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Visualizzazione post con etichetta Memoria. Mostra tutti i post
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sabato 25 aprile 2026

W l'Italia liberata

Buon 25 aprile, giorno della liberazione dalla dittatura nazifascista. 🌹

Oggi si celebra la resistenza partigiana, che ha contribuito in maniera decisiva alla liberazione di questo Paese dai criminali di guerra nazisti e dai criminali di guerra della repubblica di Salò. Gli stessi criminali, che amnistiati da un governo democratico, hanno continuato a inoculare il loro veleno nel corpo di questa Nazione, fino a portare i loro nipoti a ricoprire ruoli centrali nelle istituzioni. Il loro intento è scardinare l'apparato democratico dall'interno. Inutile lasciarsi andare a proclami di ingenua fiducia, senza la costante resistenza di chi sente viva la costituzione antifascista ci riusciranno. 

W l'Italia liberata 🇮🇹

venerdì 24 aprile 2026

Il nome giusto delle cose

“Rifarei omaggio ai partigiani e ai caduti di Salò", questo ha detto il signor La Russa. A me piace chiamare le cose con il loro nome. I caduti di Salò sono stati criminali di guerra. Caduti o meno, da quelle file arrivavano i delinquenti che hanno collaborato con i nazisti per le stragi di Sant'Anna di Stazzema, Marzabotto, Fosse ardeatine, le stragi di Padule di Fucecchio e altre. Stragi con migliaia di morti civili, compiute con il supporto attivo o la complicità di formazioni fasciste repubblichine, quei "caduti di Salò" che omaggerà domani il signor La Russa. Io non so voi come definite uno che omaggia dei criminali di guerra, caduti o meno. Io ritengo doveroso chiamare le cose con il loro nome. Questo vale anche per uno che omaggia criminali di guerra.

venerdì 25 aprile 2025

Una festa sobria

Il 25 aprile è una festa sobria, perché è commemorazione silenziosa e intima, anche quando implora partecipazione, anche quando invoca il canto corale della liberazione. Il 25 aprile è l'albero che celebra le sue radici, la foglia che ringrazia la terra per l'acqua che la disseta, è la terra che ringrazia il cielo per l'acqua lustrale che la benedice. Il 25 aprile è il filo d'erba che resiste al vento della barbarie che spesso indossa gli abiti della storia. Il 25 aprile si nutre di sobrietà, da sempre, nonostante i meschini inviti di oggi alla sobrietà, perché il 25 aprile è il dolore rappreso della memoria, il sangue che scorre nei 139 articoli dell Costituzione della Repubblica italiana del 1948, nelle sue 18 disposizioni transitorie. Il 25 aprile è data solenne come la Pasqua, perché è la Pasqua civile di questa nazione, la resurrezione dopo vent'anni di morte. Invitare alla sobrietà per una data solenne è ridicolo, ingiurioso, ignobile, esattamente come chi inviterebbe alla sobrietà chi desidera festeggiare la solennità della Pasqua. Il 25 aprile è la festa dei patrioti di questo e di altri Paesi, che hanno resistito e resistono, ora e sempre, ai servi volontari, di ieri e di oggi.

Viva il 25 aprile, viva ogni partigiano della libertà, fieramente divisivo, com'è giusto e doveroso che sia chi sa vedere la distanza incolmabile tra pensieri diversi e volontà di sopraffazione che ogni differenza sopprime. Viva chi, ora e sempre, mette una cesura netta tra democratici e fascisti, di ieri e di oggi.

sabato 29 marzo 2025

Note di viaggio

Sono chiodi le parole, per appendere al muro i quadri più belli, e se non avremo più parole, perché tutte le usammo, avremo i nostri sguardi più puntuti, per inchiodare al muro la blasfema eternità del respiro.

L'inferno è la deriva morbosa, perversa, la degenerazione patologica di quel grandioso edificio che nasce per dare senso al dolore, per sistematizzare la morte, spiegarla, renderla coerente in qualche modo, accettabile, meno assurda, infine necessaria. Se il dolore e la morte sono il risultato del peccato, individuato il peccatore lo si an-nega nell'inferno. Eliminato il peccatore, eliminato il peccato, eliminati il dolore e la morte: questa la crudele illusione. Eppure l'inferno ha una sua dimensione etica che l'esangue Paradiso non può avere, solo il Purgatorio ne condivide alcuni aspetti, dove all'inesorabile subentra il perdono. Al dramma dell'irreversibile subentra la speranza di un altro inizio, per cadere in un'altra eternità. L'inferno sopravvive nella sua forma più alta nell'inferno che ciascuno vive con se stesso, senza alcuna promessa, senza alcuna eternità. Non è un caso che dei tre regni sia l'inferno quello che ha più attenzione nell'arte e nella letteratura.
 
Davanti a un corpo immobile non riusciamo a non vederlo respirare, le dita intrecciate sul petto si sollevano e si abbassano. Ci inganna ogni tanto il pallore del volto, delle mani, ma quell'inganno rimuoviamo subito perché quando tornerà a respirare non ci trovi impreparati, davanti alla assurda convinzione che abbia smesso di farlo. Sono i nostri occhi che respirano. Con gli occhi respiriamo, con gli occhi facciamo respirare gli altri.
 
