"[...] È vero: non possono, anzi, non dovrebbero esistere [Paesi di serie B]. Ma esistono. La realtà è che l'Italia è un Paese di serie B: e ciò risulta inequivocabile proprio dalle sue parole. Che sono parole prudenti, benché sincere. Io che posso permettermi di non essere prudente, le dico anzi che l'Italia è ben peggio che un paese di serie B. L'espressione calcistica non è che un eufemismo. L'Italia – e non solo l'Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l'immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti. Specialmente i giovani. Tutte quelle sciocche coppie che se ne andavano tenendosi all'infinito strette per mano, con aria di vicendevole, romantica protezione e ispirata certezza del domani.
Sono stati ingannati, beffati. Un rovesciamento improvviso e violento (per quanto riguarda l'Italia) nel modo di produzione ha distrutto tutti i loro precedenti valori «particolari» e «reali», cambiando la loro forma e il loro comportamento: e i nuovi valori, puramente pragmatici, esistenziali, del «benessere», hanno tolto loro ogni dignità. Ma non è bastato: dopo essere stati resi mostruosi (marionette guidate da una mano «nuova», e quindi come impazzite), ecco che il benessere, causa della loro mostruosità, viene meno, mentre il ballo delle marionette continua. [...]"
Pier Paolo Pasolini, Al Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Il Mondo, 11 settembre 1975. In: Lettere luterane,
«La sua intervista conferma che ci vuole il processo».
"Concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo." José Saramago
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domenica 11 settembre 2022
martedì 4 agosto 2020
Di rimozioni e altri crimini
Ritornare dopo molti anni sulle pagine dell'Antico Testamento è un ritorno all'origine di molte letture successive, perché in questo spicchio di mondo molto di quanto è stato letto e scritto è commento di quell'origine. Anche questo è attraversare il deserto.
Calasso non delude mai. Le pagine dedicate al Mosè di Freud e all'uccisione del padre primordiale sono straordinarie. A cominciare da Goethe la supposta uccisione di Mosè è prodiga di riflessione. La tradizione talmudica ha insegnato che nella Torah il taciuto regge l'universo. Con la violenta rimozione di Asherah, non una parola si legge in questo maestoso libro sull'uccisione della madre. Siamo di fronte a uno dei silenzi costitutivi della Torah?
martedì 28 luglio 2020
La gloria
Un gran libro, davvero un gran libro dove il male oscuro raggiunge vette altissime. Autore trascurato Berto ed è un peccato. Giuda è figura da millenni dibattuta e che fosse un cardine della redenzione non è novità, Borges nelle sue divine Finzioni cita un trascurato teologo di inizio 900 che porta la figura di Giuda fuori dal pantano della perdizione e per questo paga il fio. La peculiarità di Berto, tra le altre, è fare esplodere quel paradosso che si manifesta quando le cose di Dio incrociano le cose degli uomini, far sentire il dolore dell'assillo quando grande e piccola scala si incontrano. Faccio un esempio, se uno mi dice "lascia che i morti seppelliscano i morti" quando chiedo di lasciarlo per onorare i defunti io lo mando al diavolo, senza se, senza ma e senza ripensamenti, al diavolo lui e la sua scala universale. Eppure il paradosso resta. È il conflitto, apparente o reale è appunto una questione di scala, tra le cose di Dio e le cose degli uomini. Sono un essere di piccola scala che aspira all'universale convinto che solo l'unione di piccole scale può salvarci. Giuda è la figura icastica di questo paradosso. Necessario il suo tradimento al compimento del disegno. Necessaria la sua perdizione eterna alla manifestazione della gloria eterna. Giuseppe Berto ha messo il dito nella piaga di questo paradosso. Giuda condannato ad agire male per operare il bene come prima e dopo di lui il Mefistofele di Goethe.
mercoledì 10 luglio 2019
Il finale della commedia borghese
Balzac fu osservatore acuto dell'epopea borghese. La sua opera è una summa della commedia umana, come egli stesso chiamò il suo corpo di scritti, nell'ascesa della classe borghese. Se si vuol capire come il denaro possa essere il motore "che move il sole e l'altre stelle" della borghesia allora Balzac è autore irrinunciabile. Con il Robinson Crusoe di Defoe comincia a delinearsi l'homo economicus e il minuzioso calcolo di efficienza e ottimizzazione delle risorse ma è con Balzac che vediamo la degenerazione di questo processo che, se all'inizio aveva lo scopo di elevarsi dalle angherie della sorte e della natura, alla fine avrà come solo scopo il continuo, asintotico, maniacale miglioramento delle prestazioni raggiunte. Balzac è lontano dalla matematizzazione dell'accumulo eppure vede con chiarezza profetica l'esito dell'affannosa affermazione tramite l'equivalente generale del denaro. Significativamente lo vede in un'opera che resta incompiuta perché la trama stava diventando sempre più complicata. I piccoli borghesi è un'opera metaletteraria perché più che nello sviluppo il suo valore è nell'essere rimasta incompiuta. L'artificioso e serpentino succedersi di eventi, l'accatastarsi di sorprese, colpi di scena e di espedienti meschini doveva interrompersi bruscamente. Balzac non ci pensa troppo, l'intreccio è diventato una matassa inestricabile, Balzac non sa come continuare, interrompe e comincia un'altra opera ma I piccoli borghesi continuano a dire che l'esito di quella storia non poteva essere altro che una brusca interruzione. I piccoli borghesi finiscono nel solo modo in cui potevano finire, annichiliti nel nulla costruito con le loro stesse mani attraverso la penna del loro autore. Lo scrittore passa ad altro e i personaggi di quell'opera finiscono nel nulla. Alla morte di Balzac altri tenteranno di completare l'opera ma saranno goffe caricature dell'affresco di Balzac e saranno presto dimenticate.
I personaggi di I piccoli borghesi sono incastonati in un flusso di eredità, investimenti, spese, acquisti di titoli e immobili, passaggi di cambiali e proprietà. Il carattere stesso dei personaggi è definito dalla storia e dalla geografia dei loro possedimenti, dai passaggi di proprietà e di carriere che rendono necessaria e inevitabile la stessa esistenza dei personaggi. La borghesia, con i suoi interminabili e affannosi traffici, con le sue ansie di affermazione, appare l'esito di una qualche razionalità superiore. Con Marx è l'esito del conflitto storico tra classi, con Balzac, che Marx ammirava, la borghesia è il quadro razionale di un meccanismo che assicura la circolazione della ricchezza. Il meccanismo trascende la stessa razionalità del divenire storico in cui le classi hanno un ruolo attivo e i personaggi appaiono mere pedine di una macchina il cui movimento è assicurato dalla circolazione del denaro. Con Balzac si potrebbe riscrivere la celebre provocazione di Richard Dawkins in Il gene egoista: «Noi siamo macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di moneta». Dawkins non parlava della moneta ma dei geni ma la metafora con Balzac funziona benissimo.
La critica che Aristotele indirizza alla crematistica ci dice che stiamo parlando di meccanismi antichi ma le rivoluzioni borghesi di molti secoli dopo determinano la diffusione della classe sociale che fa della "ricchezza che non ha alcun limite" il senso dell'esistenza. Molti si sono accorti delle degenerazioni di Mammona, soprattutto quel Marx che umanisticamente vagheggiò dell'emancipazione dai bisogni ma come spesso accade nella storia i sogni diventano incubi e il tentativo di raddrizzare il legno storto dell'umanità ha originato tragedie peggiori del male che si voleva curare. Pur tra mille incidenti e brusche virate della storia è stato costruito un tessuto di principi che garantisse la civile convivenza, l'eguaglianza e la solidarietà. Le classi popolari, un tempo fuori dalla storia, sono assurte a protagonisti della storia diventando borghesi ma i discendenti della famiglia Phellion sono stati rapidamente messi in minoranza. Sono i "professoroni" che si appellano a principi stantii. Ora è il tempo dei Théodose de La Peyrade, dei Thuillier e delle Brigitte. Le antiche pulsioni hanno prevalso e si è finiti presto nelle mani di banchieri del popolo di ogni risma. E le classi popolari? Le classi popolari, colpevoli e vittime di questo rivolgimento, dopo aver partorito il proprio divoratore sono state nuovamente espulse dalla storia. Espulse da truffatori e arrivisti che indossano gli abiti del popolo, da vecchi e nuovi aristocratici che restano invisibili e continuano a prosperare sulle miserie del mondo.
I mascalzoni del popolo che beneficiano del disagio sociale sono fantocci perfetti per vincere, sia pure temporaneamente, la sfiducia che serpeggia nel tessuto sociale e lo sfibra. Sfiducia nella politica, nella scienza, nelle istituzioni, sfiducia alimentata ad arte per rivolgere la rabbia dei penultimi contro gli ultimi e distrarre l'attenzione già poco coltivata nelle classi popolari dai problemi che strangolano la società. I finti amici del popolo, imbottiti di miliardi e supponenza, diventano presidenti degli Stati Uniti, diventano ministri degli interni plenipotenziari, mangiano alle sagre popolari e fanno affari con le lobby delle armi e del petrolio, promettono la riduzione delle tasse e avvelenano l'atmosfera dei figli del popolo con fumi tossici di anidride carbonica e di odio. I finti amici del popolo si mettono alla guida di macchine complesse senza aver passato l'esame della scuola guida perché sono convinti che basta essere giovani e figli del popolo per fare bene gli interessi del popolo. La classe borghese progressista ha dimenticato il ruolo che ha avuto nelle rivoluzioni borghesi, si è allontanata dal popolo e il popolo, l'informe Proteo, l'ha sfiduciata. Il popolo ha sfiduciato una parte di sé stesso come in una malattia autoimmune in cui i confini tra corpo estraneo e corpo aggredito non sono più distinguibili e la cura è un'impresa non sempre possibile.
La colpevole, fugace e intermittente fiducia del popolo va da un Masaniello all'altro che, al grido "Viva 'o Re 'e Spagna, mora 'o malgoverno", guida la rivolta di...
I personaggi di I piccoli borghesi sono incastonati in un flusso di eredità, investimenti, spese, acquisti di titoli e immobili, passaggi di cambiali e proprietà. Il carattere stesso dei personaggi è definito dalla storia e dalla geografia dei loro possedimenti, dai passaggi di proprietà e di carriere che rendono necessaria e inevitabile la stessa esistenza dei personaggi. La borghesia, con i suoi interminabili e affannosi traffici, con le sue ansie di affermazione, appare l'esito di una qualche razionalità superiore. Con Marx è l'esito del conflitto storico tra classi, con Balzac, che Marx ammirava, la borghesia è il quadro razionale di un meccanismo che assicura la circolazione della ricchezza. Il meccanismo trascende la stessa razionalità del divenire storico in cui le classi hanno un ruolo attivo e i personaggi appaiono mere pedine di una macchina il cui movimento è assicurato dalla circolazione del denaro. Con Balzac si potrebbe riscrivere la celebre provocazione di Richard Dawkins in Il gene egoista: «Noi siamo macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di moneta». Dawkins non parlava della moneta ma dei geni ma la metafora con Balzac funziona benissimo.
La critica che Aristotele indirizza alla crematistica ci dice che stiamo parlando di meccanismi antichi ma le rivoluzioni borghesi di molti secoli dopo determinano la diffusione della classe sociale che fa della "ricchezza che non ha alcun limite" il senso dell'esistenza. Molti si sono accorti delle degenerazioni di Mammona, soprattutto quel Marx che umanisticamente vagheggiò dell'emancipazione dai bisogni ma come spesso accade nella storia i sogni diventano incubi e il tentativo di raddrizzare il legno storto dell'umanità ha originato tragedie peggiori del male che si voleva curare. Pur tra mille incidenti e brusche virate della storia è stato costruito un tessuto di principi che garantisse la civile convivenza, l'eguaglianza e la solidarietà. Le classi popolari, un tempo fuori dalla storia, sono assurte a protagonisti della storia diventando borghesi ma i discendenti della famiglia Phellion sono stati rapidamente messi in minoranza. Sono i "professoroni" che si appellano a principi stantii. Ora è il tempo dei Théodose de La Peyrade, dei Thuillier e delle Brigitte. Le antiche pulsioni hanno prevalso e si è finiti presto nelle mani di banchieri del popolo di ogni risma. E le classi popolari? Le classi popolari, colpevoli e vittime di questo rivolgimento, dopo aver partorito il proprio divoratore sono state nuovamente espulse dalla storia. Espulse da truffatori e arrivisti che indossano gli abiti del popolo, da vecchi e nuovi aristocratici che restano invisibili e continuano a prosperare sulle miserie del mondo.
I mascalzoni del popolo che beneficiano del disagio sociale sono fantocci perfetti per vincere, sia pure temporaneamente, la sfiducia che serpeggia nel tessuto sociale e lo sfibra. Sfiducia nella politica, nella scienza, nelle istituzioni, sfiducia alimentata ad arte per rivolgere la rabbia dei penultimi contro gli ultimi e distrarre l'attenzione già poco coltivata nelle classi popolari dai problemi che strangolano la società. I finti amici del popolo, imbottiti di miliardi e supponenza, diventano presidenti degli Stati Uniti, diventano ministri degli interni plenipotenziari, mangiano alle sagre popolari e fanno affari con le lobby delle armi e del petrolio, promettono la riduzione delle tasse e avvelenano l'atmosfera dei figli del popolo con fumi tossici di anidride carbonica e di odio. I finti amici del popolo si mettono alla guida di macchine complesse senza aver passato l'esame della scuola guida perché sono convinti che basta essere giovani e figli del popolo per fare bene gli interessi del popolo. La classe borghese progressista ha dimenticato il ruolo che ha avuto nelle rivoluzioni borghesi, si è allontanata dal popolo e il popolo, l'informe Proteo, l'ha sfiduciata. Il popolo ha sfiduciato una parte di sé stesso come in una malattia autoimmune in cui i confini tra corpo estraneo e corpo aggredito non sono più distinguibili e la cura è un'impresa non sempre possibile.
