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martedì 10 dicembre 2024

Libertà e crimine

Ieri sera a La torre di Babele, il programma di Corrado Augias su La7, è andata in onda l'ennesima mistificazione della storia, in maniera sottile, garbata. Un amabile colloquio tra Augias e lo storico Giordano Bruno Guerri ha riproposto il comune afflato espiatorio con la classica "macchia" di piazzale Loreto che resterà sulla Resistenza. Ancora una volta torna, opportunamente dissimulata, la visione romantica e spirituale della lotta partigiana, vista come l'angelo divino che, puro di luce, combatte il male dell'oscurità! Nessuna macchia è permessa in questa visione farsesca. La Resistenza l'hanno fatta uomini e donne fatti di carne e sangue, rabbia e sputi e merda, fatti di libertà soppresse per due decenni e una guerra, per finire in bellezza. Quale angelo aspettavano i puri di cuore che vanno cianciando oggi di macchie sulla Resistenza? Quella macchia, se macchia è, la poteva condannare Cesare Pavese che viveva quel tempo, era lì, era il giudizio di un intellettuale, di un individuo ma non è consentito a uno storico che esprime un giudizio su un fenomeno che fu collettivo, che vale per la collettività e per il tempo storico. In questo iato enorme tra giudizio soggettivo e analisi storica si annida la mistificazione, il vizio che torna, il perenne fascino per il fascismo che infetta la carne in maniera insidiosa. 
Non è solo un episodio, sono talpe, numerosissime, che scavano da decenni e che in questi anni stanno mettendo in rete tutte le loro gallerie per fare crollare il suolo su cui camminiamo. 
Edmondo Cirielli, viceministro degli affari esteri di Fratelli d'Italia, durante la presentazione del libro "Perché l'Italia è di destra" di Italo Bocchino, afferma: "il tratto distintivo più profondo del fascismo era uno spirito di libertà straordinaria". La frase si commenta da sé se consideriamo gli atti di violenza e prevaricazione che hanno rappresentato atti fondativi, strutturali del fascismo, non atti accidentali, non episodi transitori ma costitutivi. Il fascismo è nato all'insegna di atti violenti, eseguiti in maniera sistematica, programmati e orditi dal capobranco, eseguiti con chirurgica precisione dai suoi fedeli. L'assassinio di Matteotti (1924), i pestaggi programmati nei confronti degli oppositori Gobetti Amendola e molti altri (1925 ma cominciano già nel 1920, prima della marcia su Roma), l'arresto di Gramsci (1926), il confino per decine di prigionieri politici (dal 1926), la soppressione di sindacati e partiti (1925), gli incendi delle case del Popolo (dal 1920). Sono atti fondativi del fascismo. È nato così, perché era ed è così. Voleva essere così, non poteva essere altro.
La libertà di cui parla Cirielli è la libertà di sopprimere le altrui libertà. Questa non è libertà, è crimine. La libertà che rivendica il fascista, latente o manifesto, è la libertà del mascalzone di fare qualsiasi cosa gli passi per la testa. È questa specie di libertà "il tratto distintivo più profondo del fascismo."

domenica 8 maggio 2016

Appunti sul rito

Se l’uomo sia da considerare animale definitivamente post-istintuale è materia aperta, nonostante gran parte delle spiegazioni dell’antropologia filosofica propendano per una certezza troppo frettolosa. Anche in un quadro interpretativo di post-istintualità è difficile non scorgere le analogie tra comportamenti istintivi animali e comportamenti rituali umani. Considerando la prevalenza culturale della prassi rituale rispetto al comportamento istintivo, si tratta solo di analogie, ma pur evitando di azzardare possibili omologie filogenetiche dei moduli comportamentali ciò è sufficiente per stimolare un simpatico dibattito tra filosofi intorno alle letture ritenute troppo naturalistiche dei comportamenti umani.
Il condivisibile approccio della ricerca filosofica verso “un genere di naturalismo non riduttivo” nello studio di fenomeni della dimensione antropologica, solitamente dilaniata tra “natura” e “spirito”, prende le mosse dalla considerazione che le spiegazioni del naturalismo riduttivo siano insufficienti per motivi che tuttavia non sono altrettanto condivisibili.
In un saggio illuminante Massimo De Carolis ritiene che la possibile analogia tra ritualizzazione e istintualizzazione “non può realmente spiegare la ritualità umana in modo esaustivo e sufficiente”[1], soprattutto in ragione della presunta univocità del linguaggio umano, per cui verrebbe meno la funzione del rito di stabilire un modello comportamentale che riduca al minimo i possibili equivoci comunicativi, come Lorenz ha mostrato[2].
Arnold Gehlen, sottolineando la prevalenza culturale del comportamento umano, ha mostrato che la funzione rituale isola una porzione di mondo mettendo l’uomo al riparo dalla variabilità degli stimoli da cui è sommerso, in sostanza rendendo il comportamento rituale molto simile a un comportamento istintivo.
Se si condivide che tale quadro esplicativo non possa essere sufficiente a spiegare la complessità e varietà della prassi rituale umana, tuttavia viene da esprimere una riserva sulle ragioni della sua mancata forza esplicativa, ovvero l’assodato “accordo linguistico, tra esseri umani” che garantirebbe “l’univocità dei messaggi, per cui sarebbe logico aspettarsi che la funzione genericamente animale della ritualizzazione, nel nostro caso tenda ad essere irrilevante o nulla”[3].
Per quanto riguarda “l’univocità dei messaggi”, che caratterizzerebbe la “specificità della condizione umana”, già Wittgenstain del Tractatus, riconosce le ambiguità dei linguaggi naturali che possono essere superate solo con un linguaggio segnico univoco e mette in guardia a non confondere il significato di un enunciato con il suo riferimento: “comprendere una proposizione vuole dire saper che accada se essa è vera. (La si può dunque comprendere senza sapere se essa è vera)” (4.024)[4]. Successivamente, nelle Ricerche filosofiche, il filosofo pone, in maniera ancora più evidente, la sua attenzione proprio sul linguaggio “di tutti i giorni” come strumento comunicativo e sulla formazione del significato delle proposizioni in relazione, non solo al rapporto aprioristico delle espressioni con gli oggetti designati, come lasciava intendere il Tractatus, ma ai “giochi linguistici” che si sviluppano nel contesto della comunicazione intersoggettiva. In questa sede Wittgenstain riconosce chiaramente che “l’ordine perfetto deve dunque essere presente anche nella proposizione più vaga”[5]. Pertanto “i risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio.”[6]
Considerando che il sogno di Leibniz riguardo al “calculemos” non sembra ampiamente praticato, ovvero che solitamente non comunichiamo con un linguaggio segnico univoco e nelle comunicazioni quotidiane non adottiamo il rigore invocato dalla logica e dalla filosofia del linguaggio, direi che a occhio e croce siamo pieni di bernoccoli senza peraltro avvertirne il dolore. Se la logica pertiene al regno del vero e del falso, che già pare materia complicata, nella comunicazione entrano altri divertenti regni come quello del bello e del brutto, del giusto e ingiusto e via dicendo. Per questi motivi mi pare quanto meno rischioso liquidare il ruolo di pregnanza e univocità del messaggio che Lorenz assegnò alla comunicazione ritualizzata.
Nonostante io non riesca a condividere le premesse del lavoro di De Carolis, tuttavia trovo attraente l'ipotesi che “la prassi rituale sia connessa in modo specifico a questa esigenza, centrale in ogni cultura umana, di costruire l’esemplarità su cui poggia ogni norma esplicitamente formulata. Secondo questa ipotesi, il rito andrebbe visto come una fabbrica di esempi.”[7] Il rito quindi come cristallizzazione formale di una «norma esplicitamente formulata». Ciò naturalmente implica una funzione del rituale posteriore a un atto di formulazione della norma, contrariamente a quanto avviene per il mondo animale. Questa implicazione tuttavia rende l’ipotesi di De Carolis lontana dal fornire un quadro esplicativo “esaustivo e sufficiente” del comportamento rituale nell’uomo, ma rivela un approccio antropologico che Anders denunciava come fondato su un presupposto teistico che stabilisce la “differentia specifica”[8] per l’uomo.
Un aspetto interessante dell’ipotesi di De Carolis è la sua utilità per interpretare la crisi della forma rituale nell’attuale era della tecnica poiché “la tecnicizzazione prevede il dissolvimento di ogni tratto di esemplarità virtuale, e agisce quindi in direzione esattamente opposta alla ritualizzazione”.[9] Se osserviamo il comportamento rituale nelle varie epoche noteremo mutamenti incontestabili ma possiamo veramente affermare che nell’era moderna la forma rituale sia svanita o sia ridotta rispetto al passato? Non è piuttosto evidente una sua radicale trasformazione?
La routine postmoderna è la forma più onnipervasiva della ritualizzazione. Se il rito secondo la tradizione isola un momento topico facendolo diventare incrocio di significati, che evoca l’aleph borgesiano, la routine della vita contemporanea, non riconoscendo particolari significati tuttavia non li azzera ma li disaggrega nelle banali azioni quotidiane. Il comportamento rituale oggi ha mutato i suoi canoni. Quello tradizionale aveva confini ben definiti rispetto al comportamento non rituale e celava la sua regolarità dilatando il tempo presentandosi ogni volta come evento unico. Il rito attuale ha dinamiche più veloci e diffuse rispetto alle capacità psichiche e emotive umane, ha abbattuto i confini circoscritti di una volta nei topoi dello spazio e del tempo per diffondersi ovunque assumendo una sorta di costanza apparente, dettata in realtà dalla rapidità del ripetersi delle azioni rispetto alla nostra “antiquatezza”. Questo è l’apparente scomparsa del rito di oggi, ovvero la ritualizzazione totale ancorché non percepita. In definitiva si potrebbe concepire l’età della tecnica come la ritualizzazione del nulla che fa da sfondo a ogni azione.

