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giovedì 27 aprile 2017

L'ideologia delle ghiande

Q9 §131. Passato e presente. L’attuale generazione ha una strana forma di autocoscienza ed esercita su di sé una strana forma di autocritica. Ha la coscienza di essere una generazione di transizione, o meglio ancora, crede di sé di essere qualcosa come una donna incinta: crede di stare per partorire e aspetta che nasca un grande figliolo. Si legge spesso che «si è in attesa di un Cristoforo Colombo che scoprirà una nuova America dell’arte, della civiltà, del costume». Si è letto anche che noi viviamo in un’epoca pre-dantesca: si aspetta il Dante novello che sintetizzi potentemente il vecchio e il nuovo e dia al nuovo lo slancio vitale. Questo modo di pensare, ricorrendo a immagini mitiche prese dallo sviluppo storico passato è dei più curiosi e interessanti per comprendere il presente, la sua vuotezza, la sua disoccupazione intellettuale e morale. Si tratta di una forma di «senno del poi» delle più strabilianti. In realtà, con tutte le professioni di fede spiritualistiche e volontaristiche, storicistiche e dialettiche ecc., il pensiero che domina è quello evoluzionistico volgare, fatalistico, positivistico. Si potrebbe porre così la quistione: ogni «ghianda» può pensare di diventar quercia. Se le ghiande avessero una ideologia, questa sarebbe appunto di sentirsi «gravide» di querce. Ma, nella realtà, il 999 per mille delle ghiande servono di pasto ai maiali e, al più, contribuiscono a crear salsicciotti e mortadella. (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1948.)

giovedì 13 aprile 2017

Gli errori cognitivi dell'animale razionale (2)

Nel precedente post ho riportato in sintesi alcune trappole cognitive in cui incorriamo quotidianamente. Non mi sono avventurato nel terreno dei perché. Perché cadiamo in queste trappole? Quali sono le implicazioni e le conseguenze di questa nostra predisposizione? Rispondere a queste domande è molto più impegnativo di una descrizione delle distorsioni cognitive e io non ho la pretesa di farlo né le competenze ma può essere utile rifletterci.

Una cosa è certa. E' facendo affidamento su queste distorsioni cognitive che buona parte della pubblicità costruisce i suoi messaggi e questo accade in tutti quegli ambiti della comunicazione in cui la complessità viene semplificata ben oltre il confine della banalizzazione. Pensiamo al ruolo della "narrazione" in politica, o detta in maniera semplice, appunto, a come ce la raccontano! Come dice Kahneman: "costruiamo la storia migliore possibile a partire dalle informazioni che abbiamo… e se è una buona storia, ci crediamo". Pensa cosa può combinare chi sa sfruttare questa caratteristica per il proprio tornaconto! Non è un caso che gli studi sulle distorsioni cognitive condotti da psicologi e sociologi siano diventati di immediato interesse per l'economia e la finanza che con l'apporto di questi studi sono diventate economia comportamentale e finanza comportamentale. Se gli esiti positivi di queste conoscenze sono la presa d'atto delle trappole cognitive per evitarle e l'uscita dal paradigma dell'economia classica che descrive una razionalità che non esiste, è altrettanto vero che queste conoscenze si prestano a un uso distorto indirizzato alla manipolazione delle opinioni.

Dopotutto non siamo una specie così sapiens come ci piace credere. Prendendo seriamente in considerazione che l'imbecillità è una caratteristica costitutiva della specie sapiens, come suggerisce Maurizio Ferraris (L'imbecillità è una cosa seria, 2016), verrebbe da pensare se non sia il caso di ribattezzarci Homo demens! Alcune delle caratteristiche principali del nostro comportamento sono l'imitazione e la suggestionabilità, lati oscuri dell'empatia. I comportamenti di massa sono determinati da contagio sociale, manifestiamo forme di comportamento gregario che possono essere descritte con gli stessi strumenti con cui descriviamo il comportamento degli sciami di cavallette. Con le risorse del pianeta ci stiamo comportando esattamente come fanno lieviti e protozoi nei loro brodi di coltura, ci moltiplichiamo e consumiamo tutto fino a che ce n'è, poi restiamo intossicati dai nostri stessi rifiuti. Dopo milioni di anni di evoluzione della nostra specie ci comportiamo come lieviti e protozoi! Questa è la specie sapiens. Una specie che può avere coscienza individuale, che nella storia ha avuto anche coscienza di classe, salvo dimenticarla in fretta, ma che non ha ancora coscienza di specie.

Ci siamo evoluti in fretta e in un mondo relativamente semplice, ne avevo parlato tempo fa. Siamo passati da comunità di pochi individui al villaggio globale in tempi evolutivamente rapidissimi. All'origine della nostra evoluzione le decisioni coinvolgevano comunità di poche centinaia di persone e un intervallo temporale limitato. Dopo poche migliaia di anni, in seguito alle nostre attività, il mondo che ci circonda è diventato indicibilmente più complesso, l'orizzonte spaziale e temporale delle nostre azioni si è ingrandito fino a coprire l'intero pianeta. La cosa tragica è che in questo incremento di complessità ci sarà sempre un cretino a dispensare "nuovi modi di pensare" e "principi-guida" per affrontare le sfide del futuro affidando tutte le "soluzioni" alla chiaroveggenza tecnologica. Questa è l'era del cretino tecnologico che ignora il discorso politico e sociale ma gli fa la corte parlando di rinnovamento della partecipazione e di democrazia dei like. Tornano in mente in proposito parole davvero profetiche che Baudrillard scrisse nel 1987 nel saggio L'estasi della comunicazione: "Telematica privata: ognuno si vede promosso al comando di una macchina ipotetica, isolato in posizione di perfetta sovranità, a distanza infinita dal suo universo originale, cioè nella posizione esatta di un cosmonauta nella sua capsula, in uno stato di assenza di gravità che lo costringe a un eterno volo orbitale e a mantenere una velocità sufficiente nel vuoto sotto pena di venire a schiantarsi nel suo pianeta di origine."

La verità è che, nonostante tutta la nostra tronfia autostima per pochi millimetri di neocorteccia,  non siamo attrezzati come specie per stare al passo con l'incremento di complessità che viviamo quotidianamente. Gli studi sulle distorsioni cognitive rappresentano l'intuizione dei nostri limiti o, meglio, delle nostre caratteristiche. Già chiamarli limiti significa dare troppo credito al nome che ci siamo autoassegnati, quel sapiens che a volte è addirittura raddoppiato!  Mi direte, ma gli studi sulle distorsioni cognitive e sui filtri della percezione sono frutto di esseri umani! Vero, e qui si aprirebbe un discorso sul livello di consapevolezza potenziale e quello effettivo. Il livello di consapevolezza in condizioni "ideali" per pochi e quello effettivo nella vita quotidiana per tutti. Un discorso che non ha solo implicazioni evolutive ma anche sociali, politiche... Troppo difficile e poi anni fa Elias Canetti scrisse Massa e Potere, uno di quei libri infiniti che non si finiscono mai di leggere. Rimando a quel libro. Cosa potrei dire io di più significativo?

lunedì 3 aprile 2017

Gli errori cognitivi dell'animale razionale

"Homo oeconomicus è un concetto fondamentale della teoria economica classica: si tratta, in generale, di un uomo le cui principali caratteristiche sono la razionalità (intesa in un senso precipuo, soprattutto come precisione nel calcolo) e l'interesse esclusivo per la cura dei suoi propri interessi individuali." Wikipedia

Non so se voi avete mai incontrato questo fantomatico massimizzatore dell'utilità ma nel caso l'aveste fatto sappiate che avete visto una creatura mitologica e che la vostra esperienza è più incredibile della mia che ho appena finito di cavalcare Pegaso per fare quattro chiacchiere con Zeus che è molto triste perché nessuno gli dedica inni.

Nelle più difficili situazioni Homo oeconomicus si muove freddo, sicuro e calcolatore tra le varie alternative, valutando le conseguenze di tutte le sue azioni e facendo la migliore scelta possibile. Cosa volere di più dalla vita? Un lucano?