La colpevole, fugace e intermittente fiducia del popolo va da un Masaniello all'altro che, al grido "Viva 'o Re 'e Spagna, mora 'o malgoverno", guida la rivolta di...
domenica 8 maggio 2016
Appunti sul rito
Se l’uomo sia da considerare animale definitivamente post-istintuale è materia aperta, nonostante gran parte delle spiegazioni dell’antropologia filosofica propendano per una certezza troppo frettolosa. Anche in un quadro interpretativo di post-istintualità è difficile non scorgere le analogie tra comportamenti istintivi animali e comportamenti rituali umani. Considerando la prevalenza culturale della prassi rituale rispetto al comportamento istintivo, si tratta solo di analogie, ma pur evitando di azzardare possibili omologie filogenetiche dei moduli comportamentali ciò è sufficiente per stimolare un simpatico dibattito tra filosofi intorno alle letture ritenute troppo naturalistiche dei comportamenti umani.
Il condivisibile approccio della ricerca filosofica verso “un genere di naturalismo non riduttivo” nello studio di fenomeni della dimensione antropologica, solitamente dilaniata tra “natura” e “spirito”, prende le mosse dalla considerazione che le spiegazioni del naturalismo riduttivo siano insufficienti per motivi che tuttavia non sono altrettanto condivisibili.
In un saggio illuminante Massimo De Carolis ritiene che la possibile analogia tra ritualizzazione e istintualizzazione “non può realmente spiegare la ritualità umana in modo esaustivo e sufficiente”[1], soprattutto in ragione della presunta univocità del linguaggio umano, per cui verrebbe meno la funzione del rito di stabilire un modello comportamentale che riduca al minimo i possibili equivoci comunicativi, come Lorenz ha mostrato[2].
Arnold Gehlen, sottolineando la prevalenza culturale del comportamento umano, ha mostrato che la funzione rituale isola una porzione di mondo mettendo l’uomo al riparo dalla variabilità degli stimoli da cui è sommerso, in sostanza rendendo il comportamento rituale molto simile a un comportamento istintivo.
Se si condivide che tale quadro esplicativo non possa essere sufficiente a spiegare la complessità e varietà della prassi rituale umana, tuttavia viene da esprimere una riserva sulle ragioni della sua mancata forza esplicativa, ovvero l’assodato “accordo linguistico, tra esseri umani” che garantirebbe “l’univocità dei messaggi, per cui sarebbe logico aspettarsi che la funzione genericamente animale della ritualizzazione, nel nostro caso tenda ad essere irrilevante o nulla”[3].
Per quanto riguarda “l’univocità dei messaggi”, che caratterizzerebbe la “specificità della condizione umana”, già Wittgenstain del Tractatus, riconosce le ambiguità dei linguaggi naturali che possono essere superate solo con un linguaggio segnico univoco e mette in guardia a non confondere il significato di un enunciato con il suo riferimento: “comprendere una proposizione vuole dire saper che accada se essa è vera. (La si può dunque comprendere senza sapere se essa è vera)” (4.024)[4]. Successivamente, nelle Ricerche filosofiche, il filosofo pone, in maniera ancora più evidente, la sua attenzione proprio sul linguaggio “di tutti i giorni” come strumento comunicativo e sulla formazione del significato delle proposizioni in relazione, non solo al rapporto aprioristico delle espressioni con gli oggetti designati, come lasciava intendere il Tractatus, ma ai “giochi linguistici” che si sviluppano nel contesto della comunicazione intersoggettiva. In questa sede Wittgenstain riconosce chiaramente che “l’ordine perfetto deve dunque essere presente anche nella proposizione più vaga”[5]. Pertanto “i risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio.”[6]
Considerando che il sogno di Leibniz riguardo al “calculemos” non sembra ampiamente praticato, ovvero che solitamente non comunichiamo con un linguaggio segnico univoco e nelle comunicazioni quotidiane non adottiamo il rigore invocato dalla logica e dalla filosofia del linguaggio, direi che a occhio e croce siamo pieni di bernoccoli senza peraltro avvertirne il dolore. Se la logica pertiene al regno del vero e del falso, che già pare materia complicata, nella comunicazione entrano altri divertenti regni come quello del bello e del brutto, del giusto e ingiusto e via dicendo. Per questi motivi mi pare quanto meno rischioso liquidare il ruolo di pregnanza e univocità del messaggio che Lorenz assegnò alla comunicazione ritualizzata.
Nonostante io non riesca a condividere le premesse del lavoro di De Carolis, tuttavia trovo attraente l'ipotesi che “la prassi rituale sia connessa in modo specifico a questa esigenza, centrale in ogni cultura umana, di costruire l’esemplarità su cui poggia ogni norma esplicitamente formulata. Secondo questa ipotesi, il rito andrebbe visto come una fabbrica di esempi.”[7] Il rito quindi come cristallizzazione formale di una «norma esplicitamente formulata». Ciò naturalmente implica una funzione del rituale posteriore a un atto di formulazione della norma, contrariamente a quanto avviene per il mondo animale. Questa implicazione tuttavia rende l’ipotesi di De Carolis lontana dal fornire un quadro esplicativo “esaustivo e sufficiente” del comportamento rituale nell’uomo, ma rivela un approccio antropologico che Anders denunciava come fondato su un presupposto teistico che stabilisce la “differentia specifica”[8] per l’uomo.
Un aspetto interessante dell’ipotesi di De Carolis è la sua utilità per interpretare la crisi della forma rituale nell’attuale era della tecnica poiché “la tecnicizzazione prevede il dissolvimento di ogni tratto di esemplarità virtuale, e agisce quindi in direzione esattamente opposta alla ritualizzazione”.[9] Se osserviamo il comportamento rituale nelle varie epoche noteremo mutamenti incontestabili ma possiamo veramente affermare che nell’era moderna la forma rituale sia svanita o sia ridotta rispetto al passato? Non è piuttosto evidente una sua radicale trasformazione?
La routine postmoderna è la forma più onnipervasiva della ritualizzazione. Se il rito secondo la tradizione isola un momento topico facendolo diventare incrocio di significati, che evoca l’aleph borgesiano, la routine della vita contemporanea, non riconoscendo particolari significati tuttavia non li azzera ma li disaggrega nelle banali azioni quotidiane. Il comportamento rituale oggi ha mutato i suoi canoni. Quello tradizionale aveva confini ben definiti rispetto al comportamento non rituale e celava la sua regolarità dilatando il tempo presentandosi ogni volta come evento unico. Il rito attuale ha dinamiche più veloci e diffuse rispetto alle capacità psichiche e emotive umane, ha abbattuto i confini circoscritti di una volta nei topoi dello spazio e del tempo per diffondersi ovunque assumendo una sorta di costanza apparente, dettata in realtà dalla rapidità del ripetersi delle azioni rispetto alla nostra “antiquatezza”. Questo è l’apparente scomparsa del rito di oggi, ovvero la ritualizzazione totale ancorché non percepita. In definitiva si potrebbe concepire l’età della tecnica come la ritualizzazione del nulla che fa da sfondo a ogni azione.
[1] Massimo De Carolis, Natura umana e costruzione del mondo nel rituale. MicroMega, 1/2006, p. 117-127.
[2] K. Lorenz, La formazione filogenetica e storico-culturale dei riti. In: Natura e destino, Mondadori, Milano, 1985, p. 161-186.
[3] M. De Carolis, p. 120.
[4] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916. Einaudi, Torino, 1983, cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori, Milano. Vol 1, p. 787.
[5] Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche. Einaudi, Torino, 1981, cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori, Milano. Vol 1, p. 798.
[6] Op. cit., p. 795.
[7] M. De Carolis, p. 124.
[8] G. Anders, L’uomo è antiquato, Vol. II, Bollati Boringhieri, MI-RM, 2007, p. 116-118
[9] M. De Carolis, p. 126.
Il condivisibile approccio della ricerca filosofica verso “un genere di naturalismo non riduttivo” nello studio di fenomeni della dimensione antropologica, solitamente dilaniata tra “natura” e “spirito”, prende le mosse dalla considerazione che le spiegazioni del naturalismo riduttivo siano insufficienti per motivi che tuttavia non sono altrettanto condivisibili.
In un saggio illuminante Massimo De Carolis ritiene che la possibile analogia tra ritualizzazione e istintualizzazione “non può realmente spiegare la ritualità umana in modo esaustivo e sufficiente”[1], soprattutto in ragione della presunta univocità del linguaggio umano, per cui verrebbe meno la funzione del rito di stabilire un modello comportamentale che riduca al minimo i possibili equivoci comunicativi, come Lorenz ha mostrato[2].
Arnold Gehlen, sottolineando la prevalenza culturale del comportamento umano, ha mostrato che la funzione rituale isola una porzione di mondo mettendo l’uomo al riparo dalla variabilità degli stimoli da cui è sommerso, in sostanza rendendo il comportamento rituale molto simile a un comportamento istintivo.
Se si condivide che tale quadro esplicativo non possa essere sufficiente a spiegare la complessità e varietà della prassi rituale umana, tuttavia viene da esprimere una riserva sulle ragioni della sua mancata forza esplicativa, ovvero l’assodato “accordo linguistico, tra esseri umani” che garantirebbe “l’univocità dei messaggi, per cui sarebbe logico aspettarsi che la funzione genericamente animale della ritualizzazione, nel nostro caso tenda ad essere irrilevante o nulla”[3].
Per quanto riguarda “l’univocità dei messaggi”, che caratterizzerebbe la “specificità della condizione umana”, già Wittgenstain del Tractatus, riconosce le ambiguità dei linguaggi naturali che possono essere superate solo con un linguaggio segnico univoco e mette in guardia a non confondere il significato di un enunciato con il suo riferimento: “comprendere una proposizione vuole dire saper che accada se essa è vera. (La si può dunque comprendere senza sapere se essa è vera)” (4.024)[4]. Successivamente, nelle Ricerche filosofiche, il filosofo pone, in maniera ancora più evidente, la sua attenzione proprio sul linguaggio “di tutti i giorni” come strumento comunicativo e sulla formazione del significato delle proposizioni in relazione, non solo al rapporto aprioristico delle espressioni con gli oggetti designati, come lasciava intendere il Tractatus, ma ai “giochi linguistici” che si sviluppano nel contesto della comunicazione intersoggettiva. In questa sede Wittgenstain riconosce chiaramente che “l’ordine perfetto deve dunque essere presente anche nella proposizione più vaga”[5]. Pertanto “i risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio.”[6]
Considerando che il sogno di Leibniz riguardo al “calculemos” non sembra ampiamente praticato, ovvero che solitamente non comunichiamo con un linguaggio segnico univoco e nelle comunicazioni quotidiane non adottiamo il rigore invocato dalla logica e dalla filosofia del linguaggio, direi che a occhio e croce siamo pieni di bernoccoli senza peraltro avvertirne il dolore. Se la logica pertiene al regno del vero e del falso, che già pare materia complicata, nella comunicazione entrano altri divertenti regni come quello del bello e del brutto, del giusto e ingiusto e via dicendo. Per questi motivi mi pare quanto meno rischioso liquidare il ruolo di pregnanza e univocità del messaggio che Lorenz assegnò alla comunicazione ritualizzata.
Nonostante io non riesca a condividere le premesse del lavoro di De Carolis, tuttavia trovo attraente l'ipotesi che “la prassi rituale sia connessa in modo specifico a questa esigenza, centrale in ogni cultura umana, di costruire l’esemplarità su cui poggia ogni norma esplicitamente formulata. Secondo questa ipotesi, il rito andrebbe visto come una fabbrica di esempi.”[7] Il rito quindi come cristallizzazione formale di una «norma esplicitamente formulata». Ciò naturalmente implica una funzione del rituale posteriore a un atto di formulazione della norma, contrariamente a quanto avviene per il mondo animale. Questa implicazione tuttavia rende l’ipotesi di De Carolis lontana dal fornire un quadro esplicativo “esaustivo e sufficiente” del comportamento rituale nell’uomo, ma rivela un approccio antropologico che Anders denunciava come fondato su un presupposto teistico che stabilisce la “differentia specifica”[8] per l’uomo.
Un aspetto interessante dell’ipotesi di De Carolis è la sua utilità per interpretare la crisi della forma rituale nell’attuale era della tecnica poiché “la tecnicizzazione prevede il dissolvimento di ogni tratto di esemplarità virtuale, e agisce quindi in direzione esattamente opposta alla ritualizzazione”.[9] Se osserviamo il comportamento rituale nelle varie epoche noteremo mutamenti incontestabili ma possiamo veramente affermare che nell’era moderna la forma rituale sia svanita o sia ridotta rispetto al passato? Non è piuttosto evidente una sua radicale trasformazione?
La routine postmoderna è la forma più onnipervasiva della ritualizzazione. Se il rito secondo la tradizione isola un momento topico facendolo diventare incrocio di significati, che evoca l’aleph borgesiano, la routine della vita contemporanea, non riconoscendo particolari significati tuttavia non li azzera ma li disaggrega nelle banali azioni quotidiane. Il comportamento rituale oggi ha mutato i suoi canoni. Quello tradizionale aveva confini ben definiti rispetto al comportamento non rituale e celava la sua regolarità dilatando il tempo presentandosi ogni volta come evento unico. Il rito attuale ha dinamiche più veloci e diffuse rispetto alle capacità psichiche e emotive umane, ha abbattuto i confini circoscritti di una volta nei topoi dello spazio e del tempo per diffondersi ovunque assumendo una sorta di costanza apparente, dettata in realtà dalla rapidità del ripetersi delle azioni rispetto alla nostra “antiquatezza”. Questo è l’apparente scomparsa del rito di oggi, ovvero la ritualizzazione totale ancorché non percepita. In definitiva si potrebbe concepire l’età della tecnica come la ritualizzazione del nulla che fa da sfondo a ogni azione.
