifico anteporre l’unità al molteplice costituisce una necessità procedurale il cui fondamento è rintracciabile nel mondo delle idee di Platone. Tuttavia la necessità epistemologica può avere deleterie ripercussioni sull'ontologia. Tra unità e molteplicità si inserisce il vizio della conoscenza. L'intrecco tra epistemologia e ontologia è inevitabile, ci avviciniamo agli enti solo attraverso gli strumenti della conoscenza eppure attraverso gli stessi possiamo allontanarcene. Difficile in questo intreccio discernere se la matrice platonica sia causa del vizio o comodo sostegno a ragioni tutt'altro che inerenti alla conoscenza e più affini al potere politico.

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Contrariamente a quanto solitamente sostenuto il dominio della scienza è il dubbio e l'incertezza. Il desiderio di conoscenza fa abbandonare velocemente la conoscenza acquisita per avventurarsi in zone ancora inesplorate. Il dominio della tecnica è quello della conoscenza sclerotizzata per obbedire a esigenze estranee al desiderio di conoscenza. La scienza non è più né determinista né riduzionista. Da tempo gli ambiti di validità del determinismo e del riduzionismo sono stati circoscritti ed è stata abbandonata l'idea che possano essere strumenti di una conoscenza completa. Possiamo dire la stessa cosa della tecnica?

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Il determinismo di cui si accusa la scienza e che ne caratterizza una buona parte può essere discusso e criticato ma non è della stessa natura del determinismo tecnico. L’uno ha origine metodologica e ha carattere di temporaneità, l’altro affonda le sue radici nell’antropologia del potere che per definizione non può concedersi aleatorietà. Nelle applicazioni tecniche della ricerca scientifica svanisce ogni principio che faccia capo al dubbio e all'incertezza, così come svanisce ogni riferimento al molteplice, spazzato via dall'unità. La variabilità è considerata un "errore" e in questa confusione concettuale non aiuta il linguaggio delle discipline statistiche ereditato dall'ottocento. E' fuor di dubbio che quando prendiamo un aereo abbiamo solide ragioni per pretendere una massiccia dose di determinismo e non siamo disponibili a concedere margini troppo ampi all'incertezza, che pure resta presente, ma ci sono ambiti in cui l'applicazione di una cornice determinista è una gabbia per la conoscenza, quando non la garanzia di commettere errori madornali, non tutti involontari per le ragioni politiche che appunto vi sono implicate. Mi riferisco in particolare all'applicazione di questa cornice alle scelte individuali e agli sviluppi sociali che diventano oggetto di indagine economica e sociologica. Qui si aprirebbe il discorso sullo statuto scientifico di tali discipline ma scienza o no, informano l'agire politico ed è questo quanto intendo sottolineare.

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Si accusa, non a torto, il pensiero marxista di determinismo storico ma siamo sicuri che l'economia liberista sia esente dalla stessa accusa? Non sarebbe piuttosto possibile discernere un determinismo di lungo termine da un lato contro un determinismo a breve termine dall'altro? Se il pensiero economico marxista aveva come oggetto di indagine le classi che si avvicendavano nella storia, l'economia liberista ha come oggetto l'individuo o un gruppo di individui che si avvicendano al supermercato! Ma anche l'attenzione all'individuo o al gruppo di individui è solo apparente. In realtà l'oggetto di attenzione del liberismo è la massa indeterminata prima di operare una scelta, una massa che prende forma solo dopo aver effettuato una scelta, una forma necessariamente effimera disponibile ad assumere altre forme con nuove e diverse scelte. In base alle proprie scelte l'individuo può fare parte di diverse entità sociali. Le classi di un tempo hanno perso confini ma attenzione a considerare questo espressione di libertà. La molteplicità delle scelte dell'individuo è sussunta nella super categoria del consumo, l'unica che veramente interessi le analisi economiche. I beni e i valori che non rientrano in tale super categoria sfuggono dalle maglie dell'analisi. Sfuggono i valori etici, ambientali, emotivi. Vi rientrano marginalmente quando sono ormai compromessi. Sfugge ciò che fa di noi quello che siamo. Quello che resta è una molteplicità di modi di consumare per contare qualcosa. La soggettività si perde nelle numerose curve di domanda e offerta, ognuna con il proprio prezzo ottimale che la scelta di ogni individuo concorrerebbe a determinare. Lo scopo è portare il numero più elevato possibile di soggetti sotto la campana dei consumi e specificamente sotto il valore medio.

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Se, in ordine ai problemi della modernità, occorre procedere a una critica del pensiero scientifico è in relazione alla prevalenza di una razionalità strumentale sganciata dall’assegnazione di un senso dell’agire. A una attenta considerazione il problema non sembra essere la razionalità quanto il suo dispiegamento politico. Sebbene oggi tutto sembri organizzato secondo canoni razionali, in realtà si seguono vecchi istinti irrazionali più di quanto non si ami dire. Anche nell’economica, paradigma prevalente della nostra organizzazione sociale, Amartya Sen è lungi dal vedere il dispiegamento e l’applicazione di criteri razionali[2].
Usiamo macchine, la nostra vita appare organizzata secondo i meccanismi e ritmi di un orologio ma gli apparecchi che usiamo e i sistemi in cui siamo immersi sono la cristallizzazione di una razionalità di cui non ci chiediamo nulla, degli effetti quanto delle cause. Sono l'espressione di una razionalità che è sempre di altri e pericolosamente pochi, una razionalità che la gran parte delle persone subisce da utente inconsapevole, come un automa. Alla base di questo abbandono della consapevolezza Günther Anders[3] pone l’inadeguatezza del nostro apparato emotivo di fronte all'apparato tecnico. Ci percepiamo come costruzioni difettose più imprecise delle nostre stesse macchine. Concordo con questa lettura che tuttavia non esclude che la nostra “vergogna prometeica” sia dovuta a un difetto di razionalità più che a un eccesso poiché o la nostra razionalità è inscritta nel nostro apparato emotivo oppure si tratta d'altro. La razionalità tecnica non esita a incunearsi nel vuoto emotivo e a sfruttarla per scopi biopolitici[4]. Da tempo è in corso uno sfruttamento "razionale" delle emozioni. La povertà emozionale è povertà di riconoscere le proprie emozioni e  lasciarle in balia di uno psicopotere/biopotere utile al proprio stesso asservimento.

