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lunedì 17 luglio 2017

Sublimazioni

A volte dire a qualcuno che ha rotto le scatole non dà quella soddisfazione necessaria per sentirsi completamente sollevato. Serve qualcosa di più liberatorio, una sublimazione dell'invettiva. Inevitabile ricorrere alla lingua di origine per queste cose, in quella abitiamo.


Certa gente è fastitiusa
comu nu stozzu te carne menzu i tenti,
te tanni cu la lingua
e nunn'è cosa esse nenti.
Poi nc'ete quiddhi comu spilazzi te finucchiu,
se critune carne te cavaddhu
e nu su mancu carne te pitucchiu.
Nu nc'è nazioni nu nci su confini
ddhunca vai vai t'ane rumpire i cujuni.
Nu la fannu riputata
è comu n'istintu, na calata,
ca puru ca nu boi
te ttuppa a lingua prima o poi.
Armamune te pacenzia
ca nu nc'è rimediu, nu nc'è tenzia,
ci oi cu campi serenu comu nu vagnone
tanne retta mie, fanne sine sine e none none.

***

A proposito di lingua d'origine. Di recente ho scoperto un cantautore straordinario, Mino De Santis. Ha già pubblicato quattro dischi dal 2011 ma l'ho scoperto da poco. Nelle canzoni di Mino De Santis c'è l'influenza di grandi autori come De Andrè, Gaber ma la sua originalità è prorompente. Ironia e compassione, un timbro unico e lontano dai cliché di moda di un Salento di notti della taranta a base di coca cola! Canta in dialetto salentino e in italiano. Il dialetto non è così stretto da non essere compreso anche altrove e, vi assicuro, è davvero un peccato che le sue canzoni non abbiano diffusione nazionale, ma sono sicuro che è solo una questione di tempo.



giovedì 6 luglio 2017

Note(8)

A fronte dell’accrescimento delle nostre conoscenze, che diciamo avviate dal programma di Bacone, è evidente che non è diventato più facile nutrire l’uomo né dal punto di vista dei bisogni primari né per la fame di significati. L’uomo cosiddetto occidentale o più precisamente nord-occidentale soffre, più o meno consapevolmente, un “male oscuro” dovuto all’asimmetria tra l’idealità e la realtà di uno sviluppo storico che l’avrebbe affrancato dai suoi bisogni.
Un primo livello di malessere è interno alle società occidentali stesse. In un contesto in cui molti individui possono accedere alla soddisfazione delle proprie esigenze (di bisogni primari e di riconoscimento sociale), il divario con le cosiddette minoranze (ve ne sono molteplici), vero o percepito che sia, diventa ancora più insostenibile e acuto per queste ultime. Un secondo livello di malessere è esterno alle società occidentali. A livello planetario non è onestamente possibile riconoscere uno sviluppo degno di tale nome se le risorse restano nelle mani di una esigua minoranza e la maggioranza dell’umanità è sotto i limiti della sopravvivenza.
Negli anni ’70 nell’ambito del dibattito tra etica e ambiente si invocava una coscienza di specie, ovvero la consapevolezza di essere il risultato di un processo evolutivo comune al genere homo che se da un lato non consente di distinguere l’umanità in base alle aree geografiche e ai percorsi storici che si sono realizzati, dall’altro lato non consente di ignorare la continuità con gli altri organismi viventi. Ma restando solo al primo aspetto, inerente il principio di solidarietà esteso oltre i confini delle nazioni, occorre sottolineare che per imboccare consapevolmente la strada di una coscienza di specie è necessario ancora risolvere i bisogni dell’uomo, quelli alimentari e quelli sociali.
Senza soddisfare quei bisogni, dati per risolti ma ancora pressanti fuori e dentro la società occidentale, si correrà il rischio che grosse fasce dell’umanità vivano le varie crisi occidentali come un gioco tutto realizzato tra soggetti delle classi più agiate in cui le crisi, della scienza, dell’ambiente e quant'altro, nascono, crescono, muoiono e resuscitano a seconda delle più opportune esigenze dei tempi per compensare un tedium vitae salottiero da circolo intellettuale.
Il collasso in corso nel mondo occidentale sta nel credo che lo sviluppo, sensu crescita economica, è la base per la soluzione dei mali dell’uomo e nell'abbandono delle istanze di solidarietà che hanno operato dal secondo dopoguerra fino all'inizio degli anni '70, almeno all'interno del mondo occidentale. Oggi è diventato evidente che Mida non può fare niente per spegnere la fame di Tantalo ed è altrettanto evidente che bisogna operare una accorta distinzione tra una parte buona dello sviluppo, sensu togliere dal viluppo, relativa all’affrancamento dai bisogni e alle conquiste sul terreno dei diritti e una parte meschina dello sviluppo dai risultati devastanti, relativa alla bramosia dell’accumulo che non risponde alla domanda di bisogni ma a quella di dominio.

martedì 4 luglio 2017

Note(7)

Desideriamo il bene comune come desideriamo una casa, un’automobile o un libro? Nel '700 John Locke riconobbe, con una certa riprovazione, che il piacere individuale è il principio guida del comportamento umano. Nello stesso secolo Adam Smith istituì su questo principio le regole dell’economia così come oggi siamo convinti di conoscerla.
Le successive letture di Locke e Smith, allegre quanto quella che dell’asceta Epicuro ne fa un laido sensista dedito ai piaceri più sconci, sono la regola per un'umanità non avvezza alla complessità dell’esistenza e sempre bramosa di qualcosa a patto che non sia troppo impegnativo ottenere.
Anni fa una campagna pubblicitaria di carburanti poneva l’inquietante domanda se conosciamo le potenzialità del nostro motore, sottintendendo ovviamente di avere il segreto per ottenere le massime prestazioni da quel gioiello della tecnica che con duro lavoro e tanti sacrifici abbiamo acquistato. Quella domanda, inquietante al punto giusto, potrà essere sicuramente soddisfatta mentre altre domande, più inquietanti perché prive di risposta, seguono la strada della rimozione e della banalizzazione.
Di fronte all'assoluta certezza del poco tempo impiegato per raggiungere i 100 all’ora gli insipidi richiami alle antiche virtù non sono che un basso continuo camuffato da contrappunto, richiami stanchi di quel “nano piccolo e brutto” che Walter Benjamin riconosceva già nella teologia dei suoi tempi. Chissà come vedrebbe quel nano oggi! Di fronte al vuoto di domanda sulle potenzialità umane si alzano le starnazzanti risposte delle new age di ogni epoca, consolidate o nascenti, che fioriscono sulle macerie umane, creando mondi e visioni che siano facili surrogati di ciò che ci molesta con la sua imbarazzante evidenza e la sua sconsolante complessità. Di fronte alla titanica impresa si fa quel che si può, in occidente la tradizione religiosa a fronte dell’incapacità a trattare temi etici si gingilla da secoli con raffinati sofismi dottrinali mentre la sua controparte secolare dimentica della politica si intrattiene nelle transazioni economiche, avatar del mercato.
La domanda inevasa è se il bene comune è nell’elenco dei nostri desiderata o non fa parte dei nostri bisogni perché troppo complicato da teorizzare, formalizzare, figuriamoci da praticare. E allora consoliamoci con facili comandamenti, con un buon carburante e del raffinatissimo olio lubrificante che farà rombare il nostro motore evitando di farci ascoltare quel fastidioso ronzio dell’anima che nonostante tutto ci portiamo dietro senza neanche chiedergli il pedaggio.

domenica 18 giugno 2017

La classe disintegrata


Siamo consapevoli della disintegrazione del lavoro, siamo meno o per niente consapevoli della disintegrazione delle sue sedi. Avessimo questa consapevolezza parleremmo del rogo della Grenfell Tower di Londra pensando a quello della Thyssen Krupp, con tutte le responsabilità annesse, disintegrate anche quelle. Ecco perché serve non essere consapevoli, serve a una classe dirigente acefala perché la classe disintegrata non si riconosca. Serve una nuova coscienza di classe, una coscienza per una classe disintegrata.

sabato 17 giugno 2017

L'uomo e la maschera

Tra i numerosi filoni della ricerca artistica del Maestro Ezio Flammia lo studio della maschera è tra i più importanti nella sua cifra poetica. Maschere di carta e stoffa del teatro fliacico della Grecia del IV-III sec. a.C., maschere labirintiche realizzate con fili di ferro saldati per fusione elettrica, maschere di cartapesta, materiale di elezione di Flammia. Avere la fortuna e il privilegio di vedere le sue opere dove sono nate, nel suo laboratorio, è un'emozione che lascia senza parole mentre ci si perde tra i volti che le maschere mostrano e quelli che nascondono. Già, perché l'universo della maschera è continuamente ambivalente tra un dentro e un fuori, tra realtà e messa in scena. La maschera produce lo straniamento del contraddittorio, lo spaesamento quasi consapevole per cui più di quello che mostra conta quello che cela.

Arete regina, maschera fliacica.

La maschera nasconde il volto, lo protegge, consente al volto sottostante di assumere qualunque forma. Sotto la maschera la smorfia è libera. Ma se questo è il dentro di una maschera il fuori spaventa, allontana, affascina, attira. La maschera rende ridicolo il terribile, serio il fatuo. La maschera è membrana di transizione tra dentro e fuori. La maschera è terra di nessuno. E' la superficie di profondità abissali.

Diavolo-giullare, maschera medievale.