[1] Massimo De Carolis, Natura umana e costruzione del mondo nel rituale. MicroMega, 1/2006, p. 117-127.
[2] K. Lorenz, La formazione filogenetica e storico-culturale dei riti. In: Natura e destino, Mondadori, Milano, 1985, p. 161-186.
[3] M. De Carolis, p. 120.
[4] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916. Einaudi, Torino, 1983, cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori, Milano. Vol 1, p. 787.
[5] Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche. Einaudi, Torino, 1981, cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori, Milano. Vol 1, p. 798.
[6] Op. cit., p. 795.
[7] M. De Carolis, p. 124.
[8] G. Anders, L’uomo è antiquato, Vol. II, Bollati Boringhieri, MI-RM, 2007, p. 116-118
[9] M. De Carolis, p. 126.

mercoledì 30 settembre 2015

La resa dei conti

Mettiamo da parte giudizi di merito sull'operato di Marino come Sindaco di Roma e mettiamo da parte il "rivoluzionario" pontificato di Francesco. Proviamo a guardare gli eventi con occhi sereni e disincantati.

Un giornalista chiede a Papa Francesco se il Sindaco Marino è stato invitato a Philadelphia dal Vaticano. Alla domanda Bergoglio è visibilmente innervosito e risponde concitato: “Io non ho invitato il sindaco Marino, chiaro? Ho chiesto agli organizzatori e neanche loro lo hanno invitato. Lui si professa cattolico ed è venuto spontaneamente”.

Un capo di Stato di un paese dice, neanche troppo tra le righe, che un uomo pubblico di un altro paese si è imbucato! Infatti tutti i giornali sono un florilegio di "Marino imbucato al viaggio del Papa"! Dai belati corali del giornalettismo italico, su carta e in rete, si discostano poche isolate voci (Quotidiano.net).

Io chiedo in quale altro caso una simile vicenda non sarebbe stata stigmatizzata come un inaccettabile attacco alle autorità nazionali da parte di un paese straniero?
Non mi risulta che il sindaco di Roma prima della partenza per Philadelfia abbia millantato un invito papale. Se è così, ma si portino prove, allora il Papa ha fatto bene a smentirlo, fatto salvo il tono pochissimo istituzionale, ma se non è così ha torto, torto marcio e al suo "io non l'ho invitato" si potrebbe rispondere, con la stessa diplomazia usata da Francesco, "sti cazzi"!

La differenza di vedute, diciamo così, tra Francesco e Marino (medico favorevole all'interruzione di gravidanza e sindaco favorevole ai matrimoni gay) devono essere risolte in qualche modo. Marino non gode di alcuna simpatia al contrario di Francesco.
Questa era l'occasione opportuna per la resa dei conti, come non approfittarne?

PS - Consiglio la lettura di questo articolo estremamente dettagliato per farsi un'idea di questo tiro al bersaglio a Marino che ormai s'è trasformato in un rito sacrificale!

domenica 20 ottobre 2013

La gerarchia delle verità

In un post recente Odifreddi ha fatto notare che la concessione dei funerali a Priebke da parte della Chiesa avrebbe arruolato il criminale nazista nella lista dei "buoni", mentre Welby, cui furono negati i funerali, era stato messo nella lista dei "cattivi". Quindi la negazione dei funerali a Priebke ha di fatto arruolato il criminale nazista nella lista dei "cattivi" al fianco di Welby. Non entrerò nel merito delle contraddizioni della Chiesa e del piacere di Odifreddi di farle notare, non trovo stimolante né l'uno né l'altro argomento.

Tuttavia dall'acceso dibattito avviato dal post di Odifreddi si è alzato un polverone riguardo ad un commento dello stesso Odifreddi in cui afferma: "non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. e non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato, affinché credessi ciò che mi è stato insegnato."

Aggiungo che perché la propaganda funzionasse bene sono stati marchiati a fuoco migliaia di comparse tutte felicissime di farsi imprimere il numero sul braccio pur di testimoniare la vita e la morte nei campi di concentramento. Per non far trapelare la macchinazione sono state organizzate scuole di preparazione teatrale perché tutti gli attori, ma proprio tutti, riferissero la stessa versione. Pur di dare forza alla loro testimonianza alcuni soggetti, come Primo Levi, sono stati addirittura d'accordo a suicidarsi dopo aver scritto pagine che fanno torcere le budella ad una persona minimamente dotata di senso del dolore.

Pochi giorni fa Odifreddi è tornato sull'argomento con un altro post dove, con la lucidità che gli è consueta, pari almeno alla sua arroganza, spiega quello che ha voluto dire nel commento riferendo della gerarchia delle verità nelle discipline matematiche, scientifiche e storiche. "Si parte dalle verità matematiche, che sono dimostrate in maniera logica e controllabili da chiunque abbia un’alfabetizzazione adeguata. Si passa alla verità scientifiche, che non sono mai completamente assodate, e sempre sottoposte a continue verifiche sperimentali, spesso effettuabili solo da chi abbia adeguati mezzi tecnologici. Si arriva poi alle verità storiche, che si basano su testimonianze di varia mano, relative a fatti unici e non riproducibili, e che dunque non possono mai avere il grado di affidabilità delle verità scientifiche, per non parlare di quelle matematiche."

Ed è proprio qui il punto. Le verità storiche "si basano su testimonianze di varia mano" e per quanto abbiano differente statuto delle verità matematiche e scientifiche, se quelle testimonianze concordano e non hanno smentite ragionevoli allora rappresentano un accertamento di fatti avvenuti.
A differenza di Odifreddi quello che so dei campi di sterminio tedeschi, come di quelli dell'Italia coloniale, lo "so" grazie a quel tipo di testimonianze. Poiché Odifreddi dice chiaramente di non essere uno storico sono sicuro che "un’alfabetizzazione adeguata" possa guidarlo nella scelta delle letture storiche e non rimanere in balia del "ministero della propaganda". Potrebbe farsi consigliare delle letture da qualche attento storico, parlare con qualche vecchio sopravvissuto dei campi di sterminio, ancora ce ne sono, leggere i resoconti di testimoni diretti non più presenti ma che hanno lasciato una quantità enorme di sale da spargere su una ferita che deve rimanere aperta. Sono sicuro che in questo modo Odifreddi potrebbe farsi un'idea più compiuta e meno banale anche di verità non matematiche. Per farlo ci vuole tempo e Odifreddi potrebbe guadagnarlo evitando di rispondere frettolosamente ai diversi interlocutori del suo blog prestando tra l'altro il fianco ai vari Riotta e al mitico "popolo della rete" cui "interessa solo ripetere ciò che appare nei 150 caratteri che costituiscono ormai il limite massimo dell’attenzione e dell’approfondimento." (NdR, i caratteri concessi da twitter sono 140, ma questo errore non è grave, si possono scrivere minchiate anche superando 150 cartelle!)