La verità però è molto meno appagante per il nostro ego evolutivo. Homo sapiens è un animale a razionalità limitata. Quella che nella nostra esperienza quotidiana chiamiamo razionalità è spesso la giustificazione a posteriori di scelte fatte con strumenti diversi da quelli razionali. Homo oeconomicus non esiste in natura. Per la verità avanzo qualche perplessità se sia corretto il nome sapiens ma una cosa è certa, Homo oeconomicus non esiste.

Abbiamo abilità limitate per comprendere e risolvere problemi complessi. Per superare i nostri limiti di elaborazione, memorizzazione, attenzione e quant'altro utilizziamo strategie e scorciatoie e passando attraverso queste scorciatoie facciamo le nostre scelte commettendo spesso errori che può essere divertente scovare.

Siamo costantemente soggetti alle più disparate illusioni ottiche senza nemmeno accorgercene. Cosa vedete nell'immagine? Il mezzobusto di un uomo o due uomini a cavallo? Il volto femminile tra le nuvole o quelli minacciosi nel terreno?


La rapidità con cui individuiamo alcuni dettagli piuttosto di altri dipende dalla nostra capacità di inquadrare le forme e assegnarle a un particolare contesto. In altre parole adottiamo un  approccio specifico ai problemi. Nel caso dell'immagine corriamo il rischio di focalizzarci su un aspetto escludendo le altre informazioni.
Questo non vale solo per le immagini e quello che affermiamo per le illusioni ottiche possiamo trasferirlo anche nel campo delle scelte "razionali". In questo caso l'illusione cui siamo soggetti è una distorsione cognitiva determinata dalle scorciatoie con cui affrontiamo problemi complessi.

Tra le scorciatoie più ovvie ci sono stereotipi e pregiudizi. Solo a nominarli si pensa male ma in definitiva sono una specie di pilota automatico utile per navigare nelle situazioni più complesse. Il problema è che stereotipi e pregiudizi ci impediscono di vedere strade alternative quando non ci portano a rovinosi schianti. Le strategie che usiamo per valutare le alternative sono le cosiddette euristiche, il pilota automatico di cui dicevo. Un pilota automatico può essere utile ma certamente impedisce di percorrere nuove rotte e quando siamo di fronte a strade mai percorse può farci schiantare.

Quando raccogliamo informazioni cerchiamo le risposte più disponibili in termini di tempo e sforzo cognitivo, spesso formulando un giudizio in base alla facilità e rapidità con cui vengono in mente episodi e informazioni da associare al giudizio in questione: se ci vengono in mente molti esempi allora siamo portati a credere che ciò avvenga anche nella realtà. Tendiamo a pensare per esempio che le principali cause di decesso siano eventi accidentali come gli incidenti automobilistici o aerei, incendi, atti terroristici piuttosto che malattie come avviene in realtà. Ciò è dovuto al fatto che le informazioni che riceviamo dai media rendono questi eventi particolarmente presenti nella nostra memoria e quindi è più facile recuperarli tra i ricordi. In questo modo commettiamo l'errore di considerare solo i fattori immediatamente disponibili e tralasciamo tutti gli altri.
Se parlassi di morti accidentali e vi chiedessi quale immagine non ha nulla a che fare con il nostro discorso con tutta probabilità risponderete che l'intruso è la piscina.


La cosa sorprendente è che, sebbene per ragioni opposte a quelle che state pensando, avete addirittura ragione perché la probabilità di annegare in piscina è più elevata della probabilità di morire nei restanti tre casi messi insieme! Quindi la piscina è veramente l'intruso perché è il luogo più pericoloso tra quelli mostrati.
Ma allora perché pensiamo che gli altri siano eventi maggiormente pericolosi? Perché quegli eventi sono immediatamente richiamati nella memoria e associati all'evento accidentale mentre la stessa cosa non accade per la piscina. E' lo stesso motivo per cui non pensiamo che la nostra casa è più pericolosa della strada quando invece i morti da incidenti domestici ogni anno superano quelli da incidenti stradali di parecchie centinaia, se non di qualche migliaio.

Lo stesso discorso vale per il gioco della lotteria. Sebbene la probabilità di vincere sia praticamente nulla rispetto a quella di perdere quando pensiamo alla lotteria evochiamo immagini di gente allegra e cartelli affissi alle ricevitorie "qui sono stati vinti x mila euro". Se però immaginiamo un post-it per ogni giocata senza vincita ne sarebbe tappezzata tutta la nazione! E ogni settimana ci sarebbe un nuovo strato di post-it!

Le probabilità sono una brutta bestia e sono ancora più bizzarre quando le affrontiamo con le nostre euristiche, le strategie di cui ho detto prima. Immaginate una lotteria con 10 biglietti disponibili al costo di 1 € ciascuno e un montepremi di 20 €. Sappiamo che ognuno dei 9 tipi qui sotto ha comprato un biglietto. Compreresti il restante biglietto? Tutto sommato la probabilità di vincere è 1/10 allora perché no? Spendo 1 € e se vinco ne ottengo 20. Compriamo pure un biglietto.


Ora immaginiamo di sapere che 9 dei 10 biglietti disponibili li ha comprati il tipo qui sotto. Compreresti il restante biglietto? Sì? No? Scommetto che stai pensando di no perché la probabilità che quel tipo vinca è altissima e quindi è facile immaginare chi può vincere il montepremi.


Invece la tua probabilità di vincere è sempre 1/10, non è cambiata per niente ma è cambiato il contesto. Il fatto stesso di sapere che un tizio possieda 9 biglietti ha cambiato la tua decisione di partecipare alla lotteria anche se questo non ha niente a che fare con la tua probabilità di vincere.

Eh sì le probabilità possono essere davvero insidiose e soprattutto conta molto come vengono fatte le domande. Immaginiamo di dover affrontare un intervento chirurgico. Abbiamo due alternative. In un caso ti dicono che la mortalità è del 10% entro sei mesi successivi all'intervento, nell'altro caso ti dicono che la sopravvivenza è del 90% nei sei mesi successivi. Quale intervento scegliete di fare?

Si fa presto a dire che sui numeri non si discute. Si discute eccome. Abbiamo un sistema psicologico per far di conto che qualcuno ha persino parlato di contabilità mentale!
Immagina di aver deciso di andare a teatro. Hai già comprato il biglietto al costo di 20 € ma quando entri in teatro ti accorgi di averlo perso. Per entrare ne devi comprare un altro. Sei disposto a pagare altri 20 € per un nuovo biglietto?
Ora immagina di vivere un'altra situazione. Hai deciso di andare a teatro ma non hai ancora comprato il biglietto. Quando arrivi in cassa ti accorgi di aver perso una banconota da 20 €. Sei comunque disposto a comprare il biglietto?

Scommetto un centesimo che nel primo caso avresti qualche resistenza a comprare un nuovo biglietto mentre nel secondo caso avresti poche esitazioni. Perché mai? Il biglietto vale 20 €, la banconota vale 20 €, perdere uno è come perdere l'altra. Questo dice la matematica ma non è quello che dice la nostra mente. Nel momento in cui decidiamo di andare a teatro apriamo un conto mentale con i 20 € necessari per comprare il biglietto. Se perdiamo il biglietto dobbiamo mettere altri 20 € in quel conto, quindi l'esperienza di andare a teatro la viviamo come se costasse 40 €. Se invece perdiamo una banconota non c'è alcuna interferenza con il conto mentale aperto per il teatro, quindi l'esperienza teatrale resta di 20 €. Bello eh? Come lo vai a spiegare a un economista (classico) che 20 € in un caso sono diversi da 20 € in un altro? Tempo perso. E' inutile farlo. Meglio avere a che fare con economisti illuminati che dialogano strettamente con psicologi.