[1] Massimo De Carolis, Natura umana e costruzione del mondo nel rituale. MicroMega, 1/2006, p. 117-127.
[2] K. Lorenz, La formazione filogenetica e storico-culturale dei riti. In: Natura e destino, Mondadori, Milano, 1985, p. 161-186.
[3] M. De Carolis, p. 120.
[4] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916. Einaudi, Torino, 1983, cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori, Milano. Vol 1, p. 787.
[5] Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche. Einaudi, Torino, 1981, cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori, Milano. Vol 1, p. 798.
[6] Op. cit., p. 795.
[7] M. De Carolis, p. 124.
[8] G. Anders, L’uomo è antiquato, Vol. II, Bollati Boringhieri, MI-RM, 2007, p. 116-118
[9] M. De Carolis, p. 126.
sabato 20 febbraio 2016
mercoledì 3 febbraio 2016
L'angelo di Vermicino
Ci sono storie quotidiane intorno alle quali ruota il passato e il futuro, storie che racchiudono nella loro quotidianità tutto il senso di un'epoca.
Il 10 giugno del 1981 un bimbo cade in un pozzo a Vermicino, era Alfredo Rampi. Ci fu una grande mobilitazione per tentare di salvare il bambino. Angelo Licheri volle contribuire a quei tentativi facendosi calare nel pozzo. Era necessario essere di piccola statura per essere calati a testa in giù e Licheri era un uomo piccolo, pesava appena 44 kg. Licheri fu imbracato e con enorme fatica riuscì a raggiungere il bimbo ma non riuscì a salvarlo. Ce la mise tutta Licheri, rimase a testa in giù per 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione. La tragedia fu vissuta in diretta tv per tre giorni, inaugurando l'epoca dei reality show.
Angelo Licheri si racconta in un libro con un linguaggio asciutto, semplice come potrebbe essere quello di un anziano che racconta gli episodi della propria vita davanti al fuoco. Licheri non ha psicologismi ma un innato senso del ritmo narrativo. Racconta i fatti di una vita piena di avvenimenti in uno stile quasi giornalistico. Una vita che parte da Gavoi, dove gli eredi di Caino e Abele continuavano a contendersi i favori di Dio, per arrivare a Vermicino e altrove.
Un altro grande sardo incontrerà Licheri dopo quel disperato tentativo di salvare Alfredo Rampi, era Enrico Berlinguer, anche lui sarebbe morto da lì a pochi anni.
Oggi Licheri vive in estrema difficoltà e il diabete gli ha causato una gravissima infermità. Leggere la sua autobiografia è un modo per aiutarlo e per ritornare a quell'episodio di Vermicino che come un oscuro presagio era fin dall'inizio degli anni '80 una terribile metafora del tempo a venire.
Cercate in libreria L'angelo di Vermicino e se non ce l'hanno ordinatelo, costa 16 euro e vale la pena spenderli.
Il 10 giugno del 1981 un bimbo cade in un pozzo a Vermicino, era Alfredo Rampi. Ci fu una grande mobilitazione per tentare di salvare il bambino. Angelo Licheri volle contribuire a quei tentativi facendosi calare nel pozzo. Era necessario essere di piccola statura per essere calati a testa in giù e Licheri era un uomo piccolo, pesava appena 44 kg. Licheri fu imbracato e con enorme fatica riuscì a raggiungere il bimbo ma non riuscì a salvarlo. Ce la mise tutta Licheri, rimase a testa in giù per 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione. La tragedia fu vissuta in diretta tv per tre giorni, inaugurando l'epoca dei reality show.
Angelo Licheri si racconta in un libro con un linguaggio asciutto, semplice come potrebbe essere quello di un anziano che racconta gli episodi della propria vita davanti al fuoco. Licheri non ha psicologismi ma un innato senso del ritmo narrativo. Racconta i fatti di una vita piena di avvenimenti in uno stile quasi giornalistico. Una vita che parte da Gavoi, dove gli eredi di Caino e Abele continuavano a contendersi i favori di Dio, per arrivare a Vermicino e altrove.
Un altro grande sardo incontrerà Licheri dopo quel disperato tentativo di salvare Alfredo Rampi, era Enrico Berlinguer, anche lui sarebbe morto da lì a pochi anni.
Oggi Licheri vive in estrema difficoltà e il diabete gli ha causato una gravissima infermità. Leggere la sua autobiografia è un modo per aiutarlo e per ritornare a quell'episodio di Vermicino che come un oscuro presagio era fin dall'inizio degli anni '80 una terribile metafora del tempo a venire.
Cercate in libreria L'angelo di Vermicino e se non ce l'hanno ordinatelo, costa 16 euro e vale la pena spenderli.
martedì 23 giugno 2015
Laudato si'
Invito a leggere la Laudato si’ di Francesco, l’enciclica pubblicata pochi giorni fa, dedicata alla “cura della casa comune”. Ho pensato a lungo a cosa scrivere in questo post ma alla fine ho deciso che non scriverò nulla di quanto avevo pensato. Rimanderò ogni considerazione di dettaglio alla discussione che spero seguirà.
Qui dirò poche cose che ritengo essenziali.
Chi vede chiaramente la rottura degli equilibri naturali e sociali per le attività predatorie di un mercato avido e senza etica non può non rivolgere attenzione all'appello di Francesco a prendersi cura della casa comune. Il documento è una sintesi di ampio respiro in cui trovano spazio la promozione della democrazia diffusa, la tutela dei beni comuni, la lotta alle disuguaglianze economiche, alla crisi socio-ambientale, al riscaldamento globale, la protezione della biodiversità, la promozione dei valori urbani, la denuncia della piaga del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori, il richiamo ad “accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo”. Tutti concetti di cui si è nutrito chi ha sensibilità ambientale e sociale. Tutti concetti per cui quelli come me si sono arrabbiati come cani vedendo l'indifferenza e la sufficienza con cui venivano scaricati da quelli che guidavano, guidano e purtroppo continueranno a guidare le sorti del pianeta (anche se spero di sbagliare). Non ci sono novità assolute nell'enciclica di Francesco ma non si può negare che si tratti di un lavoro di sintesi che merita riflessione, un atto politico di forza notevole anche per la risonanza planetaria che avrà il documento. Con qualche forzatura si può dire che le istanze ambientaliste e di giustizia sociale assumono dimensione (inter)nazionalpopolare! Chi ha a cuore quelle istanze dovrebbe essere contento di ritrovarle in una enciclica. Se questa enciclica cambierà il corso degli eventi è altro argomento. La denuncia del sistema economico che crea disuguaglianze era già nella Evangelii Gaudium di Francesco e la denuncia della dittatura del mercato era già arrivata, e anche piuttosto forte, con la Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Era il 2009, le disuguaglianze continuano ad aumentate, le orgasmiche invocazioni di crescita economica si sono moltiplicate e se la Terra prende respiro è perché milioni di persone sono state lasciate senza lavoro e senza reddito! Il modello di sviluppo non è cambiato granché, forse perché la sete di accumulo e dominio non è una faccenda di “antropologia cristiana” male interpretata ma di antropologia senza alcun aggettivo che precipita nei dettami religiosi, nella tecnica, nell'economia, nella scienza, insomma dove è più comodo precipitare.
La Laudato si’ richiama alla cura della Terra, madre e casa comune per tutte le specie viventi, presenti e future. E’ un tema sul quale è necessario e auspicabile l’incontro di credenti e laici perché, dalla mia lettura, il rispetto della Terra e di chi la abita è un atteggiamento etico che conserva il suo valore etsi Deus non daretur (anche se Dio non fosse dato). Questo è il punto di forza del dialogo possibile e allo stesso modo il punto debole delle premesse dell’enciclica, almeno per un lettore laico. Sarebbe tuttavia assurdo, oltre che inutile, pretendere che una enciclica papale prescinda da premesse teologiche creaturali e da queste deduca conseguenze dottrinali (su interruzione di gravidanza, identità sessuale, famiglia tradizionale). Resta vero che nessun laico o non credente è tenuto ad accettare né le une né le altre e nessun cattolico (o membro di altre confessioni) ha il diritto di imporle ad altri. Vivere sulla Terra non è una faccenda di logica matematica in cui date premesse diverse si percorrono traiettorie logiche differenti per arrivare a conclusioni differenti. Curiosamente accade che si abbiano premesse differenti, che si arrivi a conclusioni differenti, eppure con traiettorie in buona parte identiche. Dovere dei viventi è percorrere la traiettoria comune. Il resto verrà.
Qui dirò poche cose che ritengo essenziali.
Chi vede chiaramente la rottura degli equilibri naturali e sociali per le attività predatorie di un mercato avido e senza etica non può non rivolgere attenzione all'appello di Francesco a prendersi cura della casa comune. Il documento è una sintesi di ampio respiro in cui trovano spazio la promozione della democrazia diffusa, la tutela dei beni comuni, la lotta alle disuguaglianze economiche, alla crisi socio-ambientale, al riscaldamento globale, la protezione della biodiversità, la promozione dei valori urbani, la denuncia della piaga del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori, il richiamo ad “accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo”. Tutti concetti di cui si è nutrito chi ha sensibilità ambientale e sociale. Tutti concetti per cui quelli come me si sono arrabbiati come cani vedendo l'indifferenza e la sufficienza con cui venivano scaricati da quelli che guidavano, guidano e purtroppo continueranno a guidare le sorti del pianeta (anche se spero di sbagliare). Non ci sono novità assolute nell'enciclica di Francesco ma non si può negare che si tratti di un lavoro di sintesi che merita riflessione, un atto politico di forza notevole anche per la risonanza planetaria che avrà il documento. Con qualche forzatura si può dire che le istanze ambientaliste e di giustizia sociale assumono dimensione (inter)nazionalpopolare! Chi ha a cuore quelle istanze dovrebbe essere contento di ritrovarle in una enciclica. Se questa enciclica cambierà il corso degli eventi è altro argomento. La denuncia del sistema economico che crea disuguaglianze era già nella Evangelii Gaudium di Francesco e la denuncia della dittatura del mercato era già arrivata, e anche piuttosto forte, con la Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Era il 2009, le disuguaglianze continuano ad aumentate, le orgasmiche invocazioni di crescita economica si sono moltiplicate e se la Terra prende respiro è perché milioni di persone sono state lasciate senza lavoro e senza reddito! Il modello di sviluppo non è cambiato granché, forse perché la sete di accumulo e dominio non è una faccenda di “antropologia cristiana” male interpretata ma di antropologia senza alcun aggettivo che precipita nei dettami religiosi, nella tecnica, nell'economia, nella scienza, insomma dove è più comodo precipitare.
La Laudato si’ richiama alla cura della Terra, madre e casa comune per tutte le specie viventi, presenti e future. E’ un tema sul quale è necessario e auspicabile l’incontro di credenti e laici perché, dalla mia lettura, il rispetto della Terra e di chi la abita è un atteggiamento etico che conserva il suo valore etsi Deus non daretur (anche se Dio non fosse dato). Questo è il punto di forza del dialogo possibile e allo stesso modo il punto debole delle premesse dell’enciclica, almeno per un lettore laico. Sarebbe tuttavia assurdo, oltre che inutile, pretendere che una enciclica papale prescinda da premesse teologiche creaturali e da queste deduca conseguenze dottrinali (su interruzione di gravidanza, identità sessuale, famiglia tradizionale). Resta vero che nessun laico o non credente è tenuto ad accettare né le une né le altre e nessun cattolico (o membro di altre confessioni) ha il diritto di imporle ad altri. Vivere sulla Terra non è una faccenda di logica matematica in cui date premesse diverse si percorrono traiettorie logiche differenti per arrivare a conclusioni differenti. Curiosamente accade che si abbiano premesse differenti, che si arrivi a conclusioni differenti, eppure con traiettorie in buona parte identiche. Dovere dei viventi è percorrere la traiettoria comune. Il resto verrà.
mercoledì 25 giugno 2014
Del calcio e dintorni
Divagazioni e suggerimenti di lettura
Il calcio è importante e fa bene alle ossa. Senza calcio le ossa non si sviluppano. Il calcio è un elemento essenziale per le ossa. Non è che lo puoi sostituire con un elemento simile. Lo stronzio, per dire, somiglia tanto al calcio ma non può sostituirlo. Se hai bisogno di calcio devi prendere calcio, altrimenti le ossa avranno problemi. Il latte è ricco di calcio e io adoro il latte, da piccolo ne consumavo quantità industriali, almeno un paio di litri al giorno. Di giorno quando avevo sete bevevo latte e di notte mettevo il cartone pieno sul comodino e la mattina era vuoto, c'erano ancora i tetrapak a forma di tetraedro, ve li ricordate? Anche adesso mi piace il latte ma come lo bevevo da bambino... Papà dice sempre che avrebbe dovuto avere una mucca insieme a me e mi ricorda che quando lui era bambino una mucca ce l'aveva per davvero, la portava al pascolo, la mungeva, andava in giro in bicicletta a vendere il latte che aveva munto la mattina presto. Vendeva il latte anche alla mamma di una bambina che lui trovava molto graziosa, la lasciava giocare con la campana appesa al manubrio della bicicletta. La campana serviva per avvisare dell'arrivo del latte e la bambina si divertiva come una matta a farla scampanellare a più non posso. Chi l'avrebbe detto allora che quella bambina era già mia mamma? Valle a capire le strade che prende il destino. "Palla è, palla! Quella rotola!" diceva il vecchio dottore del paese alzando un po' le spalle con tono di rassegnata accettazione degli eventi più imprevedibili che rotolano e rimbalzano qua e là senza apparente connessione con il calcio che ha fatto muovere quella dispettosa palla. Non che l'assorta constatazione del vecchio dottore si riferisse alle bizzarrie del destino, no, serviva a darsi ragione di un inatteso risultato calcistico, a fornire un motivo per non rodersi il fegato per un esito che la morale avrebbe definito ingiusto.