La maschera dà forma al nulla. Di tutti i significati cui la maschera rimanda quest'ultimo è a mio avviso il più rilevante. La maschera è forma intorno al nulla, è la forma del nulla. E' questo che inquieta della maschera. Il nulla diventa visibile e non lascia alibi alla razionalità ordinatrice. La farsa della razionalizzazione diventa evidente, è sotto gli occhi e ridere della maschera significa ridere della necessità del vuoto di farsi forma. In definitiva è ridere della necessità di esistere e di darsene ragione. Per questo il riso è liberatorio e imbarazzato. Il riso è portatore di una sorpresa interiore che non si coglie immediatamente. Il vuoto è lo scheletro della maschera. La maschera rivela che il nostro scheletro è il vuoto. Il terrore che dietro una maschera ci sia il nulla è più grande dello spavento che la maschera può suscitare. In questo disequilibrio risiede il potere apotropaico della maschera per allontanare il tremendo. E' un bluff, una scommessa al rialzo senza carte vincenti, nella speranza che il tremendo non accetti la scommessa e abbandoni il gioco terrorizzato a sua volta di quello che può trovare dietro la maschera.

Diavolo-giullare con lingua, maschera medievale.

Con le maschere labirintiche è l'ombra a esprimere forma e volume. Il non esistente dà forma all'esistente. E' un gioco inquietante. Se la maschera gioca con l'illusione di un dentro/fuori e mostra una superficie che nasconde l'insondabile, la maschera labirintica denuda anche questa illusione. Le maschere labirintiche sono maschere di maschere.

In questa pagina sono visibili alcune opere
di Ezio Flammia dedicate a Totò.

E' inevitabile davanti alle maschere labirintiche pensare a Teseo che seguendo il filo ritrova la via del ritorno. Qui seguendo il filo si finisce con il percorrere il proprio volto. E' un percorso che porta a sé stessi.

E' un incontro naturale quello tra Flammia e Totò, maschera esso stesso, doppio che rinvia continuamente alla tragedia di cui il comico è superficie esposta.


Siamo uomini o caporali, dice Totò nel film in cui, più che in ogni altro, si compie la sua poetica. In quella poetica trova eco la "mistica della maschera" di Flammia. Il comico come dispositivo necessario per affrontare il tragico che c'è fuori e custodire il tragico che c'è dentro.


Il venerdì 23 giugno sarà inaugurata una mostra del Maestro Ezio Flammia: “Omaggio a Totò”. La mostra è nell’ambito della manifestazione Notti d’estate a Villa Laura” a Moiano (BN), patrocinata dal FAI. Ho avuto il privilegio di vedere le opere dedicate a Totò e molte altre. Cosa posso dire? Chi può andare a Mogliano per questa occasione ci vada, sarà sicuramente

Clicca sull'immagine per ingrandire la brochure della mostra

giovedì 15 giugno 2017

Trionfi

Il "trionfo" di Macron in Francia con il 48,7% dei votanti è l'epitaffio dell'attuale "democrazia". Metà popolo decide a maggioranza! Questo è il capolavoro di partecipazione che le oligarchie sono riuscite a portare a termine. Farsi eleggere a maggioranza dalla minoranza! Questa è l'essenza del sistema maggioritario. Berlinguer 35 anni fa denunciava il pericolo per la democrazia nella disaffezione politica, nella riduzione della partecipazione, quando l'affluenza elettorale che era ben più alta di quella odierna.
Sembra passato un secolo.

sabato 10 giugno 2017

Brevi note per chi ha smarrito la manca via

In ideale continuazione con alcune vecchie note mi torna in mente uno scambio di battute con una cara amica che tempo fa confessava che le istanze avanzate dai movimenti della cosiddetta destra sociale mettevano in difficoltà in suo essere di sinistra sul terreno della solidarietà. Capisco che ultimamente la distinzione tra destra e sinistra soffre molto per via di una molteplicità di problemi e processi storici che non sto neanche a menzionare ma se ci solleviamo dal pantano della attualità qualcosa si continua a intravedere.
Il concetto di destra sociale ha connotati storici molto precisi e i movimenti che si dicono di destra sociale si richiamano a quei connotati. Pertanto destra sociale è una contraddizione in termini, in altre parole un ossimoro. Quella destra si è sempre distinta per un orizzonte sociale che non va oltre quello nazionale. La destra liberista merita un discorso a parte perché l'impianto ideologico è differente. La socialità della destra sociale affonda le sue radici nella appartenenza alla stessa comunità, nella supposta condivisione di una etnia che non esiste, nel nazionalismo. In poche parole la radice della socialità della destra sociale è l'appartenenza tribale, il legame di sangue, un dato che si suppone naturale. D'altra parte uno dei connotati storici della sinistra è l'internazionalismo, poiché i confini su cui si consuma il conflitto sociale non sono quelli amministrativi delle nazioni ma quelli delle classi sociali che non esisterebbero più, un dato decisamente culturale. Le gravi degenerazioni del socialismo nazionalista, un altro ossimoro della storia, in Italia portarono all'affermazione della destra fascista prima e della destra sociale poi. Quando dici che prima o poi gli opposti si toccano!
Insomma, se scavi in fondo alle ragioni della destra trovi un elemento che si suppone voluto (!) dalla natura, se invece scavi in fondo alle ragioni della sinistra ci trovi un elemento determinato storicamente, un elemento culturale. Natura e cultura, altra diade su cui si sviluppa la dialettica tra destra e sinistra.
La socialità della destra sociale, se di socialità vogliamo parlare, è una socialità miope circoscritta alla sola comunità di appartenenza e che non si apre al resto del mondo, anzi lo esclude. Parlare di solidarietà in questi termini è una follia.

- adesso ti è chiara la differenza?
- non l'avevo mai pensata in questi termini!
- allora la sinistra è senza speranza.

lunedì 29 maggio 2017

Il peso dei piccoli

Hai mai pensato quanto pesano le formiche? Non quanto pesa una sola formica ma quanto pesano tutte le formiche del mondo. Pensare che una sola formica non pesa niente è facile, ma tutte le formiche del mondo? Penseresti ancora che non contano niente?


Alcune vecchie stime, piuttosto approssimative, dicono che il peso di tutte le formiche del mondo va da 30 a 300 milioni di tonnellate. Il peso stimato degli esseri umani, considerando 7 miliardi di individui, è di circa 350 milioni di tonnellate. Se per il peso delle formiche risultasse più corretta la stima più bassa, allora le formiche peserebbero meno di un decimo del peso dell'intera umanità, mentre se fosse più corretta la stima più alta allora la distanza tra il peso degli esseri umani e quello delle formiche si accorcerebbe di gran lunga.



E riguardo al materiale che le formiche riescono a trasportare, ci hai mai pensato? Poniamo il caso che il tuo peso sia di 65 kg, se tu avessi la forza di una formica rispetto al tuo peso saresti in grado di sollevare 3,25 tonnellate. Niente male eh! Una formica riesce a sollevare fino a 50 volte il suo peso. Per non parlare di alcuni acari che trascinano fino a 1180 volte il loro peso su una superficie orizzontale e fino a 530 volte su una superficie verticale.



Le formiche che vedete in questa foto e nel video stanno trasportando in questi giorni le pagliuzze di graminacee nel loro formicaio. Sono giorni che sono in fila sulla panca del parco dove vado a correre e chissà quanta strada fanno nel prato per raggiungere il formicaio. Una attività continua, instancabile. Non ho fatto stime di quanto materiale stiano trasportando ma con i numeri che ho dato sarà facile immaginare che si tratta di quantità notevoli, ben oltre quello che possiamo pensare di primo acchito.




Ma torniamo al peso di tutte le formiche del mondo. E' difficile fare una stima precisa, non si possono mica contare tutte le formiche del pianeta e pesarle una per una, ma se alle formiche aggiungiamo solo le termiti allora possiamo avere una ragionevole certezza che il peso di tutte le formiche e di tutte le termiti supera quello degli esseri umani andando da 475 a 745 milioni di tonnellate contro i nostri 350. Mi direte che anche la stima delle termiti può essere molto incerta, è vero. Allora sarei pronto a scommettere la vita che aggiungendo gli altri insetti della terra il peso degli esseri umani al confronto sarebbe una pagliuzza paragonata al peso di una montagna.

Ma se può sembrare ovvio che tutti gli insetti del mondo pesino più di tutti gli esseri umani provo a rilanciare. Ti sei mai chiesto quanto pesano i batteri? La stima del loro peso è stata fatta non considerando il contenuto di acqua, quindi per confrontarla con quella degli esseri umani dobbiamo fare la stessa cosa, togliere il peso dell'acqua. Il peso secco di 7 miliardi di esseri umani è di 105 milioni di tonnellate, quello dei batteri va da un minimo di 350.000 milioni di tonnellate a un massimo di 550.000 milioni di tonnellate. I batteri pesano da 3300 a più di 5200 volte il peso degli esseri umani. Anche se la stima corretta fosse quella più bassa si tratterebbe di una massa enormemente più grande di quella degli esseri umani. L'avreste mai detto?

Cosa voglio dire con questi numeri? Niente più di quello che ho detto. Spesso quello che non si vede pesa più di quello che si vede, bisogna imparare a guardare. Una sola formica non pesa niente, un solo batterio neanche lo vedi ma se li metti tutti insieme allora sei di fronte a una schiacciante maggioranza. E noi, i piccoli della specie umana? Ci comportiamo come formiche singole che non pesano niente, come batteri che neanche si vedono o riusciamo ancora a mettere insieme i nostri pesi? Sono davvero tanto lontani i tempi in cui qualcuno poteva lanciare il monito: piccoli di tutti i paesi, unitevi!

martedì 23 maggio 2017

Solidarietà ai colleghi


Passano gli anni e rivedi come in un deja vu le stesse scene, gli stessi riti, la stessa indifferenza ai drammi delle persone. Nel frattempo i colleghi sono meno giovani di ieri e nessuno osa più usare l'espressione "giovani precari", sarebbe quasi provocatorio.

http://lanuovaecologia.it/ispra-occupata-sede-licenziamenti/

http://www.giornalettismo.com/archives/2217394/ispra-precari-sede-occupata/

http://www.ildiariodellavoro.it/adon.pl?act=doc&doc=64228

martedì 16 maggio 2017

Sentenze e tweet

Leggo su La Repubblica la notizia della sentenza della prima sezione penale della Suprema Corte che condanna un cittadino indiano che voleva circolare con un 'coltello sacro' secondo i precetti della sua religione. Il divieto di portare armi, salvo casi stabiliti dalla legge, è sancito dalle nostre norme e non c'è nessuna ragione perché un cittadino di qualunque provenienza si sottragga a questo divieto.