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Viviamo in smart city, progettiamo smart grid, usiamo smart phone, guidiamo smart car, ci scambiamo smart box! Tutto è smart. Da parte mia penso che basterebbe desiderare cose a misura di bambino e di vecchio per avere un mondo veramente smart, un mondo per umani. Sotto la patina smart c'è un mondo fatto per l'adulto nella fascia di età produttiva, in ottima salute, vincente e di successo, competitivo e spregiudicato (salvo quando deve trasmettere l'immagine salvifica dell'altruista). Se non sei più, o ancora, tutto questo allora sei uno scarto, un peso sulle spalle della società che produce e devi farti da parte. Questo racconta Ken Loach in Io, Daniel Blake, e lo fa con semplicità schiacciante. Loach racconta i fatti senza orpelli e apparentemente senza emozioni ma le emozioni che Loach mette nei suoi film sono le tue e la cosa che ti è più chiara alla fine del film è che non siamo arrabbiati abbastanza per esserci fatti intrappolare in una rete dove ogni nodo che non conta un cazzo è usato per dire all'altro nodo che non conta un cazzo. Strappiamo questa rete prima che sia troppo tardi ma forse è già tardi. La democrazia doveva risolvere i conflitti, invece è stata usata dalle oligarchie per depotenziarli.


[1] B. Russell, La visione scientifica del mondo, Laterza, 1934, p. 144.
[2] A. K. Sen, Etica ed economia, Laterza, 2002.
[3] G. Anders, L’uomo è antiquato, Vol. I, Bollati Boringhieri, 2003.
[4] L. Demichelis, Byung-Chul Han, il capitalismo delle emozioni, alfabeta2.

domenica 18 settembre 2016

Note sui riccioli di burro

Nel corso del XVIII si ebbe in Europa quella stagione del pensiero nota come Illuminismo e quel lasso di tempo è spesso chiamato Secolo dei Lumi, del quale ci diciamo fieramente figli, anche se Voltaire, Diderot, Rousseau[1], Hume, Kant ecc. non sono più tra i best-seller delle librerie. I valori promossi dall’Illuminismo, sintetizzati dal motto della rivoluzione francese Liberté, Ègalité, Fraternité, sono il riconosciuto, non da tutti, fondamento dell’Europa così come oggi la conosciamo, anzi come la vorremmo conoscere. Alcuni a questo fondamento preferiscono anteporre le radici cristiane ma dopo le guerre di religione sono stati i Lumi, per quanto posteriori e non privi di errori, a porre l’attenzione ai principi di tolleranza e a consentire la coesistenza dei fondamenti, non la cristianità.
Nell’epoca dei Lumi, secondo l’affermazione di Kant, la ragione diventa maggiorenne proprio perché riconosce i suoi limiti. La stagione in cui ragione, critica e tolleranza costituivano i valori guida non fu esente dalle derive totalitarie in cui scivolò lo “spettacolo” (così la chiamava Kant) della rivoluzione francese. Le principali critiche alla cultura illuministica sono indirizzate alla dea Ragione, confondendo Robespierre con i philosophes e il mercato con l’Illuminismo. D’altra parte la dea Ragione con la R maiuscola e il titolo di dea non dovrebbe faticare troppo a farsi riconoscere la matrice sospettosamente religiosa più che illuminista, ma come si sa, la storia è anche interpretazione e se l’interpretazione non è troppo complicata è meglio!
 Agli inizi del secolo scorso Musil aveva individuato un intimo rapporto tra ragione e atteggiamento eroico, nel senso caro ai greci. Nel saggio L’uomo matematico Musil affermava: “Proprio così, i matematici guardarono giù al fondo e videro che tutto l’edificio è sospeso in aria. Eppure le macchine funzionano! Insomma, siamo costretti ad ammettere che la nostra esistenza è un fantasma. Noi la viviamo, ma soltanto sulla base di un errore; senza di esso non esisterebbe. Solo il matematico, oggigiorno, può provare sensazioni così fantastiche.
"A questo scandalo intellettuale il matematico reagisce in modo esemplare: lo sopporta con orgogliosa fiducia nella diabolica pericolosità dell’intelletto. ….Noialtri dopo l’Illuminismo ci siamo persi di coraggio. E’ bastato un piccolo fallimento per farci voltare le spalle all’intelletto, e permettiamo a ogni esaltato zuccone di tacciare di vano razionalismo le aspirazioni di d’Alembert e di Diderot. Andiamo in visibilio per il sentimento e diamo addosso all’intelletto, dimenticando che il sentimento senza l’intelletto – fatte le debite eccezioni – è grasso come un ricciolo di burro.”[2] Per Musil, nel 1913, “i matematici sono un’analogia dell’uomo spirituale dell’avvenire” ma tristemente i sedicenti uomini spirituali di oggi, non sapendo distinguere tra ragione, scienza e tecnica, fanno di tutto per tenere il ‘ricciolo di burro’ a basse temperature invocando, più per efficacia dello slogan che per pura convinzione, la perdita di valori della società contemporanea. E' tristemente evidente, come affermava sempre Musil, che “l’intelletto non potrebbe dissolverli [i valori] se essi non fossero già incrinati nei loro presupposti emotivi. L’aspetto emotivo non dipende dalla natura dell’intelletto, ma da quella dei valori! L’intelletto, per sua natura, può essere tanto coesivo quanto disgregatore. Esso, anzi, è la più potente forza coesiva nei rapporti umani, e questo, stranamente, i ‘begli spiriti’ che accusano l’intelletto spesso se lo dimenticano. Il problema, insomma, può essere soltanto questo: un cattivo rapporto tra intelletto e ‘anima’, che vivono l’uno accanto all’altro senza incontrarsi. Non possediamo troppo intelletto e troppo poca anima, ma usiamo troppo poco l’intelletto nelle faccende dell’anima.”[3]
Si dibatte ancora sull’attualità dell’Illuminismo[4] e si rievocano spesso le degenerazioni e i limiti della “sola” ragione. Cosa faccia più paura, se le degenerazioni o i limiti non si osa sapere!