In una foto di tanti anni fa noi tre avevamo intenzione di digrignare i denti per spaventare il mondo, per farlo arretrare davanti alla gioia di stare insieme. Non ho mai avuto la stoffa per spaventare nessuno. Il massimo che mi riuscì fu un mezzo sorriso imbarazzato, nascosto dietro la convinzione di fare paura al mondo. Lei sì che fece arretrare ogni tristezza, è capace di farlo ancora adesso.
 
Quando salutiamo per l'ultima volta una persona amata le auguriamo buon viaggio, per dove nessuno lo sa. Io saluto dicendo "alla prossima", perché c'è sempre una prossima volta per ritrovarsi. Ci troveremo nell'aria, nell'acqua, nella terra, mescolati tra miliardi di altri atomi. Così siamo venuti al mondo, così torneremo a esserci.
 
Vivere nel dolore non è dignitoso. Dobbiamo distinguere il dolore dalla sofferenza. Il primo riguarda la psiche, l'anima, chiamiamola come vogliamo. La seconda riguarda il corpo. Il dolore dell'anima ha una sua sublimazione, la sofferenza del corpo non ne ammette alcuna, se non attraverso qualche perversione. L'anima è suscettibile di una fluidità, di una sfuggevolezza, che non è consentita al corpo. Il corpo ha contorni e confini che l'anima ignora. Questa si concede erranza che al corpo è negata. È vivere nella sofferenza che non è dignitoso. Il dolore ha una sua dignità, l'anima se l'è conquistata attraverso millenni di prove e errori, compreso l'orrore di imporre la sofferenza nel corpo di chi non la vuole.
 
Pietra su pietra, ogni pietra un giorno, così costruiamo la casa del tempo, così le nostre vite diventano gli edifici che abitiamo. Pietra su pietra, muri in rovina e passanti ignari di lacerti di storie. Nessuno si accorgerà che una pietra fuori posto ha reciso una vita. Nessuno si accorgerà di quella lieve increspatura lungo il muro, che pure ha interrotto la linea di desideri, passioni, attese che avrebbero potuto partorire futuri che non avremo più.
Questo si vede da lontano. Una linea perfetta, laddove il dolore ha lavorato a poca distanza dalla pelle e l'ha incisa rendendola una linea spezzata in mille punti, scabrosa come scoglio di mare tempestato di sale da milioni d'anni. Questa è la differenza tra la Storia e le storie. Un fattore di scala che ignora i dettagli. La Storia è una Monna Lisa dipinta con un pennello da imbianchino.
 
Se ho pregato, l'ho fatto perché la sofferenza avesse fine, ho pregato nonostante me, oltre me, malgrado me. Mi sono maledetto per averlo fatto e se devo bruciare all'inferno lo farò, intanto mi porto avanti. Ognuno deve sentire sulla propria carne il fuoco delle scelte, comprese quelle che non diventano azione, quelle mai fatte con la serena alterigia di chi è sempre certo delle proprie scelte. Forse solo alla fine dei tempi avrò un brandello di quella certezza ed è per questo che un po' mi auguro ci sia la fine dei tempi.
 
Nessuna morte viene da sola, si accompagna sempre alle sue sorelle, passate prima di lei ad accompagnare altri nel riposo senza risveglio.

Ragione e sentimento: un occhio che non sa più vedere può continuare a piangere. Veniamo al mondo piangendo e non sappiamo vedere. Il pianto viene prima della visione e se ne andrà per ultimo.
 
L'atto d'amore più estremo e doloroso è desiderare che una persona amata smetta di soffrire.

sabato 6 gennaio 2024

Scendeva dal camino

Scendeva dal camino, per questo si lasciava, solo per la notte scorsa, qualche carbone acceso. Chissà quanto freddo avrebbe dovuto sopportare nel suo viaggio sulla scopa. Con questo vento poi, povera vecchia, avrebbe faticato più del solito per correre controvento. Non sarebbe stato facile neanche fermarsi con le raffiche alle spalle. Avrebbe trovato riposo e tepore per qualche minuto, il tempo di scendere dal camino, tenere un'assemblea speciale e ripartire per un'altra destinazione dopo aver deciso se lasciare o no un dono. La decisione dipendeva dal risultato dell'assemblea in cui avrebbe chiesto agli animali di casa se erano trattati bene, se in quella casa trovavano cura e amore. Al centro ci sarebbe stata la vecchia vestita di stracci e intorno gli animali, ognuno in attesa di riferire la sua versione dei fatti.  Per quella notte gli animali avrebbero parlato proprio come noi e ci avrebbero giudicati. La vecchia avrebbe accolto il loro responso e deciso di conseguenza. Il desiderio di assistere a quel consiglio era smisurato.
Ho desiderato tanto vedere quella vecchina ma guai a volerla scorgere, sarebbe svanita e mai più ritornata.
È quello che è accaduto. 
L'abbiamo vista, svelata, scoperta. L'abbiamo profanata con i nostri occhi, l'abbiamo violata. Da allora non l'abbiamo più vista. Gli animali restano muti tutto l'anno. Nessuno ci giudica più.

martedì 12 settembre 2023

Tutti a teatro, tutti a teatro


Danzano sul sipario di un filo, danzano davanti agli occhi indossando la nostra maschera. Che fantastiche attrici sono, con quale leggerezza assumono la nostra stessa forma e noi cediamo loro un po' della nostra disgrazia pensandole animate solo dal vento in un teatro affacciato sul cielo, aggrappati a un filo che a malapena teniamo stretto tra le dita consumate dal sole e dagli anni. 

