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sabato 20 maggio 2023

Si fa presto a dire scienza!

Per avere informazioni sui cambiamenti
climatici e i vari negazionismi seguite
l'ottimo sito Climalteranti.it
"(poiché quel che si sa non è nostro)" M. Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore.

Ti faresti curare da un ortopedico per un’infezione polmonare? No? Perché no? Dopotutto sono entrambi medici! C’è anche chi si fa curare da ciarlatani che vendono fumo ma se decidi di rivolgerti a un medico non andrai da un ortopedico se hai una polmonite. Ecco, è tutto qui il dibattito “pro e contro” i cambiamenti climatici e in un mondo maturo qui finirebbe quella caricatura che con larga generosità e altrettanto larga ignoranza si continua a chiamare dibattito. 

I cambiamenti climatici e la causa antropica sono un fatto assodato. Nonostante quanto circola nei media la stragrande maggioranza di scienziati che si occupano di clima, pur nella sana dialettica che da sempre distingue il discorso scientifico, su questo punto è concorde e quel consenso converge nei rapporti pubblicati da IPCC. In un mondo culturalmente maturo questo basterebbe a evitare cagnare televisive condotte da inesperti e da non esperti del clima che vantano, anche a buon diritto, competenze nei campi più diversi, dalla fisica delle nubi alla fisica delle particelle subatomiche, dalla geologia alla chimica-fisica, ma non in climatologia. 

Ti faresti curare da un ortopedico per un’infezione polmonare? La domanda di apertura torna. La risposta anche. Si chiamerebbe in una trasmissione televisiva un epatologo per parlare del sarcoma osseo, o, con un salto ancora più ardito, un ingegnere idraulico per discutere di chimica della combustione? Indico i titoli di studio per dire il campo di attività professionale, accade che le due cose non coincidano ma la domanda è: chi si occupa di conservazione delle specie può essere chiamato in TV per discutere di fusione nucleare o più probabilmente il rovescio? Temo di sì. È quello che accade, che è accaduto e temo continuerà ad accadere a lungo per una visione immatura della scienza. Una visione che si richiama a quello che la scienza era ai suoi albori e forse anche prima, quando un uomo poteva coprire i più diversi ambiti dello scibile. In passato abbiamo avuto gli Aristotele, i Leonardo da Vinci ma già con quello che si ritiene l’atto di nascita ufficiale della scienza odierna, con Galileo, e con i successivi sconvolgenti paradigmi le discipline scientifiche si sono andate sempre più separando per il rapido accumularsi di conoscenze che è ormai impossibile padroneggiarle tutte. Quello che è rimasto comune, essenziale e irrinunciabile alle scienze, a tutte le scienze degne di questo nome, è il tessuto connettivo del metodo, quello di cui parlavano Cartesio, Galilei. 

Dando per scontati i fondamenti concettuali e sperimentali non si può non pensare che del metodo scientifico fa parte il confronto con gli esperti del settore, nelle sedi e nei modi stabiliti dalla comunità scientifica alla quale si vuole appartenere o con la quale si vuole interloquire. Tradotto in parole semplici: se un fisico delle nubi ha dubbi sull’origine antropica dei cambiamenti climatici ed è certo che l’azione dell’uomo non abbia alcuna influenza non basta sventolare le proprie competenze e il proprio nome, deve farlo pubblicando una contro argomentazione sulle riviste specializzate nella disciplina in questione o su riviste generaliste ma di levatura scientifica. Deve affrontare la revisione dei suoi pari, non in uno studio televisivo a favore di telecamera ma negli studi degli specialisti che valutano ogni aspetto del suo lavoro, ne chiedono conto ed è tenuto a rispondere. 

La scienza di oggi è arrivata a un livello di specializzazione per cui non possiamo più pensare che lo “scienziato”, qualunque sia la sua specializzazione, possa rispondere con autentica cognizione di causa a qualsiasi domanda oggetto della scienza. Forse potrebbe rispondere sul metodo ma anche qui andrebbe operato un distinguo tra metodo concettuale, solo collante tra gli scienziati, e metodo strumentale dove le discipline tornano a divergere. La visione comune dello “scienziato” e della scienza, tristemente riprodotta nel circo mediatico è ancora pre-galileiana, sia per l’assenza di criteri di scelta dei soggetti chiamati a rispondere ai problemi scientifici sia per le risposte desiderate, ancora intrise di certezze deterministiche per persino Laplace troverebbe infantili! 

Ma c’è di più e più importante delle zuffe televisive tra “scienziati”. Se la scienza si è disgregata in mille rivoli, ognuno con la propria irriducibile specializzazione, come possiamo tenere insieme un mondo sempre più complesso che per essere gestito al meglio chiede la partecipazione di tutto il nostro sapere? Come possiamo far confluire tutti i nostri saperi in un grande, organico, vivo e sempre sfuggente sapere? Un approccio pre-galileiano è il viatico perfetto per la catastrofe. Forse una strada per evitarla è riprendere la lezione di Socrate, avere l’onestà di sapere di non sapere. L’onestà di riconoscere dove arriva la mia competenza e capire che è un cono di luce in una vastità buia dove posso vedere grazie alla luce portata da altri. Gli scienziati non meno della gente cosiddetta comune sono chiamati a questa lezione, anzi direi che chi si occupa di scienza, qualunque sia la branca, ha un supplemento di dovere. 

Io non sono un climatologo e per questo leggo e accolgo quanto i climatologi scrivono. Non sospendo il giudizio circa i criteri, i metodi e l’interpretazione dei dati. Voglio dire che i risultati mi devono convincere, che devo trovare robusta l’argomentazione, pur nella limitatezza dei miei mezzi perché mi occupo d’altro. Insomma, assisto da fuori al confronto tra esperti del clima e prendo atto che in quel consesso non c’è alcun manifesto dissenso circa le cause antropiche dei cambiamenti climatici in corso ormai da tre decenni, anche se negli ultimi anni gli eventi estremi stanno accelerando in maniera spaventosa e purtroppo prevista. Tutto questo mi spaventa, sconvolge il mondo così come l’ho conosciuto e come desidero che continui ad essere, ma la mia formazione mi ha insegnato che non posso rigettare una argomentazione robusta e condivisa da chi su un punto ne sa più di me solo perché i risultati di quell’argomentazione mi spaventano o chiamano in causa l’intera umanità, e quindi anche me, come responsabile di un disastro. Il punto è questo. Le certezze che vacillano, le conoscenze consolidate che si sfaldano. Alla base di ogni negazionismo c’è un bimbo che piange. La mia formazione ha insegnato al bimbo che ognuno ha dentro che è inutile piangere, strepitare, battere i piedi. Non per questo i mostri del buio scappano. È più utile accendere la luce che ho a disposizione e se è debole cercare altra luce. 