Da questo punto di vista la sentenza è inappuntabile eppure, se il virgolettato dell'articolo citato riporta fedelmente quanto scritto nella sentenza, contiene un messaggio a mio avviso avvilente. Avvilente perché denuncia un'incapacità di pensare alla profondità e alle conseguenze delle parole usate. Nella sentenza della Corte di Cassazione si legge che "è essenziale l'obbligo per l'immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all'ordinamento giuridico che la disciplina".

Buon senso? No. Una frase sciatta, pensata male e scritta peggio. L'immigrato, come qualunque altro soggetto, che vive in uno Stato di Diritto deve conformarsi alle leggi vigenti in quello Stato. Vigenti, ovvero riconosciute valide in una determinata fase storica, fino a eventuali modifiche. I "valori occidentali" sono un concetto estraneo al Diritto, semmai sottesi alle norme che una società esprime e che devono essere il solo oggetto di valutazione da parte della magistratura. L'utilizzo dell'espressione "valori occidentali" in una sentenza mostra una permeabilità inaccettabile a un dibattito da bar, spesso condotto tra ubriachi.

I valori occidentali, se di valori vogliamo parlare, sono i tre principi continuamente richiamati e continuamente traditi della Rivoluzione francese, sono i principi richiamati nei primi 12 articoli della nostra Costituzione (con personale riserva per l'art. 7). Non portare armi per quanto importante e fatte salve le derive da farwest che ci accingiamo a percorrere, non è un valore occidentale. Di quale occidente parlano i giudici? Quello della Francia, dell'Italia, o quello degli Stati Uniti dove puoi procurarti un'arma al supermercato? Da giudici della Cassazione ci si aspetterebbe un'attenzione alle parole maggiore di quanta se ne dedica per scrivere un post su facebook (consiglio la lettura dell'articolo di Gilioli).

Si assiste a un intollerabile impoverimento del pensiero concettuale seguito o determinato da un impoverimento del linguaggio. Leggiamo sentenze scritte con la sciatteria di un tweet e ci meravigliamo della perdità di credibilità delle istituzioni. Quale futuro possiamo aspettarci in queste condizioni? Ci meravigliamo della deriva politica! Ma di cosa ci meravigliamo? C'è una deriva dello Stato e non da oggi, una deriva del linguaggio e del pensiero. Se uno scrive più di 130 caratteri è barboso, se ti permetti di fare una citazione sei uno che rompe, se solleciti il pensiero ti ritrovi insieme a pochi intimi e ti va bene se non ti danno del narcisista perché hai un blog! E' in questo letamaio che proliferano politici che non sanno quello che dicono, comparse da quattro soldi che si dimezzano lo stipendio e diventano statisti, magistrati che sollevano polveroni su ipotesi di indagini senza prove, magistrati che entrano e escono dalla politica magari tenendosi l'aspettativa per avere il piede in due scarpe e al diavolo la separazione dei poteri, a proposito di valori occidentali! In queste condizioni quale senso dello Stato è possibile coltivare, quale peso possono rivendicare le istituzioni?

Le istituzioni sono una cosa seria. E' intollerabile che parlino con la leggerezza con cui scrive un qualunque utente della rete, sottoscritto compreso. Tempi e modi del linguaggio sono cambiati dai tempi di Bismarck e la rete è stata determinante per questa rivoluzione, ma le istituzioni devono continuare a parlare da istituzioni non da followers di un qualche umore del momento. Se cadono in questa rete rischiano di non uscirne se non indebolite e in definitiva inutili.

mercoledì 10 maggio 2017

Gli errori cognitivi dell'animale razionale (3)

Insomma da quanto detto finora sembra che ce la cantiamo, ce la suoniamo e ce la balliamo da soli. Niente di nuovo sotto il sole. Pirandello molto tempo fa aveva già detto tutto quello che c'era da dire al riguardo. Altro che post-verità di cui si parla oggi come se fosse di recente scoperta. Ci raccontiamo, o siamo indotti a raccontarci, una storia che conforta i nostri timori più reconditi e restiamo al calduccio nella nostra bolla cognitiva fino a quando non arriva una variazione più o meno disastrosa a risvegliarci dal torpore, allora cambiamo versione della storia e riprendiamo a credere come prima, più di prima! Pensandoci bene sembrerebbe che nelle trappole cognitive ci viviamo in continuazione. Non facciamo altro che vivere in una trappola che ripariamo standoci dentro, la giara di Pirandello appunto.

In definitiva cos'è la caverna di Platone se non una trappola cognitiva? A essere ottimisti potremmo pensare che usciamo dalle trappole solo quando artisti, filosofi, poeti o scienziati (elencati in ordine alfabetico) ci svegliano e ci fanno vedere cose non viste prima. Il dilemma è serio. Usciamo davvero dalle trappole cognitive o non facciamo altro che passare da una trappola all'altra? Ideologie, visioni del mondo, modelli e schemi concettuali sono utili strumenti ermeneutici di sistematizzazione e conoscenza che rischiano sempre di trasformarsi in trappole per la stessa conoscenza quando l'assuefazione impedisce di vederne i limiti. Dovremmo chiederci continuamente "c'è altro che non sto considerando?". In questa domanda risiede la necessità del confronto con gli altri, l'essenzialità della dialettica. Senza il confronto con gli altri siamo come pesci nella bolla che pensano che il mare sia la bolla, come quelli che confondono le relazioni sociali con i social!

Ma attenzione, senza un senso critico ben temperato anche la domanda "c'è altro che non sto considerando?" può trasformarsi in un pericoloso "c'è qualcosa che mi stanno nascondendo?" In questo modo si entra in una trappola cognitiva simile a quella del paranoico, una trappola che oggi racchiude un gran numero di persone. I motivi per cui si entra in questa trappola sono molteplici: sfiducia nella politica, diseguaglianza sociale, principi calpestati e traditi, smantellamento dei dispositivi pubblici della conoscenza come la cara vecchia scuola. In un contesto simile l'attuale potenziale di comunicazione (web, social, ecc.) può costituire un fattore di amplificazione devastante della cultura del sospetto e non può sostituire i dispositivi della conoscenza messi in disuso. Oggi si parla della società della conoscenza ma in queste condizioni può crescere solo una società dietrologica, una società del complotto.

Aspettate un momento, ho un sassolino nella scarpa che devo togliermi prima di riprendere a scrivere seriamente (più o meno seriamente). Ehi, complottista! Ho una notizia per te. Se non conosci quello che succede non è perché ti tengono nascosto quello che succede. E' perché sei ignorante. Non ti offendere, anche io sono ignorante ma io lo so e cerco di colmare la mia ignoranza anche se mi costa fatica, tu invece non sai di essere ignorante e questo fa di te un imbecille. Sicuramente qualcosa sottobanco viene fatto, non posso negarlo, ma ti assicuro che non è la stragrande maggioranza delle cose che non sai. Quelle non le sai perché sei ignorante. Questa però è sia una brutta notizia sia una buona notizia. Brutta perché se sei un imbecille toglie ogni alibi alla tua imbecillità, buona perché se sei solo ignorante allora puoi colmare la tua ignoranza.

Riprendiamo il discorso. Continuando di questo passo una minoranza farà parte della società della conoscenza e la maggioranza farà parte della società che fa uso passivo degli strumenti della conoscenza, dei consumatori nella migliore delle ipotesi. Un segnale preoccupante di questo problema lo vediamo in paesi come gli Stati Uniti che a fronte di una produzione scientifica di tutto rispetto mostrano livelli di istruzione diffusa scandalosi con una nutrita fetta di popolazione che ancora pensa che l'evoluzione sia una favola blasfema. Lo vediamo in Italia con un tasso di analfabetismo funzionale che fa paura nonostante faccia parte del G7! Ha ragione da vendere Marc Augé quando dice “la sola utopia valida per i secoli a venire, le cui fondamenta andrebbero urgentemente costruite o rinforzate: l’utopia dell’istruzione per tutti, la cui realizzazione appare l’unica possibile via per frenare, se non invertire, il corso dell’utopia nera che oggi sembra in via di realizzazione: quella di una società mondiale ineguale, per la maggior parte ignorante, illetterata o analfabeta, condannata al consumo o all’esclusione, esposta ad ogni forma di proselitismo violento, di regressione ideologica e, alla fin fine, a rischio di suicidio planetario.”

La storia che ci raccontiamo, tempo fa si diceva narrazione oggi siamo passati allo storytelling, è quasi sempre il risultato di una focalizzazione. Consideriamo alcuni aspetti della realtà e ne tralasciamo altri. Non possiamo fare altrimenti, i nostri sensi sono evoluti per cogliere alcuni elementi di quanto ci circonda e tralasciarne altri. Di fatto siamo evoluti per cogliere stimoli compatibili o meno con la sopravvivenza, per andare incontro ai primi stimoli e evitare i secondi, ma le condizioni ambientali che interferiscono con la nostra vita sono cambiate in fretta e gli stimoli di oggi non sono gli stessi del paleolitico. Il problema mostra tutta la sua insidia quando il pensiero assume valenza totale, direi totalitaria, ignorando l'esistenza di quanto non prendiamo in considerazione. Invece quello che tralasciamo continua a esistere e quando ci andiamo a sbattere irrompe nel nostro panorama cognitivo. I cambiamenti climatici sono un drammatico esempio di fenomeni che avvengono a scale che sfuggono ai nostri sensi. Li abbiamo ignorati per decenni e adesso ci stiamo andando a sbattere.