[1] Per molti aspetti Rousseau può essere considerato il precursore del Romanticismo, B. Russell, Storia della filosofia occidentale, Mondadori, 1984. p. 652-666.
[2] R. Musil, L’uomo matematico, 1913. In Sulla stupidità e altri scritti, Mondadori, 1986. p. 47-48.
[3] R. Musil, L’Europa abbandonata a se stessa ovvero Viaggio di palo in frasca, 1922. In Sulla stupidità e altri scritti, Mondadori, 1986. p. 126-127.
[4] E. Scalfari, Attualità dell’Illuminismo, Laterza, 2001.

domenica 8 maggio 2016

Appunti sul rito

Se l’uomo sia da considerare animale definitivamente post-istintuale è materia aperta, nonostante gran parte delle spiegazioni dell’antropologia filosofica propendano per una certezza troppo frettolosa. Anche in un quadro interpretativo di post-istintualità è difficile non scorgere le analogie tra comportamenti istintivi animali e comportamenti rituali umani. Considerando la prevalenza culturale della prassi rituale rispetto al comportamento istintivo, si tratta solo di analogie, ma pur evitando di azzardare possibili omologie filogenetiche dei moduli comportamentali ciò è sufficiente per stimolare un simpatico dibattito tra filosofi intorno alle letture ritenute troppo naturalistiche dei comportamenti umani.
Il condivisibile approccio della ricerca filosofica verso “un genere di naturalismo non riduttivo” nello studio di fenomeni della dimensione antropologica, solitamente dilaniata tra “natura” e “spirito”, prende le mosse dalla considerazione che le spiegazioni del naturalismo riduttivo siano insufficienti per motivi che tuttavia non sono altrettanto condivisibili.
In un saggio illuminante Massimo De Carolis ritiene che la possibile analogia tra ritualizzazione e istintualizzazione “non può realmente spiegare la ritualità umana in modo esaustivo e sufficiente”[1], soprattutto in ragione della presunta univocità del linguaggio umano, per cui verrebbe meno la funzione del rito di stabilire un modello comportamentale che riduca al minimo i possibili equivoci comunicativi, come Lorenz ha mostrato[2].
Arnold Gehlen, sottolineando la prevalenza culturale del comportamento umano, ha mostrato che la funzione rituale isola una porzione di mondo mettendo l’uomo al riparo dalla variabilità degli stimoli da cui è sommerso, in sostanza rendendo il comportamento rituale molto simile a un comportamento istintivo.
Se si condivide che tale quadro esplicativo non possa essere sufficiente a spiegare la complessità e varietà della prassi rituale umana, tuttavia viene da esprimere una riserva sulle ragioni della sua mancata forza esplicativa, ovvero l’assodato “accordo linguistico, tra esseri umani” che garantirebbe “l’univocità dei messaggi, per cui sarebbe logico aspettarsi che la funzione genericamente animale della ritualizzazione, nel nostro caso tenda ad essere irrilevante o nulla”[3].
Per quanto riguarda “l’univocità dei messaggi”, che caratterizzerebbe la “specificità della condizione umana”, già Wittgenstain del Tractatus, riconosce le ambiguità dei linguaggi naturali che possono essere superate solo con un linguaggio segnico univoco e mette in guardia a non confondere il significato di un enunciato con il suo riferimento: “comprendere una proposizione vuole dire saper che accada se essa è vera. (La si può dunque comprendere senza sapere se essa è vera)” (4.024)[4]. Successivamente, nelle Ricerche filosofiche, il filosofo pone, in maniera ancora più evidente, la sua attenzione proprio sul linguaggio “di tutti i giorni” come strumento comunicativo e sulla formazione del significato delle proposizioni in relazione, non solo al rapporto aprioristico delle espressioni con gli oggetti designati, come lasciava intendere il Tractatus, ma ai “giochi linguistici” che si sviluppano nel contesto della comunicazione intersoggettiva. In questa sede Wittgenstain riconosce chiaramente che “l’ordine perfetto deve dunque essere presente anche nella proposizione più vaga”[5]. Pertanto “i risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio.”[6]
Considerando che il sogno di Leibniz riguardo al “calculemos” non sembra ampiamente praticato, ovvero che solitamente non comunichiamo con un linguaggio segnico univoco e nelle comunicazioni quotidiane non adottiamo il rigore invocato dalla logica e dalla filosofia del linguaggio, direi che a occhio e croce siamo pieni di bernoccoli senza peraltro avvertirne il dolore. Se la logica pertiene al regno del vero e del falso, che già pare materia complicata, nella comunicazione entrano altri divertenti regni come quello del bello e del brutto, del giusto e ingiusto e via dicendo. Per questi motivi mi pare quanto meno rischioso liquidare il ruolo di pregnanza e univocità del messaggio che Lorenz assegnò alla comunicazione ritualizzata.
Nonostante io non riesca a condividere le premesse del lavoro di De Carolis, tuttavia trovo attraente l'ipotesi che “la prassi rituale sia connessa in modo specifico a questa esigenza, centrale in ogni cultura umana, di costruire l’esemplarità su cui poggia ogni norma esplicitamente formulata. Secondo questa ipotesi, il rito andrebbe visto come una fabbrica di esempi.”[7] Il rito quindi come cristallizzazione formale di una «norma esplicitamente formulata». Ciò naturalmente implica una funzione del rituale posteriore a un atto di formulazione della norma, contrariamente a quanto avviene per il mondo animale. Questa implicazione tuttavia rende l’ipotesi di De Carolis lontana dal fornire un quadro esplicativo “esaustivo e sufficiente” del comportamento rituale nell’uomo, ma rivela un approccio antropologico che Anders denunciava come fondato su un presupposto teistico che stabilisce la “differentia specifica”[8] per l’uomo.
Un aspetto interessante dell’ipotesi di De Carolis è la sua utilità per interpretare la crisi della forma rituale nell’attuale era della tecnica poiché “la tecnicizzazione prevede il dissolvimento di ogni tratto di esemplarità virtuale, e agisce quindi in direzione esattamente opposta alla ritualizzazione”.[9] Se osserviamo il comportamento rituale nelle varie epoche noteremo mutamenti incontestabili ma possiamo veramente affermare che nell’era moderna la forma rituale sia svanita o sia ridotta rispetto al passato? Non è piuttosto evidente una sua radicale trasformazione?
La routine postmoderna è la forma più onnipervasiva della ritualizzazione. Se il rito secondo la tradizione isola un momento topico facendolo diventare incrocio di significati, che evoca l’aleph borgesiano, la routine della vita contemporanea, non riconoscendo particolari significati tuttavia non li azzera ma li disaggrega nelle banali azioni quotidiane. Il comportamento rituale oggi ha mutato i suoi canoni. Quello tradizionale aveva confini ben definiti rispetto al comportamento non rituale e celava la sua regolarità dilatando il tempo presentandosi ogni volta come evento unico. Il rito attuale ha dinamiche più veloci e diffuse rispetto alle capacità psichiche e emotive umane, ha abbattuto i confini circoscritti di una volta nei topoi dello spazio e del tempo per diffondersi ovunque assumendo una sorta di costanza apparente, dettata in realtà dalla rapidità del ripetersi delle azioni rispetto alla nostra “antiquatezza”. Questo è l’apparente scomparsa del rito di oggi, ovvero la ritualizzazione totale ancorché non percepita. In definitiva si potrebbe concepire l’età della tecnica come la ritualizzazione del nulla che fa da sfondo a ogni azione.