L’origine antropica dei cambiamenti climatici è un fatto assodato perché chi si occupa di clima globale su questo punto ha una ragionevole certezza. Una ragionevole certezza. Questo è tutto quello che la scienza può dare. Dobbiamo farcelo bastare se vogliamo un futuro.

mercoledì 9 settembre 2015

La storia con i se...

Salvo una sola eccezione in questo blog non c'è nulla che riguardi il mio lavoro.
Mi piace distinguere in maniera nettissima ciò che riguarda la mia attività professionale e ciò che faccio per... otium.
Farò un'altra eccezione invitando alla lettura di un paio di post pubblicati in Climalteranti:

Perché sono diminuite le emissioni di gas serra in Italia?



Riconosco che non è una lettura facile ma in sintesi nel primo post ho tentato di spiegare l'andamento delle emissioni atmosferiche di gas a effetto serra con una analisi che consente di "scomporre" l'andamento di un parametro nei suoi fattori determinanti. Se le emissioni atmosferiche dipendono dalla crescita economica, dalla popolazione, dai combustibili fossili, dall'efficienza ecc. ecc., allora quanto conta ciascun fattore?
Nel secondo post invece ho tentato di rispondere alla domanda: "se la crisi non avesse ridotto il prodotto interno lordo quale sarebbe stato l'andamento delle emissioni di gas serra? Negli ultimi anni c'è stata una notevole crescita delle fonti rinnovabili (fotovoltaico, eolico, biomasse, ecc.) e l'Italia ha mancato per poco gli obiettivi del Protocollo di Kyoto ma come saremmo messi se la crisi economica non avesse colpito la nostra economia?
Nei due post trovate la risposta a queste domande. Buona lettura.

martedì 23 giugno 2015

Laudato si'

Invito a leggere la Laudato si’ di Francesco, l’enciclica pubblicata pochi giorni fa, dedicata alla “cura della casa comune”. Ho pensato a lungo a cosa scrivere in questo post ma alla fine ho deciso che non scriverò nulla di quanto avevo pensato. Rimanderò ogni considerazione di dettaglio alla discussione che spero seguirà.
Qui dirò poche cose che ritengo essenziali.

Chi vede chiaramente la rottura degli equilibri naturali e sociali per le attività predatorie di un mercato avido e senza etica non può non rivolgere attenzione all'appello di Francesco a prendersi cura della casa comune. Il documento è una sintesi di ampio respiro in cui trovano spazio la promozione della democrazia diffusa, la tutela dei beni comuni, la lotta alle disuguaglianze economiche, alla crisi socio-ambientale, al riscaldamento globale, la protezione della biodiversità, la promozione dei valori urbani, la denuncia della piaga del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori, il richiamo ad “accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo”. Tutti concetti di cui si è nutrito chi ha sensibilità ambientale e sociale. Tutti concetti per cui quelli come me si sono arrabbiati come cani vedendo l'indifferenza e la sufficienza con cui venivano scaricati da quelli che guidavano, guidano e purtroppo continueranno a guidare le sorti del pianeta (anche se spero di sbagliare). Non ci sono novità assolute nell'enciclica di Francesco ma non si può negare che si tratti di un lavoro di sintesi che merita riflessione, un atto politico di forza notevole anche per la risonanza planetaria che avrà il documento. Con qualche forzatura si può dire che le istanze ambientaliste e di giustizia sociale assumono dimensione (inter)nazionalpopolare! Chi ha a cuore quelle istanze dovrebbe essere contento di ritrovarle in una enciclica. Se questa enciclica cambierà il corso degli eventi è altro argomento. La denuncia del sistema economico che crea disuguaglianze era già nella Evangelii Gaudium di Francesco e la denuncia della dittatura del mercato era già arrivata, e anche piuttosto forte, con la Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Era il 2009, le disuguaglianze continuano ad aumentate, le orgasmiche invocazioni di crescita economica si sono moltiplicate e se la Terra prende respiro è perché milioni di persone sono state lasciate senza lavoro e senza reddito! Il modello di sviluppo non è cambiato granché, forse perché la sete di accumulo e dominio non è una faccenda di “antropologia cristiana” male interpretata ma di antropologia senza alcun aggettivo che precipita nei dettami religiosi, nella tecnica, nell'economia, nella scienza, insomma dove è più comodo precipitare.

La Laudato si’ richiama alla cura della Terra, madre e casa comune per tutte le specie viventi, presenti e future. E’ un tema sul quale è necessario e auspicabile l’incontro di credenti e laici perché, dalla mia lettura, il rispetto della Terra e di chi la abita è un atteggiamento etico che conserva il suo valore etsi Deus non daretur (anche se Dio non fosse dato). Questo è il punto di forza del dialogo possibile e allo stesso modo il punto debole delle premesse dell’enciclica, almeno per un lettore laico. Sarebbe tuttavia assurdo, oltre che inutile, pretendere che una enciclica papale prescinda da premesse teologiche creaturali e da queste deduca conseguenze dottrinali (su interruzione di gravidanza, identità sessuale, famiglia tradizionale). Resta vero che nessun laico o non credente è tenuto ad accettare né le une né le altre e nessun cattolico (o membro di altre confessioni) ha il diritto di imporle ad altri. Vivere sulla Terra non è una faccenda di logica matematica in cui date premesse diverse si percorrono traiettorie logiche differenti per arrivare a conclusioni differenti. Curiosamente accade che si abbiano premesse differenti, che si arrivi a conclusioni differenti, eppure con traiettorie in buona parte identiche. Dovere dei viventi è percorrere la traiettoria comune. Il resto verrà.