Un'altra focalizzazione a mio avviso disastrosa è la convinzione che tutto sia frutto dell'ingegno e della tecnica. Non è un caso che la figura dell'ingegnere sia oggi ritenuta imprescindibile per risolvere qualunque problema della nostra epoca, ovviamente affiancata dall'opportuno economista per valutare la fattibilità economica della soluzione! Le discipline umanistiche, vero tessuto connettivo del nostro sviluppo, collettivo e individuale, sono snobbate quando non bandite. Ma c'è una vittima ancora più eccellente di questa distorsione tecnicista. Non tutto è il risultato di un progetto pianificato. La vita, come fenomeno biologico, non è il risultato di un progetto. La natura, la biodiversità, l'evoluzione sono un magnifico, inatteso e continuo miracolo di ordine e disordine. Abbiamo la convinzione di essere qui per un disegno preciso, per uno scopo scritto dall'origine dei tempi e l'idea che potremmo non essere qui per sempre, come specie intendo, non ci sfiora nemmeno. Pensiamo di imbrigliare l'imprevisto in categorie come la storia o la scienza, prendendoci libertà che farebbero drizzare i capelli a storici e scienziati. Tra il 1927 e il 1937 Antonio Gramsci appuntò in carcere quella che è una delle più grandi distorsioni cognitive della nostra epoca. "La scienza. Accanto alla più superficiale infatuazione per la scienza, esiste in realtà la più grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, che sono cose molto difficili e lo diventano sempre più per il progressivo specializzarsi di nuovi rami della conoscenza. Superstizione scientifica che porta con sé illusioni ridicole e concezioni più infantili ancora di quelle religiose. Nasce una specie di aspettazione del paese di Cuccagna, in cui le forze della natura, con quasi nessun intervento della fatica umana, daranno alla società in abbondanza il necessario per soddisfare i suoi bisogni. Contro questa infatuazione i cui pericoli ideologici sono evidenti (la superstiziosa fede nella forza dell’uomo porta paradossalmente a isterilire le basi di questa forza stessa), bisogna combattere con vari mezzi, di cui il più importante dovrebbe essere una maggiore conoscenza delle nozioni scientifiche essenziali, divulgando la scienza per opera di scienziati e di studiosi seri e non più di giornalisti onnisapienti e di autodidatti presuntuosi.
Si aspetta «troppo» dalla scienza, e perciò non si sa valutare ciò che di reale la scienza offre." (Quaderni del carcere).

Una superficiale infatuazione dice Gramsci. Oggi siamo tutti convinti di essere diretti discendenti di Prometeo e dimentichiamo di essere anche pronipoti di Epimeteo! E' necessario distinguere con accortezza tra ragione, scienza e tecnica e capire in che relazione sono tra loro e con il mercato, ultima trasfigurazione di ciò che è invisibile e immortale. Anche questa una distorsione cognitiva mica da poco! La visione neoliberista dell'economia, modello di organizzazione temporanea dell'umanità, diventa espressione razionale di una cosmologia stabilita ab aeterno senza alternative possibili. Una disciplina con forti valenze morali come l'economia assurge a legge fisica degli scambi commerciali e quello che vale in natura è trasferito nella morale dando compimento a una delle più perniciose fallacie del pensiero, la fallacia naturalistica che confonde descrizione e prescrizione. Ciò che è diventa ciò che deve essere. Nessuna differenza tra natura e cultura quindi, quello che avviene in natura vale anche per l'organizzazione sociale. Tutto bene? Certo, fatto salvo che non c'è niente di più "naturale" di epidemie, terremoti, carestie, predazione, ecc. ecc.

Insomma non è da escludere che la nostra organizzazione sociale sia frutto di colossali distorsioni cognitive che durano decenni! Dalla fine degli anni '70 ha preso piede la narrazione in cui lo Stato è diventato il problema anziché la soluzione. Continuiamo imperterriti con questa narrazione del tutto indifferenti all'evidenza dei fatti che dicono che da quando è così la disuguaglianza è cresciuta, il reddito e la ricchezza si è concentrata nelle mani di una minoranza sempre più esigua e il bacino dei diseredati è aumentato fino a formare una miscela esplosiva e incontrollabile. Guasto è il mondo, titolava Tony Judt uno dei suoi ultimi libri. Era il 2010, nel frattempo sono passati altri anni e non mi sembra di vedere segni di miglioramento.

Federico Caffè diceva: "Una efficienza priva di ideali ci riporta al clima intellettuale che ha consentito di designare l’economia come una scienza crudele." Questa affermazione fa riflettere sulla versione dei fatti che più ci piace credere o alla quale siamo indotti a credere. Oggi che ideali e utopie sono dati per morti, rimasti sul terreno insanguinato del '900, resta un'efficienza meccanica e fredda, fatta di macchine per macchine. Il fattore umano è un disturbo da smussare, adeguare, se necessario eliminare e sacrificare sull'altare della competitività e della produttività. Questa è la storia che ci raccontiamo oggi, una storia senza storia, avvolta in un presente eterno, senza futuro e senza passato. Oggi il futuro è senza storia e l'unico orizzonte è un indefinito incremento di competitività e produttività ignorando la natura asintotica di questi miti contemporanei, per non parlare dei limiti del pianeta che altrimenti il discorso si complicherebbe di più e a noi piace semplificare!

***

Questo discorso è partito da una giocosa presentazione delle distorsioni cognitive, poi mi sono lasciato portare da associazioni più o meno libere verso considerazioni la cui pertinenza con il punto di partenza ognuno valuterà. Prendendomi molte licenze ho utilizzato le distorsioni cognitive per leggere un frammento della nostra attualità. E' una lente molto personale quella attraverso cui ho deciso di guardare, non posso certo pretendere che mi fornisca un'immagine senza distorsioni!

Ma lasciate perdere le mie elucubrazioni. La cosa importante da ricordare è che Roy Cerqueti sabato 27 maggio dalle 18:00 farà una divertente presentazione delle distorsioni cognitive senza frantumarvi i cabasisi, anzi facendovi divertire. Un assaggio di quello che si dirà è contenuto nel primo post di questa serie.
E' un evento di raccolta fondi per sostenere la scuola Hands of Love di Nairobi. Il contributo per la serata è a offerta libera e tutti i contributi andranno a sostegno della scuola.
La presentazione sarà a Monterotondo, nella galleria Grafica Campioli di Anna Chiara Anselmi. La galleria è nel centro storico di Monterotondo, adiacente a Palazzo Orsini (ora Palazzo Comunale) in Via Vincenzo Bellini, 46, a soli 25 chilometri da Roma.
Al termine della presentazione offriremo un piccolo rinfresco per continuare a stare insieme sotto le stelle nel chiostro della galleria.
E' possibile avere fino a 40 partecipanti. Prenotate con una mail a direttamenteonlus@gmail.com
Per altre informazioni leggete il sito Direttamente Onlus o la pagina facebook.

mercoledì 3 maggio 2017

Note(6)

Da alcuni anni il cosiddetto occidente è ‘impegnato’ in una serie di ‘guerre preventive’ cominciate nell’intento di ‘esportare la democrazia’ per assicurare ai popoli afgani e irakeni una ‘libertà duratura’, queste alte(rate) manifestazioni dello spirito hanno preso le mosse da una serie di “spiritose invenzioni”[1] di G.W. Bush e T. Blair cui hanno allegramente partecipato i governi di mezzo mondo, Italia compresa con altre nobili bugie di platoniana memoria. Naturalmente gli USA, unica superpotenza superstite dopo la fine della guerra fredda, ha assunto la guida del sacro vessillo della libertà per esportare la democrazia altrove (modificare il costo del petrolio pare sia ancora impopolare come motivo per dichiarare guerra). Si pensa agli USA come alla più grande democrazia del mondo e c’è da chiedersi se anche questa non sia una spiritosa invenzione.
L’Atene di Clistene ci ha insegnato il valore della democrazia, l’America di Bush ci ha insegnato il suo prezzo. Secondo Hegel, nel caso dei greci “la schiavitù era la condizione necessaria di una simile bella democrazia”[2]. Oggi che l’uomo è stato finalmente “pensato come universale”, l’astrazione ideale ha estinto ogni concreta identità e la schiavitù è abolita, abbiamo le condizioni per la bella democrazia americana, emancipati dal dolore della carne e compiaciuti della moderna consapevolezza che le idee non sanguinano.


[1] Così Carlo Goldoni chiamava le bugie di Lelio, figlio di Pantalone, nella commedia “Il bugiardo”.
[2] G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia. La Nuova Italia, 1966. Cit. da Salvatore Natoli, La salvezza senza fede. Feltrinelli, 2007, p. 126.

giovedì 27 aprile 2017

L'ideologia delle ghiande

Q9 §131. Passato e presente. L’attuale generazione ha una strana forma di autocoscienza ed esercita su di sé una strana forma di autocritica. Ha la coscienza di essere una generazione di transizione, o meglio ancora, crede di sé di essere qualcosa come una donna incinta: crede di stare per partorire e aspetta che nasca un grande figliolo. Si legge spesso che «si è in attesa di un Cristoforo Colombo che scoprirà una nuova America dell’arte, della civiltà, del costume». Si è letto anche che noi viviamo in un’epoca pre-dantesca: si aspetta il Dante novello che sintetizzi potentemente il vecchio e il nuovo e dia al nuovo lo slancio vitale. Questo modo di pensare, ricorrendo a immagini mitiche prese dallo sviluppo storico passato è dei più curiosi e interessanti per comprendere il presente, la sua vuotezza, la sua disoccupazione intellettuale e morale. Si tratta di una forma di «senno del poi» delle più strabilianti. In realtà, con tutte le professioni di fede spiritualistiche e volontaristiche, storicistiche e dialettiche ecc., il pensiero che domina è quello evoluzionistico volgare, fatalistico, positivistico. Si potrebbe porre così la quistione: ogni «ghianda» può pensare di diventar quercia. Se le ghiande avessero una ideologia, questa sarebbe appunto di sentirsi «gravide» di querce. Ma, nella realtà, il 999 per mille delle ghiande servono di pasto ai maiali e, al più, contribuiscono a crear salsicciotti e mortadella. (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1948.)

giovedì 13 aprile 2017

Gli errori cognitivi dell'animale razionale (2)

Nel precedente post ho riportato in sintesi alcune trappole cognitive in cui incorriamo quotidianamente. Non mi sono avventurato nel terreno dei perché. Perché cadiamo in queste trappole? Quali sono le implicazioni e le conseguenze di questa nostra predisposizione? Rispondere a queste domande è molto più impegnativo di una descrizione delle distorsioni cognitive e io non ho la pretesa di farlo né le competenze ma può essere utile rifletterci.