C'è di più. A volte può capitare che 20 € valgano più di 1.000 €! Metti di dover comprare casa. Considererai pressoché di pari valore una casa che costa 195.000 € e una casa che costa 196.000 €. Ora metti di voler comprare una bottiglia di vino. Considererai di pari valore una bottiglia che costa 30 € e una che ne costa 50 €? Ovvio, direte, in un caso voglio comprare casa e nell'altro una bottiglia di vino, quindi conta il contesto. E' proprio quello che sto dicendo. C'è un contesto nella nostra testa in cui 20 € valgono più di 1.000 €, questo non accade nella mente di Homo oeconomicus!

Le più insidiose distorsioni cognitive a mio avviso sono le cosiddette trappole dell'apprendimento come la sistematica tendenza ad attribuire i propri successi alle proprie capacità e gli insuccessi alla sfortuna, agli altri ecc. La cosa triste è che nel caso di successi e insuccessi altrui si attuano processi opposti! Un'altra trappola è il meccanismo di autoconferma. Quando dobbiamo fare una scelta raccogliamo le informazioni che confermano la nostra scelta non considerando i fattori che invece la falsificherebbero. Furbi eh! L'apoteosi di tutto questo è il celebre effetto Dunning-Kruger. Individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità considerandosi esperti in materia.  Quanti ne avete incontrati? Consoliamoci con la distorsione opposta: soggetti esperti tendono a sottovalutarsi!

Queste e altre distorsioni cognitive saranno esposte da un mio caro amico in maniera divertente e coinvolgendo il pubblico in uno dei prossimi eventi di raccolta fondi a sostegno di Direttamente Onlus. Per chi fosse interessato consiglio di seguire gli aggiornamenti sul sito di  Direttamente Onlus oppure sulla pagina facebook.


Riferimenti  utili

Dan Gilbert, Why we make bad decisions. TED, 2005. Una conferenza da cui ho attinto molto. E' disponibile con i sottotitoli in italiano. Ne consiglio vivamente l'ascolto.

Federica Falcomer, Tra razionalità e distorsioni cognitive: L’home bias puzzle. Tesi di laurea, anno accademico 2012/2013.

Sara Zanin, Le scelte finanziarie tra finanza comportamentale ed alfabetizzazione finanziaria. Tesi di laurea, anno accademico 2012/2013.

Fabrizio Montanari (a cura di), Le distorsioni cognitive nei processi decisionali e negoziali: una review e alcuni esperimenti (I parte). Ticonzero, No 56/2005.

Se vi siete appassionati all'argomento cercate gli articoli di Kahneman e Tversky, due psicologi che hanno condotto studi straordinari.

domenica 2 aprile 2017

Note(5)

Una volta un creazionista[1] disse che l'insormontabile problema della teoria evolutiva è rappresentato dai cosiddetti anelli mancanti tra l'uomo e la scimmia, poi sollecitato dagli scienziati evoluzionisti di fronte alla scoperta dei fossili di pitecantropo il creazionista sostenne che se prima l'anello mancante era uno da quel momento in poi sarebbero stati due!
Il concetto di prova presuppone uno schema cognitivo condiviso, non solo la condivisione degli elementi che costituiscono prova di fatto da accogliere o confutare ma lo stesso concetto di prova. Basti pensare ai numerosi complottisti, ai vari visionari di scie chimiche, negazionisti del riscaldamento globale e dell'efficacia dei vaccini per avere un ampio campionario di soggetti per cui gli elementi di valutazione dei fatti, pur confermati in ogni discussione razionale, non costituiscono alcun valore di prova.[2]
Il livello di analfabetismo funzionale è fuori controllo e un esercito di imbecilli ha scoperto il profumo della ribellione al sistema scovando complotti anche nello scaldabagno di casa. Se fossi un complottista penserei che l'analfabetismo funzionale non è affatto fuori controllo ma, al contrario, un efficacissimo strumento di controllo del gregge.


[1] S. Jones, Scienza darwiniana e fantascienza biblica. MicroMega, 1/2006, p. 133.
[2] Nulla di nuovo sotto il sole, Giacomo Leopardi ne ‘La ginestra o il fiore del deserto’, ricorda alla gente del suo tempo “Così ti spiacque il vero/ Dell’aspra sorte e del depresso loco/ Che natura ci diè. Per questo il tergo/ Vigliaccamente rivolgesti al lume/ Che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli/ Vil chi lui segue, e solo/ Magnanimo colui/ Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,/ Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.”, Canti, Rizzoli, 1991.

domenica 26 marzo 2017

Note(4)

Povero Dio, ti hanno fatto maschio perché conoscessi tutto. L'onniscienza era necessaria per non sentire le sofferenze del mondo. Un mondo che hai generato da maschio, perché fossi stato femmina l’avresti partorito e nella memoria del dolore delle tue carni ne avresti sentito i lamenti. Avresti sofferto ad avere te stesso al centro del tuo pensiero e avresti maledetto te stessa della necessità di esistere. Da poco hai cominciato a sentire quei lamenti e il dolore ti sta dilaniando.
Povero Dio, ti hanno forgiato alibi di debolezze e sostegno di deliri di potenza. Non ti hanno creato solo per amore. Per troppo tempo la gloria ti è bastata per compensare le fatiche di sei giorni e ora che vai elemosinando amore come un mendicante qualsiasi nessuno ti vede. Uomini piccoli ti hanno creato piccolo, non puoi uscire da te stesso perché un Dio non ha altro che sé stesso ma forse una Dea sta soffrendo per te e per le tue creature.

lunedì 20 marzo 2017

Note

Su un muro di Firenze.
Anonimo, foto di marzo 2017
A Faber che ascolta.

Al centro della nostra vita sensoriale c'è la vista, questo sembrerebbe un fatto fisiologico ed evolutivo ma è anche e soprattutto un fatto culturale. Usiamo termini che si richiamano all'esperienza visiva per esprimere apprezzamento e valore o biasimo e incertezza. Un'idea chiarissima, un discorso limpido, l'evidenza dei fatti, un pensiero splendido, un percorso cristallino, una specchiata fama, un lucente avvenire, così come all'altro estremo usiamo una storia oscura, un periodo buio, una versione opaca dei fatti, un racconto poco chiaro, ecc.
Perché mettere in discussione questa supposta centralità dell'esperienza visiva rispetto agli altri sensi? Per sublimare una percezione alterata che rende insistente l'esperienza sensoriale attraverso sensi diversi dalla vista? Per utilizzare a fini performativi e artistici una patologia? Per focalizzare l'attenzione sulle esperienze sensoriali che abbiamo con organi diversi da quelli che riteniamo primari? No. Ognuna di queste spiegazioni è riduttiva, parziale, limitata e in fin dei conti errata.
Perché l'iperacusia o l'acufene dovrebbero condurre un artista a sviluppare e coltivare l'ascolto come principale esperienza sensoriale? Davvero è possibile pensare si tratti soltanto di un mirabile esempio di autoterapia?
Per un artista nato nel Salento non si può tentare una risposta a queste domande senza passare attraverso la lingua che ha avvolto l'artista già prima della sua nascita. Non si può prescindere dal dialetto salentino (di Melissano in particolare) e da una delle sue peculiarità per esprimere le esperienze sensoriali. Se il tatto, l'olfatto, la vista e il gusto hanno i loro corrispettivi verbi specifici (tocca, ndora, viti, custa), l'udito transita attraverso il grande fiume del sentire (senti). Nel mio dialetto non esiste ascoltare, l'equivalente di questo verbo è sintire che significa ascoltare ma esprime anche l'esperienza di qualunque altro senso così come ogni altra esperienza che coinvolga i sentimenti a qualunque livello: dolore, gioia, memoria, speranza. Ecco che sentire non è soltanto ascoltare bensì esperienza estetica totale, che coinvolge tutti i sensi e ogni livello emotivo. La cosa è rafforzata dal fatto che sentire veicola le percezioni di altri sensi come accade in italiano: senti ci ndoru (senti che profumo), senti u sapore (senti il sapore), senti comu è raspusu (senti come è ruvido). L'ambivalenza di sentire/ascoltare e sentire/provare una sensazione fa dell'ascolto un'esperienza sensoriale privilegiata. Solo attraverso questo filtro linguistico è comprensibile la necessità di fare dell'ascolto un'esperienza totale.
Ma c'è un altro livello interpretativo da considerare. Se le aggettivazioni che gravitano intorno alla vista rinviano alla ragione delle "idee chiare e distinte", l'ascolto (u sintire) chiama in causa i sentimenti. Si scorge un ulteriore elemento del discorso in cui i diversi sensi diventano metafora di differenti approcci verso l'esperienza, da un lato l'approccio razionale del vedere, dall'altro l'approccio sentimentale del sentire. Da qui si intuisce che il suggerimento latente di una performance dell'ascolto non è quello di una autoterapia per una forma patologica soggettiva, bensì quello di una terapia per una forma patologica sociale che ponendo al centro un'esperienza sensoriale/razionale perde di vista, è il caso di dire, ogni altra esperienza.