martedì 15 luglio 2014

Tempo incerto

Odisseo scendeva nell'oltretomba per consultare Tiresia, noi non usciamo di casa senza consultare il meteo. Quotidiane divinazioni che ultimamente faticano ad avverarsi per una imprevedibilità che sfugge ai calcoli.
Oggi si attendono piogge moderate, è consigliato andare al lavoro con i mezzi pubblici e lasciare a casa lo scooter. Non è caduta nemmeno una goccia d'acqua.
Oggi ci sarà cielo limpido e sole torrido, invece il cielo s'annuvola e minaccia temporale.
Una volta c'erano le registrazioni delle temperature nelle principali località ma c'era sempre qualche località non pervenuta. Pochi anni fa ne parlava il grande marziano. Leggetelo attentamente quel post, è il ritratto della transizione tra due epoche. Da un mondo dove c'era ancora qualcosa di non pervenuto, qualcosa da scoprire ad un mondo dove non c'è più ospitalità per il non pervenuto, un mondo dove tutto è calcolato. Ma i calcoli non sono più affidabili. I cambiamenti climatici hanno fatto saltare gli algoritmi basati su serie storiche che non hanno più valore predittivo e noi non sappiamo più come tornare al non pervenuto.
Io continuerò a fare come i contadini che mi hanno preceduto e come i loro fratelli pescatori. Ogni mattina apro la porta del terrazzo, attraverso la soglia lentamente e dopo un respiro profondo guardo il cielo.

venerdì 22 novembre 2013

E' tutto pre-visto

Un amico mi fa notare che non ho scritto nulla sull'alluvione in Sardegna! Strana osservazione da rivolgere a uno che scrive quando, cosa e come gli pare senza alcuna regolarità. Ad ogni modo sulla faccenda quanto avevo da dire l'ho scritto in un commento all'ottimo post di Garbo. Il mio commento lo riporto qui ma sulla faccenda non ho altro da aggiungere né al mio amico né ad altri.


«Caro Garbo, questa "sciagura" è una delle tante, è l'ultima in ordine di tempo e non sarà l'ultima per molto tempo. Togli pure quel forse da "stiamo inquinando l'ambiente in cui viviamo in maniera, forse, già irreversibile", il nostro clima si sta tropicalizzando e se neanche il bacino mediterraneo è più in grado da fare da buffer agli sbalzi termici che originano i cicloni allora quel punto di non ritorno paventato da chi studia il clima è già alle nostre spalle. Metti questo in un paese come il nostro che tu descrivi in maniera pasolinianamente lucida e ad ognuno di questi "appuntamenti" con il cameriere della natura che presenta il conto risponderemo come in uno stucchevole refrain che ormai ha il sapore del déjà vu con le parole d'ordine della solidarietà, è il momento del cordoglio e non delle polemiche, raccogliamoci intorno al dolore e menate simili, buone per l'omelia domenicale di qualche prelato ma inutili per la giustizia terrena e ingiuriose per quella divina. E allora la si faccia finita una volta per tutte, che arrivi un ciclone e ci porti via tutti al più presto ma tutti veramente, non solo in questo paese dove ormai non vale la pena neanche di essere "disperatamente italiano", rimarrà alla terra il tempo di riprendersi da questo bubbone che è la specie sapiens. Non ho speso una parola per questa tragedia e non ne spenderò se non in questo commento, stiamo facendo morire questa terra di aterosclerosi, occludendo tutte le sue arterie, non ci sono più vasi sanguigni liberi per ossigenarla, per farla vivere e piangiamo morti annunciate ad ogni autorizzazione edilizia, per non parlare di condoni e di costruzioni abusive. Ebbene, io ho pianto ogni volta che vedevo una casa costruita troppo vicina ad un bacino fluviale o ogni volta che un alveo viene ristretto, ho pianto ogni volta che ho visto una nuova casa ai piedi del Vesuvio, piango ogni volta che vado nella spiaggia che frequentavo da piccolo e ci vedo sempre meno sabbia, piango ogni volta che vedo costruire una casa in campagna e case vuote nei paesi, piango per ogni albero di ulivo strappato alla sua terra o bruciato per fare posto ad un pannello solare o ad una strada inutile, piango in ognuna di queste occasioni. Adesso cosa ho da piangere? Cos'ho da rattristarmi? Per una tragedia annunciata da tempo? Adesso è solo elaborazione del lutto e io sono ben oltre la quinta fase della Kübler Ross. Un saluto caro Garbo.»

venerdì 31 agosto 2012

Topi in trappola

La notizia è riportata da Ecoblog e il video è ripreso da lì. Io preferisco non commentare. Dico solo che diffido dell'approccio tecnologico-ingegneristico quando tocca sistemi di una complessità che neanche sappiamo concepire. La geoingegneria mi sembra la massima espressione dell'hýbris oppure della suprema imbecillità umana, oppure la disperata manifestazione di topi in trappola che non sanno più cosa inventare per continuare a sopravvivere.


Considerando che ormai l'unico imperativo categorico della specie umana è rimasto "fai quello che si può fare" c'è da giurarci che prima o poi questa roba sarà realizzata ma noi non ci saremo, cantavano Francesco Guccini e Augusto Daolio qualche tempo fa.

martedì 26 giugno 2012

Il futuro che ci resta

Summary poco fedele alla lettera del documento finale della Conferenza Rio+20: "Il futuro che vogliamo". Se sono stato anche poco fedele ai contenuti giudicate voi!

Noi siamo tanto preoccupati della crisi ambientale, economica e sociale ma proprio tanto preoccupati e affermiamo la necessità di rivolgere tutti i nostri sforzi per un mondo più pulito, più giusto e più buono, sottolineamo l'importanza di ridurre l'ineguaglianza sociale e promuovere l'economia verde e lo sviluppo sostenibile, riconosciamo la gravità dei cambiamenti climatici e invitiamo i governi a promuovere l'integrazione sociale, economica e ambientale, riaffermiamo la centralità degli accordi internazionali e l'importanza degli oceani delle foreste e della biodiversità...
...e vissero quasi tutti felici e contenti per il tempo che gli era rimasto.

martedì 5 giugno 2012

Lettere dall'oltrescienza


La storia della scienza spesso ha avuto enorme stimolo da lettere inviate ai giornali, lettere brevissime eppure fondamentali. Ricordo per esempio che l’articolo di Watson e Crick sulla doppia elica del DNA pubblicato da Nature nel 1953 era di una paginetta appena. Si trattava di una lettera. Quella lettera ha dato origine ad una immensa mole di informazioni e conoscenza.