Una cosa è certa. E' facendo affidamento su queste distorsioni cognitive che buona parte della pubblicità costruisce i suoi messaggi e questo accade in tutti quegli ambiti della comunicazione in cui la complessità viene semplificata ben oltre il confine della banalizzazione. Pensiamo al ruolo della "narrazione" in politica, o detta in maniera semplice, appunto, a come ce la raccontano! Come dice Kahneman: "costruiamo la storia migliore possibile a partire dalle informazioni che abbiamo… e se è una buona storia, ci crediamo". Pensa cosa può combinare chi sa sfruttare questa caratteristica per il proprio tornaconto! Non è un caso che gli studi sulle distorsioni cognitive condotti da psicologi e sociologi siano diventati di immediato interesse per l'economia e la finanza che con l'apporto di questi studi sono diventate economia comportamentale e finanza comportamentale. Se gli esiti positivi di queste conoscenze sono la presa d'atto delle trappole cognitive per evitarle e l'uscita dal paradigma dell'economia classica che descrive una razionalità che non esiste, è altrettanto vero che queste conoscenze si prestano a un uso distorto indirizzato alla manipolazione delle opinioni.

Dopotutto non siamo una specie così sapiens come ci piace credere. Prendendo seriamente in considerazione che l'imbecillità è una caratteristica costitutiva della specie sapiens, come suggerisce Maurizio Ferraris (L'imbecillità è una cosa seria, 2016), verrebbe da pensare se non sia il caso di ribattezzarci Homo demens! Alcune delle caratteristiche principali del nostro comportamento sono l'imitazione e la suggestionabilità, lati oscuri dell'empatia. I comportamenti di massa sono determinati da contagio sociale, manifestiamo forme di comportamento gregario che possono essere descritte con gli stessi strumenti con cui descriviamo il comportamento degli sciami di cavallette. Con le risorse del pianeta ci stiamo comportando esattamente come fanno lieviti e protozoi nei loro brodi di coltura, ci moltiplichiamo e consumiamo tutto fino a che ce n'è, poi restiamo intossicati dai nostri stessi rifiuti. Dopo milioni di anni di evoluzione della nostra specie ci comportiamo come lieviti e protozoi! Questa è la specie sapiens. Una specie che può avere coscienza individuale, che nella storia ha avuto anche coscienza di classe, salvo dimenticarla in fretta, ma che non ha ancora coscienza di specie.

Ci siamo evoluti in fretta e in un mondo relativamente semplice, ne avevo parlato tempo fa. Siamo passati da comunità di pochi individui al villaggio globale in tempi evolutivamente rapidissimi. All'origine della nostra evoluzione le decisioni coinvolgevano comunità di poche centinaia di persone e un intervallo temporale limitato. Dopo poche migliaia di anni, in seguito alle nostre attività, il mondo che ci circonda è diventato indicibilmente più complesso, l'orizzonte spaziale e temporale delle nostre azioni si è ingrandito fino a coprire l'intero pianeta. La cosa tragica è che in questo incremento di complessità ci sarà sempre un cretino a dispensare "nuovi modi di pensare" e "principi-guida" per affrontare le sfide del futuro affidando tutte le "soluzioni" alla chiaroveggenza tecnologica. Questa è l'era del cretino tecnologico che ignora il discorso politico e sociale ma gli fa la corte parlando di rinnovamento della partecipazione e di democrazia dei like. Tornano in mente in proposito parole davvero profetiche che Baudrillard scrisse nel 1987 nel saggio L'estasi della comunicazione: "Telematica privata: ognuno si vede promosso al comando di una macchina ipotetica, isolato in posizione di perfetta sovranità, a distanza infinita dal suo universo originale, cioè nella posizione esatta di un cosmonauta nella sua capsula, in uno stato di assenza di gravità che lo costringe a un eterno volo orbitale e a mantenere una velocità sufficiente nel vuoto sotto pena di venire a schiantarsi nel suo pianeta di origine."

La verità è che, nonostante tutta la nostra tronfia autostima per pochi millimetri di neocorteccia,  non siamo attrezzati come specie per stare al passo con l'incremento di complessità che viviamo quotidianamente. Gli studi sulle distorsioni cognitive rappresentano l'intuizione dei nostri limiti o, meglio, delle nostre caratteristiche. Già chiamarli limiti significa dare troppo credito al nome che ci siamo autoassegnati, quel sapiens che a volte è addirittura raddoppiato!  Mi direte, ma gli studi sulle distorsioni cognitive e sui filtri della percezione sono frutto di esseri umani! Vero, e qui si aprirebbe un discorso sul livello di consapevolezza potenziale e quello effettivo. Il livello di consapevolezza in condizioni "ideali" per pochi e quello effettivo nella vita quotidiana per tutti. Un discorso che non ha solo implicazioni evolutive ma anche sociali, politiche... Troppo difficile e poi anni fa Elias Canetti scrisse Massa e Potere, uno di quei libri infiniti che non si finiscono mai di leggere. Rimando a quel libro. Cosa potrei dire io di più significativo?

lunedì 3 aprile 2017

Gli errori cognitivi dell'animale razionale

"Homo oeconomicus è un concetto fondamentale della teoria economica classica: si tratta, in generale, di un uomo le cui principali caratteristiche sono la razionalità (intesa in un senso precipuo, soprattutto come precisione nel calcolo) e l'interesse esclusivo per la cura dei suoi propri interessi individuali." Wikipedia

Non so se voi avete mai incontrato questo fantomatico massimizzatore dell'utilità ma nel caso l'aveste fatto sappiate che avete visto una creatura mitologica e che la vostra esperienza è più incredibile della mia che ho appena finito di cavalcare Pegaso per fare quattro chiacchiere con Zeus che è molto triste perché nessuno gli dedica inni.

Nelle più difficili situazioni Homo oeconomicus si muove freddo, sicuro e calcolatore tra le varie alternative, valutando le conseguenze di tutte le sue azioni e facendo la migliore scelta possibile. Cosa volere di più dalla vita? Un lucano?

La verità però è molto meno appagante per il nostro ego evolutivo. Homo sapiens è un animale a razionalità limitata. Quella che nella nostra esperienza quotidiana chiamiamo razionalità è spesso la giustificazione a posteriori di scelte fatte con strumenti diversi da quelli razionali. Homo oeconomicus non esiste in natura. Per la verità avanzo qualche perplessità se sia corretto il nome sapiens ma una cosa è certa, Homo oeconomicus non esiste.

Abbiamo abilità limitate per comprendere e risolvere problemi complessi. Per superare i nostri limiti di elaborazione, memorizzazione, attenzione e quant'altro utilizziamo strategie e scorciatoie e passando attraverso queste scorciatoie facciamo le nostre scelte commettendo spesso errori che può essere divertente scovare.

domenica 2 aprile 2017

Note(5)

Una volta un creazionista[1] disse che l'insormontabile problema della teoria evolutiva è rappresentato dai cosiddetti anelli mancanti tra l'uomo e la scimmia, poi sollecitato dagli scienziati evoluzionisti di fronte alla scoperta dei fossili di pitecantropo il creazionista sostenne che se prima l'anello mancante era uno da quel momento in poi sarebbero stati due!
Il concetto di prova presuppone uno schema cognitivo condiviso, non solo la condivisione degli elementi che costituiscono prova di fatto da accogliere o confutare ma lo stesso concetto di prova. Basti pensare ai numerosi complottisti, ai vari visionari di scie chimiche, negazionisti del riscaldamento globale e dell'efficacia dei vaccini per avere un ampio campionario di soggetti per cui gli elementi di valutazione dei fatti, pur confermati in ogni discussione razionale, non costituiscono alcun valore di prova.[2]
Il livello di analfabetismo funzionale è fuori controllo e un esercito di imbecilli ha scoperto il profumo della ribellione al sistema scovando complotti anche nello scaldabagno di casa. Se fossi un complottista penserei che l'analfabetismo funzionale non è affatto fuori controllo ma, al contrario, un efficacissimo strumento di controllo del gregge.


[1] S. Jones, Scienza darwiniana e fantascienza biblica. MicroMega, 1/2006, p. 133.
[2] Nulla di nuovo sotto il sole, Giacomo Leopardi ne ‘La ginestra o il fiore del deserto’, ricorda alla gente del suo tempo “Così ti spiacque il vero/ Dell’aspra sorte e del depresso loco/ Che natura ci diè. Per questo il tergo/ Vigliaccamente rivolgesti al lume/ Che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli/ Vil chi lui segue, e solo/ Magnanimo colui/ Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,/ Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.”, Canti, Rizzoli, 1991.

domenica 26 marzo 2017

Note(4)

Povero Dio, ti hanno fatto maschio perché conoscessi tutto. L'onniscienza era necessaria per non sentire le sofferenze del mondo. Un mondo che hai generato da maschio, perché fossi stato femmina l’avresti partorito e nella memoria del dolore delle tue carni ne avresti sentito i lamenti. Avresti sofferto ad avere te stesso al centro del tuo pensiero e avresti maledetto te stessa della necessità di esistere. Da poco hai cominciato a sentire quei lamenti e il dolore ti sta dilaniando.
Povero Dio, ti hanno forgiato alibi di debolezze e sostegno di deliri di potenza. Non ti hanno creato solo per amore. Per troppo tempo la gloria ti è bastata per compensare le fatiche di sei giorni e ora che vai elemosinando amore come un mendicante qualsiasi nessuno ti vede. Uomini piccoli ti hanno creato piccolo, non puoi uscire da te stesso perché un Dio non ha altro che sé stesso ma forse una Dea sta soffrendo per te e per le tue creature.

lunedì 20 marzo 2017

Note

Su un muro di Firenze.
Anonimo, foto di marzo 2017
A Faber che ascolta.