Detto questo, il discorso che la storia è scritta da chi vince è un discorso antico come il mondo ma proprio per questo andrebbe affrontato con cautela, evitando di cadere nelle trappole di una comunicazione frettolosa e forse inconsciamente più asservita al piacere di rilevare le fallacie altrui che a colmare le proprie.

PS - Stavolta d'accordo con Odifreddi trovo una sciocchezza la proposta di una legge contro il negazionismo, per i motivi esposti in questo post, che peraltro riprende una lettera aperta del 2007 di diversi storici. Troverei più adeguato un invito a fare autocritica del nostro passato coloniale, in Italia pensiamo tutti di essere buoni e santi ma non è stato così e non è così.

martedì 24 settembre 2013

Mostri giuridici

"Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all'odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero anche se assunte all'interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all'attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni".

Questo è il testo dell'emendamento approvato di recente alla Camera dei Deputati e passato al Senato nel contesto della normativa recante "disposizioni in materia di contrasto dell'omofobia e della transfobia". Tradotto in parole povere significa che non costituiscono discriminazione aggravata dall'omofobia le opinioni assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni.

Lo ammetto, la notizia è vecchia ma ci ho messo qualche giorno prima di rendermi conto che da iscritto alla CGIL (organizzazione sindacale relativa all'attuazione ecc. ecc.) potevo tranquillamente esprimere la personale opinione che gli autori del suddetto emendamento e chi lo ha votato alla Camera sono un abominio nel firmamento del Diritto, un'offesa alla storia della lingua, una stortura contro natura della ragione, un'ingiuria alla sottile arte dell'argomentazione. Sia chiaro, da parte mia nessun intento di istigare all'odio o alla violenza nei confronti di questi sfortunati. Del resto se la natura è stata così matrigna nei loro confronti non possiamo fare altro che perdonare queste sventurate creature.

Per una analisi seria del testo di legge approvato consiglio la lettura di questo articolo di Luca Morassutto. Per quanto riguarda la mia opinione sulla repressione penale condivido l'approccio esposto da Aldo Giannuli in questo articolo. La repressione di comportamenti criminali diventa necessaria quando lo Stato non  mette in atto strumenti di prevenzione di quei comportamenti. In altre parole la repressione è, per un verso o per l'altro, l'espressione di un fallimento della società civile. Ad ogni modo quando una legge penale si fa necessaria, almeno si abbia la decenza di non scriverla con i piedi. Il rischio è che la legge scarabocchiata accresca il danno e, ironia della sorte (o degli imbecilli), lo legittimi.

mercoledì 9 maggio 2012

Il tempo e la vita

Fulmine
A Laura Raffaeli che è dovuta rinascere.


In momenti di particolare concitazione, quando cresce l'ansia di portare a termine un compito in tempi brevi mio padre usa un'espressione per invitare a non fare le cose con troppa fretta: "c'è più tempo che vita!". Questa frase è uno di quei tesori inestimabili del mio lessico familiare che non ho mai sentito usare da altri che da mio padre che l'ha ripresa da suo padre, mio nonno.
"C'è più tempo che vita!", a pensarci attentamente è un'espressione incantevolmente contraddittoria, almeno in apparenza. Contraddittoria perché afferma chiaramente che la vita è più breve del tempo eppure mio padre usa quell'espressione per invitare alla lentezza. Ma se la vita è breve rispetto al tempo allora "c'è più tempo che vita" sembrerebbe quasi una sollecitazione ad essere più veloci possibile nelle faccende della vita. Ma è proprio nelle pieghe di quella apparente contraddizione che si dispiega tutta la ricchezza delle parole che costellano il lessico familiare.
Confrontare l'immensità del tempo con la brevità della vita fa sembrare poca cosa gli affanni della nostra quotidianità, spesso dettati da ritmi che non ci appartengono, non hanno nulla a che fare con le nostre stagioni interiori, con il metronomo che ci portiamo dentro da milioni di anni e che troppe volte disimpariamo ad ascoltare in pochi giorni.
C'è più tempo che vita non è solo un invito alla lentezza, è un richiamo al fatto ineludibile che è la vita a dover entrare nel tempo, a dovercisi adagiare, il rovescio è un compito assurdo, un non senso che richiama alla memoria quel bambino di S. Agostino che vuole svuotare il mare con un bicchiere. Quel compito assurdo è la mostruosa norma di oggi. Quell'assurdità sta facendo esplodere le nostre vite che in nessun modo possono contenere il tempo.

sabato 4 febbraio 2012

Errori di comunicazione

Fino a poco tempo fa si usava dire "mi hanno frainteso", adesso si parla sussiegosamente di errori di comunicazione. No, non è un errore di comunicazione. Nanni Moretti in un suo film diceva "Se pensi male, parli male".
Imparino i giornalisti a chiedere il perché delle cose, imparino i cittadini a pretendere che siano date le spiegazioni. Perché? Perché? Perché? Ci si stanca troppo rapidamente di porre perché.


Piccola postilla apparentemente fuori tema. Sono infuriato nero, per cui se pensate di lasciare commenti stile, condivido quello che dici oppure non sono d'accordo, desistete. Il minimo che capiterà è farli sparire. Non sopporto il pensiero I like / I dislike. Se volete argomentate, si può fare anche in cinque righe.

domenica 17 aprile 2011

Allegro con moderazione


Originale (*)
- Poi si sciuta allu tottore?
- Sine soru mia.
- E ci t'aje tittu?
- Ahi, lassame stare. Tegnu u core, tegnu i bronchi e osci m'aje cchiatu puru u fecatu.
- E mò, ci bò faci, comu na manna na tinimu. Tocca ne rassignamu.


Traduzione letterale (**)
- Sei poi andata dal dottore?
- Sì, sorella mia.
- Cosa ti ha detto?
- Ah, lasciami stare. Ho il cuore, ho i bronchi e oggi mi ha trovato persino il fegato.
- Cosa ci vuoi fare, come la manda la prendiamo. Bisogna rassegnarsi.

Traduzione semantica (**)
- Sei stata dal medico?
- Sì amica mia.
- Come è andata?
- Non me ne parlare. Ho problemi cardiaci, difficoltà respiratorie e oggi mi ha detto che ho anche problemi al fegato.
- Cosa ci puoi fare, siamo sotto il cielo. Bisogna avere pazienza.

Traduzione comunicativa (**)
- Ricordo che dovevi andare dal medico, ci sei stata?
- Sì, ma sarebbe stato meglio non andarci.
- Perché, cosa ti ha detto?
- Ogni volta che ci vado c'è una novità. Prima ho scoperto che c'è il cuore che non va, poi i bronchi e oggi mi ha detto che non va bene neanche il fegato. Io neanche sapevo di avere tanti pezzi, pensavo di essere tutta intera.
- Non possiamo farci nulla, l'età è quella che è, gli acciacchi aumentano. Bisogna avere pazienza e rassegnarsi.

* Per l'ortografia del dialetto salentino (melissanese nello specifico) ho fatto ricorso, oltre alla mia più che quarantennale esperienza, al mio amato Gerhard Rohlfs, Vocabolario di dialetti salentini (Terra d'Otranto). Congedo Editore, 1976.
** Per la definizione delle traduzioni ho seguito la classificazione di Newmark, non priva di una certa licenza.