Spostandosi dalla biochimica alla climatologia, sebbene la rivista sia indubbiamente meno prestigiosa di Nature, la brevità della lettera pubblicata da Libero sui cambiamenti climatici in Italia non va a discapito della ricchezza di argomentazioni, della dovizia di dettagli analitici, della puntuale esposizione di ipotesi e confutazioni della teoria presentata. Un gioiello del pensiero, sono sicuro che questa lettera darà origine ad una immensa mole di risate e scherno!

Grazie a Marina per la segnalazione di questa perla.

giovedì 6 maggio 2010

Complesso o complicato?

«La complessità è il simbolo della nostra epoca, ma quella complessità si basa su combustibili fossili economici e sul clima stabile che ha permesso un’enorme sovrabbondanza di cibo. La complessità è la nostra gloria, ma anche il nostro punto debole. Con l’aumento del prezzo del petrolio e poi con la crisi del credito nel 2008 abbiamo iniziato a capire di aver legato le cose in modo tanto stretto che piccole mancanze in un punto si riflettono su tutto il sistema. Se l’ottusa decisione degli Stati Uniti di usare parte del proprio raccolto di mais per produrre etanolo può aiutare a innescare rivolte alimentari il 37 paesi, o se una serie di miopi scommesse sui mutui nel Nevada può raddoppiare la disoccupazione in Cina, allora abbiamo permesso ai nostri sistemi di intrecciarsi in modo eccessivo. Se le nostre cattive abitudini di guida possono sciogliere la calotta polare dell’Artico…Beh, avete capito.»

In: B. McKibben, Sconfiggere il mito della crescita. Le Scienze, Aprile 2010, pp. 53-57.

***

La teoria della complessità mette in guardia dal confondere il termine complesso con il termine complicato.

http://www.magrassi.net/ (clicca sull'immagine per leggere più chiaramente)

A questo punto verrebbe da chiedersi se il mondo che abbiamo costruito sia complesso o complicato.
Parafrasando il celebre aforisma di Oscar Wilde sulla Storia potremmo dire che chiunque può fare cose complicate, solo un grand’uomo può leggervi la complessità!

lunedì 3 maggio 2010

Analogie e convergenze

Il dibattito intorno ai cambiamenti climatici, tra sostenitori dell’impatto antropogenico e relativi negazionisti, ha connotati molto curiosi che a mio avviso esulano dall’ambito strettamente scientifico.
Per certi aspetti mi ricorda dibattiti avvenuti molto tempo prima o tuttora in corso in altri ambiti. Per esempio si pensi al dibattito degli anni ’60 tra lo strutturalismo di Lévi-Strauss e l’esistenzialismo di Sartre. Il secondo accusava il primo di trascurare il ruolo del soggetto e la sua responsabilità perché lo inseriva in una struttura che a sua volta lo determinava. Tra l’altro lo strutturalismo di Lévi-Strauss parlava di società tribali semplici che poca o nessuna applicazione si proponeva di avere sulle società complesse occidentali cui Sartre rivolgeva la sua attenzione ma non è questo il punto. Tornando al dibattito odierno sui cambiamenti climatici e considerando gli aspetti relativi alla eventuale responsabilità dell'uomo emergono alcune cose interessanti. Oggi alcuni argomenti usati dai negazionisti del ruolo antropogenico dei cambiamenti climatici fanno riferimento all’idea di controllo del clima che i loro avversari farebbero propria, mentre i negazionisti rifiuterebbero questa tracotanza. Che bravi! Se oggetto della questione fosse il controllo del clima l’argomento sarebbe chiuso, i negazionisti avrebbero ragione, ma non è di questo che si parla. Intanto mi sembra che nessun climatologo serio pensa di controllare il clima anche se qualche esaltato non manca neanche intorno a questa disciplina; alcuni giocano con gli spray di alluminio o progettano specchi da spedire in orbita per riflettere i raggi solari ma, come si sa, la mamma dei cretini è sempre incinta e i nuovi nati li chiama geoingegneri! Per usare una metafora, mi sembra che la gran parte dei sostenitori seri dei cambiamenti climatici assumano un ruolo da sentinella più che da condottiero. Ma il problema sta altrove ed è esattamente speculare a quello sbandierato dai negazionisti. In realtà questi assumono un atteggiamento falsamente non antropocentrico proprio per affermare la libertà dell’uomo di continuare nelle sue attività produttive a forte impatto emissivo secondo il consolidato modello dell’accumulo. Insomma, i giochi retorici dei negazionisti presentano un bel rovesciamento delle posizioni del vecchio antropocentrismo ottocentesco che almeno era più onesto di quello attuale.
Tornando al dibattito che vedeva opporsi Lévi-Strauss e Sartre, se da un lato l’antropologo inseriva il soggetto in una struttura complessa per ridurne le ambizioni, dall'altro lato l’umanesimo del filosofo sollevava il ruolo del soggetto per sottolinearne la responsabilità politica. Eppure il parallelismo con il dibattito attuale sui cambiamenti climatici è solo evocativo, ieri erano dei giganti a fronteggiarsi intorno al ruolo dell’uomo, oggi il dibattito è meno appassionante, sebbene non meno rilevante. Dal lato di chi sostiene il ruolo dell’uomo nei cambiamenti climatici vedo uno snocciolamento di cifre e risultati scientificamente sostenibili (dal mio punto di vista è il minimo che si possa fare ma è già apprezzabile), dall’altro versante vedo miserabili giaculatorie che gridano ai protocolli di Sion per la conquista del mondo. Incredibile, si urla che i cambiamenti climatici siano sostenuti da lobby di potentati, mentre i poveri negazionisti non avrebbero spazio sui media per gridare la loro oscurata verità! Chissà come mai poi i negazionisti raccolgono il consenso delle lobby industriali ed economiche più importanti?
Sono convinto della correttezza delle posizioni degli scienziati della IPCC (International Panel on Climate Change) e della stragrande maggioranza dei climatologi che pubblicano i loro risultati su riviste specialistiche. Quelle posizioni non possono essere messe in discussione dai disperati negazionisti che si cercano passerelle sui giornali da Bagaglino o nei salotti di Porta a Porta ma la fondatezza scientifica dei cambiamenti climatici per quanto importante è solo un aspetto marginale della faccenda in discussione. La verità difficilmente contestabile (ma per carità mai mettere limiti all’idiozia) è che il modello di sviluppo economico che solitamente si associa ai cambiamenti climatici sta avvelenando il pianeta e senza gli opportuni correttivi porterà la specie sapiens sull’orlo dell’autoestinzione, per non parlare dell’orizzonte sociale che sta diventando una sorta di trappola per topi. Le attività umane che comportano enormi emissioni di gas serra e di altri contaminanti atmosferici, se anche non modificassero l’assetto climatico del pianeta, stanno rendendo la Terra un luogo orribile ne stanno distruggendo la bellezza rendendola inospitale agli esseri umani e agli altri esseri viventi. Già in un altro post avevo messo in primo piano l'aspetto etico ed estetico dei cambiamenti climatici e a tal proposito segnalo un bel post pubblicato a gennaio scorso su un sito che ritengo molto importante nell'informazione sul tema dei cambiamenti climatici (La comune dimensione etica dei cambiamenti climatici).