Al centro della nostra vita sensoriale c'è la vista, questo sembrerebbe un fatto fisiologico ed evolutivo ma è anche e soprattutto un fatto culturale. Usiamo termini che si richiamano all'esperienza visiva per esprimere apprezzamento e valore o biasimo e incertezza. Un'idea chiarissima, un discorso limpido, l'evidenza dei fatti, un pensiero splendido, un percorso cristallino, una specchiata fama, un lucente avvenire, così come all'altro estremo usiamo una storia oscura, un periodo buio, una versione opaca dei fatti, un racconto poco chiaro, ecc.
Perché mettere in discussione questa supposta centralità dell'esperienza visiva rispetto agli altri sensi? Per sublimare una percezione alterata che rende insistente l'esperienza sensoriale attraverso sensi diversi dalla vista? Per utilizzare a fini performativi e artistici una patologia? Per focalizzare l'attenzione sulle esperienze sensoriali che abbiamo con organi diversi da quelli che riteniamo primari? No. Ognuna di queste spiegazioni è riduttiva, parziale, limitata e in fin dei conti errata.
Perché l'iperacusia o l'acufene dovrebbero condurre un artista a sviluppare e coltivare l'ascolto come principale esperienza sensoriale? Davvero è possibile pensare si tratti soltanto di un mirabile esempio di autoterapia?
Per un artista nato nel Salento non si può tentare una risposta a queste domande senza passare attraverso la lingua che ha avvolto l'artista già prima della sua nascita. Non si può prescindere dal dialetto salentino (di Melissano in particolare) e da una delle sue peculiarità per esprimere le esperienze sensoriali. Se il tatto, l'olfatto, la vista e il gusto hanno i loro corrispettivi verbi specifici (tocca, ndora, viti, custa), l'udito transita attraverso il grande fiume del sentire (senti). Nel mio dialetto non esiste ascoltare, l'equivalente di questo verbo è sintire che significa ascoltare ma esprime anche l'esperienza di qualunque altro senso così come ogni altra esperienza che coinvolga i sentimenti a qualunque livello: dolore, gioia, memoria, speranza. Ecco che sentire non è soltanto ascoltare bensì esperienza estetica totale, che coinvolge tutti i sensi e ogni livello emotivo. La cosa è rafforzata dal fatto che sentire veicola le percezioni di altri sensi come accade in italiano: senti ci ndoru (senti che profumo), senti u sapore (senti il sapore), senti comu è raspusu (senti come è ruvido). L'ambivalenza di sentire/ascoltare e sentire/provare una sensazione fa dell'ascolto un'esperienza sensoriale privilegiata. Solo attraverso questo filtro linguistico è comprensibile la necessità di fare dell'ascolto un'esperienza totale.
Ma c'è un altro livello interpretativo da considerare. Se le aggettivazioni che gravitano intorno alla vista rinviano alla ragione delle "idee chiare e distinte", l'ascolto (u sintire) chiama in causa i sentimenti. Si scorge un ulteriore elemento del discorso in cui i diversi sensi diventano metafora di differenti approcci verso l'esperienza, da un lato l'approccio razionale del vedere, dall'altro l'approccio sentimentale del sentire. Da qui si intuisce che il suggerimento latente di una performance dell'ascolto non è quello di una autoterapia per una forma patologica soggettiva, bensì quello di una terapia per una forma patologica sociale che ponendo al centro un'esperienza sensoriale/razionale perde di vista, è il caso di dire, ogni altra esperienza.

lunedì 13 marzo 2017

Note(3)

La confusione tra naturalismo metodologico e naturalismo filosofico è indice del delirio di onnipotenza scientifico originato da quell’innocente e disperato bisogno di inscrivere la complessità degli eventi in un orizzonte di prevedibilità. Arduo capire se questo rappresenta l’infanzia o la senilità della scienza, più facile sospettare qualcosa sullo scienziato che cade in simili malintesi. Giustamente i filosofi redarguiscono gli scienziati per questi errori e, in effetti, farebbe un gran bene avere maggiormente presente la cosiddetta fallacia naturalistica che David Hume ravvisò nel confondere essere e dover essere. Ma poiché errare è umano, anche la filosofia non rinuncia al privilegio.
Maurizio Ferraris[1] in un bellissimo libro di qualche tempo fa dedicato all’ontologia del telefonino, attribuisce alla filosofia di Kant la confusione tra ontologia ed epistemologia, ossia tra l’essere e gli strumenti della conoscenza dell’essere. Questo peccato originale, che trae origine dal soggettivismo di Cartesio, si estenderebbe, attraverso Nietzsche e Heidegger, fino alla filosofia di Gadamer e Foucault per diventare, in ambito post moderno, la negazione dell’essere. Per la verità il principio della negazione dell’essere è già in Anassimandro quando affermò che “i fattori da cui è la nascita per le cose che sono, sono anche quelli in cui si risolve la loro estinzione, secondo il dovuto, perché pagano l’una all’altra, esse, giusta pena ed ammenda, della loro ingiustizia secondo la disposizione del tempo” (fr. 1)[2]. Da Anassimandro la filosofia ha fatto molta strada e la negazione dell’essere si è molto articolata, quindi oltre alla fallacia naturalistica degli scienziati sarà indispensabile tener d’occhio anche la fallacia ermeneutica dei filosofi che, non meno insidiosa della prima, confonde l’essere e il potrebbe essere, ben celati dietro l’essere e il non essere ancora. Sul fronte realista non mancheranno filosofi dotati di idonei strumenti interpretativi per evitare la confusione tra ontologia ed epistemologia che l’ermeneutica riserva!


[1] Maurizio Ferraris, Dove sei? Ontologia del telefonino. Bompiani, 2005. pp. 193-204.
[2] Alessandro Lami, a cura di, I presocratici. Testimonianze e frammenti e frammenti da Talete a Empedocle. Rizzoli, 1991. p. 129.

martedì 7 marzo 2017

Note sull'8 marzo

Il mio contributo per la giornata dell'8 marzo dedicata alle donne è tutto in questo grafico e nelle foto che seguono.
La Onlus che insieme a due amiche ho messo in piedi per sostenere la scuola di Hands of Love a Nairobi organizza eventi per raccogliere fondi. Il prossimo evento è una visita il 1° aprile alla cappella del Sancta Sanctorum nel complesso della Scala Santa a Roma (dettagli per eventuali sottoscrizioni in questo sito).
Il grafico che vedete è il riepilogo delle visite che il prossimo evento ha ricevuto in facebook, potremmo considerarlo un indicatore dell'interesse per questo tipo di iniziative. Nel grafico sono riportate le visite per sesso e fascia di età che il sito ha ricevuto fino a oggi. In tutte le fasce d'età le donne manifestano più interesse rispetto agli uomini.

Clicca sull'immagine per ingrandire

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Il 21 gennaio scorso, in occasione dell'inizio dell'anno scolastico di Hands of Love, si è tenuto nella scuola un incontro con le famiglie per discutere delle aspettative, di come organizzare i corsi e le attività della scuola. Quello che segue è la lettera e le foto che Terry Little, il fondatore di Hands of Love, ha inviato per l'occasione. Sami è il direttore della scuola.

"Ecco alcune foto del nostro incontro di ieri (21/01/2017) con i genitori della classe baby. Faremo un incontro con i genitori di ogni classe ogni settimana. C'erano 24 delle 30 famiglie rappresentate (22 madri e 2 padri). L'obiettivo era quello di condividere le aspettative - quello che ci aspettiamo da parte dei genitori e che cosa si aspettano da HoL. Sami sta preparando un piccolo resoconto della riunione, ma ho voluto inviare qualche foto nel frattempo."





Questo avevo da dire. Aggiungo solo che quella minoranza di uomini presenti in questo post mi fa sperare in un futuro migliore.

lunedì 6 marzo 2017

Note(2)

In molti filosofi è subdolamente presente, anche nei meno ‘umanisti’, ma non per questo meno antropocentrici, un rovesciamento della specificità umana nella priorità umana. Se il tema è la specificità umana allora non ci è difficile concepire la specificità anfibia per la rana o la specificità lepidotterica per una farfalla, se il tema è la priorità non c’è bisogno di scomodare secoli di riflessione filosofica, basta la forza.
Lo zoologo Frans de Wall ha affermato che “il posto speciale del genere umano nel cosmo è quello delle rivendicazioni smentite e dei traguardi spostati”[1]. Nella storia del pensiero di paletti per rivendicare l’unicità umana ne sono stati eletti a iosa: la mano, la realizzazione di utensili, il linguaggio, la capacità di provare empatia, il pensiero simbolico e nessuna smentita è mai seriamente servita a mettere in discussione il reputarsi “più che primi e più che principalissimi”, come prevedeva il Copernico di Leopardi[2]. Uno dei paletti più amati da tempo è il linguaggio, che negli umani ha raggiunto livelli di complessità certamente non riscontrabili negli altri organismi; ma se è vero che “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”[3], è vera anche una commovente debolezza nella comprensione dei possessivi.