Se c'è una cosa che rappresenta, come in un teatro una commedia, la forma della vicenda umana, sono le mollette di legno del bucato. Le mollette ormai invecchiate di legno gonfio di umidità, deformi nella loro ostinata funzione di tenere fermo un lembo di tessuto con due dita storte aggrappate al filo di ferro. Non hanno più presa, il ferro arrugginito non ce la fa a tenere allineati i legni, per le imprevedibili fantasie del caso un braccio è più annerito e consumato dell'altro e quasi si accusano a vicenda di non essere più all'altezza del compito che un tempo assolvevano con tanta precisione, eppure sono sempre stati insieme, insieme hanno tenuto lenzuola sventolanti sui terrazzi, bandiere di nessuna terra conquistata, tenute da mollette che nulla potevano sapere del loro tragico mestiere. 🌾🌹

venerdì 7 luglio 2023

Il canto delle cicale

Quest'anno Balbec è affollata come piace a me. L'albergo è vuoto e a guardare bene l'albergo non c'è, anche se due chiacchiere strampalate con il direttore m'avrebbero sicuramente divertito ma soprattutto neanche l'ombra di quelle noiosissime fanciulle infiorate. Siamo io e la torre che più mi avvicino più si allontana, perché la torre è nebbia tra vero e immagine, la torre è il miraggio della mia immagine allo specchio. Sfugge solo a chi vuole vederla sul serio. A chi non vuole cogliere altro che la sua superficie essa si dà, si dà tra i ginepri, il mirto e il lentisco, tra i fiori di timo la si può persino toccare, si dà come si darebbe un piacere la sera che il mattino dopo è già dimenticato. Io e la torre, Drogo di queste lande con il riverbero di un chi va là tra le pieghe del vento che qui è di casa.


Qui il canto delle cicale copre il pianto della scavatrice,
la terra è rossa di rabbia,
fuoco di artificio di festa patronale.
La nostra specialità è pisciare controvento
e offrire ai vacanzieri di passaggio
una terra sdentata dicendo:
prendila, è vergine.  

Poi porto a casa purbacchia e carusella
e mi perdono anche la memoria che mi troveranno addosso.



4 luglio - Ritorneranno giorni locomotiva che trascinano vagoni di giorni e anni, passaggi di date da decifrare, combinazioni di numeri senza messaggi. Continua a correre il treno, i vagoni vuoti da tempo, così dicono, i suoi passeggeri sono scesi dal treno in corsa, sono saliti in altri treni, molti nel mio. Un salto e di nuovo in corsa, neanche il tempo di un respiro. Il mio treno è affollato, solo posti in piedi, i viaggiatori si scambiano occhi e silenzi. Passa ancora il treno che dicono vuoto, scende una bambina, indossa una veste bianca, in mano ha una girandola, negli occhi il mare. Guarda i treni che continuano a correre e sorride.

 


***
 
Una signora risponde stizzita su fb ai commenti alla notizia che lo yacht di Dolce e Gabbana è ormeggiato a Polignano. Scrive la signora: "La presenza di persone famose è solo motivo di prestigio non di commenti cretini da buzzurri che bivaccano nei cortili!" Faccio notare alla gentile signora che è molto probabile che D&G non leggeranno il suo ossequioso commento, la signora risponde: "e allora? Non scrivo commenti per Dolce e Gabbana. Scrivo commenti perché reputo disgustoso i commenti cretini e da sottosviluppati che leggo."
Ho scorso i commenti, non mi è sembrato di leggerne di disgustosi, anche a me avrebbero dato fastidio. La gran parte esprime indifferenza, altri stupore per il supposto eccesso di attenzione mediatica, altri ancora si chiedono se questo "prestigio", come piace chiamarlo alla signora in questione, non comporterà rincari per la gente normale. Infine, per la gioia della signora, diversi commenti si dicono felici della presenza in Puglia di persone famose.
Nel mio ultimo commento alla signora ho scritto di essere d'accordo con lei sul fastidio per i commenti disgustosi ma che trovo disgustose le ragioni per cui lei ha scritto il suo commento, le ragioni e i modi.
Giorni fa scrivevo, riferendomi al Salento (Polignano non lo è), che la nostra specialità è pisciare controvento e che ormai siamo diventati i magnaccia della nostra terra spergiurando sulla sua verginità. Ecco, intendevo questo.
Da parte mia sono altre le fonti di prestigio e non farò l'elenco perché sta diventando sempre più difficile esprimerlo, ha a che fare con roba desueta: storia, arte, storie soprattutto, quelle considerate minori. Tutta roba che con tutta probabilità né D&G né gli odiati buzzurri della signora e neanche lei possono permettersi. Ovunque si vada se non si cerca questa roba qua non si vede nulla. Oltre il proprio naso, ovviamente.

martedì 25 aprile 2023

Storia di una rivoluzione

 - Nel cassetto del mobile grande, sotto le lenzuola.

- Non la troverà?

- No, la nasconderemo in fondo al cassetto. Lì mamma non arriva.