***

Un’altra inquietante analogia che mi viene in mente riguardo al negazionismo dei cambiamenti climatici è quella con il negazionismo dell’evoluzione. Anche in questo caso l’antropocentrismo ha un ruolo rilevante ma nel caso della negazione dell’evoluzione le posizioni antropocentriche sono meno latenti e anzi del tutto manifeste. Si assiste al solito rovesciamento dei termini e alterazioni del linguaggio scientifico guidate da motivazioni psicologiche dettate dal bisogno di affermare il primato dell’uomo che viene messo in discussione dal processo evolutivo, il tutto mascherato dalla supposta esclusione di Dio dagli eventi naturali.
Al di là delle argomentazioni dei negazionisti dell’evoluzione, talmente ridicole e prive di fondamento scientifico e filosofico da non meritare commenti, quello che è rilevante è proprio la convergenza dei diversi negazionismi su un conservatorismo che a mio avviso è rivelatore del carico ideologico di queste posizioni. Curiosamente sono i negazionisti ad accusare i loro avversari di avere posizioni ‘ideologizzate’, l’ideologia della scienza è uno slogan molto in voga tra questi ciarlatani del pensiero. I negazionisti dicono di essere messi in minoranza da una cultura dominante e discriminante, sostengono che la parte avversa considera come prevalente il ruolo dell’uomo a scapito di quello di Dio, insomma un bel pot-pourri di argomentazioni asfittiche.
Guardando attentamente la faccenda però ci si accorge che oggetto della negazione, dell’evoluzione come dei cambiamenti climatici, è sempre il mutamento, naturale o antropogenico che sia. Il mutamento è un concetto strano e difficile da accettare. Per quanto la percezione sia il risultato di un confronto, non importa se consapevole, tra stati differenti e quindi mutevoli ci ‘affezioniamo’ così tanto ad un particolare stato che difficilmente lo mettiamo in discussione. Quella stabilità ci parla della nostra esistenza e della nostra permanenza. Per quanto riguarda la negazione dell’evoluzione il grande evoluzionista Ernst Mayr individuava nell’essenzialismo platonico il suo vizio originale, ossia la fissità delle idee di Platone getterebbe ancora la sua lunga ombra sui nostri giorni. Io sono convinto che la responsabilità non sia del filosofo greco ma della lettura che ne danno gli idioti contemporanei, ma questo è un altro discorso.
E’ evidente che ci troviamo di fronte a vincoli di diversa natura per la comprensione dei fenomeni climatici o evolutivi, differente scala spaziale e temporale dei fenomeni in confronto alla scala che caratterizza la vita umana, vincoli di carattere evolutivo (da sempre l’uomo subisce il clima ma non lo può influenzare ma da un tempo troppo recente sulla scala evolutiva non è più così) e vincoli di natura che potrei definire emotiva (assuefazione ad uno status che non si vuole mettere in discussione, l’uomo è animale abitudinario). Penso che in queste faccende la malafede abbia un ruolo secondario, seppur non trascurabile, rispetto al ruolo dei vincoli che ho accennato. Il rifiuto del mutamento ha origini ancora più remote di Platone, la faccenda ha a che fare con il terrore della morte. Il mutamento terrorizza, quello catastrofico ancor più di quello graduale, terrorizzano perché evocano lo spettro della cessazione di uno stato. Solo indagando nel magma della morte e nel terrore che ne discende potremmo capire le dinamiche di questi dibattiti.

***

Un fatto curioso ma non troppo! Tempo fa sul sito climalteranti.it, che oltre a informare mette anche a nudo le miserie dei negazionisti, si discuteva di un episodio singolare (perdonatemi ma non ricordo più il post di climalteranti per mettere il link). Negli ultimi 20 anni la temperatura del pianeta è aumentata inequivocabilmente ma 20 anni rappresentano un arco temporale troppo breve per la scala dei cambiamenti climatici, pertanto i climatologi, pur non negando l’aumento della temperatura, non possono che affermare correttamente che l’incremento non è statisticamente significativo. I negazionisti traducono questo in “non c’è alcun aumento della temperatura del pianeta”, peraltro ignorando l'enorme quantità di prove dirette e indirette che considerano archi temporali ben più lunghi di 20 anni, in effetti parliamo di centinaia di migliaia di anni.

Mi torna alla mente il paradosso del girino che diventa rana, se immaginiamo la metamorfosi fotogramma dopo fotogramma, ogni fotogramma succede il precedente solo per frazioni di secondo, sarà difficile, se non impossibile, stabilire quale coppia di fotogrammi presentano uno il girino e l'altro la rana. Per molti questo sarà sufficiente a dire che i girini non diventano mai rane e pensare che fior fiore di cervelli hanno perso un sacco di tempo su queste faccende!
Immagino che dire che il girino (l'idea di girino) o la rana (l'idea di rana) non esistono sia troppo sconvolgente.

martedì 30 marzo 2010

La psichiatria potrebbe spiegare

A settembre dell'anno scorso, al Festival della Filosofia di Mantova, Umberto Galimberti e Massimo Cirri tennero un piacevolissimo colloquio intorno al libro che Cirri aveva pubblicato da poco e che si intitola "A colloquio. Tutte le mattine al Centro di Salute Mentale", edito da Feltrinelli. Da quel dialogo trascrivo un frammento che potrà tornare utile per farsi un'idea delle motivazioni profonde che sottendono certi comportamenti.