lunedì 13 marzo 2017

Note(3)

La confusione tra naturalismo metodologico e naturalismo filosofico è indice del delirio di onnipotenza scientifico originato da quell’innocente e disperato bisogno di inscrivere la complessità degli eventi in un orizzonte di prevedibilità. Arduo capire se questo rappresenta l’infanzia o la senilità della scienza, più facile sospettare qualcosa sullo scienziato che cade in simili malintesi. Giustamente i filosofi redarguiscono gli scienziati per questi errori e, in effetti, farebbe un gran bene avere maggiormente presente la cosiddetta fallacia naturalistica che David Hume ravvisò nel confondere essere e dover essere. Ma poiché errare è umano, anche la filosofia non rinuncia al privilegio.
Maurizio Ferraris[1] in un bellissimo libro di qualche tempo fa dedicato all’ontologia del telefonino, attribuisce alla filosofia di Kant la confusione tra ontologia ed epistemologia, ossia tra l’essere e gli strumenti della conoscenza dell’essere. Questo peccato originale, che trae origine dal soggettivismo di Cartesio, si estenderebbe, attraverso Nietzsche e Heidegger, fino alla filosofia di Gadamer e Foucault per diventare, in ambito post moderno, la negazione dell’essere. Per la verità il principio della negazione dell’essere è già in Anassimandro quando affermò che “i fattori da cui è la nascita per le cose che sono, sono anche quelli in cui si risolve la loro estinzione, secondo il dovuto, perché pagano l’una all’altra, esse, giusta pena ed ammenda, della loro ingiustizia secondo la disposizione del tempo” (fr. 1)[2]. Da Anassimandro la filosofia ha fatto molta strada e la negazione dell’essere si è molto articolata, quindi oltre alla fallacia naturalistica degli scienziati sarà indispensabile tener d’occhio anche la fallacia ermeneutica dei filosofi che, non meno insidiosa della prima, confonde l’essere e il potrebbe essere, ben celati dietro l’essere e il non essere ancora. Sul fronte realista non mancheranno filosofi dotati di idonei strumenti interpretativi per evitare la confusione tra ontologia ed epistemologia che l’ermeneutica riserva!


[1] Maurizio Ferraris, Dove sei? Ontologia del telefonino. Bompiani, 2005. pp. 193-204.
[2] Alessandro Lami, a cura di, I presocratici. Testimonianze e frammenti e frammenti da Talete a Empedocle. Rizzoli, 1991. p. 129.

martedì 7 marzo 2017

Note sull'8 marzo

Il mio contributo per la giornata dell'8 marzo dedicata alle donne è tutto in questo grafico e nelle foto che seguono.
La Onlus che insieme a due amiche ho messo in piedi per sostenere la scuola di Hands of Love a Nairobi organizza eventi per raccogliere fondi. Il prossimo evento è una visita il 1° aprile alla cappella del Sancta Sanctorum nel complesso della Scala Santa a Roma (dettagli per eventuali sottoscrizioni in questo sito).
Il grafico che vedete è il riepilogo delle visite che il prossimo evento ha ricevuto in facebook, potremmo considerarlo un indicatore dell'interesse per questo tipo di iniziative. Nel grafico sono riportate le visite per sesso e fascia di età che il sito ha ricevuto fino a oggi. In tutte le fasce d'età le donne manifestano più interesse rispetto agli uomini.

Clicca sull'immagine per ingrandire

***

Il 21 gennaio scorso, in occasione dell'inizio dell'anno scolastico di Hands of Love, si è tenuto nella scuola un incontro con le famiglie per discutere delle aspettative, di come organizzare i corsi e le attività della scuola. Quello che segue è la lettera e le foto che Terry Little, il fondatore di Hands of Love, ha inviato per l'occasione. Sami è il direttore della scuola.

"Ecco alcune foto del nostro incontro di ieri (21/01/2017) con i genitori della classe baby. Faremo un incontro con i genitori di ogni classe ogni settimana. C'erano 24 delle 30 famiglie rappresentate (22 madri e 2 padri). L'obiettivo era quello di condividere le aspettative - quello che ci aspettiamo da parte dei genitori e che cosa si aspettano da HoL. Sami sta preparando un piccolo resoconto della riunione, ma ho voluto inviare qualche foto nel frattempo."





Questo avevo da dire. Aggiungo solo che quella minoranza di uomini presenti in questo post mi fa sperare in un futuro migliore.

lunedì 6 marzo 2017

Note(2)

In molti filosofi è subdolamente presente, anche nei meno ‘umanisti’, ma non per questo meno antropocentrici, un rovesciamento della specificità umana nella priorità umana. Se il tema è la specificità umana allora non ci è difficile concepire la specificità anfibia per la rana o la specificità lepidotterica per una farfalla, se il tema è la priorità non c’è bisogno di scomodare secoli di riflessione filosofica, basta la forza.
Lo zoologo Frans de Wall ha affermato che “il posto speciale del genere umano nel cosmo è quello delle rivendicazioni smentite e dei traguardi spostati”[1]. Nella storia del pensiero di paletti per rivendicare l’unicità umana ne sono stati eletti a iosa: la mano, la realizzazione di utensili, il linguaggio, la capacità di provare empatia, il pensiero simbolico e nessuna smentita è mai seriamente servita a mettere in discussione il reputarsi “più che primi e più che principalissimi”, come prevedeva il Copernico di Leopardi[2]. Uno dei paletti più amati da tempo è il linguaggio, che negli umani ha raggiunto livelli di complessità certamente non riscontrabili negli altri organismi; ma se è vero che “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”[3], è vera anche una commovente debolezza nella comprensione dei possessivi.

[1] Frans de Wall, La scimmia che siamo. Garzanti, 2006. p. 234.
[2] G. Leopardi, Operette morali - Il Copernico, Dialogo. Garzanti, 1984, p. 284.
[3] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916. Einaudi, Torino, 1983. Par. 5.6 cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori. Vol 1, p. 796.

domenica 5 marzo 2017

Note(1)

Parliamo dell’umanità investendola delle conquiste nei più svariati ambiti del sapere: vette del pensiero, passeggiate nello spazio, scoperte e invenzioni che rivoluzionano il tempo e quant’altro l’umano agire produca. In questo modo le esperienze fatte da un pugno di individui passano all'intera umanità per una sorta di osmosi intellettuale. Ovviamente non metto in discussione la condivisione delle esperienze umane, al contrario mi chiedo se il tipo di condivisione, limitato alle conquiste del sapere e ignaro di quelle del sentire, sia reale partecipazione del consorzio umano.
Qualcuno sosteneva che l’uomo è molto avanzato nelle sue abilità tecniche a fronte di una arretratezza morale e sinceramente, pur con tutte le conquiste sul terreno dei diritti umani, non credo sia un’osservazione facilmente rovesciabile. Siamo tutti d’accordo sulla nostra natura sociale ma a volte ho la sensazione che questo desiderio di sentirsi parte della comunità umana sia basato su criteri decisamente poco impegnativi. Io posso condividere l’esperienza del sapere apprendendo da un maestro e questo comporterà impegno e dedizione anche per un tempo molto lungo, ma quel tempo sarà comunque limitato se lo confronto con quello che occorrerebbe per condividere l’esperienza del sentire con altri esseri umani che coinciderà sempre con la durata della mia vita senza mai ambire a un punto di stabilità né mai volendolo desiderare.
In questo territorio impervio ci muoviamo nell’ambito della soggettività, e per evitare le aporie scegliamo “la bonaccia della storia”, per usare un’espressione di Foucault, che nell’ondata del falso appagamento ci fa dimenticare quale possa essere il contributo di esistenze così diverse quali siamo risolvendole nell’oggettivazione, poco importa se scientifica o teologica, il crimine commesso è identico.

venerdì 3 marzo 2017

Un viaggio in periferia

Questo è un post breve dettato dall'esigenza di far conoscere ai miei pochi lettori le periferie di Nairobi, i luoghi di Hands of Love, la scuola che sostengo con  Direttamente Onlus.