[1] Massimo De Carolis, Natura umana e costruzione del mondo nel rituale. MicroMega, 1/2006, p. 117-127.
[2] K. Lorenz, La formazione filogenetica e storico-culturale dei riti. In: Natura e destino, Mondadori, Milano, 1985, p. 161-186.
[3] M. De Carolis, p. 120.
[4] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916. Einaudi, Torino, 1983, cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori, Milano. Vol 1, p. 787.
[5] Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche. Einaudi, Torino, 1981, cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori, Milano. Vol 1, p. 798.
[6] Op. cit., p. 795.
[7] M. De Carolis, p. 124.
[8] G. Anders, L’uomo è antiquato, Vol. II, Bollati Boringhieri, MI-RM, 2007, p. 116-118
[9] M. De Carolis, p. 126.

giovedì 24 marzo 2016

Autoesami

Secondo Hans Jonas[1] il concetto di Dio dopo Auschwitz non può conservare allo stesso tempo gli attributi di bontà, potenza e comprensibilità, poiché ogni relazione fra due attributi esclude il terzo. Jonas non ha dubbi, di fronte all’aporia non resta che abbandonare il concetto di un Dio onnipotente. Il libero arbitrio è incompatibile con l’onnipotenza divina.
Nella fisica quantistica si è avuto un problema analogo a proposito dei principi di separabilità, realtà e località dei fenomeni, per lo meno a scale subatomiche[2].
Il teorema di John Bell del 1964 e le successive prove sperimentali relativamente alla misura della polarizzazione di una stessa sorgente di luce effettuata da osservatori indipendenti provano l’insostenibilità dell’immagine del mondo come un insieme di oggetti indipendenti, concreti e distinti. Uno dei principi deve essere lasciato cadere e il principio che ragionevolmente può essere abbandonato, perché meno problematico, è quello di località. In altre parole a scala subatomica non si hanno oggetti distinti ma oggetti che in qualche modo restano intimamente connessi tra loro se hanno interagito nel passato.
Le due grandi case, teologia e scienza, devono saper rinunciare a qualche postulato per rimanere in piedi. Indubbiamente ognuno cerca di farlo come può e come sa ma sicuramente dalla propensione alla rinuncia di postulati dati per certi si può dedurre, se non l’autentico amore per la verità, almeno la vocazione all’autoesame.