[1] Frans de Wall, La scimmia che siamo. Garzanti, 2006. p. 234.
[2] G. Leopardi, Operette morali - Il Copernico, Dialogo. Garzanti, 1984, p. 284.
[3] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916. Einaudi, Torino, 1983. Par. 5.6 cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori. Vol 1, p. 796.

domenica 5 marzo 2017

Note(1)

Parliamo dell’umanità investendola delle conquiste nei più svariati ambiti del sapere: vette del pensiero, passeggiate nello spazio, scoperte e invenzioni che rivoluzionano il tempo e quant’altro l’umano agire produca. In questo modo le esperienze fatte da un pugno di individui passano all'intera umanità per una sorta di osmosi intellettuale. Ovviamente non metto in discussione la condivisione delle esperienze umane, al contrario mi chiedo se il tipo di condivisione, limitato alle conquiste del sapere e ignaro di quelle del sentire, sia reale partecipazione del consorzio umano.
Qualcuno sosteneva che l’uomo è molto avanzato nelle sue abilità tecniche a fronte di una arretratezza morale e sinceramente, pur con tutte le conquiste sul terreno dei diritti umani, non credo sia un’osservazione facilmente rovesciabile. Siamo tutti d’accordo sulla nostra natura sociale ma a volte ho la sensazione che questo desiderio di sentirsi parte della comunità umana sia basato su criteri decisamente poco impegnativi. Io posso condividere l’esperienza del sapere apprendendo da un maestro e questo comporterà impegno e dedizione anche per un tempo molto lungo, ma quel tempo sarà comunque limitato se lo confronto con quello che occorrerebbe per condividere l’esperienza del sentire con altri esseri umani che coinciderà sempre con la durata della mia vita senza mai ambire a un punto di stabilità né mai volendolo desiderare.
In questo territorio impervio ci muoviamo nell’ambito della soggettività, e per evitare le aporie scegliamo “la bonaccia della storia”, per usare un’espressione di Foucault, che nell’ondata del falso appagamento ci fa dimenticare quale possa essere il contributo di esistenze così diverse quali siamo risolvendole nell’oggettivazione, poco importa se scientifica o teologica, il crimine commesso è identico.

venerdì 3 marzo 2017

Un viaggio in periferia

Questo è un post breve dettato dall'esigenza di far conoscere ai miei pochi lettori le periferie di Nairobi, i luoghi di Hands of Love, la scuola che sostengo con  Direttamente Onlus.


In questi giorni Diego Stellino si trova presso Slum Child Foundation, una orgazzazione che opera nell'edificio accanto a Hands of Love e che si dedica a cambiare la vita dei bambini nati nelle periferie di Nairobi.

Diego ha aperto un blog per raccontare il suo viaggio e la sua attività: https://myslumxp.wordpress.com/

Nei suoi post potete leggere e vedere frammenti di vita delle periferie di Nairobi, degli "slum" e dei bambini che lì crescono.

Grazie a chiunque vivrà questa esperienza attraverso i suoi occhi e le sue parole. Grazie a chiunque sentirà vicine quelle periferie.

lunedì 20 febbraio 2017

Gli ignavi e la Storia

«Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa".»

Dante Alighieri, Inferno III, 49-51


Ho letto un interessante articolo di Carlo Stasolla a proposito delle ultime “dichiarazioni” di Salvini che invoca la “pulizia di massa con maniere forti”. Trovo condivisibili i contenuti dell’articolo di Stasolla ma oltre alla mobilitazione delle coscienze forse è anche necessario un richiamo alle istituzioni. Perché siano tali!

Esiste o no un dispositivo penale in questo paese che punisce l’apologia di reato? Esiste o no un reato di istigazione a delinquere? Esiste ancora l’obbligatorietà dell’azione penale della magistratura o no? Domande retoriche, perché l’istigazione a delinquere esiste eccome, ancora non l’hanno depenalizzata come è stato fatto con l’abuso di credulità popolare (significativamente depenalizzato da Renzi, immagino con tacita gioia di Grillo!), l’obbligatorietà dell’azione penale esiste eccome. Allora perché non si procede nei confronti di Salvini o di qualunque altro apologeta del reato? Di quali “maniere forti” parla? Glielo vogliamo chiedere o aspettiamo una marcia su Roma delle camicie verdi? Tempo fa in questo paese ci furono istituzioni ignave che nel timore di accendere i fuochi della rivolta non contrastarono le minacce degli squadristi neri, anzi ne accordarono il comando. Stiamo facendo la stessa cosa oggi con gli squadristi verdi?

Mi sbaglierò ma spesso mi capita di pensare che l’ignavia muova la storia più dell’azione. Sì, l’ignavia di pochi cui non può che seguire la reazione di altri. Reazione che non perdiamo occasione di dissezionare, analizzare e spesso ignobilmente condannare. Virgilio sbaglia quando dice a Dante di non ragionare degli ignavi, forse non resta fama di loro ma lasciano tracce profonde nella storia del mondo, eccome se ne lasciano. Quando invece delle camicie verdi si usavano le camicie nere la parabola dell’ignavia per evitare una guerra civile si concluse (o si sospese) con una guerra civile. Stiamo imboccando di nuovo quella parabola?

Ma non facciamoci prendere da preoccupazioni premature. Restiamo fiduciosi in attesa della prossima celebrazione commemorativa per lanciare un autorevole monito alle forze politiche perché si facciano garanti della civile convivenza.

mercoledì 8 febbraio 2017

Del ricordo ben temperato

La Storia non è mai stata avara di crimini. Ovunque volgiamo lo sguardo non c'è possibilità di non scorgerne, basta aguzzare la vista. Ma più che di criminali la storia è generosa di imbecilli che spesso fanno la loro comparsa in concomitanza di ricorrenze vere o costruite, necessarie o strumentali, oppure necessarie e strumentali. E' il caso del giorno del ricordo delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Ricorrenza necessaria perché è giusto fare luce sulle pagine dimenticate della storia, strumentale perché la ricorrenza è occasione di visibilità per manipolatori e altre varietà di imbecilli che se non fanno la storia certamente l'affollano. E' doveroso ricostruire la vicenda delle foibe e dell'esodo ma è ignobile raccontare la storia piegandola agli scopi più biechi. Ritengo che la forma più alta di rispetto delle vittime della storia sia la ricostruzione più fedele possibile dei fatti, per quanta fatica costi.

Facendo finta di ignorare le palesi falsificazioni, le menzogne sui numeri o le foto degli eccidi nazifascisti fatti passare per crimini commessi dai partigiani jugoslavi, vedo essenzialmente due modi di manipolare la storia delle foibe. Il primo è raccontare la storia delle foibe incorniciandola in uno sfondo incompleto, a partire da un certo momento e tralasciando precedenti essenziali alla dinamica dei fatti, come l'occupazione italiana di quei territori e la snazionalizzazione delle comunità slave che ne è seguita, ovvero proibizione della lingua madre, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati e via e via. Snazionalizzazione cominciata dalla fine della prima guerra mondiale e inferocita con il ventennio fascista: l'unico vero grande rimosso della storia nazionale, "l'autobiografia di una nazione", scrisse Gobetti. Il secondo modo per manipolare la storia è confrontare le foibe con altri fatti storici con cui condividerebbero la matrice criminale. Il riflesso pavloviano di solito produce l'associazione tra foibe e shoah, preludio che ha la sua apoteosi nell'equivalenza tra nazismo e comunismo. L'autore di questo percorso mentale difficilmente verrà convinto da argomenti logici e razionali, dalla ricostruzione dei fatti e dalla verifica documentale.
Per quanto arduo sia il compito di chi vuole ristabilire un po' di ordine nell'emotività usata subdolamente dai cosiddetti revisionisti, resta il dovere di raccomandare buone letture almeno a chi è sfiorato dal dubbio che le cose non siano andate proprio come le racconta chi si riempie la bocca di frasi fatte senza citare fonti per piegare la storia al proprio tornaconto più o meno ideologico.

Per ricordare bene bisogna sapere, altrimenti si affastellano dichiarazioni a vanvera, si rincorrono numeri a casaccio, date disordinate, falsi storici e narrazioni infedeli. Poiché nei prossimi giorni si moltiplicheranno i "ricordi" più o meno sinceri propongo un articolo di Lorenzo Filipaz, pubblicato un paio di anni fa dal collettivo Wu Ming (i commenti all'articolo sono altrettanto interessanti), e uno speciale di patria indipendente del 2005, la rivista dell'ANPI, dedicato alla storia delle foibe. Inoltre invito a leggere il rapporto della Commissione istituita nel 1993 dai Ministeri degli esteri dell'Italia e della Slovenia con il compito di fare il punto sulla ricerca storica dei rapporti tra i due paesi. Questo almeno per quanto riguarda il materiale reperibile in rete. Nelle librerie si trova altro, come i testi suggeriti in calce all'articolo di Filipaz.

Qualcuno potrebbe dire che il materiale che propongo è di fonte partigiana, di parte appunto. Non è il caso del rapporto della commissione italo-slovena. Il rapporto è pubblicato dalla rivista patria indipendente ma è da considerarsi se non "al di sopra delle parti" almeno una versione condivisa tra storici italiani e sloveni, per quanto io stesso sono perplesso dal ricorso a una commissione bilaterale per stabilire una verità storica. Sebbene in alcuni casi sia necessario individuare un punto di partenza comune la Storia non è oggetto di mediazione. Per il resto non mi curo dell'accusa di partigianeria. Gramsci sosteneva che "vivere vuol dire essere partigiani" e io ne sono fermamente convinto. Inoltre esigo dalla partigianeria in materia storica il rigore della prova documentale. Quindi l'eventuale "revisionismo" della storia nota finora deve fornire materiale supportato da prove documentali. Senza questa conditio sine qua non non vedo alcuna ragione per una discussione sul tema delle foibe con revisionisti improvvisati, propagandisti a piede libero, bufalopoieti professionisti e altri simili sventurati che popolano il web e non solo.