Il vecchio dottore concentrava in quella sentenza la più rovinosa critica al determinismo storico che sia mai stata mossa a Marx. "La realtà è complicata, e la razionalità non è di questo mondo", scriveva Edmondo Berselli in un gioiello di 100 pagine dove al calcio si intrecciano politica, filosofia e storia. E già, perché il calcio è sineddoche della storia, una parte per il tutto, dove in campo entra la metodica imprevedibilità dell'estro, il misurato capriccio dell'improvvisazione e il più mancino dei tiri può cambiare il corso degli eventi, sempre fantasticando dove sarebbero potuti andare altrimenti. Materia strana il calcio che quando Carlo Emilio Gadda ne scriveva si firmava Gianni Brera. Una volta il calcio era diverso. Anche noi eravamo diversi, neanche ci riconosceremmo se ci incontrassimo per strada, per questo evitiamo i posti dove sappiamo di trovarci. Sì, nel calcio ci sono storture, violenza, vezzi e vizi miliardari, combine e via e via, proprio come nella storia che di combine è magazzino stracolmo, vedi alla voce Truman, De Gasperi e Pio XII. Se non basta, consultare la voce Togliatti che tifava per il Grande Torino che si schiantò sul muro di una chiesa, quando si dice che il calcio è una metafora! Non ho mai capito il tifo salvo quando me lo hanno spiegato al corso di microbiologia. Lì mi hanno parlato dell'agente eziologico, del periodo di incubazione, dei sintomi e tutto il resto. Qualche volta ho avuto quei sintomi, non era facile riconoscerli a 13 anni. Faceva caldo e il torneo mondiale era giocato in oratori giganteschi dove vanno quelli bravi, mica quelli come me che li mettevano sempre in porta perché "se la palla ti colpisce almeno la pari e cerca di non evitarla", cosa che facevo puntualmente. La squadra di casa vinse il mondiale quell'estate e per festeggiare si va al mare tutti insieme "corri papà, corri", altre macchine sulla strada, "supera papà, supera supera, suona suona suona" e papà costretto a suonare la tromba dell'auto e io sul sedile posteriore che salto e non vedo l'ora di arrivare, mia mamma che dice di stare buono e l'auto che urla esausta e quando arriviamo al mare esala gli ultimi rantoli sfiatati.
Alla fine della partita di quattro anni prima non c'era nulla da festeggiare dall'altra parte della campagna italiana. Corradino aveva 11 anni e guardava la partita Argentina-Olanda a casa di Marilù del bosco che aveva uno dei pochi televisori a colori nel paese dove, a parte i quattro soli a motore, i mezzi di trasporto erano tirati o spinti a forza d'animale o di contadino. Corradino non poteva tifare per la squadra di Videla quella sera, ne aveva uno in casa e che i "ladroni di casa" perdessero era il minimo che potesse invocare ma le cose andarono diversamente, "poteva bastare, chissà, un'allacciatura di scarpino diversa o un taglio diverso dell'erba a governare il rimbalzo del pallone" e i suoi campioni olandesi avrebbero alzato la coppa al cielo. “E invece, e invece...” e invece la storia è un pallone informe come quelli che usavamo all'oratorio per le partite che chi arriva prima a dieci vince e poi c'è la rivincita, la bella e poi si va a casa che a una certa ora devi rientrare. La storia è un pallone informe e nemmeno una divinità potente come Sredni Vashtar può prevederne i rimbalzi. Tra i personaggi da antologia della memoria come solo l'adolescenza sa disegnare e le distopie fantascientifiche dell'amico Gianni, Corradino segue i fili degli avvenimenti, dal Videla privato all'odiosa signorina De Ropp, dallo zio storno che gli frega un casso dell'Aldo Morto e con le Brigate Rosse tratta ma non cede a don Gioele che con voce baritonale crea l'incanto insieme al "contrappunto stridulo e quasi sguaiato delle agguerritissime turbovecchie, pronte a conquistarsi il loro brandello di Paradiso con le unghie". Dove nascono gli eventi se non dalla parola scritta su un taccuino rosso? Corradino ha scritto di desiderare la morte di chi lo ha fatto soffrire e quando qualcuno muore lui si sente responsabile di omicidio. Oh, la tragica onnipotenza dell'adolescenza, sempre sul filo dell'innocente colpevolezza, quando basta desiderare qualcosa per credere che possa accadere e la finzione è solo la faccia notturna della realtà. Ogni vecchio adolescente troverà molte cose in comune con Corradino e il suo alter ego, io ne ho trovate tante ma soprattutto la passione per il calcio, io quello del latte e lui quello dei campi sportivi.
Il calcio è importante e fa bene alle ossa. Senza calcio le ossa non si sviluppano. Il calcio è un elemento essenziale per le ossa. Non è che lo puoi sostituire con un elemento simile. Lo stronzio, per dire, somiglia tanto al calcio ma non può sostituirlo. Se hai bisogno di calcio devi prendere calcio, altrimenti le ossa avranno problemi. Il latte è ricco di calcio e io adoro il latte, da piccolo ne consumavo quantità industriali, almeno un paio di litri al giorno. Di giorno quando avevo sete bevevo latte e di notte mettevo il cartone pieno sul comodino e la mattina era vuoto, c'erano ancora i tetrapak a forma di tetraedro, ve li ricordate? Anche adesso mi piace il latte ma come lo bevevo da bambino... Papà dice sempre che avrebbe dovuto avere una mucca insieme a me e mi ricorda che quando lui era bambino una mucca ce l'aveva per davvero, la portava al pascolo, la mungeva, andava in giro in bicicletta a vendere il latte che aveva munto la mattina presto. Vendeva il latte anche alla mamma di una bambina che lui trovava molto graziosa, la lasciava giocare con la campana appesa al manubrio della bicicletta. La campana serviva per avvisare dell'arrivo del latte e la bambina si divertiva come una matta a farla scampanellare a più non posso. Chi l'avrebbe detto allora che quella bambina era già mia mamma? Valle a capire le strade che prende il destino. "Palla è, palla! Quella rotola!" diceva il vecchio dottore del paese alzando un po' le spalle con tono di rassegnata accettazione degli eventi più imprevedibili che rotolano e rimbalzano qua e là senza apparente connessione con il calcio che ha fatto muovere quella dispettosa palla. Non che l'assorta constatazione del vecchio dottore si riferisse alle bizzarrie del destino, no, serviva a darsi ragione di un inatteso risultato calcistico, a fornire un motivo per non rodersi il fegato per un esito che la morale avrebbe definito ingiusto.
Il vecchio dottore concentrava in quella sentenza la più rovinosa critica al determinismo storico che sia mai stata mossa a Marx. "La realtà è complicata, e la razionalità non è di questo mondo", scriveva Edmondo Berselli in un gioiello di 100 pagine dove al calcio si intrecciano politica, filosofia e storia. E già, perché il calcio è sineddoche della storia, una parte per il tutto, dove in campo entra la metodica imprevedibilità dell'estro, il misurato capriccio dell'improvvisazione e il più mancino dei tiri può cambiare il corso degli eventi, sempre fantasticando dove sarebbero potuti andare altrimenti. Materia strana il calcio che quando Carlo Emilio Gadda ne scriveva si firmava Gianni Brera. Una volta il calcio era diverso. Anche noi eravamo diversi, neanche ci riconosceremmo se ci incontrassimo per strada, per questo evitiamo i posti dove sappiamo di trovarci. Sì, nel calcio ci sono storture, violenza, vezzi e vizi miliardari, combine e via e via, proprio come nella storia che di combine è magazzino stracolmo, vedi alla voce Truman, De Gasperi e Pio XII. Se non basta, consultare la voce Togliatti che tifava per il Grande Torino che si schiantò sul muro di una chiesa, quando si dice che il calcio è una metafora! Non ho mai capito il tifo salvo quando me lo hanno spiegato al corso di microbiologia. Lì mi hanno parlato dell'agente eziologico, del periodo di incubazione, dei sintomi e tutto il resto. Qualche volta ho avuto quei sintomi, non era facile riconoscerli a 13 anni. Faceva caldo e il torneo mondiale era giocato in oratori giganteschi dove vanno quelli bravi, mica quelli come me che li mettevano sempre in porta perché "se la palla ti colpisce almeno la pari e cerca di non evitarla", cosa che facevo puntualmente. La squadra di casa vinse il mondiale quell'estate e per festeggiare si va al mare tutti insieme "corri papà, corri", altre macchine sulla strada, "supera papà, supera supera, suona suona suona" e papà costretto a suonare la tromba dell'auto e io sul sedile posteriore che salto e non vedo l'ora di arrivare, mia mamma che dice di stare buono e l'auto che urla esausta e quando arriviamo al mare esala gli ultimi rantoli sfiatati.
Alla fine della partita di quattro anni prima non c'era nulla da festeggiare dall'altra parte della campagna italiana. Corradino aveva 11 anni e guardava la partita Argentina-Olanda a casa di Marilù del bosco che aveva uno dei pochi televisori a colori nel paese dove, a parte i quattro soli a motore, i mezzi di trasporto erano tirati o spinti a forza d'animale o di contadino. Corradino non poteva tifare per la squadra di Videla quella sera, ne aveva uno in casa e che i "ladroni di casa" perdessero era il minimo che potesse invocare ma le cose andarono diversamente, "poteva bastare, chissà, un'allacciatura di scarpino diversa o un taglio diverso dell'erba a governare il rimbalzo del pallone" e i suoi campioni olandesi avrebbero alzato la coppa al cielo. “E invece, e invece...” e invece la storia è un pallone informe come quelli che usavamo all'oratorio per le partite che chi arriva prima a dieci vince e poi c'è la rivincita, la bella e poi si va a casa che a una certa ora devi rientrare. La storia è un pallone informe e nemmeno una divinità potente come Sredni Vashtar può prevederne i rimbalzi. Tra i personaggi da antologia della memoria come solo l'adolescenza sa disegnare e le distopie fantascientifiche dell'amico Gianni, Corradino segue i fili degli avvenimenti, dal Videla privato all'odiosa signorina De Ropp, dallo zio storno che gli frega un casso dell'Aldo Morto e con le Brigate Rosse tratta ma non cede a don Gioele che con voce baritonale crea l'incanto insieme al "contrappunto stridulo e quasi sguaiato delle agguerritissime turbovecchie, pronte a conquistarsi il loro brandello di Paradiso con le unghie". Dove nascono gli eventi se non dalla parola scritta su un taccuino rosso? Corradino ha scritto di desiderare la morte di chi lo ha fatto soffrire e quando qualcuno muore lui si sente responsabile di omicidio. Oh, la tragica onnipotenza dell'adolescenza, sempre sul filo dell'innocente colpevolezza, quando basta desiderare qualcosa per credere che possa accadere e la finzione è solo la faccia notturna della realtà. Ogni vecchio adolescente troverà molte cose in comune con Corradino e il suo alter ego, io ne ho trovate tante ma soprattutto la passione per il calcio, io quello del latte e lui quello dei campi sportivi.
mercoledì 14 maggio 2014
Post aperto
“Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio.” Simone Weil, Quaderni, IV, Adelphi, 1988, pp. 182-183.
Si può parlare delle cose terrene senza parlare di Dio o del sacro? Se sì, perché? Se no, perché?
Si può parlare delle cose terrene senza parlare di Dio o del sacro? Se sì, perché? Se no, perché?
domenica 23 febbraio 2014
Già è tanto un pensiero, ma un pensiero nel pensiero!
El especialista de Barcellona di Aldo Busi è un libro di dimenticanze che la memoria celebra in un falò sabbatico in affollatissima solitudine. "C'erano una volta gli altri...", adesso per raccontarsi resta una foglia di platano prossima a cadere perché nata sulla rotta di un giocattolo. Libro di illusioni verbali, tra accenti bizzosi e digressioni in fuga. Danza al ritmo di una lingua sontuosa e essenziale, ballata di personaggi abietti e spietatamente sinceri, a partire dal nome, come Hada Hespejismo, l'esperta di falsíta che è dichiaratamente un miraggio. Si può essere più sinceri di così? Eppure di fronte a tanta sincerità come fanno gli umanotteri a non accorgersi dell'inganno? Si convive con i mostri, per non farsene sbranare.
E' arabesco senza orpelli la lingua di Busi. Pagine di incisi concentrici come onde nello stagno dopo il lancio di un sasso nel centro che non c'è più perché "come non esiste più un centro, non esiste più un pensiero principale. E' tutta una periferia. L'Europa stessa è periferia." Una vertigine insolita di questi tempi. "Già è tanto un pensiero, ma un pensiero nel pensiero! Al giorno d’oggi! Con la gente nella rete che o dice tutto quello che ha da dire in centoquaranta caratteri o ciccia!"
Inutile cercare la trama se non si ha intenzione di perdere l'ordito, perché qui la trama è lo scrittore e le digressioni sono gli altri e lo scrittore è calderone dove confluiscono le vite di tutti, del lettore per primo. Lo scrittore è "io universale collettore di ogni singolo io passato e presente, autobiografo dell’umanità" e se il lettore è di bocca buona sussulterà alla vista di brandelli della propria vita nel piatto che lo scrittore prepara con sapiente lentezza, come si prepara un ragù scegliendo bene gli ingredienti da usare e soprattutto quelli da evitare, perché nelle pagine di El especialista de Barcellona al detto fa da contrappunto il non detto che come il cuore "sta dove deve stare, anche sulla punta del naso, in un battito di ciglia, in un modo di stare zitti o di piangere non visti o in tre puntini di sospensione, por ejemplo"...