"Che cosa è la paranoia? La paranoia è il bisogno di controllare tutto e siccome nessuno riesce a controllare tutto, ogni volta che uno gli sfugge qualcosa dal suo controllo ipotizza che gli altri siano dei persecutori, non può ammettere a sé stesso di non essere in grado di controllare tutto, deve dire che sono gli altri che lo perseguitano. Ecco! Qui la psichiatria forse qualcosa potrebbe spiegare [...]
Paranoico è colui che vuole controllare tutto, è una malattia seria, molto seria. Molto seria da cui difficilmente esci perché il bisogno di controllo ce l'abbiamo tutti, quello che in sostanza vogliamo controllare è la morte. Del resto gli sforzi enormi per allontanare il pensiero della morte sviluppando tutte le figure della giovinezza, nell'abbigliamento, nella forma, nella cura del corpo, nel lifting, ... son tutte forme di terrore della morte. Il paranoico è terrorizato dalla morte, dall'invecchiamento e vuole controllare tutto, quando sfugge qualcosa al suo controllo allora non ammette «non riesco a controllare tutto», dice «sono gli altri» e cominciano i vissuti persecutori."

Se vuoi ascoltare l'intero audio lo puoi scaricare al sito dei podcast della Feltrinelli (Il podcast è il numero 58 ed il frammento che ho estratto comincia a 25' 02"). Ad ogni modo puoi ascoltarlo anche in questo post se hai attivato il plugin.



Il nesso tracciato da Galimberti tra il comportamento paranoico ed il terrore della morte potrebbe spiegare cose ben più importanti dell'atteggiamento di qualche soggetto in preda al delirio di onnipotenza tipico della fase infantile dello sviluppo. Penso alle posizioni negazioniste dell'evoluzionismo o al negazionismo dei cambiamenti climatici provocati dall'uomo, ma di questo forse parlerò in un post successivo.

giovedì 9 luglio 2009

Solo una passeggiata

Qualche settimana fa ho trascorso tre giorni in un agriturismo immerso nelle campagne che circondano Pastena nel frusinate. Un posto bellissimo, tranquillo, paesaggi aperti, dappertutto campagna e boschi, greggi e cavalli al pascolo e pochissime scatole di latta in giro. Non potevo resistere a riprendere le mie lunghe passeggiate e fare qualche corsetta nei campi. Non amo le strade che mi sono già note per cui cambio sempre percorso anche quando sono in un posto che conosco ma solitamente seguo un tracciato circolare in modo da ritornare nel punto di partenza. In questi posti non ero mai stato prima per cui qualunque sentiero avessi imboccato sarebbe stato nuovo, dovevo solo stare attento a seguire i sentieri che mi avrebbero riportato all’agriturismo. Avevo come punto di riferimento delle statue, forse di santi, che troneggiano in cima ad un picco e che guardano Pastena. Dovevo semplicemente tenere d’occhio quelle statue.
In questa stagione sono frequenti i temporali e nel pomeriggio di solito capita che il cielo si rabbui e che all’improvviso cada la pioggia annunciata da tuoni portati da nuvole che si muovono veloci. Quel pomeriggio, mentre correvo, non faceva eccezione, a distanza si sentiva rumoreggiare il cielo e le nuvole si stavano addensando all’orizzonte. Io ho continuato a seguire il mio tracciato ideale nella convinzione che ormai stavo facendo ritorno al casale, ero assolutamente convinto a non tornare sui miei passi, farlo mi avrebbe precluso la possibilità di vedere nuovi sentieri. Eppure, sollecitato dai tuoni ormai prossimi e dalla pioggia che non sarebbe tardata a cadere, pensavo che tornare sui miei passi mi avrebbe fatto vedere lo stesso paesaggio da un’altra prospettiva ma ho deciso di continuare a seguire il mio proposito di non tornare indietro. Sebbene il mio punto di riferimento fosse sempre in vista ed io mantenessi la giusta posizione nei suoi confronti era evidente che mi stessi allontanando sempre più e che la pioggia sarebbe stata inevitabile. Quando sono cominciate a cadere le prime gocce ho pensato di chiedere informazioni sulla strada più breve per tornare al casale ma da queste parti è difficile trovare gente e le abitazioni sono disseminate nella campagna a notevole distanza l’una dall’altra. Il mio punto di riferimento era ormai fuori vista, nascosto dietro un rilievo collinare, e l’unica persona che ho incontrato ad un incrocio di sentieri alla guida della sua auto non conosceva ‘La voce del vento’, l’agriturismo che mi ospitava. A quel punto è cominciato a piovere ma ancora lievemente ed è così che ho messo da parte la mia protervia e sono tornato sullo stesso sentiero che avevo seguito fino a quel momento. Era ormai troppo tardi, il temporale è arrivato e la strada che avevo percorso era abbastanza lunga, mi sarei senza dubbio inzuppato e così è stato.
Niente di grave, la pioggia non è un disastro, anche se in quei giorni che il grano attendeva la mietitura non è stata proprio una benedizione per i contadini, dalle mie parti si dice “acqua di messi, castigo di Dio”.

Sono sicuro che ai 7 (sette) ‘grandi’ riuniti a L’Aquila farebbe un gran bene fare di tanto in tanto una passeggiata nei campi quando il tempo minaccia un temporale. E' salutare, sicuramente di più che trovarsi intorno ad un tavolo a parlare delle sorti dell'universo in cenni generici e inconcludenti. Respirerebbero aria pulita, ascolterebbero i suoni della natura, avrebbero modo di pensare profondamente ed eviterebbero foto imbarazzanti!

mercoledì 27 maggio 2009

Quanti regni ci ignorano!