Tradimento e tradizione, entrambe dal latino tradere, consegnare, trasmettere. Traduzione dal latino traducere, condurre da un luogo all'altro.
Tradimento, tradizione e traduzione, tre parole con la stessa radice: trans, oltre, al di là. Un oltre che non è statico ma che implica l'idea del movimento, del passaggio, del percorso attraverso linee di confine.
Nessun limes può essere attraversato impunemente, ogni confine chiede il suo pedaggio, ognuno nasconde le sue insidie. Non tutti possono essere attraversati, qualche confine resta inespugnabile.

Senza il tradimento della parola la traduzione non può entrare nei meandri della tradizione. Traduzione della lettera, tra(du)zione del significato dal pozzo della tradizione attraverso il tradimento della lettera.
Cosa sono i commentari della Torah, se non il continuo tradimento della lettera, della parola, per attingere alla tradizione? Scoprire la tradizione dai suoi veli, svelarla al tempo presente e consegnarne i tesori più intimi, i significati, al tempo che verrà. La verità (alétheia per i greci) è svelamento di significati per edificare nuovi mondi, è velo dell'oblio che cade e lascia nudo il corpo. Figli della violenza dello svelamento, i significati creano il futuro che altrimenti resterebbe eterno presente.
Il futuro è il contenitore vuoto che si riempie di passato che filtra per la via del presente e non c'è alcuna certezza che il contenitore non sia rovesciato. Il futuro trae sé stesso dal passato, come il Barone di Münchhausen che viene fuori dal pantano in cui cade tirandosi da sé per il codino.

M. C. Escher, Anello di Möbius II, 1963

E il futuro diviene passato per portarsi verso un altro futuro, nastro in continuo movimento intorno allo stesso asse, da sempre.

***


Senza il tradimento della propria terra non si sentirebbe quanto profuma quando è appena arata.

***

Parole e silenzi,
impasto di saliva in bocca,
da stendere piano
sulle intemperanze della vita.
Muro di storie
erigo sull'orlo dell'abisso,
argine che non tiene,
e nelle mani i solchi
a memoria di crolli a venire.

sabato 20 novembre 2010

Appunti di psicologia cognitiva

"I concetti relativi sembrano più difficili da apprendere da parte di un soggetto non umano dato che, come implica la loro stessa definizione, si basano su una suddivisione in categorie relativa, cioè che cambia in ogni situazione. Quello che è più scuro o più piccolo o più pesante in un caso può essere più chiaro, più più grande o più leggero in un altro e dunque se ci si basa su categorie assolute si possono commettere errori. Così un soggetto addestrato a distinguere la categoria «più scuro di» che ha imparato a scegliere l'oggetto «grigio» rispetto a quello «bianco» deve capire che «grigio» non è, di per sé, una categoria assoluta e dunque che sarebbe sbagliato indicare l'oggetto «grigio» se viene messo a confronto con uno «nero». Alex invece era in grado di osservare uno qualsiasi fra due oggetti, anche se erano nuovi per lui, e dirmi il colore di quello che era più grande oppure più piccolo." Irene M. Pepperberg, Il pappagallo intelligente, Micromega 7/2010, p. 80.

venerdì 12 novembre 2010

Vecchi sassolini

Mi tolgo un vecchio sassolino dalla scarpa.
Leggendo qua e là nella rete incappo nella famigerata Legge 40 del 2004, quell'obbrobrio sulla fecondazione assistita che la Corte Costituzionale sta facendo a pezzi un po' alla volta. In quella legge si parla di 'fecondazione eterologa' che sebbene non definita dalla stessa legge si desume si tratti della fecondazione con il ricorso a seme non appartenente al proprio partner, ovviamente unito in sacro vincolo di matrimonio! La legge vieta questo tipo di fecondazione, non sia mai che il tradimento si insinui in maniera subdola tra le serene mura della famiglia italiana!
Ora! Si da il caso che tra noi biologi il termine eterologo si riferisca a qualcosa che riguarda specie diverse e che solo per blanda analogia assume il significato che la legge ha utilizzato. Siccome la fecondazione tra specie diverse non può avvenire, salvo i rari casi di ibridazione, e l'argomento della fecondazione è argomento eminentemente di biologia mi sono sempre chiesto: si tratterà dell'ennesimo stupro della lingua o di un butto di autocritica da parte di chi ha scritto la legge?
Nel secondo caso apprezziamo lo sforzo di chi vuole evitare ad altri il proprio dramma!

giovedì 14 ottobre 2010

Domande sospese

Ieri ho visto Exit su La7, il titolo della puntata era Fabbriche d'odio, si parlava dei rapporti sindacali, dei diritti del lavoro, della globalizzazione, un sacco di argomenti interessanti. Ho imparato un sacco di cose nuove, a costo di procurarmi un infarto, ma ho imparato tante cose che non avrei mai immaginato. Dunque ricapitoliamo:

lunedì 20 settembre 2010

Riflessione tardiva

Troppo bello per non copiarlo, l'autore mi perdonerà. Il pezzo che segue è un post ripreso dal blog Bioetica, ed è una definizione dei diritti che trovo straordinaria per le innumevoli vie di riflessione che apre.

giovedì 16 settembre 2010

Assolo per coro

Fabrizio Manco non è un musicista, è un performer, come si usa dire, eppure suona una molteplicità di strumenti. Suona strumenti davvero singolari, strumenti insoliti, tra tutti gli strumenti i più inattesi.

lunedì 13 settembre 2010

Lezioni di etica positiva

Giorgio Stracquanio, deputato del Pdl: "E' assolutamente legittimo che per fare carriera ognuno di noi utilizzi quel che ha, l'intelligenza o la bellezza che siano. E' invece sbagliato pensare che chi è dotato di un bel corpo sia necessariamente un cretino. Oggi la politica ha anche una dimensione pubblica. Ci si presenta anche fisicamente agli elettori. Dire il contrario è stupido moralismo" ... "Se anche una deputata o un deputato facessero coming out e ammettessero di essersi venduti per fare carriera o per un posto in lizza non sarebbe una ragione sufficiente per lasciare la Camera o il Senato" (da Repubblica.it).

Il deputato Stracquadanio non mancherà coerentemente di trasmettere ai suoi figli i principi in cui crede, da parte mia ho solo un paio di dubbi che mi piacerebbe chiarire. Il primo dubbio riguarda la frase "oggi la politica ha anche una dimensione pubblica", il secondo dubbio è di ordine etico ma, per carità, niente moralismo.
Per quanto riguarda il primo dubbio ho sempre pensato che la politica avesse solo una dimensione pubblica, sarebbe interessante chiarire di che natura è l'altra dimensione della politica di oggi. Per il secondo dubbio invece noto che dalle dichiarazioni del deputato emerge un'etica che potrei definire positiva (che inerisce quello che si può fare), a questo punto mi chiedo se il deputato può fornire indicazioni circa un'etica negativa (inerente a quello che non si deve fare). Immagino che la cosa non debba costare troppo sforzo all'onorevole!

domenica 25 luglio 2010

I co-spiratori

Al Borgo dei Filosofi del 2009 dedicato a "Liberté, Egalité, Fraternité" il 16 novembre Aldo Masullo ha tenuto una lectio magistralis sul rapporto tra fraternità e politica o, in senso più ampio, il rapporto tra fraternità e potere nella modernità tracciata dal pensiero illuminista.


Trascrivo le parole finali della lezione di Masullo invitando ad ascoltarla per intero. E' possibile ascoltare gli interventi di Masullo al Borgo dei Filosofi nel sito Porta di Massa. Ascolta la lectio.