Del lettore si diceva, il lettore che cerca rassicurazioni non legga Busi per non correre il rischio di riconoscersi in qualche pagina e essere costretto a rinnegarsi per rimanere fedele, almeno di giorno, all'immagine che è convinto di essersi dato con il consenso di amici, parenti e colleghi. "Io ho letto tutti i libri che potevano essermi contrari e che mi potevano mettere in difficoltà rispetto a quanto avevo acquisito e credevo; gli altri libri, quelli che pretendevano di allisciarmi nelle mie certezze e pigrizie e compiacimenti, li ho sempre chiusi subito con uno sbadiglio." Busi gioca con le immagini e i piani narrativi, li sovrappone, li intreccia, li mette in scena nell'ordine indisciplinato del pensiero per costruire con precisione millimetrica la vita del romanzo, non il solito romanzo della vita.
La vita è accidente prezioso che Busi lascia intendere, non per narcisismo stilistico bensì per doveroso omaggio che la parola riconosce all'indicibile. "L'amore si fa o si sente, l'amore non si dice, non si reclama e non si commenta l'amore fatto, l'amore ha gli occhi per parlare e le mani per recargli doni", detto da chi sulla parola ha edificato il monumento della propria arte fa tremare i polsi e le fondamenta del monumento. Busi dissacra ciò che immeritatamente è considerato sacro e santifica ciò che immeritatamente è considerato empio o insignificante, come una lista della spesa, perché nel sacrario della vita "L’unica maniera per essere felice è essere infelice a modo tuo, non come lo ha deciso qualcun altro per te o almeno non solo, e evitare le corsie preferenziali, il cordone sanitario degli eletti, e, se ti tocca e per quella volta che ti tocca, bere tutto, anche la feccia, che non ha un valore nutritivo inferiore al mosto appena spremuto."
E' officiando il non detto che Busi tesse pagine fitte di memorie continuamente rinnegate nel tentativo... o tentazione... di rievocare l'amore che non ha più nome, nonostante ogni sforzo per ricordarlo. "Follie! follie! Delirio vano è questo!", sembra di ascoltare ad ogni cabrata di Busi mentre lascia cadere via un po' di dolore per niente. Non amano liberarsi del dolore per niente gli esseri umani e non amano chi se ne libera. E' questa l'imperdonabile bestemmia di Busi, aver osato dire che il dolore non è debito da ripagare e se pagato siamo noi i creditori di Dio o di chi per lui e quel credito va riscosso a qualunque costo. Il dolore per niente annulla il senso dell'esistenza di chi ha solo il dolore come moneta corrente e in quel dolore ripone l'autoinganno. Avere svelato l'autoinganno è la blasfema pietà di Busi.
El especialista de Barcellona è un romanzo che una volta letto resta magnificamente sconosciuto come una lussureggiante foresta tropicale, "sconosciuto come i libri che piacciono a me, quelli che, come certi uomini stupendi, restano sconosciuti anche una volta letti e che prima leggi e poi leggi, e non è una rilettura: resta la prima lettura che fai, e magari l'hai cominciata appena chiusa l'ultima pagina."
E' arabesco senza orpelli la lingua di Busi. Pagine di incisi concentrici come onde nello stagno dopo il lancio di un sasso nel centro che non c'è più perché "come non esiste più un centro, non esiste più un pensiero principale. E' tutta una periferia. L'Europa stessa è periferia." Una vertigine insolita di questi tempi. "Già è tanto un pensiero, ma un pensiero nel pensiero! Al giorno d’oggi! Con la gente nella rete che o dice tutto quello che ha da dire in centoquaranta caratteri o ciccia!"
Inutile cercare la trama se non si ha intenzione di perdere l'ordito, perché qui la trama è lo scrittore e le digressioni sono gli altri e lo scrittore è calderone dove confluiscono le vite di tutti, del lettore per primo. Lo scrittore è "io universale collettore di ogni singolo io passato e presente, autobiografo dell’umanità" e se il lettore è di bocca buona sussulterà alla vista di brandelli della propria vita nel piatto che lo scrittore prepara con sapiente lentezza, come si prepara un ragù scegliendo bene gli ingredienti da usare e soprattutto quelli da evitare, perché nelle pagine di El especialista de Barcellona al detto fa da contrappunto il non detto che come il cuore "sta dove deve stare, anche sulla punta del naso, in un battito di ciglia, in un modo di stare zitti o di piangere non visti o in tre puntini di sospensione, por ejemplo"...
Del lettore si diceva, il lettore che cerca rassicurazioni non legga Busi per non correre il rischio di riconoscersi in qualche pagina e essere costretto a rinnegarsi per rimanere fedele, almeno di giorno, all'immagine che è convinto di essersi dato con il consenso di amici, parenti e colleghi. "Io ho letto tutti i libri che potevano essermi contrari e che mi potevano mettere in difficoltà rispetto a quanto avevo acquisito e credevo; gli altri libri, quelli che pretendevano di allisciarmi nelle mie certezze e pigrizie e compiacimenti, li ho sempre chiusi subito con uno sbadiglio." Busi gioca con le immagini e i piani narrativi, li sovrappone, li intreccia, li mette in scena nell'ordine indisciplinato del pensiero per costruire con precisione millimetrica la vita del romanzo, non il solito romanzo della vita.
La vita è accidente prezioso che Busi lascia intendere, non per narcisismo stilistico bensì per doveroso omaggio che la parola riconosce all'indicibile. "L'amore si fa o si sente, l'amore non si dice, non si reclama e non si commenta l'amore fatto, l'amore ha gli occhi per parlare e le mani per recargli doni", detto da chi sulla parola ha edificato il monumento della propria arte fa tremare i polsi e le fondamenta del monumento. Busi dissacra ciò che immeritatamente è considerato sacro e santifica ciò che immeritatamente è considerato empio o insignificante, come una lista della spesa, perché nel sacrario della vita "L’unica maniera per essere felice è essere infelice a modo tuo, non come lo ha deciso qualcun altro per te o almeno non solo, e evitare le corsie preferenziali, il cordone sanitario degli eletti, e, se ti tocca e per quella volta che ti tocca, bere tutto, anche la feccia, che non ha un valore nutritivo inferiore al mosto appena spremuto."
E' officiando il non detto che Busi tesse pagine fitte di memorie continuamente rinnegate nel tentativo... o tentazione... di rievocare l'amore che non ha più nome, nonostante ogni sforzo per ricordarlo. "Follie! follie! Delirio vano è questo!", sembra di ascoltare ad ogni cabrata di Busi mentre lascia cadere via un po' di dolore per niente. Non amano liberarsi del dolore per niente gli esseri umani e non amano chi se ne libera. E' questa l'imperdonabile bestemmia di Busi, aver osato dire che il dolore non è debito da ripagare e se pagato siamo noi i creditori di Dio o di chi per lui e quel credito va riscosso a qualunque costo. Il dolore per niente annulla il senso dell'esistenza di chi ha solo il dolore come moneta corrente e in quel dolore ripone l'autoinganno. Avere svelato l'autoinganno è la blasfema pietà di Busi.
El especialista de Barcellona è un romanzo che una volta letto resta magnificamente sconosciuto come una lussureggiante foresta tropicale, "sconosciuto come i libri che piacciono a me, quelli che, come certi uomini stupendi, restano sconosciuti anche una volta letti e che prima leggi e poi leggi, e non è una rilettura: resta la prima lettura che fai, e magari l'hai cominciata appena chiusa l'ultima pagina."
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| Capriccio n. 51 di Francisco Goya, 1790 ca. Repulisti.
Acquaforte, acquatinta e bulino, mm. 210x150
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domenica 24 novembre 2013
Che l’amore sia questo?
Grazie a Riccardo per le parole di Luis Sepùlveda e grazie a Fabrizio per le parole di Carmelo Bene e per la bella cartolina giapponese.
Zorba - l'amore e la morte...
Luis Sepùlveda
Questa mattina il postino mi ha consegnato un pacchetto. L’ho aperto. Era la prima copia di un romanzo che ho scritto pensando ai miei figli più piccoli. Sebastiàn che ha undici anni, e i gemelli Max e Leòn che ne hanno otto.
Scriverlo è stato un gesto d’amore verso di loro, verso una città, Amburgo, in cui siamo stati intensamente felici, e verso il personaggio principale, Zorba, un gatto nero grande e grosso che è stato per molti anni il nostro compagno di sogni, racconti e avventure.
Ma proprio mentre il postino mi consegnava la prima copia del romanzo e io avevo la gioia di vedere le mie parole allineate nell’ordine meticoloso delle pagine, Zorba veniva visitato da un veterinario perché afflitto da una malattia che prima lo aveva reso inappetente, triste, malinconico e poi gli aveva complicato drammaticamente la respirazione. Nel pomeriggio sono andato a prenderlo e ho saputo il terribile verdetto: mi dispiace, il gatto ha un cancro polmonare a uno stadio molto avanzato.
Le ultime frasi del romanzo parlano degli occhi di un gatto nobile, di un gatto buono, di un gatto di porto, perché Zorba è tutto questo e molto di più. E’ arrivato nelle nostre vite proprio quando nasceva Sebastiàn, e con il tempo è diventato molto di più del nostro gatto: si è trasformato in un nuovo compagno, in un amato compagno a quattro zampe dalle fusa melodiose. Amiamo quel gatto e in nome di questo amore ho dovuto radunare i miei figli e parlargli della morte. parlare della morte a loro che sono la mia ragione di vita. A loro, così piccoli, così puri, così ingenui, così fiduciosi, così nobili, così generosi. Ho lottato con le parole cercando quelle più adeguate per spiegare loro due terribili verità.
La prima era che Zorba, per una legge che non abbiamo inventato noi, ma che dobbiamo accettare anche a spese del nostro orgoglio, sarebbe morto, come tutto e come tutti. La seconda era che dipendeva da noi evitargli una fine atroce e dolorosa, perché amare significa non soltanto fare la felicità dell’essere amato, ma anche evitare le sofferenze e salvaguardare la sua dignità.
So che le lacrime dei miei figli mi accompagneranno per tutta la vita. Come mi sono sentito disgraziato, debole, davanti alla loro mancanza di difese. Come mi sono sentito miserabile davanti all’impossibilità di condividere la loro giusta ira, il loro rifiuto, il loro canto alla vita, le loro imprecazioni contro un Dio che per loro e solo per loro avrebbe trovato in me un credente, e anche davanti all’impossibilità di condividere le loro speranze, invocate con tutta la purezza degli uomini nel loro momento migliore.
La morale è un attributo o un’invenzione dell’umanità? Come potevo spiegare ai miei figli che avevo il dovere di salvaguardare la dignità e l’integrità di quell’esploratore di tetti, di quell’avventuriero dei giardini, terrore di ratti, scalatore di ippocastani, bullo di cortili al chiaro di luna, eterno abitante delle nostre conversazioni e dei nostri sogni? Come potevo spiegare che ci sono malattie che hanno bisogno del calore e della compagnia dei sani, mentre altre sono solo un’agonia, dove l’unico segno di vita è veemente desiderio di morire? E come rispondere al drastico "perché proprio lui"? Già, perché proprio lui? Il nostro compagno di passeggiate nella Selva Nera. Che gatto folle!, mormorava la gente quando lo vedeva correre accanto a noi oppure seduto sul portapacchi della bicicletta. Perché proprio lui? Il nostro gatto di mare che aveva navigato con noi su un veliero nelle acque del Kattegat. Il nostro gatto che, appena aprivo la portiera dell’auto, era il primo a salire, felice all’idea di viaggiare. Perché proprio lui? A che mi serviva aver vissuto tanto, se non sapevo rispondere a questa domanda?
Abbiamo parlato circondando Zorba, che ci ascoltava con gli occhi chiusi, confidando in noi, come sempre. Ogni parola spezzata dal pianto è caduta sulla sua pelliccia nera. Lo abbiamo accarezzato confermandogli che eravamo con lui, spiegandogli che proprio l’amore ci portava alla più dolorosa delle decisioni.
I miei figli, i miei piccoli compagni, i miei piccoli uomini, così teneri e duri, hanno mormorato sì, fa’ fare a Zorba quell’iniezione che lo farà dormire, che gli farà sognare un mondo senza neve con cani gentili, con tetti grandi e soleggiati, con alberi infiniti. Dalla chioma di uno di quegli alberi ci guarderà per ricordarci che lui non ci dimenticherà mai.
Ora che scrivo queste righe è sera. Zorba riposa ai miei piedi respirando appena. La sua pelliccia splende alla luce della lampada. Lo accarezzo impotente, pieno di tristezza. E’ stato testimone di tante serate di scrittura, di tante pagine. Ha diviso con me la solitudine e il vuoto che arrivano dopo aver messo la parola fine a un romanzo. Gli ho recitato i miei dubbi e le poesie che un giorno voglio comporre.
Zorba. Domani, per amore, avremo perso un gran compagno.
P.S. Zorba riposa ai piedi di un ippocastano, in Baviera. I miei figli hanno fatto una lapide di legno su cui si legge:
Zorba.
Amburgo 1984 – Vilsheim 1996.
Pellegrino, qui giace il più nobile dei gatti. Ascolta le sue fusa.
Il lutto
Carmelo Bene
19 maggio 1998. Teatro Valle a Roma. Seminario di Carmelo Bene sul "verso di D’Annunzio" [...]. Tutto esaurito, folla delle peggiori occasioni. Bene non si era mai pubblicamente diffuso sulla prosodia e sull'oralità del verso. Strano. Pochissimi gli attori presenti, sebbene il tema li riguardasse da vicino.
Un'ora di lezione, spettatori distribuiti a macchia, in platea i fan ammutoliti, nei palchi gli altri, i molestatori di professione, i venuti per caso, gli esibizionisti a caccia d'una comparsata da Costanzo. La situazione precipita nel momento esatto in cui parola e microfono vengono consegnati al pubblico. Poche battute ed è già maleducazione cogliona e rumorosa da talk show. E' un'orda di conclamate frustrazioni che alza i volumi e scatena la bagarre. d'Annunzio? Chi se ne frega. Il verso. Boh. Carmelo Bene è, come sempre, il nome e il cognome che fa "brillare" il cortocircuito. Ma la qualità della "materia" esplosa è in questo caso odiosamente modesta, ignobili le facce, petulanti le voci, irrisori gli argomenti. "Carmelo Bene, lei, ripete sempre le stesse cose", "Lei s'inventa una sua filosofia", "Perché si tinge i capelli, se non esiste?". E via degenerando.