La pistola veniva da lontano, la guerra era finita ma bisognava tenerla per la rivoluzione. Servono cuori ben armati per la rivoluzione, cuori e mani e occhi per non farsi accecare, occhi attenti come quelli della bambina che guardava il fratello maggiore e il cognato davanti al comò dove mamma conserva le lenzuola, le federe, le tovaglie. 

Hanno un oggetto strano tra le mani, cosa staranno facendo davanti al comò? - Piccola non dire niente alla mamma, mi raccomando, è un gioco, non ci tradire, altrimenti mamma si arrabbia.

La bambina non può tacere, i suoi occhi non sanno stare muti davanti agli occhi della madre che sa leggere gli sguardi.

In casa mia non le voglio queste cose, abbiamo visto abbastanza tragedie. Via, via da casa mia questi arnesi del diavolo.

La pistola fu gettata lontano dove non poteva essere ritrovata. Restò negli occhi della bambina che molti anni dopo mi raccontò come sua madre fermò la rivoluzione.

Buon 25 Aprile. Buona festa della Liberazione 🌹

lunedì 5 dicembre 2022

Archetipi

 



La pioggia dell'altro ieri notte ha riempito la ora*, non completamente ma abbastanza per risvegliare l'appetito della nostra Cariddi, creatura primordiale, gorgonica bellezza di una terra che apre le sue fauci e divora le acque che mamma bambina rivestiva della meraviglia di chi si risveglia con un lago ai suoi piedi e una tavola legata a riva bastava per farne una barca. Si rideva in famiglia pochi anni fa della tragedia sfiorata per salvare una capra tra le urla di chi la voleva salva e le bestemmie di chi per salvarla stava per annegare.
La ora è l'anima primordiale del mio paese, limo di fertilità dopo aver sommerso tutto. Oggi mostra la nostra vergogna, come una madre che rimprovera i figli in piazza, così dopo la pioggia forte la ora raccoglie carcasse di frigoriferi, lavatrici e spazzatura di ogni sorta e la ammucchia davanti alla sua bocca per soffocare la parola, per impedire di urlare ma mostra tutto, chiaramente, anche tacendo lo fa a gran voce, perché tutto si veda e tutti ne proviamo vergogna, quel poco che ne resta.
Faceva paura la ora, nell'età innocente si cresceva con le raccomandazioni di starne lontani, garanzia di un bisogno di guardare dentro l'abisso. Solo l'innocenza poteva smettere l'abito della paura e indossare quello della gioia quando la valle si colmava d'acqua. Lo spettacolo sarebbe durato poco tempo, qualche giorno, forse ore e la ora avrebbe inghiottito tutto. L'abito della paura e quello della gioia, non erano forse i due risvolti dello stesso abito dell'innocenza?
Non fa più paura la ora, il mostro primordiale non è più l'archetipo dell'oltre confine. Non fa più paura la sua bocca rifatta, come in quegli interventi estetici per rifare le labbra a vecchie signore che rivogliono indietro gli anni buttati via insieme ai calendari. Ai confini del paese oggi c'è solo un fenomeno carsico. Regimentato!

Il vecchio mostro vive nella memoria dei suoi ultimi figli. Quei figli cui manca la paura contadina della ora, faccia triste del rispetto, manca la tremenda bellezza del suo ignoto tortuoso dedalo sotterraneo, spaventoso a immaginarsi, spaventoso perché solo immaginato, manca l'innocenza nuda che sapeva cambiarsi d'abito di buon mattino, dopo una notte di pioggia battente.

* Ora... vora... voragine.

martedì 11 ottobre 2022

I fiori del cappero

“Io so per esperienza quanta bellezza portò seco Satana, quando cadde. Nessuno ha mai detto che gli angeli caduti fossero gli angeli brutti.“ Graham Greene, Il potere e la gloria.


Hai mai raccolto i capperi? La pianta del cappero è bassa, sembra eruttare dalla terra, come una polla verde. Ogni cappero è una goccia e per raccoglierli ti devi chinare. Li devi raccogliere uno ad uno, con la punta delle dita. Una leggera pressione delle unghie per tagliare il picciolo, senza strappare. Quando hai finito la raccolta fanno male le mani e la schiena. Così è nel mio confessionale. Raccolgo i peccati come i capperi, uno ad uno, schiena curva, senza strappare. Peccati innocenti, senza alcuna pretesa di guadagnarsi il paradiso con un perdono dispensato con malagrazia per avere osato considerare peccato una rivendicazione. Di questo passo si rischia il peccato di superbia!

Povera gente, se non avessero Dio con cui prendersela non avrebbero nessuno cui chiedere conto delle loro fatiche. Celebro messa con il vino di campagna, aceto nelle città e a volte prendo l’uno per l’altro. Abituato a mandare giù tutto neanche me ne accorgo, ché il corpo e il sangue di Cristo può avere le sue sante ragioni per essere di malumore e certo che deve averne di ragioni a vedere questa gente che attende la pioggia e poi ne arriva troppa, magari insieme alla grandine che distrugge tutto e sì che gli tocca invocare il sole come prima hanno chiamato l’acqua.