[1] H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, il melangolo, Genova, 1990, p. 23 cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori, Milano. Vol 2, p. 1348-1349. Cfr. anche N. Bobbio, Elogio della mitezza e altri scritti morali. Net, Milano, 2006, p. 194-195.
[2] P. Odifreddi, Il Vangelo secondo la Scienza. Le religioni alla prova del nove, Einaudi, Torino, 1999, p.80.

mercoledì 11 novembre 2015

Né con Dio né con Mammona

Jacopo Bassano, Il buon Samaritano

Prima di leggere questo post è necessario leggere questo articolo di Le Scienze. La recente ricerca di cui parla l'articolo ha osservato che "i bambini che crescono in famiglie molto religiose tendono a essere meno altruisti di quelli che provengono da famiglie non religiose o atee". Dopo aver letto l'articolo, passate a leggere la "dissertazione" di Diego Fusaro sul Fatto Quotidiano. Da qui seguono queste mie brevi note.

Fusaro prende le mosse dai risultati della ricerca aprendo il suo articolo con una affermazione falsa: "E adesso ci insegnano che la religione è nemica dell’altruismo." I risultati della ricerca non dicono questo, semmai affermano che non c'è correlazione tra religione e altruismo o per lo meno che non c'è la correlazione che si suppone esserci.
Fusaro dice di non voler entrare nel merito delle statistiche perché "naturalmente, si basano su dati, ossia su quel mito dell’oggettività e del numero dietro cui troppo spesso si nascondono l’arbitrio e la massima discrezionalità." Quindi secondo Fusaro sarebbe inutile entrare nel merito delle statistiche perché mostrano solo quello che si desidera vedere. La cosiddetta oggettività è un tema di notevole complessità e non è mia intenzione scomodare il costruttivismo per quello che sembra più un imbarazzante esercizio retorico che un assunto filosofico. Sarebbe utile in questi casi essere allenati a individuare l'elemento discrezionale, se nella metodologia o nell'interpretazione dei dati, ma per farlo bisognerebbe entrare nel merito della ricerca, appunto. Fusaro invece preferisce liquidare con due battute la ricerca di cui parla e, sembrerebbe, l'intero discorso scientifico. Torna in mente quella pubblicità tormentone il cui slogan è "ti piace vincere facile?" e sorge il dubbio che i risultati della ricerca siano stati un mero pretesto usato da Fusaro per scrivere quanto aveva già in mente di scrivere, con mal celato "arbitrio e massima discrezionalità".

Riguardo le "considerazioni più generali" di Fusaro, ovvero che "la religione rimane l’ultimo baluardo concreto contro il dilagare della mercificazione totale e del mercato reale e simbolico", anche qui il discorso sarebbe lungo ma bastino alcune domande. Del resto un filosofo come Fusaro dovrebbe essere più avvezzo a porsi domande difficili che a confezionare risposte semplici.
E' proprio sicuro che la religione sia l'ultimo baluardo contro il capitale? Ci sono validi motivi per pensare che la religione contenga in nuce gli stessi principi del capitale e della mercificazione? Si può pensare che il capitale sia la trasfigurazione odierna del fenomeno religioso? E' storicamente possibile individuare nel fenomeno religioso, inteso in termini di potere istituzionale, una "economia" dell'anima e del corpo, delle donne in particolare?
Walter Benjamin affermava che "nel capitalismo va individuata una religione". Indagare la possibile transitività di questo assunto sarebbe un compito all'altezza di un filosofo, magari in un articolo meno disinvolto dal punto di vista argomentativo. 

Ciò che suscita più imbarazzo dalla lettura dell'articolo di Fusaro è l'orizzonte culturale tristemente dicotomico dell'autore: o Dio o Mammona. Mi spiace dirlo perché... insomma un filosofo... non è così. Non siamo costretti tra due alternative esclusive, o la religione o il mercato, e le domande che ponevo potrebbero fornire risposte che fanno pensare a tutt'altro che a alternative che si escludono a vicenda. Ci sono altre vie per evitare la "sdivinizzazione" paventata da Fusaro; c'è il pensiero critico, il valore simbolico delle cose che non è esclusiva della religione, ci sono i diritti, c'è la lotta per l'uguaglianza, l'etica, la solidarietà, la laicità, la comunione con la natura e con le altre specie viventi, la bellezza, l'arte, solo per dirne alcune. Heidegger, citato da Fusaro, sosteneva che "ormai solo un Dio ci può salvare" dalla rovina tecnica. Da parte mia, e modestamente, valuterei se il seme dell'attuale rovina non lo abbia piantato Dio oppure se Dio non sia la forma originaria di quel seme, da sempre presente tra gli uomini, e che nei secoli ha mutato sembiante.

A voler dare nobiltà al discorso di Fusaro torna in mente la celebre citazione di Dostoevskij: "se Dio non esiste, tutto è permesso" ma sarebbe un tentativo di dare nobili radici a un discorso privo di forza. Platone affermava che la politica sorge dall'abbandono degli dèi e allora proprio perché senza déi abbiamo bisogno della giustizia. Se la critica di Fusaro al capitalismo è per molti versi condivisibile,  il suo orizzonte tra Dio e Mammona appare così angusto da pregiudicare il valore stesso della sua critica.