In questi giorni Diego Stellino si trova presso Slum Child Foundation, una orgazzazione che opera nell'edificio accanto a Hands of Love e che si dedica a cambiare la vita dei bambini nati nelle periferie di Nairobi.

Diego ha aperto un blog per raccontare il suo viaggio e la sua attività: https://myslumxp.wordpress.com/

Nei suoi post potete leggere e vedere frammenti di vita delle periferie di Nairobi, degli "slum" e dei bambini che lì crescono.

Grazie a chiunque vivrà questa esperienza attraverso i suoi occhi e le sue parole. Grazie a chiunque sentirà vicine quelle periferie.

lunedì 20 febbraio 2017

Gli ignavi e la Storia

«Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa".»

Dante Alighieri, Inferno III, 49-51


Ho letto un interessante articolo di Carlo Stasolla a proposito delle ultime “dichiarazioni” di Salvini che invoca la “pulizia di massa con maniere forti”. Trovo condivisibili i contenuti dell’articolo di Stasolla ma oltre alla mobilitazione delle coscienze forse è anche necessario un richiamo alle istituzioni. Perché siano tali!

Esiste o no un dispositivo penale in questo paese che punisce l’apologia di reato? Esiste o no un reato di istigazione a delinquere? Esiste ancora l’obbligatorietà dell’azione penale della magistratura o no? Domande retoriche, perché l’istigazione a delinquere esiste eccome, ancora non l’hanno depenalizzata come è stato fatto con l’abuso di credulità popolare (significativamente depenalizzato da Renzi, immagino con tacita gioia di Grillo!), l’obbligatorietà dell’azione penale esiste eccome. Allora perché non si procede nei confronti di Salvini o di qualunque altro apologeta del reato? Di quali “maniere forti” parla? Glielo vogliamo chiedere o aspettiamo una marcia su Roma delle camicie verdi? Tempo fa in questo paese ci furono istituzioni ignave che nel timore di accendere i fuochi della rivolta non contrastarono le minacce degli squadristi neri, anzi ne accordarono il comando. Stiamo facendo la stessa cosa oggi con gli squadristi verdi?

Mi sbaglierò ma spesso mi capita di pensare che l’ignavia muova la storia più dell’azione. Sì, l’ignavia di pochi cui non può che seguire la reazione di altri. Reazione che non perdiamo occasione di dissezionare, analizzare e spesso ignobilmente condannare. Virgilio sbaglia quando dice a Dante di non ragionare degli ignavi, forse non resta fama di loro ma lasciano tracce profonde nella storia del mondo, eccome se ne lasciano. Quando invece delle camicie verdi si usavano le camicie nere la parabola dell’ignavia per evitare una guerra civile si concluse (o si sospese) con una guerra civile. Stiamo imboccando di nuovo quella parabola?

Ma non facciamoci prendere da preoccupazioni premature. Restiamo fiduciosi in attesa della prossima celebrazione commemorativa per lanciare un autorevole monito alle forze politiche perché si facciano garanti della civile convivenza.

mercoledì 8 febbraio 2017

Del ricordo ben temperato

La Storia non è mai stata avara di crimini. Ovunque volgiamo lo sguardo non c'è possibilità di non scorgerne, basta aguzzare la vista. Ma più che di criminali la storia è generosa di imbecilli che spesso fanno la loro comparsa in concomitanza di ricorrenze vere o costruite, necessarie o strumentali, oppure necessarie e strumentali. E' il caso del giorno del ricordo delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Ricorrenza necessaria perché è giusto fare luce sulle pagine dimenticate della storia, strumentale perché la ricorrenza è occasione di visibilità per manipolatori e altre varietà di imbecilli che se non fanno la storia certamente l'affollano. E' doveroso ricostruire la vicenda delle foibe e dell'esodo ma è ignobile raccontare la storia piegandola agli scopi più biechi. Ritengo che la forma più alta di rispetto delle vittime della storia sia la ricostruzione più fedele possibile dei fatti, per quanta fatica costi.

Facendo finta di ignorare le palesi falsificazioni, le menzogne sui numeri o le foto degli eccidi nazifascisti fatti passare per crimini commessi dai partigiani jugoslavi, vedo essenzialmente due modi di manipolare la storia delle foibe. Il primo è raccontare la storia delle foibe incorniciandola in uno sfondo incompleto, a partire da un certo momento e tralasciando precedenti essenziali alla dinamica dei fatti, come l'occupazione italiana di quei territori e la snazionalizzazione delle comunità slave che ne è seguita, ovvero proibizione della lingua madre, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati e via e via. Snazionalizzazione cominciata dalla fine della prima guerra mondiale e inferocita con il ventennio fascista: l'unico vero grande rimosso della storia nazionale, "l'autobiografia di una nazione", scrisse Gobetti. Il secondo modo per manipolare la storia è confrontare le foibe con altri fatti storici con cui condividerebbero la matrice criminale. Il riflesso pavloviano di solito produce l'associazione tra foibe e shoah, preludio che ha la sua apoteosi nell'equivalenza tra nazismo e comunismo. L'autore di questo percorso mentale difficilmente verrà convinto da argomenti logici e razionali, dalla ricostruzione dei fatti e dalla verifica documentale.
Per quanto arduo sia il compito di chi vuole ristabilire un po' di ordine nell'emotività usata subdolamente dai cosiddetti revisionisti, resta il dovere di raccomandare buone letture almeno a chi è sfiorato dal dubbio che le cose non siano andate proprio come le racconta chi si riempie la bocca di frasi fatte senza citare fonti per piegare la storia al proprio tornaconto più o meno ideologico.

Per ricordare bene bisogna sapere, altrimenti si affastellano dichiarazioni a vanvera, si rincorrono numeri a casaccio, date disordinate, falsi storici e narrazioni infedeli. Poiché nei prossimi giorni si moltiplicheranno i "ricordi" più o meno sinceri propongo un articolo di Lorenzo Filipaz, pubblicato un paio di anni fa dal collettivo Wu Ming (i commenti all'articolo sono altrettanto interessanti), e uno speciale di patria indipendente del 2005, la rivista dell'ANPI, dedicato alla storia delle foibe. Inoltre invito a leggere il rapporto della Commissione istituita nel 1993 dai Ministeri degli esteri dell'Italia e della Slovenia con il compito di fare il punto sulla ricerca storica dei rapporti tra i due paesi. Questo almeno per quanto riguarda il materiale reperibile in rete. Nelle librerie si trova altro, come i testi suggeriti in calce all'articolo di Filipaz.