Come possono non prendersela con Dio se da lui vengono le promesse? Non doveva promettere fiumi di latte a questa gente abituata al vino guasto. Doveva dire “seguitemi anche se non so dove vi porto, ovunque sia ci arriveremo insieme.” Gli avrebbero chiesto “perché seguirti allora?” e lui avrebbe risposto “perché non avete nient’altro!”. Forse è proprio così che è andata ma poi hanno voluto credere ad altro. Si sa come succede tra gente ignorante. Dici una cosa e se ne capisce un’altra ed è quello che è successo visto il riverbero dell’incomprensione anche nelle alte sfere. Sono stati scritti poemi e divine commedie sul cammino ultraterreno quando qui crescevano i capperi e le mani per raccoglierli erano sempre di meno e facevano sempre più male.

Anch’io ho avuto le mie sviste. Ho studiato teologia per riconoscere Dio in un rospo nero e indurito al sole lungo una scala santa, aveva il volto del demonio e non vedere la somiglianza con quello che cercavo era la mia superbia. Ho studiato il pensiero dei senza Dio per capire che la rivolta era la preghiera di chi si sentiva abbandonato da Dio. Ho educato i miei occhi a vedere la luce che viene giù come acqua di temporale. Le cose e gli uomini non sono mai soltanto quello che dicono di essere.

Oh l’amore, va nominato con parsimonia, quasi pudore, come di una porta spalancata che lascia vedere segreti di famiglia che non si vuole far conoscere. La mia missione è parlare dell’amore e non ho mai conosciuto un Proteo più mutevole, sempre disposto a cambiare volto e abiti. Oggi si veste di acredine, in serata di odio, domani sarà di nuovo affetto e colpa e col passare delle ore il volto gli si infiamma d’ira e bastano pochi minuti perché abbia il volto sereno della buona morte. Quello è brutto come il peccato, si dice. Beata innocenza! Le cose non sono mai solo quello che sembrano.

Ho studiato a lungo per riconoscere i peccati e imparare a raccoglierli uno ad uno, prima che si aprissero, come fa il cappero con i suoi fiori. Hai mai visto i fiori dei capperi? Se non li hai mai visti non puoi capire la loro bellezza. È quasi un abuso chiedere a questa gente di pregare. Questa gente sgrana rosari di pietra per costruire case e ripari disseminati nelle campagne, perle unite da muri a secco in una collana di misteri che nessun libro di preghiere può svelare.







domenica 24 aprile 2022

Negli occhi

Entrasti in casa mia facendo irruzione. Neanche ti degnasti di bussare, malafimmina. Sei entrata come un fulmine. Un rumore assordante schiantò la porta di casa. Un’anta si fermò sul muro della stalla, l’altra cadde nel pozzo. A me sembravi l’angelo dell’apocalisse e invece eri tu, malafimmina. Io non ti volevo fare entrare in casa mia. Ti facevi chiamare Storia e in paese non ti conosceva nessuno. A casa mia nessuno sapeva niente di te. A me bastavano i fatti di tutti i giorni. Nella mia storia mio figlio sarebbe tornato a casa dopo il lavoro, mi avrebbe chiesto come è andata la giornata e io mi sarei lamentata del maltempo e dei dolori alle ossa. Da quando sei entrata in casa mio figlio non tornerà più. Lo hanno ucciso e insieme a lui hanno ucciso me. Altri leggeranno nel mio nome il mio destino, come se fosse bastato un altro nome per avere un altro destino. Me lo hanno cambiato il nome, per colpa tua me lo hanno cambiato. Me lo hanno cambiato dopo, quando ormai tu mi avevi trovata e un nome valeva l'altro. Ora non so più chi sono. Da questa casa non uscirò più e non uscirai più neanche tu. Dico a te malafimmina, sei voluta entrare in questa casa e allora ti toccherà vivere con me fino alla fine dei miei giorni. Ti toccherà guardarmi negli occhi ogni ora del giorno e della notte. Io non uscirò più da questa casa e tu resterai qui con me. I miei occhi saranno la tua e la mia pena. Ti toccherà guardarmi negli occhi quando dici che per te si muore a vent’anni. Ti toccherà guardarmi negli occhi ogni volta che ricordi i tuoi eroi. Li chiami figli ma tu non li hai partoriti. Tu non hai gridato mentre il ventre si apriva per darli alla luce.Tu non hai sentito sulla tua carne il calore della loro bocca mentre tirava il latte dal tuo seno. Il tuo seno è freddo come le tue lapidi, la tua memoria è fredda, i tuoi discorsi sono freddi, i tuoi libri sono freddi e io non so neanche leggere. Io non li so leggere i tuoi libri e tu non sai leggere i miei occhi. Analfabete tutte e due, resteremo in questa casa fino alla fine dei miei giorni.

lunedì 15 novembre 2021

Altre geometrie

I giorni erano frutta nel piatto al centro della tavola, il piatto aveva offerto secoli di sole spietato e inattese nevicate che avrebbero accolto i morti e cacciato di casa i vivi, in cerca di pane in terre sconosciute. La gente usava parole che non avremmo capito, il tempo ce le avrebbe insegnate, il tempo le avrebbe portate via. Era destino di famiglia partire con la neve. Era maturo il giorno, spiga di grano da mietere con la falce di un tramonto caldo, ultimo dissenso dalle tradizioni di casa. 
La lama di luce taglia occhi violati dagli sguardi desiderati lungo il cammino di una vita breve.
Assi cartesiani o dell'esattezza disponibile


 

U jentu osci scata nfacce
comu nu cattu rrabbiatu
caccia l'ugne mpacciutu
Cerchi a mantagnata
cu lu ncarizzi nu picca
Te rispunne 'vabbanne
ci nu boi te scaranfu'
mina polvere intra l'occhi
e se ne fuce.
E sciurnate te jentu forte
sapune te lumìa susu i tisciti
quannu ti rusichi
e la carne te usca
finu intra l'osse
...