Le nostre percezioni ci informano delle variazioni dell’ambiente che ci circonda. Le viviamo come un riflesso della realtà esterna e le consideriamo dotate di proprietà di integrità e totalità che di fatto non hanno. In presenza di un caminetto dove arde la legna sentiamo caldo, viviamo un esperienza unica, la sentiamo intera, ma i tre canali di informazione (visivo del caminetto, uditivo del crepitio della legna e tattile del caldo) viaggiano su vie sensoriali differenti e senza una opportuna integrazione del nostro sistema cognitivo non saremmo in grado di considerare i tre eventi associati tra loro come un evento unico. In ogni caso non siamo naturalmente dotati della visione infrarossa che ci farà ignorare un rilevante aspetto di quel contesto, non ascolteremo gli infrasuoni emessi durante la combustione della legna né sentiremo la variazione di pressione che l’aria rarefatta dal calore esercita sul nostro corpo. Eppure ci sono organismi che hanno quelle percezioni, vivono di quelle percezioni che noi ignoriamo nella nostra vita quotidiana, e che possiamo conoscere solo con l’ausilio di una idonea strumentazione.

lunedì 30 marzo 2009

La bellezza salverà il mondo?

“La bellezza salverà il mondo”, scriveva Dostojieski. Josif Brodskij è altrettanto chiaro sulla matrice estetica del comportamento umano quando scrive: “Ogni nuova realtà estetica ridefinisce la realtà etica dell’uomo. Giacché l’estetica è madre dell’etica…”.[1]
Luigi Zoja ci riporta all’unica radice greca di due concetti di ‘bello e buono’ che in quel mondo antico non conoscevano distinzione ed avevano una sola parola per essere designati, “kalokagathìa (da kalòs kài agathós, «bello e buono/valido»)”.[2]
La salvaguardia dell’ambiente che ci ospita e tutto ciò che può essere messo in atto per realizzare questo obiettivo è spesso oggetto di discussione perché ostacolerebbe la crescita economica e non ci sarebbe accordo sulle reali responsabilità dell’uomo riguardo il degrado ambientale. Ma questo non è solo un problema di economia o di scienza, è soprattutto un problema di estetica e di etica. Fino a che discuteremo se il clima cambia a causa delle emissioni atmosferiche di origine umana e se ridurle possa danneggiare le nostre economie non ci accorgeremo che, fatti salvi i centri storici (non è un caso), le nostre città sono orribili, che le nostre relazioni affettive non sono più beni in sé che accrescono il nostro essere ma sono subordinate ad una pletora di altre attività che sottraggono tutte le nostre energie.
Tutto ciò è avvenuto per un’idea di sviluppo che ha portato a quelle emissioni in atmosfera e all'inquinamento in generale di cui tanto si discute. Che siano o no responsabili dei cambiamenti climatici la sostanza dei fatti non cambia, hanno comunque avvelenato la nostra vita.

[1] J. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1987. Cit. In: Luigi Minozzi, La visione est-etica nella decisione politica partecipata. éupolis, 45/46, Lug-Dic 2007, p. 83.
[2] L. Zoja, Giustizia e Bellezza, Bollati Boringhieri, 2007, p. 20.

lunedì 9 febbraio 2009

Relazioni pericolose!