Per concludere, e tornando ai risultati della ricerca da cui questo discorso è partito, suggerisco di rileggere i versi del Vangelo di Luca 10,25-37. Sono quelli della celebre parabola del buon Samaritano. Prima che il Samaritano si fermasse ad aiutare l'uomo malmenato, passarono indifferenti un sacerdote e un levita, due persone molto religiose. Probabilmente i risultati della ricerca non fanno altro che confermare un atteggiamento conosciuto da moltissimo tempo.

venerdì 5 giugno 2015

I figli di Prometeo, pronipoti di Epimeteo

"Di tal rovina niun potria dei Numi
chiaro mostrargli, se non io, lo scampo.
Io questo, e il modo so.
"
Eschilo, Prometeo incatenato.

Il titano Prometeo che ruba il fuoco agli dèi per farne dono agli uomini è uno dei miti più fecondi della cultura classica. Tra i suoi molteplici significati il mito assume la forma di una metafora della condizione umana che cerca di liberarsi dai vincoli di anànke e riceve la nota punizione. Per la sua violazione Prometeo viene incatenato ai monti del Caucaso, un'aquila gli divorerà il fegato che ogni notte  ricrescerà per essere divorato ancora e ancora[1]. Prometeo portatore del fuoco della scienza e della tecnica paga il pegno della rottura della perenne e inviolabile necessità, pagherà a caro prezzo il tentativo di risolvere ciò che è insolubile persino per Zeus.

domenica 26 aprile 2015

Della scienza e altro

Per la prossima estate è attesa la pubblicazione di una Enciclica di Papa Francesco dedicata ai cambiamenti climatici. Il 28 aprile Francesco ospiterà una conferenza sulle "dimensioni morali del cambiamento climatico e dello sviluppo sostenibile". L'attenzione della Chiesa per queste tematiche è una buona notizia. Sicuramente fonte di riflessione e, spero, di azione per molti. Le anticipazioni sull'enciclica potete leggerle nell'intervista di QualEnergia al Cardinale Peter Turkson. Da parte mia ripesco questi appunti di alcuni anni fa.

***  

A torto o a ragione spesso si sostiene che il pensiero scientifico non ha in debita considerazione le aspirazioni squisitamente umane che sarebbero di pertinenza del discorso religioso. In due parole il centro del discorso che la scienza non avrebbe capito – o avrebbe dimenticato - è il rapporto tra “verità e metodo” di cui si parla in proporzione inversa a quanto se ne sa. A una attenta analisi emerge che per certi versi la scienza, almeno in alcune delle sue filiazioni, non è esente da questo vizio di fondo che viene da molto lontano e che trova il suo fondamento proprio nella cultura religiosa di questa parte di mondo che del resto ha dato origine allo stesso discorso scientifico.
E’ indubbiamente vero che la nostra epoca, apparentemente dominata (solo apparentemente) dai valori della razionalità, non sia proprio idilliaca e merita una critica se non un rifiuto in molte sue manifestazioni. Non intendo un rifiuto della scienza come desiderio di conoscenza e metodo epistemologico, ma della deriva tecnicista che si manifesta in una visione del mondo esclusivamente tecnico-strumentale e nel monopolio di valori di ordine ingegneristico come l’efficienza. Questi valori dominanti si oggettivano nella crescita economica, nell’efficienza della produzione, nell’accumulo di risorse, ecc. a scapito di valori umani che fanno capo alla ricerca della felicità, allo sviluppo delle emozioni, della solidarietà e dell'empatia e che non sono di pertinenza del discorso scientifico, sebbene non esulino dal più ampio contesto del discorso razionale. A ogni modo il terreno di realizzazione dei valori umani è l’etica che non può essere “l'etica a bassa definizione” di ordine strettamente privato che caratterizza l’attuale dibattito politico e religioso, ma l'etica pubblica delle relazioni con l’altro che in virtù della sua irripetibilità, molteplicità e individualità dovrebbe essere anteposto all’Essere Unico (diffidare sempre delle parole maiuscole) dell’ontoteologia o delle leggi universali della scienza.
A mio avviso la natura del “vizio della scienza”, fenomeno tipicamente occidentale, può essere rintracciata nelle sue radici storiche che in occidente sono saldamente cristiane, come ci assicura più di un Papa. Nella cultura giudaico-cristiana l’uomo celebra il suo delirio di onnipotenza nell’incarnazione di Dio ma anche la scienza di Bacone e di Cartesio nasce dalla stessa sofferenza e conserva una simile aberrazione. La nota massima di Bacone, "scienza è potenza", celebra la potenza in termini di dominio sulla natura più che di possibile umano, ("riempite la terra e soggiogatela, [...] dominate su ogni essere vivente che si muove sulla terra", dice Dio all'uomo e alla donna), e per Cartesio la centralità dell'io ipertrofico in "io penso, dunque sono" è l’unico fondamento indubitabile, tema peraltro già presente nei Soliloqui di Sant’Agostino! Deve essere comunque considerato che Bacone poneva il primato etico della carità nelle sue opere, pertanto la critica non può essere rivolta a Bacone, e sospetto neanche a Cartesio, ma a ciò che di questi pensatori è stato compreso da parte di una umanità che non può certamente vantare pari statura né intellettuale né morale.
E’ probabile, ma non lo sapremo mai, che se la moderna società avesse preso avvio da un'idea di condivisione della natura e da un io meno traboccante le cose oggi potrebbero essere differenti.
I greci antichi avevano già chiara l’idea di un uomo che condivide la natura, regno della necessità, con gli altri enti naturali, quindi se oggi abbiamo compreso queste idee (per la verità siamo costretti ad abbracciarle con riluttante resistenza) non è un problema di sviluppo storico del pensiero, ma di un ritorno a idee già acquisite nella storia, dalle quali vi è stato un allontanamento.
Non vorrei sbagliarmi, ma nell'atto di nascita della tanto invisa scienza moderna si scorgono gli stessi schemi che hanno partorito il cristianesimo, sebbene in forma secolarizzata. Non che questa considerazione sia così originale, già nel 1967 Lynn White Jr. pubblicò su Science un celebre quanto contestato articolo (qui in italiano) sui nessi tra la cultura giudaico cristiana e la crisi ecologica, più recentemente il tema della derivazione dalla cultura giudaico-cristiana della cultura antropocentrica e del dominio sulla natura è stato trattato da Umberto Galimberti nel suo monumentale Psiche e Techne (Psiche e Techne. L’uomo nell’età della tecnica. Feltrinelli, 2005, p. 477). Ad ogni modo a me sembra sia importante capire se l’attuale visione del mondo fosse già in nuce alla nascita del pensiero scientifico o se questo pensiero non sia stato partorito nell’unica forma che poteva avere per sopravvivere alla censura teologica.
Indubbiamente la genealogia della modernità è di fondamentale importanza, e non possono essere brevi pensieri a dipanarne la matassa, ma resta il fatto che alle vecchie cattedrali ne sono subentrate altre: fabbriche, centri commerciali, ospedali e via dicendo, senza che il nocciolo della questione mutasse e anziché dire sì alla vita il nostro unico sì è sempre più ridotto a domande del tipo “paga con carta di credito?”.