giovedì 2 febbraio 2017

Suggerimenti dalla Storia

La procedura per l’elezione del Papa non è sempre stata come la conosciamo. Oggi sappiamo che i cardinali elettori si riuniscono in conclave, una sala chiusa e inaccessibile, clausi cum clave appunto, ma non è sempre stato così. L’ambiente ecclesiastico si è sempre distinto per una certa riservatezza ma all'attuale modalità di elezione si è arrivati dopo alcuni passaggi decisivi della Storia.
In origine a eleggere il Papa era il clero e il popolo della comunità cristiana di Roma. Ebbene sì, anche il popolo partecipava all’elezione del Papa ma non pensate a una procedura democratica, le potenti famiglie romane decidevano e il popolo acclamava o meno in funzione delle alleanze e degli scontri tra le stesse famiglie romane che influenzavano il popolo. Un circolo vizioso, diremmo oggi. Il risultato era spesso una sfilza di papi e antipapi, un putiferio! Nel 769 si pensò che era meglio togliere ai laici il diritto di rifiutare l’eletto per evitare interferenze da parte dell'imperatore ma quel diritto fu reintrodotto appena un secolo dopo. Fu una storia travagliata di potere spirituale e temporale a contendersi il primato, contesa i cui strascichi si sentono ancora oggi, ma questo è un altro discorso. Nel 1059, in pieno scontro per le investiture, Niccolò II decise che l’elezione del papa spettava ai soli cardinali vescovi, tanto per chiarire chi comandava sull’elezione del Pontefice. Da allora l’elezione del papa è avvenuta sempre con una certa discrezione, anche se la prima vera elezione cum clave è avvenuta nel 1118 con Gelasio II. Ma fu tra il 1268 e il 1271 che accadde qualcosa di importante, un vero e proprio tornante nella Storia dell’elezione dei papi. Sebbene i cardinali elettori furono messi sotto chiave in maniera coercitiva perché si dessero una mossa già dai perugini nel 1216 e dai romani nel 1241, furono i viterbesi nel 1270 a superare ogni precedente. Furono straordinari.
All’epoca la sede papale era a Viterbo e alla morte di Clemente IV occorreva eleggere il successore. Come si dice, morto un papa se ne fa un altro. E’ na parola, dicono a Roma per esprimere stupore di fronte a una ingenua sottovalutazione della complessità di un problema!
Per quella elezione il Sacro Collegio ci mise 1006 giorni, dal 29 novembre 1268 al 1° settembre 1271. Quasi tre anni! Poiché "maxima est discordia" tra i cardinali, questa benedetta colomba dello spirito non c’era verso che scendesse per portare il suo sacro consiglio. E neanche a dire che i cardinali erano una moltitudine. Erano solo 20 e uno morì pure durante l'estenuante prova. Ne restarono solo 19! I cardinali erano divisi in due partiti Pars Caroli (filofrancese e filoangioina, o guelfa) che contava 7 o 8 cardinali, e la Pars Imperii (filotedesca, o ghibellina), cui facevano riferimento una decina di cardinali, due dei quali, peraltro, morirono durante le votazioni. Ne restarono solo 17! Questi erano i partiti più importanti. Sorvoliamo sulle divisioni tra le diverse famiglie. Chi spingeva di qua, chi di là. Non c'era verso che si trovasse un accordo su un nome da eleggere.
Pare che all'inizio i cardinali decisero volontariamente la clausura e per starsene tranquilli stipularono un accordo con il podestà e il capitano del popolo di Viterbo perché fosse garantita la giusta serenità dei porporati e il controllo delle strade che all'epoca erano più pericolose di quelle di Detroit. Ma nonostante la tranquillità garantita il tempo passava invano, anche perché, diciamola tutta, i cardinali non si sbattevano di fatica. Ci volle quasi un anno prima di mettersi d'accordo su un nome e questo sventurato era Filippo Benizi, Priore Generale dell'Ordine dei Serviti, religioso in odore di santità che appena saputa la notizia delle intenzioni di eleggerlo Papa si da a gambe levate preferendo a quel covo di serpi la vita da eremita sul Monte Amiata. Dopo di lui il Sacro Colleggio pensò a Bonaventura da Bagnoregio, successore di San Francesco d'Assisi come generale dell'Ordine Francescano, ma pure lui pare abbia pensato ai versetti 8,33 del Vangelo di Marco quando è stato raggiunto dalla ferale notizia. Nella buona novella Gesù pronunciò quel "Vade retro Satana" che molti pensano abbia detto quando era nel deserto. No no, lo disse proprio a Pietro, andate a controllare. Il massimo che quel sant'uomo di Bonaventura poteva fare era una serie di prediche per sollecitare l'elezione del successore di Pietro. Anzi, alcune fonti dicono che sia stato proprio lui a sollecitare "i viterbesi a rinserrare tutti i cardinali affinché in tal guisa ristretti si risolvessero di conchiudere la sospirata elezione".
Neanche le prediche di Bonaventura sortirono il sospirato effetto. Le cose precipitarono, dopo più di un anno non si aveva ancora il papa e i viterbesi cominciavano a rumoreggiare. A quel punto il podestà Alberto di Montebuono e il capitano del Popolo Raniero Gatti, uomo di modi sbrigativi, presero in mano la situazione e decisero di chiudere materialmente nel palazzo papale i cardinali fino a che non fosse stato eletto il nuovo papa. Questo era un vero conclave! Li chiusero letteralmente a chiave. Murarono le uscite e arrivederci con il nuovo papa. I cardinali non la presero bene e scomunicarono il podestà. Da parte sua Raniero Gatti, meno diplomatico del podestà, prese in parola una battuta del cardinale inglese Giovanni da Toledo che disse agli altri porporati: «Discopriamo, signori, questo tetto; dacché lo Spirito Santo non riesce a penetrare per cosiffatte coperture.» Fu così che intorno alla Pentecoste del 1270, il 1° giugno, i viterbesi scoperchiarono parte del tetto del palazzo papale, sperando in questo modo di rendere facile il passaggio della santa colomba sul sacro consesso. Inoltre, per favorire la santità del collegio attraverso la pratica del digiuno furono ridotte le razioni di pasti per i cardinali.
In verità questa segregazione non durò a lungo. Il tetto fu fatto riparare dopo tre settimane dalle autorità comunali e fu consentito ai cardinali di occupare le altre stanze del palazzo papale. Rimase solo il divieto di lasciare il palazzo fino a elezione avvenuta. E i viterbesi fecero male a mollare la presa, perché i cardinali a quel punto se la presero comoda per un altro anno. Ma dopo più di 1000 giorni i cardinali, provati dallo sforzo e ansiosi di rivedere famigliari e amanti, decisero di tagliare corto. Il 1° settembre 1271 quindici cardinali, due erano assenti (ne restarono solo 15!), decisero di applicare il compromissum, ovvero affidarono a sei di loro il compito di eleggere il successore di Pietro, una sorta di commissione parlamentare. La decisione fu presa in quello stesso giorno dai sei membri e successivamente fu approvata e ratificata da tutti. Habemus papam!
And the winner is..., rullo di tamburi..., Tebaldo Visconti, arcidiacono di Liegi, che non era cardinale e neanche sacerdote. Più compromesso di così! Non aveva ricevuto i voti sacerdotali ma in compenso era considerato uomo onesto e saggio e per giunta aveva un impeccabile curriculum vitae et studiorum. Aveva fatto esperienza all'estero ed era collega all'università di Parigi di, udite udite, Tommaso d'Aquino. Insomma, non era uno sprovveduto. Al momento dell'elezione al soglio pontificio era in missione all'estero, al seguito del principe Edoardo d'Inghilterra in una qualche crociata in terra santa, all'epoca se ne facevano molte. Per fargli avere la notizia dell'elezione ci vollero quattro mesi. Non era come adesso che mandi una mail con un click. Una volta tornato in patria fece una carriera ecclesiastica fulminea. Venne ordinato prima sacerdote, poi vescovo e poi papa. Quando si dice un avanzamento professionale prodigioso! Era il marzo del 1272 e dopo più di tre anni dalla morte del precedente papa venne intronizzato il nuovo papa con il nome di Gregorio X.
Sebbene Gregorio X non avesse vissuto direttamente l'esperienza dell'elezione quando gliel'hanno raccontata deve essere rimasto parecchio impressionato. Per questo decise di approvare il conclave come metodo per eleggere il pontefice. Con la costituzione apostolica Ubi Periculum venivano stabilite le regole per l'elezione dei papi. Gregorio X prese a modello quanto avevano fatto i viterbesi. In poche parole i cardinali elettori sarebbero stati tutti segregati in un'aula, senza contatti con il mondo esterno e con graduale riduzione di cibo. In particolare la Costituzione apostolica precisava che, dopo tre giorni, il cibo veniva ridotto a un solo piatto a pranzo e a cena e che, dopo altri cinque giorni, sarebbe stato consentito solo il passaggio di pane, acqua e un po' di vino fino a elezione avvenuta con la regola dei due terzi sulla maggioranza dei votanti. E' interessante anche come la Costituzione stabilisse che ai negligenti sarebbe toccata la scomunica, la privazione dei pubblici uffici e l'attribuzione del titolo di infami.
Sia pure con le modifiche dettate dai tempi queste norme regolano ancora oggi lo svolgimento del conclave per l'elezione del papa.

Ecco in sintesi come si è arrivati al conclave così come lo conosciamo oggi. Voi mi direte, dov'è il suggerimento dalla Storia evocato dal titolo di questo post? Sarò breve.

Non so da quant'è che ci stanno martellando i cabasisi con la legge elettorale. Stabilito che solo un citrullo può aver concepito l'italicum  e che solo un citrullo ha concepito il porcellum, c'è chi vuole il mattarellum, chi il legalicum, chi il consultellum e via vaneggiando con altre perle preziose di latinorum. Quanto durerà questa indecente pantomima?
Ma se si facesse come hanno fatto i viterbesi nel 1270?
Con i parlamentari dentro vengono murate le vie d'uscita di palazzo di Montecitorio e di palazzo Madama, ovviamente senza arrecare danni ai palazzi che oggi fortunatamente la sensibilità architettonica non è quella del XIII secolo. Si lascia il passaggio per qualche frugale vettovaglia da fornire solo nei primi giorni, poi neanche quella fino a legge elettorale approvata.
Come la vedete?
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