Volano basse le mosche stercorarie. Ed è un peccato.[...] Il commiato di C.B.: “Ora voi tornerete a casa e potrete raccontare di aver ascoltato me, ma io, che mi racconto?”.
Anche Carmelo Bene torna a casa. Qualcosa o qualcuno che agonizza l'attende. Non ricordo di averlo mai visto, Carmelo, con gli occhi bagnati di qualcosa che è molto simile alla commozione. Un lutto.
Nauseato, riguadagno in un lampo la solitudine del mio eremo. M'accingo, stranito, a disfarmi dell'abito. Dalla moresca occhiuta sul terrazzo dell'orto filtra l'ultima luce cerulea della sera attardata. L'aria immota. Fermo anche il fogliame dell'ulivo e dell'edera nera. Un trattener vegetale il fiato, interrotto da un suono sommesso, sincopato ma roco, siccome dentellato rumore sordo prodotto da balsa seghettata. Agghiacciante. Luisa - lei pure l'ha udito -, a mo' d'androide, solleva quel sipario traforato: a pochi metri, tra il gazebo e un vaso panciuto d'erbaccia vizza, sdraiato come un cencio bianco e bigio, se ne sta il gatto mio, morente o morto, ché adesso anche quel verso tace. E' lui, ne distinguiamo le zampine bianche anteriori, stiracchiate. "Presto!, una torcia elettrica". Esamino la povera bestiola: il corpicino immoto, gli occhi sbarrati, l'innocenza beata dei suoi denti smorfiati. Nessuna traccia di ferita. Il pelo e il muso intatti. Imbalsamato. L'ultima contrazione, il verso atroce, ultimo, in che per sempre s'acquieta.
Avvelenato? "Se vuole, disponiamo un'autopsia domattina", mi propone, due ore dopo, un signor "monatto" del Master Dog (servizio funebre degli animali). "Credo che non occorra", lo ringrazio. Mi ritiro. E' Luisa a sbrigare il rituale funereo all'uopo: esibisce i documenti (tra cui l'attestato della mia identità) e ne riceve in cambio certificato del decesso e relativo ufficiale impegno d'incenerimento della bestiola.
Nel cervello mi rimbalzano gli echi villani e stolidi del repellente fragore "umano" dei condannati a vita palchettisti del "Valle", alternati all'indicibile stupore inanimato del gatto mio. E di nuovo il berciare flatulento delle carogne recluse dentro l'ignorantissima vanità esibita oltre ogni costo, commentato e deriso dalla smorfia eternata cadaverica dei denti felini, ora sì, solo un ghigno. E non trovavo (e non ritrovo) quiete, anche se, disegnata senza scampo, se ne stava ai miei piedi, come l'ombra dipinta la quiete. Senza più la minaccia del risveglio.
Questo gatto (una gatta deliziosa che da sempre ho nominato ‘gatto’) è stato l’unico amico mio. Da sette anni. Signore incontrastato del giardino, ha tollerato le mie frequenti assenze, sfoderando un'autonomia straordinaria, così come ha saputo con-dividere una mia solitudine spietata, da che ho deciso di non più soltanto limitarmi ad aborrire il "prossimo" più di me stesso, ma evitarne visione e contagio. Un’attrazione reciproca e affettuosa di due solitudini stellari. Inespressa. Giocava, rampicava le invisibili zanzariere metalliche, rotolava sui tappeti, mi s’acquattava accanto quand’ero intento a scrivere, a esser letto. Lui soltanto animava questa defunta immobilità eremitica. Sempre inquieto il pennacchio della coda, vezzeggiata d’anelli quasi neri, emetteva i suoi versi compiaciuti: indecifrabile, melodico solfeggio, confuso al brontolio costante armonico, insensato mio "continuo". Che l’amore sia questo? Se tanto me ne duole, non dev’essere poi così lontano. E non ho mai accertato chi di noi due facesse il verso all'altro. Poco importa. Né umani né gatteschi. Due intelligenze cestinate (natura e grazia), nell'amicizia ferrea d'una prosa nell'etimo abusata: "beffa", appunto. A smiagolato dispetto del "discorso", della "comunicazione" parolata, dei proclami affettivi, delle "conflittualità" linguistiche, dei suoni organizzati.
Se - proprietà repellente della clonazione umanoide - noi due ci s'intendeva, è da ascriversi al fatto che il piacere della connivenza eludeva l'equivoco miserevole del fra-intendimento; e la sensazione giocosa, pur qua e là travestita da abitudine, trionfava sul soggetto intelligente. Non dicevamo parole umane.
Tu potessi sentire, amico mio!, - sentire non so dirlo -, quanto adesso me ne stia qui, bocca e orecchie murate, come un silenzio altrove. Come te, che il silenzio non più fastidia.
La canaglia stordente in quel teatro è anch'essa spenta, asfissiata dalla sua stessa assordante maleducazione assassina. Suicidata. Massa umana affogata finalmente nel magma del suo vomito di massa. Giù, giù! Sepolta viva, ché, ahimè, viva s'illudeva e appagata; quanto altra da te che nei meriggi più assonnati, abbandonato tappetino al tepore del suolo, tra gli specchietti del solicello inghirlandato, sognavi, involontario, d'esser morto, qua e là, nel paradiso del giardino... Sai che qualcuno - anche lui morto - ha detto che "gli animali sono, nelle nostre mani, gli ostaggi della Bellezza celeste vinta"?
Alla massa tiranna s’addice satollare il brulichio verminoso e concimar le fosse dei cimiteri. Fosse. Uno sterminìo di fosse, documentate da incredibile presunzione anagrafica individua in fototessera. A noi due no davvero, amico mio. Sto scrivendo di noi, e tu sei già meno d’una manciata di cenere. Prestissimo sarà così di me. La cenere! Sì, questa igiene dell’inorganico! Casta smentita di ogni rifiorire.
Non è, comunque, la morte a farci orrore, ché, dai vagiti asmatici ai rantoli del coma, alla putrefazione della carne, tutto è una smorfia atroce della vita.
Se il gatto mio fosse morto avvelenato (se l'insipiente, vano seminario al "Valle" avesse mai avuto luogo), me ne sarei stato come sempre in casa. Avrei disposto d'un pomeriggio intiero e - sono certo - l'avrei salvato, ché chissà quanto m'avrà invocato. Sia maledetto il "prossimo" che fino ad oggi non m'ha dato tregua, che non è mai riuscito a scandalizzarsi d'esserci, senza la mia invisibile presenza!
L'amico mio se n'è andato via. Con me.
M'ha scordato per sempre, la mia incomprensione.
***
***
Zorba - l'amore e la morte...
Luis Sepùlveda
Questa mattina il postino mi ha consegnato un pacchetto. L’ho aperto. Era la prima copia di un romanzo che ho scritto pensando ai miei figli più piccoli. Sebastiàn che ha undici anni, e i gemelli Max e Leòn che ne hanno otto.
Scriverlo è stato un gesto d’amore verso di loro, verso una città, Amburgo, in cui siamo stati intensamente felici, e verso il personaggio principale, Zorba, un gatto nero grande e grosso che è stato per molti anni il nostro compagno di sogni, racconti e avventure.
Ma proprio mentre il postino mi consegnava la prima copia del romanzo e io avevo la gioia di vedere le mie parole allineate nell’ordine meticoloso delle pagine, Zorba veniva visitato da un veterinario perché afflitto da una malattia che prima lo aveva reso inappetente, triste, malinconico e poi gli aveva complicato drammaticamente la respirazione. Nel pomeriggio sono andato a prenderlo e ho saputo il terribile verdetto: mi dispiace, il gatto ha un cancro polmonare a uno stadio molto avanzato.
Le ultime frasi del romanzo parlano degli occhi di un gatto nobile, di un gatto buono, di un gatto di porto, perché Zorba è tutto questo e molto di più. E’ arrivato nelle nostre vite proprio quando nasceva Sebastiàn, e con il tempo è diventato molto di più del nostro gatto: si è trasformato in un nuovo compagno, in un amato compagno a quattro zampe dalle fusa melodiose. Amiamo quel gatto e in nome di questo amore ho dovuto radunare i miei figli e parlargli della morte. parlare della morte a loro che sono la mia ragione di vita. A loro, così piccoli, così puri, così ingenui, così fiduciosi, così nobili, così generosi. Ho lottato con le parole cercando quelle più adeguate per spiegare loro due terribili verità.
La prima era che Zorba, per una legge che non abbiamo inventato noi, ma che dobbiamo accettare anche a spese del nostro orgoglio, sarebbe morto, come tutto e come tutti. La seconda era che dipendeva da noi evitargli una fine atroce e dolorosa, perché amare significa non soltanto fare la felicità dell’essere amato, ma anche evitare le sofferenze e salvaguardare la sua dignità.
So che le lacrime dei miei figli mi accompagneranno per tutta la vita. Come mi sono sentito disgraziato, debole, davanti alla loro mancanza di difese. Come mi sono sentito miserabile davanti all’impossibilità di condividere la loro giusta ira, il loro rifiuto, il loro canto alla vita, le loro imprecazioni contro un Dio che per loro e solo per loro avrebbe trovato in me un credente, e anche davanti all’impossibilità di condividere le loro speranze, invocate con tutta la purezza degli uomini nel loro momento migliore.
La morale è un attributo o un’invenzione dell’umanità? Come potevo spiegare ai miei figli che avevo il dovere di salvaguardare la dignità e l’integrità di quell’esploratore di tetti, di quell’avventuriero dei giardini, terrore di ratti, scalatore di ippocastani, bullo di cortili al chiaro di luna, eterno abitante delle nostre conversazioni e dei nostri sogni? Come potevo spiegare che ci sono malattie che hanno bisogno del calore e della compagnia dei sani, mentre altre sono solo un’agonia, dove l’unico segno di vita è veemente desiderio di morire? E come rispondere al drastico "perché proprio lui"? Già, perché proprio lui? Il nostro compagno di passeggiate nella Selva Nera. Che gatto folle!, mormorava la gente quando lo vedeva correre accanto a noi oppure seduto sul portapacchi della bicicletta. Perché proprio lui? Il nostro gatto di mare che aveva navigato con noi su un veliero nelle acque del Kattegat. Il nostro gatto che, appena aprivo la portiera dell’auto, era il primo a salire, felice all’idea di viaggiare. Perché proprio lui? A che mi serviva aver vissuto tanto, se non sapevo rispondere a questa domanda?
Abbiamo parlato circondando Zorba, che ci ascoltava con gli occhi chiusi, confidando in noi, come sempre. Ogni parola spezzata dal pianto è caduta sulla sua pelliccia nera. Lo abbiamo accarezzato confermandogli che eravamo con lui, spiegandogli che proprio l’amore ci portava alla più dolorosa delle decisioni.
I miei figli, i miei piccoli compagni, i miei piccoli uomini, così teneri e duri, hanno mormorato sì, fa’ fare a Zorba quell’iniezione che lo farà dormire, che gli farà sognare un mondo senza neve con cani gentili, con tetti grandi e soleggiati, con alberi infiniti. Dalla chioma di uno di quegli alberi ci guarderà per ricordarci che lui non ci dimenticherà mai.
Ora che scrivo queste righe è sera. Zorba riposa ai miei piedi respirando appena. La sua pelliccia splende alla luce della lampada. Lo accarezzo impotente, pieno di tristezza. E’ stato testimone di tante serate di scrittura, di tante pagine. Ha diviso con me la solitudine e il vuoto che arrivano dopo aver messo la parola fine a un romanzo. Gli ho recitato i miei dubbi e le poesie che un giorno voglio comporre.
Zorba. Domani, per amore, avremo perso un gran compagno.
P.S. Zorba riposa ai piedi di un ippocastano, in Baviera. I miei figli hanno fatto una lapide di legno su cui si legge:
Zorba.
Amburgo 1984 – Vilsheim 1996.
Pellegrino, qui giace il più nobile dei gatti. Ascolta le sue fusa.
***
Il lutto
Carmelo Bene
19 maggio 1998. Teatro Valle a Roma. Seminario di Carmelo Bene sul "verso di D’Annunzio" [...]. Tutto esaurito, folla delle peggiori occasioni. Bene non si era mai pubblicamente diffuso sulla prosodia e sull'oralità del verso. Strano. Pochissimi gli attori presenti, sebbene il tema li riguardasse da vicino.
Un'ora di lezione, spettatori distribuiti a macchia, in platea i fan ammutoliti, nei palchi gli altri, i molestatori di professione, i venuti per caso, gli esibizionisti a caccia d'una comparsata da Costanzo. La situazione precipita nel momento esatto in cui parola e microfono vengono consegnati al pubblico. Poche battute ed è già maleducazione cogliona e rumorosa da talk show. E' un'orda di conclamate frustrazioni che alza i volumi e scatena la bagarre. d'Annunzio? Chi se ne frega. Il verso. Boh. Carmelo Bene è, come sempre, il nome e il cognome che fa "brillare" il cortocircuito. Ma la qualità della "materia" esplosa è in questo caso odiosamente modesta, ignobili le facce, petulanti le voci, irrisori gli argomenti. "Carmelo Bene, lei, ripete sempre le stesse cose", "Lei s'inventa una sua filosofia", "Perché si tinge i capelli, se non esiste?". E via degenerando.
Volano basse le mosche stercorarie. Ed è un peccato.[...] Il commiato di C.B.: “Ora voi tornerete a casa e potrete raccontare di aver ascoltato me, ma io, che mi racconto?”.