E poi c'è il vento caldo che soffia sulla faccia e i lenzuoli che sbattono senza tregua sui terrazzi, bandiere di quotidiane guerre senza vincitori, i cumuli di foglie che vorticano agli angoli della strada, il cielo è un ricordo, incerto se fermarsi o correre via, un passante scambia un saluto con una foto che sorride sul sagrato della chiesa, il tempo dondola sui rami... ordinario novembre.




Aprire una finestra nel muro
come si aprono gli occhi la mattina,
un tentativo cisposo di accogliere la luce,
mendicante in cerca di riparo.

Oggi il mare ha tanto da dirgli, nessuna parola,
solo onde e tempo che ribollono sugli scogli.

Forse le foglie cadute formano un disegno. Forse l'autunno parla una lingua che non conosciamo. Dopotutto basterebbe cercare i punti, unirli, combinare le forme con un qualche senso che sia compatibile con la nostra stessa esistenza o che non strappi la rete di utili menzogne. Follia forse, ma non è quello che facciamo per tutto il tempo che ci è dato vivere?



Nel museo vivente dei quartieri popolari, dove le muse sono di casa, si cammina tra elfi di rugiada dormienti su arabeschi di ombre e orizzonti di tetti diruti. Nel silenzio domenicale si svegliano angoli di Roma che in altri giorni restano soffocati dal rumore dei motori che soffoca anche la memoria ma quello che più di tutto si imprime negli occhi e nelle orecchie sono i discorsi da balcone a balcone, spesso fatti di poche frasi scambiate tra donne che hanno conosciuto il quartiere quando era ancora giovane. Di quei discorsi non si hanno foto che non siano frutto dell'immaginazione.
- oh ciao, pensavo fossi partita?
- e ndo annavo? Na vorta de sti tempi annavo a raccoje l'olive ma mo nu je la faccio.
- come nu je la fai? Sei giovane.
- eh giovane sì!

Cosa porti nella valigia quando parti per tornare nel tuo paese? porti le parole che volano come zolle di terra dalle ruote dei trattori. Porti una fila di formiche che salti per non disturbare la processione sacra. Una valigia stipata di amuleti e talismani che non si chiude neanche saltando sopra con tutto il peso delle generazioni, una valigia che porti dietro soltanto nei viaggi di ritorno... Esisteranno altri viaggi che non siano di ritorno?


Si queris miracula nel cancello di una cappella, si cammina sui volti lisci di marmo delle lastre tombali, sulle colonne immagini sbiadite. In pochi passi la storia del mondo, poi si esce all'aperto per distrarsi un po'.

lunedì 25 ottobre 2021

Pensieri differiti

"E un'altra cosa so della felicità, che essa è muta. È la perfezione e non consente di essere interrogata. Soltanto il suo esatto contrario ce ne offre, benché approssimativa, una misura. Lo specchio della felicità è il dolore, le sue tenebre danno rilievo a delle forme altrimenti accecanti." Vasco Pratolini, La costanza della ragione, 1963.


Non ricordo più come ci incontrammo ma al primo incontro mi diede una rosa bianca che non ho più dimenticato. Volevo dirle che ne avevo ricevuta una uguale quando sono nato ma forse non avrebbe capito.
Ci scambiammo i nomi e i volti, il mio forse appassito dopo poche ore, il suo ancora disegnato di un gentile sorriso.
Indossava il suo nome con timida eleganza, altri l'avrebbero chiamata discrezione, io sapevo, ne ero convinto, che le costava fatica indossare un abito che poche donne indossano, una pelle troppo sensibile per un sole uguale per tutti. Mi donò il suo nome come si dona una carta preziosa per avvolgere anche i ricordi che non mi appartengono, oggi che mi mescolo tra la folla per continuare a fingere che tutto abbia un senso.



Non basta sentire il proprio dolore per essere vivi. Non basta. Per essere veramente vivi bisogna anche sentire il dolore degli altri. Solo così ci si può preparare alla morte, altrimenti la morte non è qualcosa che abbiamo davanti ma alle nostre spalle. Essersi lasciata la morte alle spalle, sogno oggi largamente realizzato, salvo improvvisi risvegli, significa essere già morti e questo fa di quegli improvvisi e spiacevoli risvegli un sogno nel sogno. Un doppio sogno che facciamo da morti.



Sentire il bisogno di camminare così a lungo da non sapere più se le gambe che fanno male sono tue o di un altro. È questo vivere?

sabato 2 ottobre 2021

Nato nell'800

Sono nato nell'ottocento quando ho conosciuto i miei bisnonni. Ne ho conosciuti quattro. Mamma aveva fretta di farmi vedere il mondo, lo avremmo scoperto insieme. 

Con i miei bisnonni, con i loro figli, con le loro figlie ho visto due guerre mondiali. Ho vissuto storie tremende che fanno tremare le ossa nella carne. Bellezza impastata con il sangue, povertà e decoro. Ricchezza autentica, inestimabile. La loro lezione mi impedisce di apprezzare chiunque paragoni le attuali febbricole, economiche o sanitarie, alla guerra. Chiunque, anche di indiscutibile levatura.