lunedì 19 novembre 2012

Stiamo diventando sempre più stupidi

Mettere la doppia elica del DNA mi
sembrava troppo banale, così ho scelto
il pozzo di San Patrizio, anche per dare
l'idea dell'abisso.
In sintesi: stiamo diventando sempre più stupidi ed emotivamente analfabeti ma ce la metteremo tutta per impedirlo!
Come? Correggere tutte le mutazioni che possano mettere a repentaglio la nostra fulgida intelligenza! Trovate qui una presentazione divulgativa dello studio, io sarò molto rapido

Uno studio pubblicato da poco su Trends in Genetics  afferma che la pressione selettiva in seguito alla quale la specie sapiens ha sviluppato le sue capacità intellettive sta venendo sempre meno nei nostri ambienti monotoni, non che l'idea sia nuova, già Konrad Lorenz ne parlava in Declino dell'uomo o in Natura e Destino, non ricordo bene. Ad ogni modo l'osservazione non è affatto peregrina, ma più che la diminuzione delle capacità intellettive ed emotive mi preoccupano le soluzioni prospettate. "Credo che in futuro conosceremo ciascuna delle milioni di mutazioni umane che possono compromettere le nostre funzioni intellettive, e come queste mutazioni interagiscano con altri processi e con le influenze ambientali" sostiene Crabtree, autore dello studio. "In quel momento, forse saremo capaci di correggere magicamente ogni mutazione avvenuta in ogni cellula di ogni organismo in qualunque fase di sviluppo. A quel punto, il brutale processo di selezione naturale non sarà più necessario".

Che dire? Lo studio dimostra in maniera inconfutabile l'aumento di idiozia nella specie sapiens. A mio avviso l'autore non poteva fornire elementi più solidi alla sua tesi!

martedì 23 ottobre 2012

Scienza e Politica

La sentenza del Tribunale dell'Aquila che ha condannato a sei anni sette componenti della Commissione Grandi Rischi sta facendo discutere la comunità scientifica. Non entrerò nel merito della sentenza, non ne conosco i termini e attendo di leggere le motivazioni, tuttavia posso dire che la sentenza, giusta o sbagliata che sia, debba far riflettere in direzioni diverse da quelle che la discussione sta prendendo, possibilmente volando un po' più alto delle solidarietà di rito o delle manifestazioni di soddisfazione perché adesso si avrebbero i "colpevoli".

C'è chi parla di processo alla Scienza, c'è chi esulta per la condanna. Ripeto, non sta a me giudicare la sentenza  che peraltro potrebbe essere rovesciata dai successivi gradi di giudizio. Conosco i fatti come qualunque cittadino che legge i giornali e a quei fatti e alle impressioni che mi hanno suscitato mi atterrò, nel tentativo di suggerire qualche spunto di riflessione che non mi pare di aver ravvisato negli articoli che ho letto.