Anche Carmelo Bene torna a casa. Qualcosa o qualcuno che agonizza l'attende. Non ricordo di averlo mai visto, Carmelo, con gli occhi bagnati di qualcosa che è molto simile alla commozione. Un lutto.
Nauseato, riguadagno in un lampo la solitudine del mio eremo. M'accingo, stranito, a disfarmi dell'abito. Dalla moresca occhiuta sul terrazzo dell'orto filtra l'ultima luce cerulea della sera attardata. L'aria immota. Fermo anche il fogliame dell'ulivo e dell'edera nera. Un trattener vegetale il fiato, interrotto da un suono sommesso, sincopato ma roco, siccome dentellato rumore sordo prodotto da balsa seghettata. Agghiacciante. Luisa - lei pure l'ha udito -, a mo' d'androide, solleva quel sipario traforato: a pochi metri, tra il gazebo e un vaso panciuto d'erbaccia vizza, sdraiato come un cencio bianco e bigio, se ne sta il gatto mio, morente o morto, ché adesso anche quel verso tace. E' lui, ne distinguiamo le zampine bianche anteriori, stiracchiate. "Presto!, una torcia elettrica". Esamino la povera bestiola: il corpicino immoto, gli occhi sbarrati, l'innocenza beata dei suoi denti smorfiati. Nessuna traccia di ferita. Il pelo e il muso intatti. Imbalsamato. L'ultima contrazione, il verso atroce, ultimo, in che per sempre s'acquieta.
Avvelenato? "Se vuole, disponiamo un'autopsia domattina", mi propone, due ore dopo, un signor "monatto" del Master Dog (servizio funebre degli animali). "Credo che non occorra", lo ringrazio. Mi ritiro. E' Luisa a sbrigare il rituale funereo all'uopo: esibisce i documenti (tra cui l'attestato della mia identità) e ne riceve in cambio certificato del decesso e relativo ufficiale impegno d'incenerimento della bestiola.
Nel cervello mi rimbalzano gli echi villani e stolidi del repellente fragore "umano" dei condannati a vita palchettisti del "Valle", alternati all'indicibile stupore inanimato del gatto mio. E di nuovo il berciare flatulento delle carogne recluse dentro l'ignorantissima vanità esibita oltre ogni costo, commentato e deriso dalla smorfia eternata cadaverica dei denti felini, ora sì, solo un ghigno. E non trovavo (e non ritrovo) quiete, anche se, disegnata senza scampo, se ne stava ai miei piedi, come l'ombra dipinta la quiete. Senza più la minaccia del risveglio.
Questo gatto (una gatta deliziosa che da sempre ho nominato ‘gatto’) è stato l’unico amico mio. Da sette anni. Signore incontrastato del giardino, ha tollerato le mie frequenti assenze, sfoderando un'autonomia straordinaria, così come ha saputo con-dividere una mia solitudine spietata, da che ho deciso di non più soltanto limitarmi ad aborrire il "prossimo" più di me stesso, ma evitarne visione e contagio. Un’attrazione reciproca e affettuosa di due solitudini stellari. Inespressa. Giocava, rampicava le invisibili zanzariere metalliche, rotolava sui tappeti, mi s’acquattava accanto quand’ero intento a scrivere, a esser letto. Lui soltanto animava questa defunta immobilità eremitica. Sempre inquieto il pennacchio della coda, vezzeggiata d’anelli quasi neri, emetteva i suoi versi compiaciuti: indecifrabile, melodico solfeggio, confuso al brontolio costante armonico, insensato mio "continuo". Che l’amore sia questo? Se tanto me ne duole, non dev’essere poi così lontano. E non ho mai accertato chi di noi due facesse il verso all'altro. Poco importa. Né umani né gatteschi. Due intelligenze cestinate (natura e grazia), nell'amicizia ferrea d'una prosa nell'etimo abusata: "beffa", appunto. A smiagolato dispetto del "discorso", della "comunicazione" parolata, dei proclami affettivi, delle "conflittualità" linguistiche, dei suoni organizzati.
Se - proprietà repellente della clonazione umanoide - noi due ci s'intendeva, è da ascriversi al fatto che il piacere della connivenza eludeva l'equivoco miserevole del fra-intendimento; e la sensazione giocosa, pur qua e là travestita da abitudine, trionfava sul soggetto intelligente. Non dicevamo parole umane.
Tu potessi sentire, amico mio!, - sentire non so dirlo -, quanto adesso me ne stia qui, bocca e orecchie murate, come un silenzio altrove. Come te, che il silenzio non più fastidia.
La canaglia stordente in quel teatro è anch'essa spenta, asfissiata dalla sua stessa assordante maleducazione assassina. Suicidata. Massa umana affogata finalmente nel magma del suo vomito di massa. Giù, giù! Sepolta viva, ché, ahimè, viva s'illudeva e appagata; quanto altra da te che nei meriggi più assonnati, abbandonato tappetino al tepore del suolo, tra gli specchietti del solicello inghirlandato, sognavi, involontario, d'esser morto, qua e là, nel paradiso del giardino... Sai che qualcuno - anche lui morto - ha detto che "gli animali sono, nelle nostre mani, gli ostaggi della Bellezza celeste vinta"?
Alla massa tiranna s’addice satollare il brulichio verminoso e concimar le fosse dei cimiteri. Fosse. Uno sterminìo di fosse, documentate da incredibile presunzione anagrafica individua in fototessera. A noi due no davvero, amico mio. Sto scrivendo di noi, e tu sei già meno d’una manciata di cenere. Prestissimo sarà così di me. La cenere! Sì, questa igiene dell’inorganico! Casta smentita di ogni rifiorire.
Non è, comunque, la morte a farci orrore, ché, dai vagiti asmatici ai rantoli del coma, alla putrefazione della carne, tutto è una smorfia atroce della vita.
Se il gatto mio fosse morto avvelenato (se l'insipiente, vano seminario al "Valle" avesse mai avuto luogo), me ne sarei stato come sempre in casa. Avrei disposto d'un pomeriggio intiero e - sono certo - l'avrei salvato, ché chissà quanto m'avrà invocato. Sia maledetto il "prossimo" che fino ad oggi non m'ha dato tregua, che non è mai riuscito a scandalizzarsi d'esserci, senza la mia invisibile presenza!
L'amico mio se n'è andato via. Con me.
M'ha scordato per sempre, la mia incomprensione.
domenica 15 aprile 2012
Come as you are
“Il Gesù più sovversivo e dissacrante che avete mai incontrato. Ma soprattutto il più divertente.” Così dice la fascetta che presenta il romanzo di John Niven, A volte ritorno, pubblicato da Einaudi qualche mese fa.
Un libro spassosissimo. Dio si concede una settimana di vacanza ma la settimana di Dio corrisponde a più di 400 anni sulla Terra e al suo rientro trova un mondo in declino, la gente si ammazza, si venderebbe per un po’ di soldi e uno straccio di carriera. E’ un Dio particolare quello di cui racconta Niven, non disdegna farsi una canna ogni tanto, adora i tipi effeminati, ha un occhio particolare per i suicidi e non ha risorse “soprannaturali” per mettere a posto le cose sulla Terra. Niente miracoli, niente superpoteri, niente stronzate tipo onniscienza, onnipotenza e roba simile, solo la possibilità di mandare un messaggio, il solo messaggio che aveva affidato all’umanità fin dai tempi di Mosè. “Fate i bravi”, questo era il messaggio, solo che Mosè ci ha messo di suo e il messaggio originale s'è trasformato in dieci comandamenti e le interpretazioni si sono moltiplicate fino alla nausea. Per non parlare di come è andata l’ultima volta che ha mandato giù suo figlio. Il messaggio il ragazzo l’aveva dato e lo aveva dato fedelmente ma poi le interpretazioni si sono moltiplicate e l’umanità ha ripreso a scannarsi come prima, proprio su quelle interpretazioni. Non c’è altro da fare, bisogna rimandare giù Gesù per rinfrescare il messaggio, il solito messaggio: fate i bravi. Gesù, contro voglia, torna sulla terra con lo stesso nome della volta prima: Gesù Cristo e dirà di essere il figlio di Dio mandato per dare il suo messaggio.
Gesù è un fricchettone straordinario, linguaggio poco elegante, suona la chitarra elettrica da Dio, canta in maniera sublime, si strafa di canne, beve birre a più non posso e ha un fascino irresistibile. I suoi amici sono froci, ex puttane, reduci di guerra, tossici, potenziali assassini, possibili suicidi e disperati della terra oggi come duemila anni fa.
L’unico modo per mandare un messaggio al mondo nel 2011 è partecipare ad un reality show. Gesù, spinto dai suoi amici, partecipa a American popstar dove incontra gente che venderebbe tre volte la madre per soldi e carriera e soprattutto incontra gente che non capisce un cazzo di musica e ciancia con lui di valori cristiani. A stento Gesù si trattiene dal far notare che né lui ne suo padre hanno mai detto simili puttanate e tanto meno pretendono di essere adorati.
La storia di Gesù Cristo è nota ma quella di Niven è raccontata a tempo di rock, di vero rock, quello che piace anche agli appassionati di musica classica come me. Il Gesù di Niven suona in continuazione e non sopporta canzonette del cazzo, stronzate alla Britney Spears tanto per intenderci. I suoi riferimenti sono Hendrix, Doors, Pavement, Neil Young, Simon & Garfunkel, Nirvana per dirne solo alcuni. Il romanzo, fitto di musica che ti viene voglia di scoprire e ascoltare, è straordinario perché dal registro scanzonato di Niven emerge ancora più chiara e terribile la tragedia dell’umanità dove spesso capita che “il figlio di Dio si rannicchia per terra e incassa una gragnuola di pugni e calci, mentre nell’aria incandescente si avvicina l’urlo delle sirene.” Un Gesù che io non ho trovato affatto “sovversivo e dissacrante” come recita la fascetta che un marketing idiota ha appioppato sul libro di Niven.
Leggendo il romanzo di Niven è difficile che non tornino in mente altri grandi libri che ho letto in passato: L’ultima tentazione di Nikos Kazantzakis, Il mondo creato di Franco Ferrucci, Il vangelo secondo Gesù di Josè Saramago. Il libro di John Niven è più scherzoso e leggero dei libri straordinari che ho citato ma, possiamo starne certi, a molti “cristiani” non piacerà come non sono piaciuti quegli altri.
Un’ultima cosa. Quando sento il rumore provenire dalle cuffiette infilate nelle orecchie di qualcuno con roba terribile fatta di tecno idiota penso che ciò sia possibile solo se non c'è nulla che ponga ostacolo tra un orecchio e l'altro ma, credetemi, il rock dei Nirvana lo puoi sentire solo ad alto volume e non con le cuffie ma con un buon stereo che ti faccia ascoltare la chitarra di Kurt Cobain con tutto il corpo.
Un libro spassosissimo. Dio si concede una settimana di vacanza ma la settimana di Dio corrisponde a più di 400 anni sulla Terra e al suo rientro trova un mondo in declino, la gente si ammazza, si venderebbe per un po’ di soldi e uno straccio di carriera. E’ un Dio particolare quello di cui racconta Niven, non disdegna farsi una canna ogni tanto, adora i tipi effeminati, ha un occhio particolare per i suicidi e non ha risorse “soprannaturali” per mettere a posto le cose sulla Terra. Niente miracoli, niente superpoteri, niente stronzate tipo onniscienza, onnipotenza e roba simile, solo la possibilità di mandare un messaggio, il solo messaggio che aveva affidato all’umanità fin dai tempi di Mosè. “Fate i bravi”, questo era il messaggio, solo che Mosè ci ha messo di suo e il messaggio originale s'è trasformato in dieci comandamenti e le interpretazioni si sono moltiplicate fino alla nausea. Per non parlare di come è andata l’ultima volta che ha mandato giù suo figlio. Il messaggio il ragazzo l’aveva dato e lo aveva dato fedelmente ma poi le interpretazioni si sono moltiplicate e l’umanità ha ripreso a scannarsi come prima, proprio su quelle interpretazioni. Non c’è altro da fare, bisogna rimandare giù Gesù per rinfrescare il messaggio, il solito messaggio: fate i bravi. Gesù, contro voglia, torna sulla terra con lo stesso nome della volta prima: Gesù Cristo e dirà di essere il figlio di Dio mandato per dare il suo messaggio.
Gesù è un fricchettone straordinario, linguaggio poco elegante, suona la chitarra elettrica da Dio, canta in maniera sublime, si strafa di canne, beve birre a più non posso e ha un fascino irresistibile. I suoi amici sono froci, ex puttane, reduci di guerra, tossici, potenziali assassini, possibili suicidi e disperati della terra oggi come duemila anni fa.
L’unico modo per mandare un messaggio al mondo nel 2011 è partecipare ad un reality show. Gesù, spinto dai suoi amici, partecipa a American popstar dove incontra gente che venderebbe tre volte la madre per soldi e carriera e soprattutto incontra gente che non capisce un cazzo di musica e ciancia con lui di valori cristiani. A stento Gesù si trattiene dal far notare che né lui ne suo padre hanno mai detto simili puttanate e tanto meno pretendono di essere adorati.
La storia di Gesù Cristo è nota ma quella di Niven è raccontata a tempo di rock, di vero rock, quello che piace anche agli appassionati di musica classica come me. Il Gesù di Niven suona in continuazione e non sopporta canzonette del cazzo, stronzate alla Britney Spears tanto per intenderci. I suoi riferimenti sono Hendrix, Doors, Pavement, Neil Young, Simon & Garfunkel, Nirvana per dirne solo alcuni. Il romanzo, fitto di musica che ti viene voglia di scoprire e ascoltare, è straordinario perché dal registro scanzonato di Niven emerge ancora più chiara e terribile la tragedia dell’umanità dove spesso capita che “il figlio di Dio si rannicchia per terra e incassa una gragnuola di pugni e calci, mentre nell’aria incandescente si avvicina l’urlo delle sirene.” Un Gesù che io non ho trovato affatto “sovversivo e dissacrante” come recita la fascetta che un marketing idiota ha appioppato sul libro di Niven.