"Platone nel Simposio […] dice che amore ci svuota di estraneità e ci riempie di familiarità, io direi di intraneità che è l’opposto di estraneità […], amore ci riempie di familiarità, di intimità e guardate un po’ la stessa parola che in greco si usa per dire fraternità […] e questo che cosa significa sul piano politico? Lo dice Platone ancora, sempre nel Simposio […], Platone aveva detto che ai detentori del potere […] non conviene che tra i sudditi si sviluppino alti ideali e tanto meno solide amicizie e comunità, koinonia, cose queste che invece all’amore più di ogni altra cosa piace, vedete, l’amore contro il potere, la fraternità contro la paternità del tiranno. Questo è il legame tra la fraternità e la politica, la fraternità è di coloro che co-spirano, non si cospira soltanto stando nascosti. Co-spirare significa respirare insieme, co-spirare significa semplicemente nutrire insieme gli stessi ideali, alimentarli con il pensiero e con il sacrificio. Ecco, io credo che in questa Italia così oggi deserta di giustizia, di libertà e soprattutto deserta di pensiero e di amore questo sia il più grande insegnamento che dal mondo antico possa venire a noi, vecchi e giovani."

In questo paese dove ignobili accattoni della cosiddetta "alta società" si vedono in gran segreto e organizzano cosche e cricche, P2 e P3 per mandare i loro miserabili esponenti al Governo e in altri luoghi del potere il Maestro Masullo restituisce la parola co-spirazione al suo significato originario.
Anche questo, in fondo, è un modo per rendere giustizia alle parole stuprate.

sabato 3 luglio 2010

Lei è un cretino, s'informi!

Dopo i momenti di mestizia è terapeutico fare quattro salti da giullare. A sollevarsi da pensieri neri non manca materiale, salvo essere irrimediabilmente seri, allora non c'è cura che tenga, siete destinati alla tristezza perpetua!
I rimedi per uscire dalla tristezza ci sono per tutti, se apprezzi l'anamorfosi linguistica e provi un indicibile piacere a scovare metasignificati puoi vedere un film di Totò, se sei un sadico della distorsione del linguaggio puoi seguire sui giornali le avventure del signor ghe pensi mì o le mirabolanti dichiarazioni del suo sodale legale, con rispetto parlando, o le picaresche imprese del ministro che preso dalla sacra foia della scalata al governo si scaglia contro i "cialtroni del sud". Ma fai attenzione, perché il divertimento sia assicurato non fare l'errore di informarti troppo altrimenti potresti scoprire che ai cialtroni del sud i soldi li ha portati via proprio il governo del ministro infoiato. Se sei un amante del genere macchietta puoi vedere il Tg1, alcuni dicono che gli editoriali dell'Augusto direttore facciano rivoltare le budella per le risate anche se altri pensano che le faccia rivoltare per altri motivi.
E' consigliabile non mescolare i metodi per divertirsi perché se mescoli Totò con altro potresti ricordare, per le inspiegabili associazioni della mente, quella frase fulminante: "Lei è un cretino: si specchi, si convinca" e se non cogli la forza liberatoria del principe De Curtis rischi di rovinarti la giornata. In effetti questa frase di Totò ha risvolti davvero desolanti, quasi da pessimismo cosmico leopardiano. Prendete per esempio quella del titolo del post "Lei è un cretino, s'informi!", che è sempre sua, l'espressione si presenta come un invito al cretino a uscire dalla sua condizione attraverso l'informazione, viene mostrata una via d'uscita. E invece no! L'altra frase, "Lei è un cretino: si specchi, si convinca", ci fa capire che il cretino è inesorabilmente vincolato al suo stato e non può uscirne in alcun modo. Non gli resta che prenderne atto, per cui quel "s'informi" non è altro che un pietoso invito al cretino a cercare in giro conferma della sua triste situazione. Morale, se siete fiduciosi nel trionfo della ragione umana il divertimento è rovinato!
Quindi d'estate è meglio uscire di casa per distrarsi, andare in giro per sagre e feste. Ho sentito della sagra dello gnocco nelle campagne avellinesi che quest'anno sarà particolarmente frequentata. E' addirittura atteso il ministro delle pari opportunità che ha anticipato la sua intenzione di parlare a braccio della natura velatamente maschilista della sagra e chiederà agli organizzatori più sensibili una declinazione al femminile della festa. Quando la proposta del ministro si è diffusa tra la gente la popolazione maschile del piccolo paese si è scatenata in manifestazioni di esultanza incontenibili.
Gli insanabili amanti della matematica possono seguire l'interessante festival dei numeri primi che quest'anno si terrà ad Arcore e ospiterà uno stand dove i sostenitori dei numeri liberi possono finalmente dimostrare che la definizione di numeri primi è stata finora saldamente in mano a una lobby di matematici oscurantisti che ha occupato tutte le case editrici e le università occultando ogni traccia di pensiero alternativo.
Infine l'appuntamento più atteso dell'anno nella capitale: la fiera della tetratricotomologia. I più raffinati intellettuali di sinistra si incontrano per discutere di tematiche del tutto ipotetiche. Quest'anno i massimi esperti della spaccatura del capello in quattro si confronteranno sul ruolo dell'opposizione nei paesi in cui può capitare che un megalomane dissociato diventi primo ministro in maniera quasi democratica.
Si tratta di eventi epocali, imperdibili!

lunedì 21 giugno 2010

Forse solo il silenzio esiste davvero


L'articolo che segue è tratto integralmente da La Stampa. Ritengo questa lettura un'analisi molto profonda della poetica di Saramago. Avevo bisogno di un rimedio efficace alla sporcizia che sono in grado di produrre i 'teologi' che vanno per la maggiore da qualche tempo in Italia.

***

19/6/2010
Il Dio di Saramago, silenzio dell'universo
JUAN JOSÉ TAMAYO*

L’11 settembre del 2006, lo scrittore e premio Nobel José Saramago, la giornalista e traduttrice delle opere del romanziere portoghese, la pittrice Sofia Gandarias e io, camminavamo tutti insieme per le strade di Siviglia in direzione dell’Aula Magna dell’Università per partecipare ad un incontro sul Diálogo de Civilizaciones y Modernidad. Alle nove del mattino, mentre attraversavamo la piazza della Giralda, le campane della Cattedrale di Siviglia –antica moschea fatta costruire dal califfo almoravida Abu Ya’qub Yusuf- come impazzite, si misero a sonare a distesa. “Suonano le campane perché passa un teologo” disse Saramago con il suo solito senso dello humour. “No”, gli risposi a tono, “il suono di quelle campane annuncia che un ateo è in procinto di convertirsi al cristianesimo”. Durante quel breve dialogo, la risposta del romanziere portoghese non si fece attendere: “Questo mai. Ateo sono stato tutta la vita e continuerò ad esserlo nel futuro”. All’improvviso mi venne in mente una definizione poetica di Dio che senza un attimo di esitazione gli recitai: “Dio è il silenzio dell’universo, e l’essere umano il grido che dà un senso a tale silenzio”. “Questa definizione è mia” reagì all’istante il Premio Nobel. “Effettivamente, per questo l’ho citata” gli risposi. “E questa definizione si accosta più ad un mistico che ad un ateo”.

Per un teologo dogmatico, definire Dio come silenzio dell’universo forse è dire poco o non dire nulla. Per un teologo seguace delle mistiche e dei mistici giudaici, cristiani e musulmani (Pseudo- Dionigi l’Areopagita, Rabia al Adawiya di Bagdad, Abraham Abufalia, Algazel, Ibn al-Arabi, Rumi, Hadewijch di Anversa, Margherita Porete, Ildegarda di Bingen, Maestro Eckhardt, Giuliana de Norwich, Giovanni della Croce, Teresa di Gesù) e di laici quali Simone Weil, è più che sufficiente. Dire di più sarebbe una mancanza verso Dio, si creda o non si creda alla sua esistenza. “Se comprendi”, diceva Agostino d’Ippona, “non è Dio”. La definizione di Saramago è delle più belle. Meriterebbe di apparire tra le ventiquattro - e con essa venticinque – nel Libro dei ventiquattro filosofi (Adelphi, Milano 1999; Siruela, Madrid 2000), la cui paternità è attribuita a Ermete Trismegisto e che raccoglie le definizioni di ventiquattro saggi convenuti in un Simposio, il cui contenuto fu oggetto di un ampio dibattito tra filosofi e teologi durante il Medioevo.

