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lunedì 17 luglio 2017

Sublimazioni

A volte dire a qualcuno che ha rotto le scatole non dà quella soddisfazione necessaria per sentirsi completamente sollevato. Serve qualcosa di più liberatorio, una sublimazione dell'invettiva. Inevitabile ricorrere alla lingua di origine per queste cose, in quella abitiamo.


Certa gente è fastitiusa
comu nu stozzu te carne menzu i tenti,
te tanni cu la lingua
e nunn'è cosa esse nenti.
Poi nc'ete quiddhi comu spilazzi te finucchiu,
se critune carne te cavaddhu
e nu su mancu carne te pitucchiu.
Nu nc'è nazioni nu nci su confini
ddhunca vai vai t'ane rumpire i cujuni.
Nu la fannu riputata
è comu n'istintu, na calata,
ca puru ca nu boi
te ttuppa a lingua prima o poi.
Armamune te pacenzia
ca nu nc'è rimediu, nu nc'è tenzia,
ci oi cu campi serenu comu nu vagnone
tanne retta mie, fanne sine sine e none none.

***

A proposito di lingua d'origine. Di recente ho scoperto un cantautore straordinario, Mino De Santis. Ha già pubblicato quattro dischi dal 2011 ma l'ho scoperto da poco. Nelle canzoni di Mino De Santis c'è l'influenza di grandi autori come De Andrè, Gaber ma la sua originalità è prorompente. Ironia e compassione, un timbro unico e lontano dai cliché di moda di un Salento di notti della taranta a base di coca cola! Canta in dialetto salentino e in italiano. Il dialetto non è così stretto da non essere compreso anche altrove e, vi assicuro, è davvero un peccato che le sue canzoni non abbiano diffusione nazionale, ma sono sicuro che è solo una questione di tempo.



giovedì 6 luglio 2017

Note(8)

A fronte dell’accrescimento delle nostre conoscenze, che diciamo avviate dal programma di Bacone, è evidente che non è diventato più facile nutrire l’uomo né dal punto di vista dei bisogni primari né per la fame di significati. L’uomo cosiddetto occidentale o più precisamente nord-occidentale soffre, più o meno consapevolmente, un “male oscuro” dovuto all’asimmetria tra l’idealità e la realtà di uno sviluppo storico che l’avrebbe affrancato dai suoi bisogni.
Un primo livello di malessere è interno alle società occidentali stesse. In un contesto in cui molti individui possono accedere alla soddisfazione delle proprie esigenze (di bisogni primari e di riconoscimento sociale), il divario con le cosiddette minoranze (ve ne sono molteplici), vero o percepito che sia, diventa ancora più insostenibile e acuto per queste ultime. Un secondo livello di malessere è esterno alle società occidentali. A livello planetario non è onestamente possibile riconoscere uno sviluppo degno di tale nome se le risorse restano nelle mani di una esigua minoranza e la maggioranza dell’umanità è sotto i limiti della sopravvivenza.
Negli anni ’70 nell’ambito del dibattito tra etica e ambiente si invocava una coscienza di specie, ovvero la consapevolezza di essere il risultato di un processo evolutivo comune al genere homo che se da un lato non consente di distinguere l’umanità in base alle aree geografiche e ai percorsi storici che si sono realizzati, dall’altro lato non consente di ignorare la continuità con gli altri organismi viventi. Ma restando solo al primo aspetto, inerente il principio di solidarietà esteso oltre i confini delle nazioni, occorre sottolineare che per imboccare consapevolmente la strada di una coscienza di specie è necessario ancora risolvere i bisogni dell’uomo, quelli alimentari e quelli sociali.
Senza soddisfare quei bisogni, dati per risolti ma ancora pressanti fuori e dentro la società occidentale, si correrà il rischio che grosse fasce dell’umanità vivano le varie crisi occidentali come un gioco tutto realizzato tra soggetti delle classi più agiate in cui le crisi, della scienza, dell’ambiente e quant'altro, nascono, crescono, muoiono e resuscitano a seconda delle più opportune esigenze dei tempi per compensare un tedium vitae salottiero da circolo intellettuale.
Il collasso in corso nel mondo occidentale sta nel credo che lo sviluppo, sensu crescita economica, è la base per la soluzione dei mali dell’uomo e nell'abbandono delle istanze di solidarietà che hanno operato dal secondo dopoguerra fino all'inizio degli anni '70, almeno all'interno del mondo occidentale. Oggi è diventato evidente che Mida non può fare niente per spegnere la fame di Tantalo ed è altrettanto evidente che bisogna operare una accorta distinzione tra una parte buona dello sviluppo, sensu togliere dal viluppo, relativa all’affrancamento dai bisogni e alle conquiste sul terreno dei diritti e una parte meschina dello sviluppo dai risultati devastanti, relativa alla bramosia dell’accumulo che non risponde alla domanda di bisogni ma a quella di dominio.

martedì 4 luglio 2017

Note(7)

Desideriamo il bene comune come desideriamo una casa, un’automobile o un libro? Nel '700 John Locke riconobbe, con una certa riprovazione, che il piacere individuale è il principio guida del comportamento umano. Nello stesso secolo Adam Smith istituì su questo principio le regole dell’economia così come oggi siamo convinti di conoscerla.
Le successive letture di Locke e Smith, allegre quanto quella che dell’asceta Epicuro ne fa un laido sensista dedito ai piaceri più sconci, sono la regola per un'umanità non avvezza alla complessità dell’esistenza e sempre bramosa di qualcosa a patto che non sia troppo impegnativo ottenere.
Anni fa una campagna pubblicitaria di carburanti poneva l’inquietante domanda se conosciamo le potenzialità del nostro motore, sottintendendo ovviamente di avere il segreto per ottenere le massime prestazioni da quel gioiello della tecnica che con duro lavoro e tanti sacrifici abbiamo acquistato. Quella domanda, inquietante al punto giusto, potrà essere sicuramente soddisfatta mentre altre domande, più inquietanti perché prive di risposta, seguono la strada della rimozione e della banalizzazione.
Di fronte all'assoluta certezza del poco tempo impiegato per raggiungere i 100 all’ora gli insipidi richiami alle antiche virtù non sono che un basso continuo camuffato da contrappunto, richiami stanchi di quel “nano piccolo e brutto” che Walter Benjamin riconosceva già nella teologia dei suoi tempi. Chissà come vedrebbe quel nano oggi! Di fronte al vuoto di domanda sulle potenzialità umane si alzano le starnazzanti risposte delle new age di ogni epoca, consolidate o nascenti, che fioriscono sulle macerie umane, creando mondi e visioni che siano facili surrogati di ciò che ci molesta con la sua imbarazzante evidenza e la sua sconsolante complessità. Di fronte alla titanica impresa si fa quel che si può, in occidente la tradizione religiosa a fronte dell’incapacità a trattare temi etici si gingilla da secoli con raffinati sofismi dottrinali mentre la sua controparte secolare dimentica della politica si intrattiene nelle transazioni economiche, avatar del mercato.
La domanda inevasa è se il bene comune è nell’elenco dei nostri desiderata o non fa parte dei nostri bisogni perché troppo complicato da teorizzare, formalizzare, figuriamoci da praticare. E allora consoliamoci con facili comandamenti, con un buon carburante e del raffinatissimo olio lubrificante che farà rombare il nostro motore evitando di farci ascoltare quel fastidioso ronzio dell’anima che nonostante tutto ci portiamo dietro senza neanche chiedergli il pedaggio.
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