Da piccolo, con i loro arrivederci, ho scoperto la morte. Qualcuno è andato via per stanchezza, qualcuna perché aveva fatto un voto, la mia vita per la sua. L'ultimo vecchio compagno l'ho salutato qualche anno fa. Ieri. 

Mi hanno insegnato la profondità del tempo. Con loro sono nato quasi due secoli fa. Con me loro vivono ancora. Tutti.

domenica 13 giugno 2021

Acque


L'acqua bolle sul fornello, è pronta per calare la pasta. Altra acqua bolle nel ventre di Maria. O madre santissima, proprio oggi, giorno di Sant'Antonio piccolo che per quello grande toccherà aspettare settembre. Gli uomini alle messi e non abbiamo da festeggiarlo come merita. Scivola tra le gambe l'acqua e bussa forte alle porte del mondo questo bambino. Toccherà mettergli il nome del Santo. Se è maschio ho pensato di chiamarlo Luigi, proprio oggi dovevi nascere figlio mio, questo sgarbo non posso farlo al santo, il suo nome devo darti. Gesucristu meu beddhu, fuciti fuciti ca quai sta se apre u mare! 

Bolliva l'acqua sul fornello, la pasta non fu calata. Altra acqua bolliva nel ventre di Maria.

Di quel secondo nome mio padre non seppe nulla fino all'appello al militare quando non rispondeva presente ai suoi due nomi, ripetuti più volte da una voce sempre più concitata. Dovettero gridarli forte quei nomi, insieme alla data di nascita e paese di provenienza, perché scoprisse che aveva anche il nome di battesimo di Sant'Antonio, per non dimenticare il giorno che era venuto al mondo...o come dice lui, il giorno che ha piantato la bandiera su questa terra. 🌹

sabato 3 aprile 2021

Il vento non basta

Il vento non basta per essere vento. È questo lo strazio benedetto d'essere umani, sentire il dolore di una carezza sulle mani che non bastano per essere mani. Impasto di simboli per le messe dei campi pesa sul cuore che non basta il cielo per tutta la luce che scorre tra le dita. Non basto io che oggi sono quello che è rimasto.

È tempo di sepolcri

È tempo di sepolcri, di vino che si fa sangue, è tempo di giardini cresciuti al buio e di resurrezioni rinviate, è tempo di attesa del rogo profano quando l'ultima penna sarà caduta, è tempo di tappe della croce dove passava il confine del paese che dopo era tutta campagna, è tempo di appuntamenti all'alba per partire zappa in spalla per un Golgota di terra rossa e pietre, è tempo di bocche di dama mangiate con un'altra bocca, è tempo di racconti ricorrenti di mia madre che alla fine della via crucis popolare ci chiediamo ogni anno quando sarà la prossima volta che faremo il giro dei sepolcri.



giovedì 18 marzo 2021

Di rovine e quotidiani incendi

Di rovine e quotidiani incendi, gli occhi si sfiniscono a pestare luce nel mortaio della testa. Il casale diroccato ha mura che mi somigliano e lamiere che lo circondano per evitare di passeggiarci vicino. Si trastulla lui nella sua poetica della distanza, di moda ultimamente. Lui ci è nato con quella fissa che non c'è alternative né altri con cui dividere le interiora. Ora lo circondano altre palazzine, gente strana che un tempo non si vedeva, lo guardano con sospetto, rifugio di zingari e malfamati, gente che mette in piedi un altare come può, ai piedi di un'albero la trinità fatta di tappi di bottiglia, la festa dello spirito. Gli annusano le terga al casale le palazzine, al casale e ai suoi campi che potrebbero farne parcheggi e chissà quali altre meraviglie, magari un bel centro commerciale dove portare i bambini a giocare tra mercanzie e carrelli della spesa. Crolli silenziosi sono all'ordine del giorno da queste parti. Sono discreti questi casali, crollano con pudore, di notte quando tutti dormono nelle loro case e pochi camminano nel buio, solitari e distanti anche quando non è richiesto, bolo masticato dal giorno e digerito nell'intestino della notte fino a che un'altra alba li caca, concime per un nuovo giorno.


La trovi qui l'eternità, la trovi qui la vecchia signora, sul finire del giorno, quando la pelle le casca dalla faccia e le rughe sono solchi così profondi che fai fatica a saltarli anche con il pensiero. La trovi qui la vecchia bagascia senza tutto il trucco che al centro le impiastriccia la faccia di marmi e decorazioni, che di tanto in tanto la ringiovaniscono con un lifting da manuale di chirurgia estetica per toglierle il fumo che le annerisce il viso e i cascami del tempo che passa a darsi al primo che passa. Torna qui tutte le sere la vecchia signora, tra i gatti selvatici e i fiori di campo, a godersi la frescura e un'altra messa in scena della morte.