I cambiamenti climatici e in particolare il riscaldamento globale purtroppo non sono soltanto oggetto di dibattimento tra le ragioni scientifiche ma anche terreno di scontro tra opposti modi di vedere il ruolo dell’uomo sulla terra e di conseguenza il suo futuro. Se da una parte vi sono quanti sostengono che le nostre economie possono avere effetti devastanti sull’ambiente e in fin dei conti sull’uomo stesso, dall’altra vi sono i sostenitori del primato umano fiduciosi nell’inarrestabile progresso che ha portato la scimmia sulla luna. Sebbene io preferisca di gran lunga frequentare i primi, devo riconoscere che i secondi sono davvero divertenti quando si lanciano in argomentazioni che negano la fattualità dei cambiamenti climatici e le basi scientifiche che ne dimostrano la fondatezza, confondendo spesso i modesti fatti con i superbi desideri. Su queste tematiche Stefano Caserini ha scritto poco tempo fa un bel libro[1] in cui opera, con linguaggio piacevole e misurata ironia, una decostruzione minuziosa delle più importanti “tesi negazioniste” del riscaldamento globale e anche degli interventi che meno si presterebbero ad avere dignità di tesi ma che meritano attenzione, vista l’autorevolezza delle fonti e la naturale rapidità di diffusione che caratterizza da sempre le sciocchezze ("La calunnia è un venticello… Incomincia a sussurrar… Alla fin trabocca e scoppia", canta Basilio).
Tra le varie perle che Caserini ci dona, una mi ha stuzzicato particolarmente, per l’intreccio di riflessioni che suscita. Riguarda una delle numerose prese di posizione del professor Antonino Zichichi sull’argomento in cui l’illustre fisico della materia (non del clima), accenna ad una interessante relazione tra scienza e democrazia che a suo avviso sarebbe infondata:
«Per attaccare Bush è stato detto che la “stragrande maggioranza” del mondo scientifico concorda sulle conclusioni relative al cambiamento climatico più drastico e repentino che il pianeta abbia conosciuto negli ultimi millenni. Siccome non è possibile mettere ai voti una certezza scientifica il termine “stragrande maggioranza” è privo di senso.» A. Zichichi, Effetto serra, i dilemmi della Casa Bianca. Il Messaggero, 8 giugno 2001.[2]
Il consenso scientifico quindi è “privo di senso” secondo il professor Zichichi! Che “non si può mettere ai voti una verità scientifica”, come Galileo ci ha insegnato, è lampante, tuttavia non è altrettanto chiaro il parallelo tra processo scientifico e processo di formazione del consenso democratico, così come delineato dal professor Zichichi.
Se è vero che il risultato di una indagine scientifica non può essere messo ai voti è perché la comunità scientifica è d’accordo a priori sul metodo adottato per raggiungere quel risultato, ha quindi raggiunto un consenso che precede il risultato! Del resto nelle democrazie non si può mettere ai voti la forma democratica, che è il contesto di discussione. Gli esperti del diritto ci hanno insegnato che le regole costitutive della democrazia, e tra queste vi è il potere dal basso e la partecipazione quali fondamenti di questa forma di governo discutidora, non possono essere discussi senza compromettere la natura stessa della democrazia. Sarà un aspetto del banale principio di autoconservazione di ogni forma di potere ma, se di democrazia si vuole continuare a parlare, il principio di maggioranza non può valere per alcune regole costitutive esattamente come vale per le regole regolative[3]. Questo per quanto riguarda il consenso che precede un risultato, mentre per quanto attiene al consenso che succede a un risultato e alla relazione tra scienza e democrazia, rinnegata da Zichichi, potrebbe essere di qualche aiuto ricordare quanto affermava Popper del progresso scientifico: “La scienza, e in particolar modo il progresso scientifico, non sono il risultato di sforzi isolati, ma della libera concorrenza del pensiero. […] In ultima analisi il progresso dipende in larghissima misura da fattori politici; da istituzioni politiche che garantiscono la libertà di pensiero: dipende dalla democrazia.”[4]
A quanto pare il contesto democratico, il solo che consenta il costante confronto tra assenso e dissenso, lega a filo doppio la scienza al consenso, sia nelle fasi che precedono un risultato scientifico (metodologia adottata) sia dopo che un risultato scientifico è stato conseguito (replicabilità del risultato, verifica dei risultati, resistenza alla falsificazione con ipotesi alternative). Naturalmente il consenso non può che essere informato e nel caso specifico si parla di consenso tra esperti di una ben determinata disciplina caratterizzata da criteri procedurali ben definiti. Ma ancora una volta dobbiamo ricordare che anche nel versante politico il voto è un momento successivo alla formazione dell'opinione pubblica, che è tale solo se correttamente informata secondo criteri di trasparenza e equilibrio tra le diverse voci, criteri stabiliti a priori rispetto all'esercizio del voto[5].
Pertanto le affermazioni del professor Zichichi, riguardo l’assenza di legame tra consenso e scienza, possono essere intese solo alla luce di due gravissimi fraintendimenti, il primo è che le attuali videocrazie siano la democrazia, il secondo che l’IPCC (International Panel on Climate Change), anziché un consesso di 2500 scienziati di tutto il mondo (tra cui climatologi e fisici dell’atmosfera che solitamente non discettano di particelle subnucleari), sia in realtà una sorta di Internazionale dei Partiti Comunisti Combattenti che vogliono sovvertire l’ordine costituito!
Quello del clima non è il solo campo in cui il professor Zichichi ha voluto mettere alla prova le sue doti di divulgatore, c'è anche quello dell'evoluzione. Come è noto l'illustre fisico mette in discussione il valore scientifico dell'evoluzionismo propendendo per un più sobrio creazionismo, soprattutto per la specie umana (non l'avremmo mai detto!!!). Naturalmente anche per Zichichi il creazionismo è diventato il Disegno Intelligente, per ironia della sorte anche il creazionismo evolve![6]. Il "punto di forza" dell'obiezione di Zichichi è l'impossibilità di trovare un'equazione dell'evoluzione che ne legittimi la natura scientifica. Anche qui c'è da rilevare una simpatica e sostanziale differenza tra le posizioni del fisico e quelle di Popper sull'argomento. Anche Popper sosteneva l'impossibilità di definire una legge dell'evoluzione, ma non per disconoscerne il valore scientifico bensì per sottolineare la natura storica e irripetibile dei processi evolutivi, e su questo punto non aveva dubbi neanche il grande Stephen Jay Gould. Ad ogni modo bisognerebbe informare Zichichi che alle lezioni di genetica delle popolazioni di diverse facoltà scientifiche, anzichè parlare di scienza ci si trova spesso a parlare dell'equazione di Hardy-Weinberg, che scandalo!

[1] S. Caserini, A qualcuno piace caldo. Errori e leggende sul clima che cambia. Edizioni Ambiente, Milano, 2008.
[2] Cit. da S. Caserini, op. cit., p. 201.
[3] B. Celano, Fatti istituzionali e fatti convenzionali, 2/2000, Filosofia e Questioni Pubbliche. "In The Construction of Social Reality, Searle fa oggetto di trattazione sistematica la distinzione [...] fra fatti «bruti» e fatti istituzionali. Con la locuzione «fatti istituzionali» Searle intende, specificamente, fatti la cui esistenza è dipendente da istituzioni umane (fatti che esistono soltanto «entro» istituzioni). Queste ultime sono, a loro volta, sistemi di regole costitutive: regole della forma ‘X ha valore di (counts as) Y nel contesto C’, che, dice Searle, creano, e anche regolano, nuove forme di comportamento, che non sarebbero possibili in assenza di tali regole medesime (forme di comportamento, cioè, il cui concetto è logicamente dipendente dalle regole in questione). Le regole costitutive vengono da Searle contrapposte alle regole che egli chiama «regolative», nella classe delle quali ricadono le norme in termini di obblighi, divieti, permessi. Le regole regolative, a differenza delle regole costitutive, regolano forme di comportamento che sono possibili anche in assenza di tali regole medesime e, in questo senso, preesistono rispetto ad esse (le regole regolative, cioè, regolano forme di comportamento il cui concetto è logicamente indipendente da tali regole medesime)."
L. Tussi, Il processo di crescita e di socializzazione. 2009,
http://www.politicamentecorretto.com/. "Il nostro tessuto sociale è forte riguardo le regole costitutive, invece è flessibile sulle regolative."
[4] K.R. Popper, Miseria dello storicismo. Feltrinelli, 2002, p. 154.
[5] N. Bobbio, Il futuro della democrazia. Einaudi, 1995.
G. Sartori, Homo videns. Televisione e post-pensiero. Laterza, 2006.
G. Zagrebelsky, Imparare Democrazia. Einaudi, 2007.
[6] A. Zichichi, Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, Il Saggiatore, 1999.


Nel caso la curiosità spingesse a leggere il libro di Zichichi che ho citato, mi corre l'obbligo di seguire l'esempio di Piergiorgio Odifreddi, quando ha passato in rassegna alcune delle "zichicche" del fisico, e consigliare almeno tre irrinunciabili antidoti in tema di letteratura divulgativa evoluzionistica. E' il minimo ma è sufficiente per una disintossicazione pressoché completa.
S. J. Gould, La vita meravigliosa. Feltrinelli, 1990.
S. J. Gould, Otto piccoli porcellini. Riflessioni di storia naturale. Il Saggiatore, 2003
E. Mayr, L’unicità della biologia - Sull’autonomia di una disciplina scientifica. Raffaello Cortina, 2005.
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