La vita e l’opera di Saramago sono un’incessante lotta titanica con-contro Dio. Come lo era stata quella del Giobbe biblico – “il Prometeo ebreo” per Block – che maledice il giorno in cui nacque, prova ribrezzo della propria vita e ha l’audacia di domandare a Dio, con tono sfidante, perché lo assale con tanta violenza, perché lo opprime in modo così inumano e perché lo distrugge spietatamente (Giobbe, 10). O come il patriarca Giacobbe il quale passa un’intera notte a lottare al braccio di ferro con Dio e finisce con una lesione al nervo sciatico (Genesi, 32,23-33). Non è il caso di Saramago, il quale è uscito indenne dalle risse con Dio senza mai arrendersi. Al contrario, con i suoi 88 anni, continua ad interrogarsi e a domandare a teologi e credenti che diavolo mai sarà questo Dio che per esaltare Abele deve disprezzare Caino.

Il Nobel portoghese condivide con Nietzsche la parabola di Zarathustra e l’apologo del folle sulla morte di Dio e potrebbe forse sottoscrivere due delle affermazioni nietzschiane più provocatorie: “Dio è la nostra più lunga menzogna” e “Meglio nessun Dio! Meglio che ciascuno si faccia da solo il proprio cammino”. È probabile che coincida anche con Ernst Bloch in “il meglio della religione è che crea eretici” e in “solo un ateo può essere un buon cristiano, solo un cristiano può essere un buon ateo”.

Familiarizzato con la Bibbia, quella giudaica e quella cristiana, ricrea con umorismo - un umorismo iconoclasta del divino e destabilizzatore dell’umano – alcune sue figure più emblematiche e smentisce i racconti che, stando al dire di León Felipe, “hanno dondolato la culla dell’uomo” (sic). Lo fece ne Il vangelo secondo Gesù Cristo, romanzo che presenta Gesù di Nazareth come un uomo che vive, ama e muore come qualsiasi altra persona e che Dio sceglie come anello di un immenso movimento strategico e come vittima di un potere che lo trascende e al quale deve assoggettarsi.

Vi ritorna con il romanzo Caino nel quale ricrea, in ambito letterario e teologico, il mito biblico che trae le sue immagini dalle tradizioni più antiche sulle origini dell’umanità. La Bibbia presenta Caino, spinto dall’invidia, come l’assassino di suo fratello Abele e Dio come “saccentone”. Saramago inverte i ruoli del buono e del cattivo, dell’assassino e del giudice. Rende responsabile dio, il signore (sempre con la minuscola) della morte di Abele e lo accusa di risentimento, di arbitrarietà e di esasperare le persone. Caino uccide il fratello non per arbitrarietà bensì per legittima difesa, in quanto dio lo aveva declassato a vantaggio dell’altro. E lo uccide perché non può uccidere dio.

L’immagine violenta di Dio non si esaurisce nella Bibbia giudaica. Prosegue in alcuni testi della Bibbia cristiana, là dove Cristo viene presentato come vittima propiziatoria per la riconciliazione dell’umanità con Dio. Prosegue con Anselmo di Canterbury, come padrone di vite e di beni e come sovrano feudale che tratta i suoi veneratori come se si trattasse di servi della gleba ed esige il sacrificio del suo amatissimo figlio, Gesù Cristo, in riparazione dell’offesa infinita commessa contro Dio dall’umanità.

Il Dio assassino permane presente in non pochi rituali bellici del nostro tempo: negli attentati terroristici compiuti da supposti credenti mussulmani che in nome di Dio praticano la guerra santa contro gli infedeli e nella risposta a tali attentati che danno i dirigenti politici cristiani i quali chiamano in causa Dio per giustificare lo spargimento di sangue di innocenti in operazioni che portano il nome di Giustizia Infinita o Libertà Duratura.

Dopo queste operazioni, Saramago non può fare a meno di essere d’accordo con la testimonianza del filosofo ebreo Martin Buber: “Dio è la parola più vilipesa di tutte le parole umane. Nessuna è stata tanto disonorata, tanto mutilata […] Le generazioni umane hanno riversato su questa parola il peso della loro vita tormentata fino a schiacciarla contro il suolo. Giace nella polvere e ne sostiene il peso. Le generazioni umane, con i loro patriottismi religiosi, hanno lacerato questa parola. Hanno ucciso e si sono fatte uccidere per essa. Questa parola porta le loro impronte digitali e il loro sangue. Gli uomini disegnano un fantoccio e ci scrivono sotto la parola ‘Dio’. Si assassinano gli uni gli altri e dicono ‘lo facciamo in nome di Dio’. Dobbiamo rispettare quelli che proibiscono questa parola, perché si ribellano contro l’ingiustizia e gli eccessi che con tanta facilità si commettono con una presunta autorizzazione da parte di ‘Dio’. Bene si comprende che molti suggeriscano di mantenere, per un certo tempo, il silenzio sulle ‘ultime cose’ per redimere quelle parole che sono state oggetto di tanti abusi”. Anch’io sottoscrivo quest’affermazione di Buber.

Che si condivida oppure no la Bibbia giudaica che fa Saramago, personalmente ritengo di essere d’accordo con lui sul fatto che “la storia degli uomini è la storia dei loro incontri mancati con dio: né lui ci intende, né noi lo intendiamo”. Eccellente lezione di contro-teologia!

Qualunque fosse la responsabilità di Caino o di Dio nella morte di Abele, rimane in piedi la domanda che ancora oggi persiste tanto viva quanto allora, se non di più, e che fa appello alla responsabilità dell’umanità nell’attuale disordine mondiale, nelle guerre e nelle carestie che prosciugano il nostro pianeta: “Dov’è tuo fratello (Genesi 4,9). E la risposta non può limitarsi a un evasivo: “Non so. Sono forse io il custode di mio fratello?”, bensì, continuando con la Bibbia, la parabola evangelica del Buon Samaritano, il quale prova compassione di una persona gravemente ferita, nonostante fosse di religione contraria alla sua. Eccellente lezione di etica solidale!

Traduzione di Giancarlo Depretis
*Juan José Tamayo è teologo spagnolo, fondatore e segretario dell’Associazione dei teologi Giovanni XXIII

***

La Stampa perdonerà se l'ho copiato interamente, ché un così bell'articolo rischiava di essere letto da pochi se restava sul giornale, per motivi che non sto qui a dire ma che sono familiari a chi si avventura fino alla terza pagina dello sfortunato quotidiano per leggere delle ragioni di tanta attenzione al clima che cambia, che di solito sono pagine trascurate dai lettori e se qualche inesattezza scappa non ne viene gran danno all'autore che scopre di avere scritto cose d'altri, E' inaccettabile, mi dovete una spiegazione, Ma che vuole questo tipo? di che si lamenta se neanche piove!, e si sente offeso l'autore da operazione che in altri paesi si direbbe leggera ma che da noi non è poi cosa così seria, e i giorni passano senza che nulla accada, segno che non era un fatto importante e il giornale aveva ragione a dire di stare tranquilli, di godersi la vita che fuori c'è il sole. Può ripetersi la storia, ruota senza terreno per girare se non fossero lastricate le sue vie del sangue dei senza nome che senza quel sangue sarebbe inutile spingerla, e se il teologo riconosce l'articolo fedele al suo intento il giornale saprà riconoscermi il servigio reso a diffonderne il pensiero, altrimenti la redazione mi ringrazierà parimenti per aver attirato su di me gli strali dell'autore, ché senza questo blog nessuno avrebbe saputo dell'offesa al suo nome.
([NdA] scritto quale indegno omaggio alla prosa di Saramago.)