Luciano Maiani, l'attuale presidente della Commissione grandi rischi, si è dimesso perché non ritiene ci siano le condizioni per lavorare serenamente. Giuseppe Zamberletti, afferma che ''Il rischio è che gli scienziati non se la sentano più di esprimere liberamente il risultato delle proprie conoscenze. Che garanzie hanno che gli studi fatti non possano diventare oggetto di una responsabilità penale? Questo non avviene in nessuna parte del mondo...Il problema - ha rimarcato Zamberletti - è riuscire a dare una normativa che, salvo i casi di dolo o di grave negligenza o colpa, tuteli la ricerca. Adesso si è creato il terrore: se gli esperti esprimono un parere e c'è la minaccia di un procedimento penale, si perde serenità nel giudizio. Ci sono restrizioni che possono frenare la libera ricerca''.
Le affermazioni di Zamberletti non possono essere contestate, le dimissioni di Maiani sono condivisibili. In molti ambiti la scienza non può esprimersi  in termini di certezza ma solo in termini di probabilità, gli scienziati lo sanno benissimo. Ha ragione Piergiorgio Odifreddi a dire che c'è un atteggiamento schizofrenico di fronte alla scienza quando da un lato si pretende che sia onnisciente e dall'altro la si ritiene ignorante di fronte al pensiero religioso. La contrapposizione tra pensiero scientifico e religioso, si sa, piace molto a Odifreddi ma facevo notare anche nel suo blog che la contrapposizione tra scienza e religione non è un paradigma universale per spiegare tutto quello che accade nell’ambito scientifico di questo paese. Non nego che quello che scrive Odifreddi sia vero ma lo trovo poco adeguato al caso in questione perché seguendo il consiglio di Occam avrei un’ipotesi più semplice sulla quale riflettere, un'ipotesi che tira in ballo un terzo soggetto tra scienza e religione, ovvero la politica. E’ purtroppo vero che quando serve si confonde la scienza con l’onniscienza ma in questo caso abbiamo il dovere di porci una domanda: le conclusioni della famigerata riunione della Commissione grandi rischi sono state formulate in assoluta autonomia e senza subire pressioni di alcun tipo?
La domanda è doverosa considerando il contenuto dell'intercettazioni telefoniche di Bertolaso pubblicate da la Repubblica.it il 18 gennaio 2012, la telefonata avviene il giorno prima della riunione:

"Sono Guido Bertolaso...". La Stati: "Che onore...". Bertolaso: "Ti chiamerà De Bernardinis il mio vice, perché gli ho detto di fare una riunione lì all'Aquila domani, su questa vicenda di questo sciame sismico che continua, in modo da zittire subito qualsiasi imbecille, placare illazioni, preoccupazioni... Eccetera...". Ancora Bertolaso: "La cosa importante è che domani... Adesso De Bernardinis ti chiama per dirti dove volete fare la riunione. Io non vengo... ma vengono Zamberletti (l'unico che poi non parteciperà, ndr), Barberi, Boschi, quindi i luminari del terremoto in Italia. Li faccio venire all'Aquila o da te o in prefettura... Decidete voi, a me non me ne frega niente... In modo che è più un'operazione mediatica, hai capito? Così loro, che sono i massimi esperti di terremoti, diranno: è una situazione normale... sono fenomeni che si verificano... meglio che ci siano cento scosse di quattro scala Richter piuttosto che il silenzio, perché cento scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa quella che fa male... Hai capito? (...) Tu parla con De Bernardinis e decidete dove fare questa riunione domani, poi fatelo sapere (alla stampa, ndr) che ci sarà questa riunione. E che non è perché siamo spaventati e preoccupati, ma è perché vogliamo tranquillizzare la gente. E invece di parlare io e te... facciamo parlare i massimi scienziati nel campo della sismologia". La Stati: "Va benissimo...".

Allora il dilemma da sciogliere è questo: il parere della Commissione è stato formulato in assoluta indipendenza dalla volontà di "tranquillizzare la gente" espressa da Bertolaso, magari su suggerimento di qualche suo illustre conoscente poco ferrato in tema di sismologia ma molto ottimista per natura? Se ci sono state pressioni per tranquillizzare la gente è legittimo pensare che il parere sarebbe potuto essere maggiormente improntato al principio di precauzione in assenza di tali pressioni?
Se il parere è stato formulato in assoluta autonomia e indipendenza allora ha ragione chi parla di sentenza aberrante, hanno ragione Maiani, Zamberletti e quanti vedono minacciata la possibilità da parte degli scienziati di esprimersi perché si chiedono loro certezze che non possono dare. Se invece il parere è stato dato, sia pure in buona fede, ma sotto una qualche pressione allora siamo di fronte ad una commistione tra scienza e politica che va sanata facendo nascere da questa sentenza un gigantesco dibattito per chiedere assoluta autonomia e terzietà della scienza rispetto alla politica. Un indizio riguardo alla mancanza di autonomia viene da Enzo Boschi che oggi ammette: "Lo scopo della riunione era quello di dire che non si potevano prevedere i terremoti, l’ho capito dopo" e alla domanda se pensa di essere stato strumentalizzato Boschi risponde: "Non lo so, devo rifletterci."
Da parte mia resta inspiegabile il vizio logico di scienziati che sostengono l'imprevedibilità di un terremoto per prevedere che non accadrà e siccome sono convinto che questo vizio non sia sfuggito a nessuno dei componenti della Commissione grandi rischi allora sono più propenso a pensare che il parere non sia stato indipendente da volontà di "ordine superiore", esigenze politiche, come si dice in questi casi. Quelle stesse esigenze che fanno riempire la bocca di principio di precauzione ad ogni riunione ma che evitano accuratamente di metterlo in pratica perché altrimenti si crea allarme. Meglio un allarme inutile di un'ecatombe e questo atteggiamento dovrebbero chiederlo a gran voce anche i cittadini anziché starnazzare a vuoto quando si annuncia un cataclisma che poi non avviene. La scienza non è certezza, questo bisogna che lo capiamo bene noi cittadini e che lo capiscano i politici e se questi ultimi non lo capiscono allora è dovere degli scienziati sottrarsi a pareri che non rispettano la natura della loro conoscenza, con obiezione di coscienza, con esposti preventivi alla magistratura, con ogni mezzo disponibile.

Bene, detto questo io credo che se la comunità scientifica non sarà in grado di trarre le necessarie conseguenze da questa sentenza in termini di autonomia dalla politica allora va bene che la scienza si estingua in questo paese perché non vedrei alcuna differenza con la più becera religione, per ritornare alla contrapposizione di cui parla Odifreddi.
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