Qualcuno potrebbe dire che il materiale che propongo è di fonte partigiana, di parte appunto. Non è il caso del rapporto della commissione italo-slovena. Il rapporto è pubblicato dalla rivista patria indipendente ma è da considerarsi se non "al di sopra delle parti" almeno una versione condivisa tra storici italiani e sloveni, per quanto io stesso sono perplesso dal ricorso a una commissione bilaterale per stabilire una verità storica. Sebbene in alcuni casi sia necessario individuare un punto di partenza comune la Storia non è oggetto di mediazione. Per il resto non mi curo dell'accusa di partigianeria. Gramsci sosteneva che "vivere vuol dire essere partigiani" e io ne sono fermamente convinto. Inoltre esigo dalla partigianeria in materia storica il rigore della prova documentale. Quindi l'eventuale "revisionismo" della storia nota finora deve fornire materiale supportato da prove documentali. Senza questa conditio sine qua non non vedo alcuna ragione per una discussione sul tema delle foibe con revisionisti improvvisati, propagandisti a piede libero, bufalopoieti professionisti e altri simili sventurati che popolano il web e non solo.

giovedì 2 febbraio 2017

Suggerimenti dalla Storia

La procedura per l’elezione del Papa non è sempre stata come la conosciamo. Oggi sappiamo che i cardinali elettori si riuniscono in conclave, una sala chiusa e inaccessibile, clausi cum clave appunto, ma non è sempre stato così. L’ambiente ecclesiastico si è sempre distinto per una certa riservatezza ma all'attuale modalità di elezione si è arrivati dopo alcuni passaggi decisivi della Storia.
In origine a eleggere il Papa era il clero e il popolo della comunità cristiana di Roma. Ebbene sì, anche il popolo partecipava all’elezione del Papa ma non pensate a una procedura democratica, le potenti famiglie romane decidevano e il popolo acclamava o meno in funzione delle alleanze e degli scontri tra le stesse famiglie romane che influenzavano il popolo. Un circolo vizioso, diremmo oggi. Il risultato era spesso una sfilza di papi e antipapi, un putiferio! Nel 769 si pensò che era meglio togliere ai laici il diritto di rifiutare l’eletto per evitare interferenze da parte dell'imperatore ma quel diritto fu reintrodotto appena un secolo dopo. Fu una storia travagliata di potere spirituale e temporale a contendersi il primato, contesa i cui strascichi si sentono ancora oggi, ma questo è un altro discorso. Nel 1059, in pieno scontro per le investiture, Niccolò II decise che l’elezione del papa spettava ai soli cardinali vescovi, tanto per chiarire chi comandava sull’elezione del Pontefice. Da allora l’elezione del papa è avvenuta sempre con una certa discrezione, anche se la prima vera elezione cum clave è avvenuta nel 1118 con Gelasio II. Ma fu tra il 1268 e il 1271 che accadde qualcosa di importante, un vero e proprio tornante nella Storia dell’elezione dei papi. Sebbene i cardinali elettori furono messi sotto chiave in maniera coercitiva perché si dessero una mossa già dai perugini nel 1216 e dai romani nel 1241, furono i viterbesi nel 1270 a superare ogni precedente. Furono straordinari.
All’epoca la sede papale era a Viterbo e alla morte di Clemente IV occorreva eleggere il successore. Come si dice, morto un papa se ne fa un altro. E’ na parola, dicono a Roma per esprimere stupore di fronte a una ingenua sottovalutazione della complessità di un problema!
Per quella elezione il Sacro Collegio ci mise 1006 giorni, dal 29 novembre 1268 al 1° settembre 1271. Quasi tre anni! Poiché "maxima est discordia" tra i cardinali, questa benedetta colomba dello spirito non c’era verso che scendesse per portare il suo sacro consiglio. E neanche a dire che i cardinali erano una moltitudine. Erano solo 20 e uno morì pure durante l'estenuante prova. Ne restarono solo 19! I cardinali erano divisi in due partiti Pars Caroli (filofrancese e filoangioina, o guelfa) che contava 7 o 8 cardinali, e la Pars Imperii (filotedesca, o ghibellina), cui facevano riferimento una decina di cardinali, due dei quali, peraltro, morirono durante le votazioni. Ne restarono solo 17! Questi erano i partiti più importanti. Sorvoliamo sulle divisioni tra le diverse famiglie. Chi spingeva di qua, chi di là. Non c'era verso che si trovasse un accordo su un nome da eleggere.
Pare che all'inizio i cardinali decisero volontariamente la clausura e per starsene tranquilli stipularono un accordo con il podestà e il capitano del popolo di Viterbo perché fosse garantita la giusta serenità dei porporati e il controllo delle strade che all'epoca erano più pericolose di quelle di Detroit. Ma nonostante la tranquillità garantita il tempo passava invano, anche perché, diciamola tutta, i cardinali non si sbattevano di fatica. Ci volle quasi un anno prima di mettersi d'accordo su un nome e questo sventurato era Filippo Benizi, Priore Generale dell'Ordine dei Serviti, religioso in odore di santità che appena saputa la notizia delle intenzioni di eleggerlo Papa si da a gambe levate preferendo a quel covo di serpi la vita da eremita sul Monte Amiata. Dopo di lui il Sacro Colleggio pensò a Bonaventura da Bagnoregio, successore di San Francesco d'Assisi come generale dell'Ordine Francescano, ma pure lui pare abbia pensato ai versetti 8,33 del Vangelo di Marco quando è stato raggiunto dalla ferale notizia. Nella buona novella Gesù pronunciò quel "Vade retro Satana" che molti pensano abbia detto quando era nel deserto. No no, lo disse proprio a Pietro, andate a controllare. Il massimo che quel sant'uomo di Bonaventura poteva fare era una serie di prediche per sollecitare l'elezione del successore di Pietro. Anzi, alcune fonti dicono che sia stato proprio lui a sollecitare "i viterbesi a rinserrare tutti i cardinali affinché in tal guisa ristretti si risolvessero di conchiudere la sospirata elezione".
Neanche le prediche di Bonaventura sortirono il sospirato effetto. Le cose precipitarono, dopo più di un anno non si aveva ancora il papa e i viterbesi cominciavano a rumoreggiare. A quel punto il podestà Alberto di Montebuono e il capitano del Popolo Raniero Gatti, uomo di modi sbrigativi, presero in mano la situazione e decisero di chiudere materialmente nel palazzo papale i cardinali fino a che non fosse stato eletto il nuovo papa. Questo era un vero conclave! Li chiusero letteralmente a chiave. Murarono le uscite e arrivederci con il nuovo papa. I cardinali non la presero bene e scomunicarono il podestà. Da parte sua Raniero Gatti, meno diplomatico del podestà, prese in parola una battuta del cardinale inglese Giovanni da Toledo che disse agli altri porporati: «Discopriamo, signori, questo tetto; dacché lo Spirito Santo non riesce a penetrare per cosiffatte coperture.» Fu così che intorno alla Pentecoste del 1270, il 1° giugno, i viterbesi scoperchiarono parte del tetto del palazzo papale, sperando in questo modo di rendere facile il passaggio della santa colomba sul sacro consesso. Inoltre, per favorire la santità del collegio attraverso la pratica del digiuno furono ridotte le razioni di pasti per i cardinali.
In verità questa segregazione non durò a lungo. Il tetto fu fatto riparare dopo tre settimane dalle autorità comunali e fu consentito ai cardinali di occupare le altre stanze del palazzo papale. Rimase solo il divieto di lasciare il palazzo fino a elezione avvenuta. E i viterbesi fecero male a mollare la presa, perché i cardinali a quel punto se la presero comoda per un altro anno. Ma dopo più di 1000 giorni i cardinali, provati dallo sforzo e ansiosi di rivedere famigliari e amanti, decisero di tagliare corto. Il 1° settembre 1271 quindici cardinali, due erano assenti (ne restarono solo 15!), decisero di applicare il compromissum, ovvero affidarono a sei di loro il compito di eleggere il successore di Pietro, una sorta di commissione parlamentare. La decisione fu presa in quello stesso giorno dai sei membri e successivamente fu approvata e ratificata da tutti. Habemus papam!
And the winner is..., rullo di tamburi..., Tebaldo Visconti, arcidiacono di Liegi, che non era cardinale e neanche sacerdote. Più compromesso di così! Non aveva ricevuto i voti sacerdotali ma in compenso era considerato uomo onesto e saggio e per giunta aveva un impeccabile curriculum vitae et studiorum. Aveva fatto esperienza all'estero ed era collega all'università di Parigi di, udite udite, Tommaso d'Aquino. Insomma, non era uno sprovveduto. Al momento dell'elezione al soglio pontificio era in missione all'estero, al seguito del principe Edoardo d'Inghilterra in una qualche crociata in terra santa, all'epoca se ne facevano molte. Per fargli avere la notizia dell'elezione ci vollero quattro mesi. Non era come adesso che mandi una mail con un click. Una volta tornato in patria fece una carriera ecclesiastica fulminea. Venne ordinato prima sacerdote, poi vescovo e poi papa. Quando si dice un avanzamento professionale prodigioso! Era il marzo del 1272 e dopo più di tre anni dalla morte del precedente papa venne intronizzato il nuovo papa con il nome di Gregorio X.
Sebbene Gregorio X non avesse vissuto direttamente l'esperienza dell'elezione quando gliel'hanno raccontata deve essere rimasto parecchio impressionato. Per questo decise di approvare il conclave come metodo per eleggere il pontefice. Con la costituzione apostolica Ubi Periculum venivano stabilite le regole per l'elezione dei papi. Gregorio X prese a modello quanto avevano fatto i viterbesi. In poche parole i cardinali elettori sarebbero stati tutti segregati in un'aula, senza contatti con il mondo esterno e con graduale riduzione di cibo. In particolare la Costituzione apostolica precisava che, dopo tre giorni, il cibo veniva ridotto a un solo piatto a pranzo e a cena e che, dopo altri cinque giorni, sarebbe stato consentito solo il passaggio di pane, acqua e un po' di vino fino a elezione avvenuta con la regola dei due terzi sulla maggioranza dei votanti. E' interessante anche come la Costituzione stabilisse che ai negligenti sarebbe toccata la scomunica, la privazione dei pubblici uffici e l'attribuzione del titolo di infami.
Sia pure con le modifiche dettate dai tempi queste norme regolano ancora oggi lo svolgimento del conclave per l'elezione del papa.