lunedì 14 giugno 2010

Rapporti malsani

La parola efficienza è il mito di una società - o civiltà della tecnica - assuefatta alla menzogna e all'autoinganno. Il termine si declina in molti modi e sue varianti sono la produttività, la competitività - tutti termini usati con frequenza proporzionalmente inversa alla loro forza esplicativa.
In sè il concetto di efficienza è bellissimo, come al solito è l'uso che se ne fa che lo rende sospetto. Naturalmente la sua definizione varia in relazione al campo di applicazione ma in buona sostanza è un rapporto tra una produzione e le risorse utilizzate, siano queste risorse il tempo, o il denaro o che altro serve per la produzione. Insomma si dice che una produzione è efficiente quando comporta il minimo utilizzo di tempo, di energia, di risorse. Date queste premesse, come non essere contenti di perseguire l'efficienza? Sarebbe una bestemmia, e infatti ci vuole un blasfemo per avanzare qualche perplessità! Perplessità sull'uso spudoratamente strumentale - e idiota - del termine, sia chiaro.
Il bellissimo concetto di efficienza resta bellissimo quando si considerano attentamente le grandezze da cui deriva proprio perché si tratta di un rapporto. E' proprio questa caratteristica che, se trascurata, rappresenta il vizio del concetto. Io non ho nulla in contrario all'incremento dell'efficienza nell'utilizzo di energia o nelle attività economiche, anzi sono convinto che gli sprechi vadano ridotti al minimo, ma quello che non sopporto è quando ci si riempie la bocca di questo nuovo Dio senza considerare che in natura i rapporti non esistono, esistono solo gli "oggetti" che noi mettiamo in rapporto e guarda caso questi oggetti presentano soglie, limiti, capacità portanti; gli oggetti in natura sono de-limitati, possono temporaneamente non apparire tali ma solo temporaneamente. Il rapporto invece è un concetto matematico che ha la curiosa proprietà di celare quei limiti. Faccio un esempio, se cambio la mia vecchia auto che fa 12 km con un litro di benzina con una che ne fa 24 con lo stesso litro ho aumentato l'efficienza dei miei movimenti in auto ma se con la nuova auto faccio il doppio della strada che facevo prima consumerò la stessa quantità di carburante. L'efficienza non rivela che il consumo di carburante è rimasto uguale, né ne rivelerebbe gli aumenti, perché nel rapporto che la costituisce è aumentata sia la quantità di carburante sia la strada percorsa. Infatti, il problema è proprio questo, quando si fa un discorso di miglioramento dell'efficienza e, parallelamente, di incremento dei consumi nelle società obese è chiaro che siamo di fronte al tentativo disperato di conciliare una schizofrenia insanabile.
Benvengano i miglioramenti di efficienza che sono assolutamente da perseguire ma che non siano una sorta di meccanismo di rimozione di ciò che proprio non ci entra nella testa: in natura si ha a che fare con grandezze finite e metterle in rapporto non le rende illimitate. E' vero che in natura si hanno grandezze che sono in relazione tra loro ma questo non è da confondere con il rapporto che è un'operazione mentale.
L'efficienza non può migliorare all'infinito, non nel mondo reale. Il rapporto tra due grandezze non può prescindere dalla natura delle grandezze e invece è proprio questo che si fa quando si parla di efficienza.

Volendo fare un altro esempio su una variante del termine efficienza, pensate a quando si parla di produttività, questa non è altro che la quantità di beni prodotti per unità di tempo impiegato a produrli. Se nella stessa unità di tempo si producono più beni la produttività aumenta. Per quanto si possano immaginare dei margini per aumentare la produttività mi riesce difficile pensare che questo rapporto possa aumentare indefinitamente, e infatti sono convinto che non sia possibile eppure ci sono numerose strategie perché la produttività aumenti in maniera considerevole e da questo punto di vista il mondo imprenditoriale è ricco di idee! Ai tempi di Marx si pensava al miglioramento tecnologico che permetteva di far fare alle macchine il lavoro degli operai, oggi che la crisi incombe si imboccano altre strade. Un modo per esempio è quello di far scrivere un "accordo"* ai dirigenti di una fabbrica automobilistica, per assurdo si potrebbe pensare alla Fiat di Marchionne, un accordo che preveda "l'utilizzo di 18 turni settimanali, ma anche 120 ore di straordinario obbligatorio (solo 40 nel contratto), la riduzione delle pause sulle catene da 40 a 30 minuti, la possibilità per l'azienda di «comandare» lo straordinario anche durante la mezz'ora di pausa mensa; di poter recuperare i ritardi di produzione anche se dovuti a problemi di forniture; di non pagare la malattia quando si supera una certa soglia «media» di assenze tra tutti i lavoratori. In più, deroghe al contratto nazionale, ma anche alla legge." (leggi qui) Infine, si dice che se gli operai non sono disposti ad accettare queste condizioni la fabbrica chiude perché "delocalizza" e se ne va a produrre dove la manodopera costa quattro soldi e rivende le auto prodotte dove costano care perché quei pezzenti che le producono non possono permettersele. E' il mercato globalizzato, bellezza! A questo punto l'operaio capisce di essere con l'acqua alla gola perché rischia di perdere il lavoro e accetta l'accordo e se un sindacato, mettiamo per ipotesi la Fiom-Cgil, si rifiuta di firmare quel sindacato diventerà bersaglio dell'ira dell'operaio. Con il tempo, anche quel sindacato arriverà a più miti consigli. Risultato: la produttività aumenta e ci siamo tolti dalle palle la seccante dialettica tra le parti sociali!

Come vedete, nonostante le mie dannate perplessità, le strategie per aumentare la produttività non mancano, basta avere chiaro in testa l'obiettivo da raggiungere senza farsi sviare da sviolinate vecchio stile che ormai non incantano più nessuno. I sindacati del futuro, poniamo sempre per ipotesi Uil, Cisl e Ugl, queste cose le hanno capite e non stanno lì a sottilizzare creando conflitti tra i lavoratori e con il governo; questi sindacati non stanno lì a sindacare sulle proposte delle aziende o del governo, loro gli accordi li firmano, se sono accordi devono essere per forza buoni!
C'è chi pensa che il rapporto tra questi sindacati e il governo sia malsano, una sorta di prostituzione da alto bordello, ma sono i soliti disfattisti ancorati a valori ormai scaduti.

* Se non sei uno stupratore della lingua non usi la parola accordo prima che l’accordo ci sia, usi le parole proposta, trattativa, negoziato, vertenza che lasciano intendere un processo in itinere per trovare un accordo. L'accordo viene dopo essere giunti ad un accordo.
Ennesimo caso di stupro in branco della lingua.

domenica 6 giugno 2010

La lingua stuprata

Dopo la manovra finanziaria presentata da Tremonti i magistrati hanno proclamato uno sciopero perché ritengono le misure della manovra punitive della loro categoria e dell'azione giudiziaria. Che questa maggioranza tenti di scardinare in tutti i modi il potere giudiziario è evidente anche ai sassi purché non siano innamorati dell'uomo che ride, che questa azione di demolizione sia stata portata avanti da molto tempo anche dal centro sinistra è altrettanto evidente ma io non entrerò nel merito né della manovra né delle ragioni dei magistrati (che, detto tra parentesi, condivido). La cosa stupefacente, a mio avviso, è la dichiarazione del ministro della Giustizia Alfano: "Lo sciopero dei magistrati è uno sciopero politico". Di grazia, cos'altro potrebbe essere, chiedo io?
A chi fa politica dovrebbe essere noto che ogni attività che ha rilevanza e risonanza pubblica è politica, essendo la politica la tecnica regia di organizzazione della polis è difficile che uno sciopero annunciato da qualunque categoria sociale non sia politico. Evidentemente l'inquilino di via Arenula queste cose non le sa o si considera esonerato dal saperle e crede che sia da bollare come politica qualunque posizione di contrasto alla sua maggioranza. Non è lui il primo ad aver abusato della parola politica in questa accezione né sarà l'ultimo, ahimé. Né l'uso indegno del termine appartiene solo a chi si dovrebbe occupare di politica. Ricordo che tempo fa, mentre in parlamento si discuteva dell'introduzione del reato di clandestinità, un cantante fece un video in mezzo ad un campo di rom mostrando la condizione di degrado in cui viveva quella gente; in un'intervista il poveretto si affrettò a dire che il suo non era un messaggio politico! A quest'imbecille di buone intenzioni di cui ho dimenticato pure il nome mi sarebbe piaciuto chiedere di che cavolo di natura pensava che fosse il suo messaggio e soprattutto cosa cavolo pensa che sia la politica.
Al ministro Alfano mi piacerebbe chiedere cosa intenda esattamente per sciopero politico e come immagina uno sciopero che non lo è o, per evitare domande imbarazzanti per il 'giovane' ministro, potrei dargli un "aiutino" e suggerirgli che forse intendeva uno sciopero pretestuoso, capzioso, fazioso, corporativo... i termini non mancano, per fortuna la lingua italiana è ricca di sfumature ma è vero che per parlare correttamente bisogna amarla una lingua, apprezzarne i colori e i significati. Altrimenti si fa una enorme confusione usando a casaccio termini importanti con il rischio di farli diventare insulsi e senza significato, proprio come pensava quel cantante quando ha detto che il suo messaggio non era politico perché nella sua testa, come in quella di molti purtroppo, ciò che è politico è brutto e da evitare senza preoccuparsi di distinguere la Politica da quanti si danno al servizio di un padrone solo perché hanno una insopprimibile natura da schiavi, pensando che questo sia politica.
Parlare è un atto d'amore verso le parole, la loro storia e il loro significato, invece assistiamo indifferenti al continuo stupro della lingua da parte di violentatori di professione che nessuno pensa più di punire neanche con uno sguardo di disprezzo.