Hanno la dignità silenziosa dei malati terminali questi casali, corpi in disfacimento e memoria viva che essere in salute davanti a loro è un affronto intollerabile da scontare sopravvivendo.

martedì 9 marzo 2021

Mappe

Pittura su pittura, strati di ricordi fatti e disfatti, tela lacera di giorni, tracce polverose di vita, mappe di continenti sconosciuti, terre inesplorate quotidianamente percorse. Gesti ripetuti in un rituale segreto che i membri di una famiglia eseguono senza conoscere. Muri crollati che non hanno retto alla pressione dei desideri accatastati fino al tetto, da non lasciare spazio per muoversi in casa. I brutti ricordi conservati nei cassetti come lettere scritte al primo amore che non si scorda mai. Nelle crepe si annidano i giorni come vermi imbozzolati in attesa di una primavera vertiginosa di luce e metamorfosi. Le croste sono le rughe sul volto delle donne che passavano con in mano una pentola di minestra fumante di erbe selvatiche, donne che ogni santo giorno hanno rovistato nel fondo del loro cuore in cerca di un oggetto che hanno perduto quando erano bambine e che non ricordano più, sanno solo che devono continuare a cercare. Le finestre che ogni giorno aspettano l'ora precisa e il sole per indossare gioielli di ombre. Porte di legno fradicio e tempo rugginoso nei cardini artritici, porte sante di giubilei quotidiani al ritorno dal lavoro. Tarli e ortiche sono le sentinelle di questi passaggi dove il tempo ha camminato avanti e indietro sulle gambe di bambini che si rincorrevano, uomini e donne che avevano in bocca le parole dell'alba per benedire il sole e invocare dèi crepuscolari che hanno lasciato ai gatti i loro regni. Il mondo partorito da quelle porte rientrava furtivo la sera dopo le scorribande di luce e cercava riparo intorno al camino grande che ci entrava tutto intero insieme ai morti e insieme cantavano salmi e arie d'opera per tutta la notte. Ci sono volti nella calce, grattati con le unghie degli anni, incisioni di pioggia e album di foto venate di muffa e umidità. Il velo di pittura è un raso lacero di sposa nel giorno del sacramento, quando tutti fanno festa e la morte è invitata d'onore perché sia riconoscente alla famiglia e lasci per ultimi i figli quando cerca gente per i suoi servizi. Donne che parlano di messe a suffragio e dell'ultima spesa a due passi dall'orizzonte tra terra e cielo. Uomini in cerca di lavoro, zappa in spalla e cuore addomesticato a battere con parsimonia per non sprecare emozioni da usare quando ce n'è bisogno. La faccia delle case screpolata dal vento di voci di gente partita in tempi remoti che tornano a raccontare vite come favole per tenere buoni i bambini. Processione lenta di solitudini che si cercano è rimasta nelle fessure dei mattoni e anime dannate sollevano le braccia al cielo nell'eterno pianto di polvere del tufo che si consuma giorno dopo giorno. Le stanze che hanno custodito schegge di eterno lasciano entrare luce diamante che continua a confidarsi con gli angoli della casa che nessun occhio oltraggia. I ragni tessono tele agli angoli per reggere arcate che altrimenti crollerebbero, spartiti di note mortali per chi osa suonarne le corde dove antiche matriarche rifacevano i letti con la preziosa cura che serve per dare un esempio a Dio per rifare tutto. Sono denti cariati questi muri nella bocca di un vecchio patriarca che non può masticare senza dolore e da tempo ha smesso di mangiare e chiama la morte come il sonno dopo una giornata di lavoro che ha rotto la schiena. Galleggiano ancora i pensieri tumultuosi nell'aria satura di tempo delle stanze che a metterci un piede dentro si viene trascinati da vortici di sguardi e onde di preghiere fino ad annegare nella tempesta. Le furiose carovane delle formiche assaltano scheletri di aria per consumare la vendetta dell'antica guerra combattuta quando queste mura erano abitate da altre formiche. Gli stipiti delle porte indossano sontuosi abiti d'erba e vento per ricordare i giorni di festa quando lontano da qui cominciava il tempo. Case dissanguate dall'emorragia di anni e chi le ha abitate è morto di troppi ricordi. Cosa sussurrano i muri? Cosa mettono nelle pieghe dei miei occhi? Spine di immagini disseminate in frammenti che compongo nelle notti insonni, quando tutto è chiaro in mia assenza.

venerdì 5 marzo 2021

Questa sera c'è Sanremo

"Questa sera c'è Sanremo, ho un buon motivo per chiedere a suo padre se posso vederlo a casa sua così posso guardarla da vicino. Lui sa che a casa non abbiamo il televisore e non dovrebbe insospettirsi, dopotutto ci frequentiamo da molto tempo. Mi sta insegnando come innestare la vite. Lui sa come si fa, mio padre è un maestro della rimonda degli ulivi ma la vite non è mai stata la sua specialità. Devo essere sincero, le canzoni non mi interessano affatto ma è un modo per starle vicino. Me la ricordo quando eravamo bambini, io più grande di lei  vendevo il latte fresco con la mia bicicletta. Avevo dodici anni e lei quattro, ogni volta che sentiva il campanaccio correva felice per suonarlo a festa. Che bella che era e come faceva suonare forte il campanaccio che tutta la gente correva a guardare e io che dovevo darmi un tono chiedevo a sua mamma di farla smettere. Signora, porta via questa bambina che non smette più di scompigliare il quartiere. Che bella che era e che bella che è adesso. Stasera c'è Sanremo e io posso vederlo insieme a lei. C'è uno che canta cuore matto che ti vuole bene e ti perdona tutto quel che fai..."

Da allora Sanremo è molto diverso, come è giusto e inevitabile, ma non potrò mai unirmi al coro di quanti dicono che è uno spettacolo inutile.

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