Ecco in sintesi come si è arrivati al conclave così come lo conosciamo oggi. Voi mi direte, dov'è il suggerimento dalla Storia evocato dal titolo di questo post? Sarò breve.

Non so da quant'è che ci stanno martellando i cabasisi con la legge elettorale. Stabilito che solo un citrullo può aver concepito l'italicum  e che solo un citrullo ha concepito il porcellum, c'è chi vuole il mattarellum, chi il legalicum, chi il consultellum e via vaneggiando con altre perle preziose di latinorum. Quanto durerà questa indecente pantomima?
Ma se si facesse come hanno fatto i viterbesi nel 1270?
Con i parlamentari dentro vengono murate le vie d'uscita di palazzo di Montecitorio e di palazzo Madama, ovviamente senza arrecare danni ai palazzi che oggi fortunatamente la sensibilità architettonica non è quella del XIII secolo. Si lascia il passaggio per qualche frugale vettovaglia da fornire solo nei primi giorni, poi neanche quella fino a legge elettorale approvata.
Come la vedete?

martedì 31 gennaio 2017

Discorsi interrotti

Stasera Afrodite e Artemide avranno molte cose da raccontarsi.
Ares poco lontano origlia e non riesce a cogliere le loro parole. Gli giunge solo un bisbiglio, per continuare a chiedersi quante cose non sa.


- Prudenza Artemide, Ares sta arrivando.
- Non temere Afrodite, è ancora lontano.
- Certe cose è meglio che gli uomini non le sappiano. Quando entra cambiamo discorso.

Eros, ancora bambino, gioca ai piedi della madre.

giovedì 26 gennaio 2017

Del negazionismo e della rimozione

Il progetto criminale di Hitler e del regime nazista per l’eliminazione degli ebrei e di tutte le altre categorie discriminate, zingari, omosessuali, oppositori politici è uno dei fatti meglio documentati della storia contemporanea. Questo è un fatto accertato da migliaia di documenti scritti e fotografici, da filmati, da documenti che lo stesso reich ha prodotto e che non è riuscito a eliminare prima che venisse sconfitto. Lo stesso Hitler ha lasciato nei suoi scritti testimonianza delle sue intenzioni nei confronti degli “inferiori”, di quelli che non facevano parte della razza ariana. I suoi stessi gerarchi, sia quelli condannati a Norimberga e in altri processi sia quelli che sono stati successivamente catturati hanno confermato i fatti dell’Olocausto. Fanno parte della documentazione storica le migliaia di testimonianze di chi ha vissuto quell’orrore. Tutti i documenti prodotti, tutte le testimonianze scritte e raccontate convergono a descrivere un fatto storicamente certo. Nessuna incongruenza tra le testimonianze, nessuna incertezza. Noi stessi non siamo ancora così lontani da quel periodo da non sentire più nelle nostre orecchie la voce di chi ha vissuto quei tempi, molti sono morti ma noi siamo i loro figli, i loro nipoti e salvo mettere in dubbio quello che queste persone hanno raccontato e scritto non può esserci spazio per alcuna negazione. Un nome su tutti, Primo Levi, dopo la sua esperienza nei lager è vissuto solo per testimoniare l’orrore, poi non ce l’ha fatta più. Quello che ha vissuto è disponibile per chiunque voglia sapere cosa è accaduto in quei tempi. Molti hanno atteso anni prima di riuscire a trovare il coraggio della testimonianza perché quello che hanno vissuto appariva indicibile anche a loro, volevano seppellirlo per sempre nella loro memoria. Tutta la documentazione storica, tutte le testimonianze prodotte sono passate al vaglio di centinaia di storici. Non sono state trovate testimonianze discordanti, nessuna smentita tra le più diverse documentazioni. Ogni ipotesi di complotto deve fare i conti con una mole di informazioni spaventosa, con una quantità di documenti enorme, con un numero impressionante di storici e di testimoni che concordano sui fatti accaduti senza alcuna smentita tra di loro. Un complotto può reggere a lungo se coinvolge pochissime persone, può reggere per breve tempo se coinvolge molte persone. E’ difficile, se non impossibile, concepire un complotto che coinvolga centinaia di migliaia di persone e che duri per più di 70 anni, tanti ne sono passati da quando furono scoperti i campi di concentramento. Quindi ogni singolo tentativo di negare la realtà di quei fatti ha il dovere etico e storico di fornire prove altrettanto forti per dire che quei fatti non sono accaduti. Per negare quei fatti devono essere fornite prove altrettanto robuste che i documenti che testimoniano la Shoah sono falsi e devono essere forniti documenti autentici che attestano come sono andate le cose. Questi documenti devono subire il vaglio degli storici così come è accaduto per i documenti che testimoniano l’olocausto. L’onere della prova sta a chi sovverte una verità acquisita e certificata. Senza quelle prove nessun discorso negazionista può essere considerato serio.

Finora nessun resoconto negazionista ha trovato riscontro o conferma nella documentazione acquisita e nessuna documentazione autentica è stata prodotta per introdurre anche un ragionevole dubbio in quello che si sa. Quello che accade con il negazionismo dell’olocausto è simile a un congresso di medici dove si discute su basi scientifiche delle modalità di curare l’epatite, poi arriva uno sconosciuto che nega l’efficacia delle cure di cui si discute e dice che l’epatite si cura con una pomata di arnica spalmata sul braccio destro. I medici chiedono conto di quali esperimenti siano stati fatti, dei pazienti che sono stati curati ma si scopre che nessun esperimento è stato fatto secondo un metodo condiviso e che non ci sono vere guarigioni.