lunedì 10 maggio 2010

Riforme e depistaggi

Il ricorso alle riforme istituzionali è in molti casi proporzionale all'inettitudine di chi le istituzioni dovrebbe rappresentare. La necessità di un adeguamento degli strumenti di governo di un paese nel corso del tempo è innegabile ma la sensazione che il ricorso alle riforme sia una sorta di depistaggio per distrarre dall'ignominia morale (e statuale) è forte.
Sotto il termine "riforme" si nascondono i mostri più strani e informi, dalle modifiche alla costituzione alle varie versioni di leggi ad personam, dal federalismo al leggittimo impedimento, dal presidenzialismo alla legge bavaglio sulle intercettazioni.
Ultimamente la parola d'ordine ripetuta come un mantra con il sapore del riflesso pavloviano è "senza le riforme finiamo come la Grecia", formula di facile effetto che può essere agevolmente ripetuta a memoria persino dai miracolati della politica o della televisione, che da un po' di tempo sono la stessa cosa. E' il classico caso in cui si prendono un paio di fatti, due o tre opinioni, si mettono dentro una testa vuota, si agita per qualche minuto, si apre la bocca dell'idiota di turno e viene fuori qualche combinazione che dei deficienti a crederla vera si trovano senza difficoltà.

***

A proposito della necessità di modificare l'ordinamento costituzionale mi torna in mente l'introduzione che Gustavo Zagrebelsky scrisse al documento "La nascita della Costituzione Italiana. Le idee, i protagonisti, la storia.", pubblicato da L'Espresso in occasione dell'anniversario della Costituzione del 2008.
Il costituzionalista afferma che i contenuti della nostra Costituzione sono «perfettamente in linea con il costituzionalismo contemporaneo. [...] Dove un'esigenza di rinnovamento è invece avvertita è nell'organizzazione della macchina di governo, centrale e periferica. Qui, si ritiene c'è bisogno non di uno stravolgimento ma di un adeguamento al bisogno crescente di decisioni efficienti. Si è detto giustamente che una democrazia che non sa decidere si condanna alla subalternità ad altri poteri di fatto, che democratici non sono. Il rafforzamento dei poteri del governo nel perseguire l'attuazione del suo programma, la semplificazione e l'alleggerimento della macchina pubblica, la determinazione più chiara dei livelli di competenze e di responsabilità: tutto questo è da farsi, ma non è la riforma della Costituzione, ne è l'ordinaria "manutenzione", secondo l'espressione di Alessandro Pizzorusso.
La crisi della politica che drammaticamente sta davanti a noi, però, non si risolverà così ed è un errore e un inganno attribuirne le cause ai difetti della Costituzione e cercarne la soluzione nella sua modificazione. C'è un classico e antico quesito, che è utile sempre riproporre, nei momenti di difficoltà: se, per una buona politica sia più importante una buona costituzione o siano più importanti uomini buoni. La risposta più convincente mi pare questa; la buona costituzione è importante, ma non decisiva, perché uomini cattivi possono corrompere la migliore Costituzione e, al contrario, uomini buoni possono far funzionare accettabilmente anche una costituzione difettosa. Uomini cattivi, qui significa: incompetenza, presunzione e prepotenza, mancanza di senso delle proprie funzioni e dei loro limiti, interessi particolari o personali prevalenti su quelli collettivi, disprezzo delle regole di trasparenza e imparzialità, rapporti di fedeltà e sudditanza, clientele. Uomini buoni, significa tutto il contrario. La distinzione non passa soltanto all'interno della cosiddetta classe politica. Attraversa l'intera nostra società. Non c'è un monopolio della corruzione della politica che riguarda i governanti, così come non c'è un monopolio delle virtù politiche che riguarda i governati. I legami sono stretti, l'intreccio strettissimo, la corruzione è bene accetta e auspicata e coltivata presso gli uni e presso gli altri, così come accade, al contrario per le virtù pubbliche. A questo proposito, la riforma dovrebbe venire prima addirittura della Costituzione: dovrebbe consistere nel ripristino della più dimenticata delle sue norme, una norma su cui tutto si regge ed è un'apertura di credito al senso civico e alla moralità politica di cittadini e governanti, non sostituibili da nessuna norma di diritto, nemmeno di diritto costituzionale: l'art. 54 che, se ci pensiamo, è la norma fondamentale, sulla quale tutto si regge (o tutto crolla): "Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle, con disciplina ed onore". La prima riforma di cui abbiamo bisogno è il rinnovamento civile. La costituzione, senza di ciò, è solo un falso obiettivo.»

Se, come dice Zagrebelsky, l'art. 54 della Costituzione è la norma sulla quale tutto si regge o sulla quale tutto crolla è cosa che emerge dopo attenta riflessione sull'ideale della res publica e sulla sua rappresentazione da parte degli uomini. Se è vero che una istituzione esiste al di là degli uomini è anche vero che una istituzione trova espressione contingente solo attraverso gli uomini che la rappresentano. Per una buona rappresentazione ci vogliono dei buoni attori, altrimenti l'opera, una volta deformata, perde credito. Un altro punto sul quale occorre riflettere è il reciproco rispetto tra le istituzioni e i cittadini di un paese. Zagrebelsky dice che «Non c'è un monopolio della corruzione della politica che riguarda i governanti, così come non c'è un monopolio delle virtù politiche che riguarda i governati» ed è vero, aggiungo che non c'è neanche un monopolio del credito e della fiducia da parte di quelle istituzioni che sono rappresentate indegnamente e non rispettano i cittadini e i principi più elementari della civile convivenza. Quando questo rapporto di reciprocità viene incrinato il rischio da scongiurare è proprio la perdita della credibilità delle istituzioni. In tali casi bisogna avere chiaro in mente che l'opera, indipendentemente dalla pessima rappresentazione, conserva e deve conservare il suo intrinseco valore.
In tali casi, come sostiene Rodotà a proposito della eventuale approvazione del ddl sulle intercettazioni di cui si discute in questi giorni, "sarà necessaria una vera e propria disobbedienza civile! Non solo dei giornalisti, ma di tutti i cittadini consapevoli, per consentire, tra l'altro, di far arrivare il più rapidamente possibile questa legge-bavaglio davanti proprio alla Corte Costituzionale". (leggi qui e aderisci alla mobilitazione sul web)

***

Quasi dimenticavo! Un altro automatismo, ormai a cadenza quotidiana, è quello che fa invocare le riforme condivise. Ovvio, le riforme non possono che essere condivise dalle diverse anime di un paese ma se si ha intenzione di riformare il codice della strada sarebbe prudente non coinvolgere chi è stato spesso trovato alla guida in stato di ebrezza!
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