Quali sono le ragioni del negazionismo? Perché si diffonde? Su quale terreno cresce? E’ un tema complesso e non ho le competenze per esaminarlo a fondo ma è possibile dire alcune cose. Intanto c’è un solo negazionismo o ce n’è più di uno? A me sembra di poter distinguere almeno due negazionismi, un negazionismo politico, che persegue fini politici e un negazionismo che potrei chiamare terapeutico. Il negazionismo politico ha, come ho detto prima, il dovere di portare prove di quanto afferma, altrimenti ha il dovere di tacere. Diciamolo chiaramente quel negazionismo puzza di fascismo e di nazismo da lontano, punta alla riabilitazione di un regime oppressivo e criminale pensando di risolvere tutti i problemi della modernità con un ritorno al passato, con un’idea di ordine che passa attraverso l’eliminazione di ogni voce dissonante. Il negazionismo terapeutico, a mio avviso, merita molta attenzione e in alcuni casi direi anche rispetto. Parlo di quella negazione intima che non fa proselitismo, che non vuole sovvertire i fatti, che non ha obiettivi politici ma che nasce proprio dalla mostruosità dei fatti, dall'inaccettabilità di quei fatti, dall'incapacità di accogliere il dolore e l’orrore che quei fatti raccontano. Quando qualcosa supera le nostre capacità di comprensione, quando non siamo in grado di reggere emozioni troppo forti diciamo “non ci posso credere!”. E’ una forma di protezione perché veniamo sopraffatti da quanto ci viene raccontato. Ebbene, quello che è accaduto nei campi di concentramento è talmente mostruoso che molti degli stessi sopravvissuti hanno serbato il silenzio per molti anni prima di avere la forza di parlare. In molti casi è intervenuta una vera e propria rimozione. Nelle testimonianze di chi ha trovato quella forza si legge la vergogna per aver subito l’indicibile, il timore di non essere creduti per l’enormità che hanno vissuto, la volontà di celare dentro se stessi quanto hanno visto e soprattutto il peso di essere sopravvissuti a un’esperienza che ha cancellato il loro passato, il loro presente e il loro futuro. Un’esperienza che ha cancellato per sempre l’umanità dai loro occhi e che noi abbiamo il dovere di ricordare, raccontare e per quanto possibile abbiamo il dovere di reggerlo quel peso, perché quel peso è stato messo per sempre sulle spalle dell’umanità e non c’è modo di scrollarselo di dosso. Nessuna negazione, nessuna rimozione potrà mai farci scrollare di dosso quel peso. Se i meccanismi di rimozione dei sopravvissuti meritano rispetto, la rimozione da parte nostra è una rimozione colpevole, perché nega la sofferenza degli altri per una questione di comodità psicologica. Ma non è negando l’esistenza dell’orrore che l’orrore si cancella come non si smette di morire negando la morte.

Il peso che la Shoah ha messo sulle spalle dell’umanità resta dov'è anche se tentiamo di scrollarcelo di dosso nei modi apparentemente più innocenti. Tra questi modi c’è persino la memoria quando diventa retorica di espiazione. La memoria non può e non deve servire a espiare. L'espiazione lava il passato ma non c'è espiazione che possa cancellare l'orrore del passato, dobbiamo reggerne il peso e la vergogna. La memoria che evochiamo nel "giorno della memoria" deve dire che il passato può tornare presente e che l'orrore nasce dalle "banali" azioni quotidiane. Hannah Arendt nel libro “La banalità del male” ci ha insegnato che Heichmann, il principale responsabile della deportazione degli ebrei, potrebbe essere una persona qualunque, uno qualunque di noi. Arendt partecipò al processo nei confronti di Heichmann tenuto a Gerusalemme nel 1962 e dalle deposizioni dell’ex gerarca nazista non vide un mostro feroce, vide un “normale” burocrate, un uomo che obbediva agli ordini senza domandarsi nulla, senza interrogarsi della conseguenza delle proprie azioni. Non c'è bisogno di essere un mostro assetato di sangue per operare il male assoluto, è sufficiente rinunciare a sé stessi in nome di qualcosa che si ritiene al di sopra di sé.

Molto di quanto scrivo l'ho già scritto in passato ma giova ripeterlo. C'è qualcosa di terapeutico nel "confinare" il male, nel circoscriverlo al mostro, all'immondo (ciò che sta fuori dal mondo). Invece il male è nel mondo. Il male non è il mostro facilmente riconoscibile, il male è la quotidiana prevaricazione, la banale soverchieria, la comune indifferenza che dilaga ogni volta che rinunciamo al pensiero e alle emozioni per diventare parte di un sistema che chiede la nostra adesione totale. Il male è nelle pieghe quotidiane dei sistemi statali, politici, religiosi, nella burocrazia dell'obbedienza e del compiacimento. Il male è nella risata compiaciuta con il capo nei confronti di un collega, nella retorica della "normalità" con gli omosessuali, nell'assenza di empatia con gli immigrati, nell'evasione fiscale perché le tasse sono troppo alte, nelle disuguaglianze economiche e sociali, nelle piccole corruzioni quotidiane, riflesso di quelle più grandi per cui è facile indignarsi. Il male è nella lenta e impercettibile erosione dei diritti civili, dei diritti del lavoro, dei diritti umani. Il male è considerare gli altri responsabili delle nostre azioni, è nel senso del dovere che fonda la coscienza morale e non viceversa, il male è nelle leggi che nascono da questo rovesciamento. Questo è il male del mondo, un male banale, spesso inevitabile, un male con cui fare i conti continuamente. Se il male è espulso dal mondo, se diventa il male immondo, allora il male banale può crescere indisturbato. E’ su questo terreno che cresce il negazionismo politico, quello da condannare senza appello. Quel negazionismo prolifera proprio sulle nostre “innocenti” negazioni, sui nostri “non ci posso credere!”, sulla nostra indifferenza per il male quotidiano, sulla nostra assuefazione al male quotidiano.

Abbiamo certamente bisogno di delimitare il male attraverso un processo razionale, abbiamo bisogno di “confinarlo” in un luogo e in un tempo remoto e lontano da noi ma questo confinamento è pieno di pericoli. Tutto il male confinato ci libera dal male e ci lava da ogni peccato, pronti e puliti per commettere il prossimo. La Shoah è il simbolo più potente del male nella nostra epoca ma è importante che questo simbolo non resti una vuota celebrazione per ripulirci dal male che è sempre altrove. La Shoah non può diventare il vaso di Pandora che contiene tutto il male perché ogni vaso di Pandora, prima o poi, viene aperto. La sola cosa che è possibile fare per evitare di aprire il vaso di Pandora è riconoscere il male che si annida nel quotidiano.

lunedì 23 gennaio 2017

La tela dei ragni

Un ragno tesse la sua tela tra i sassi per tenerli insieme, per fermarne i crolli. E' il suo modo di arginare il tempo. Non conviene ingaggiare lotte con il tempo. Si perde sempre. Meglio farselo amico.

La signora della bottega di Pinzi Pinzuti a Abbadia San Salvatore ha il suo personale rapporto con il tempo.


mercoledì 11 gennaio 2017

Questa salsa è amara


Questa salsa è amara,
asciuga al sole l’impasto
di ingannevole sapore strappato alla terra
steso da mani sapienti e stanche.

Donne di casa mia
madri di tutti
figlie di nessuno
dee rivali per un regno di solitudine
vite trascorse in attesa del passato
fiero e da dimenticare.
Venite da lontano
con il pane tra le mani
lievito di passioni taciute.

Uomini di casa mia
delle vostre mani la terra si è nutrita,
il sudore la disseta,
gli ulivi raccontano fatica muta
dettata dai secoli.
L’infinito nei vostri occhi
non fu mai colto,
l’infinito negli occhi delle donne
non potevate vedere.

Gente di casa mia
un giorno, sparsi nel mondo
il vento ci porterà intorno al fuoco,
i ricordi non faranno male
e il dolore un bambino
che culleremo lieve
che riposi dopo i suoi giochi.

La notte passerà felice
mangeremo pane fatto in casa
e salsa amara.

(Giugno 2006)

Sacrari abbandonati di guerre stagionali, stille di sangue rappreso
e sale sulle ferite di pomodori seccati al sole.
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