Leggendo il romanzo di Niven è difficile che non tornino in mente altri grandi libri che ho letto in passato: L’ultima tentazione di Nikos Kazantzakis, Il mondo creato di Franco Ferrucci, Il vangelo secondo Gesù di Josè Saramago. Il libro di John Niven è più scherzoso e leggero dei libri straordinari che ho citato ma, possiamo starne certi, a molti “cristiani” non piacerà come non sono piaciuti quegli altri.
Un’ultima cosa. Quando sento il rumore provenire dalle cuffiette infilate nelle orecchie di qualcuno con roba terribile fatta di tecno idiota penso che ciò sia possibile solo se non c'è nulla che ponga ostacolo tra un orecchio e l'altro ma, credetemi, il rock dei Nirvana lo puoi sentire solo ad alto volume e non con le cuffie ma con un buon stereo che ti faccia ascoltare la chitarra di Kurt Cobain con tutto il corpo.
venerdì 24 febbraio 2012
L’etica del Cigno nero
"Nella mia esperienza non sono mai stato coinvolto in un incidente degno di questo nome. Non ho mai visto una nave in difficoltà sulle rotte che ho percorso, non ho mai visto un naufragio nè vi sono stato coinvolto io stesso, e neppure mi sono mai trovato in una situazione che minacciasse di trasformarsi in un disastro." E.J. Smith, 1907, comandante del RMS Titanic citato da N.N. Taleb in Il Cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita, 2007.
Possiamo affermare che tutti i cigni sono bianchi? Possiamo affermarlo fino a quando non troviamo almeno un cigno nero. Possiamo vedere milioni di cigni bianchi poi basta un solo cigno nero, uno solo, per confutare l’asserzione che tutti i cigni sono bianchi. In altre parole una asserzione non è provata definitivamente da milioni di conferme ma può essere rigettata definitivamente per una sola confutazione. Intorno a questa asimmetria epistemologica ruotava il ragionamento di Karl Popper quando diceva che una teoria scientifica deve essere “falsificabile” piuttosto che “verificabile”. La verifica definitiva è virtualmente impossibile, mentre è possibile cercare di falsificare una teoria, per eliminare l'errore e correggerlo. Popper assesta un colpo fatale al concetto di verifica scientifica scalzandolo dal podio della prova definitiva ad una posizione di temporanea validità. Fino a prova contraria appunto! Tornando al cigno nero, si potrebbe dire che ciò che non conosciamo è più importante per la conoscenza di ciò che conosciamo.
Possiamo affermare che tutti i cigni sono bianchi? Possiamo affermarlo fino a quando non troviamo almeno un cigno nero. Possiamo vedere milioni di cigni bianchi poi basta un solo cigno nero, uno solo, per confutare l’asserzione che tutti i cigni sono bianchi. In altre parole una asserzione non è provata definitivamente da milioni di conferme ma può essere rigettata definitivamente per una sola confutazione. Intorno a questa asimmetria epistemologica ruotava il ragionamento di Karl Popper quando diceva che una teoria scientifica deve essere “falsificabile” piuttosto che “verificabile”. La verifica definitiva è virtualmente impossibile, mentre è possibile cercare di falsificare una teoria, per eliminare l'errore e correggerlo. Popper assesta un colpo fatale al concetto di verifica scientifica scalzandolo dal podio della prova definitiva ad una posizione di temporanea validità. Fino a prova contraria appunto! Tornando al cigno nero, si potrebbe dire che ciò che non conosciamo è più importante per la conoscenza di ciò che conosciamo.
sabato 7 gennaio 2012
C'era solo una stonatura
"In questo mondo in cui ogni oggetto, al minimo accenno di guasto o invecchiamento, alla prima ammaccatura o macchiolina, veniva immediatamente buttato via e sostituito con un altro nuovo e impeccabile, c'era solo una stonatura, solo un'ombra: la Luna. Vagava per il cielo, spoglia tarlata e grigia, sempre più estranea al mondo di quaggiù, residuo d'un modo d'essere ormai incongruo.
Antiche espressioni come lunapiena mezzaluna ultimo quarto continuavano a essere usate ma erano soltanto modi di dire: come la si poteva chiamare «piena» quella forma tutta crepe e brecce che pareva sempre sul punto di franare in una pioggia di calcinacci sulle nostre teste? E non parliamo di quando era tempo di luna calante! Si riduceva a una specie di crosta di formaggio mordicchiata, e spariva sempre prima del previsto. A lunanuova, ci domandavamo ogni volta se non sarebbe più tornata a mostrarsi (speravamo che sparisse così?) e quando rispuntava, sempre più somigliante a un pettine che sta perdendo i denti, distoglievamo gli occhi con un brivido.
Era una vista deprimente. Andavamo nella folla che con le braccia ingombre di pacchetti entrava e usciva dai grandi magazzini aperti giorno e notte, percorrevamo con lo sguardo le scritte luminose che rampando sui grattacieli avvertivano momento per momento dei nuovi prodotti lanciati sul mercato, ed ecco la vedevamo venire avanti, pallida in mezzo a quelle luci abbaglianti, lenta, malata, e non potevamo scacciare il pensiero che ogni cosa nuova, ogni prodotto appena comprato poteva guastarsi sbiadire andare a male, e ci veniva meno l'entusiasmo a correre in giro per far compere e a sgobbare sul lavoro, e ciò non era senza conseguenze sul buon andamento dell'industria e del commercio.
Così ci si cominciò a porre il problema di cosa farne, di questo satellite controproducente: non serviva più a nulla; era un rottame da cui non si poteva recuperare più niente."
Italo Calvino, Da Le figlie della Luna, in Altre storie cosmicomiche.
Come diceva lui dei classici "un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire". Le cosmicomiche di Calvino vanno lette almeno una volta all'anno. In quei brevi racconti c'è la più disincantata e disillusa critica della società consumistica ma anche della scienza, della storia e della cultura umana. Monumenti passeggeri eretti da naufraghi cosmici. Le leopardiane cosmicomiche sono decisamente un classico, come tutta l'opera di Calvino dove la più intricata complessità è avvolta nella più impalpabile leggerezza.
"La gru era stata fatta progettare e costruire dalle autorità, decise a nettare il cielo da quell'ingombro antiestetico. Era un buldozer dal quale si alzava una specie di pinza da granchio; venne avanti sui suoi cingoli, basso e tarchiato, proprio come un granchio; e quando si trovo nel punto predisposto per l'operazione sembrò diventare ancor più piatto, per aderire al terreno con tutta la sua superficie. L'argano girò rapido; innalzò il braccio nel cielo; mai s'era pensato che si potesse costruire una gru dal braccio così lungo. La benna s'aperse, dentata; ora, più che a una pinza di granchio, somigliava alla bocca d'uno squalo. La Luna era proprio lì; ondeggiò come se volesse scappare, ma quella gru sembrava calamitata: si vide la Luna come aspirata finirle proprio in bocca. Le mandibole si richiusero con un secco: crac! Per un momento ci sembrò che fosse andata in briciole come una meringa, invece restò tra le valve della benna, mezza dentro mezza fuori. Era diventata di forma oblunga, una specie di grosso sigaro tenuto tra i denti. Venne giù una pioggia color cenere.
La gru ora si sforzava d'estirpare la Luna dalla sua orbita e di trascinarla giù. [...]
L'alba trovò il cimitero delle automobili con un rottame in più: quella Luna naufragata là in mezzo quasi non si distingueva dagli altri oggetti buttati via; aveva lo stesso colore, la stessa aria condannata, lo stesso aspetto di cosa che non si riesce a immaginare come potesse essere da nuova. Intorno, per il cratere dei detriti terrestri, echeggiò un mormorio: la luce dell'alba rivelava un brulicare di vita che s'andava risvegliando. Tra le carcasse sventrate dei camion, tra le ruote stravolte, le lamiere accartocciate, avanzavano degli esseri barbuti.
In mezzo alle cose buttate via dalla città viveva una popolazione di persone buttate via anch'esse, messe al margine, oppure persone che s'erano buttate via di loro volontà, o che s'erano stancate di correre per la città per vendere e comprare cose nuove destinate subito a invecchiare: persone che avevano deciso che solo le cose buttate via erano la vera ricchezza del mondo. Attorno alla Luna, lungo tutta la distesa dell'anfiteatro stavano ritte o sedute queste figure allampanate, dai visi incorniciati da barbe o dai capelli incolti."
Italo Calvino, Da Le figlie della Luna, in Altre storie cosmicomiche.
Una volta gli chiesero cosa sarebbe rimasto delle nostre città e della nostra storia, lui ci pensò un attimo e rispose secco, i topi.
Antiche espressioni come lunapiena mezzaluna ultimo quarto continuavano a essere usate ma erano soltanto modi di dire: come la si poteva chiamare «piena» quella forma tutta crepe e brecce che pareva sempre sul punto di franare in una pioggia di calcinacci sulle nostre teste? E non parliamo di quando era tempo di luna calante! Si riduceva a una specie di crosta di formaggio mordicchiata, e spariva sempre prima del previsto. A lunanuova, ci domandavamo ogni volta se non sarebbe più tornata a mostrarsi (speravamo che sparisse così?) e quando rispuntava, sempre più somigliante a un pettine che sta perdendo i denti, distoglievamo gli occhi con un brivido.
Era una vista deprimente. Andavamo nella folla che con le braccia ingombre di pacchetti entrava e usciva dai grandi magazzini aperti giorno e notte, percorrevamo con lo sguardo le scritte luminose che rampando sui grattacieli avvertivano momento per momento dei nuovi prodotti lanciati sul mercato, ed ecco la vedevamo venire avanti, pallida in mezzo a quelle luci abbaglianti, lenta, malata, e non potevamo scacciare il pensiero che ogni cosa nuova, ogni prodotto appena comprato poteva guastarsi sbiadire andare a male, e ci veniva meno l'entusiasmo a correre in giro per far compere e a sgobbare sul lavoro, e ciò non era senza conseguenze sul buon andamento dell'industria e del commercio.
Così ci si cominciò a porre il problema di cosa farne, di questo satellite controproducente: non serviva più a nulla; era un rottame da cui non si poteva recuperare più niente."
Italo Calvino, Da Le figlie della Luna, in Altre storie cosmicomiche.
Come diceva lui dei classici "un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire". Le cosmicomiche di Calvino vanno lette almeno una volta all'anno. In quei brevi racconti c'è la più disincantata e disillusa critica della società consumistica ma anche della scienza, della storia e della cultura umana. Monumenti passeggeri eretti da naufraghi cosmici. Le leopardiane cosmicomiche sono decisamente un classico, come tutta l'opera di Calvino dove la più intricata complessità è avvolta nella più impalpabile leggerezza.
"La gru era stata fatta progettare e costruire dalle autorità, decise a nettare il cielo da quell'ingombro antiestetico. Era un buldozer dal quale si alzava una specie di pinza da granchio; venne avanti sui suoi cingoli, basso e tarchiato, proprio come un granchio; e quando si trovo nel punto predisposto per l'operazione sembrò diventare ancor più piatto, per aderire al terreno con tutta la sua superficie. L'argano girò rapido; innalzò il braccio nel cielo; mai s'era pensato che si potesse costruire una gru dal braccio così lungo. La benna s'aperse, dentata; ora, più che a una pinza di granchio, somigliava alla bocca d'uno squalo. La Luna era proprio lì; ondeggiò come se volesse scappare, ma quella gru sembrava calamitata: si vide la Luna come aspirata finirle proprio in bocca. Le mandibole si richiusero con un secco: crac! Per un momento ci sembrò che fosse andata in briciole come una meringa, invece restò tra le valve della benna, mezza dentro mezza fuori. Era diventata di forma oblunga, una specie di grosso sigaro tenuto tra i denti. Venne giù una pioggia color cenere.
La gru ora si sforzava d'estirpare la Luna dalla sua orbita e di trascinarla giù. [...]
L'alba trovò il cimitero delle automobili con un rottame in più: quella Luna naufragata là in mezzo quasi non si distingueva dagli altri oggetti buttati via; aveva lo stesso colore, la stessa aria condannata, lo stesso aspetto di cosa che non si riesce a immaginare come potesse essere da nuova. Intorno, per il cratere dei detriti terrestri, echeggiò un mormorio: la luce dell'alba rivelava un brulicare di vita che s'andava risvegliando. Tra le carcasse sventrate dei camion, tra le ruote stravolte, le lamiere accartocciate, avanzavano degli esseri barbuti.
In mezzo alle cose buttate via dalla città viveva una popolazione di persone buttate via anch'esse, messe al margine, oppure persone che s'erano buttate via di loro volontà, o che s'erano stancate di correre per la città per vendere e comprare cose nuove destinate subito a invecchiare: persone che avevano deciso che solo le cose buttate via erano la vera ricchezza del mondo. Attorno alla Luna, lungo tutta la distesa dell'anfiteatro stavano ritte o sedute queste figure allampanate, dai visi incorniciati da barbe o dai capelli incolti."
Italo Calvino, Da Le figlie della Luna, in Altre storie cosmicomiche.
Una volta gli chiesero cosa sarebbe rimasto delle nostre città e della nostra storia, lui ci pensò un attimo e rispose secco, i topi.
sabato 26 novembre 2011
La storia di oggi
"La morte proietta l'ombra delle sue scure ali sul porto dell'Avana; il Maine è colato a picco, la nazione ha pianto, e il Journal è in lutto per tutti quei poveri ragazzi morti su quella nave maledetta. [...]
Il pubblico era inorridito, perchè non abituato a queste forme particolari dell'orrore. Ci sono altre forme altrettanto atroci: quelle in cui, per ognuna delle vite perdute sul Maine, ci sono decine di vite sacrificate, ma lì l'orrore ha smesso di inorridire, perché il pubblico si è abituato ai dettagli spaventosi e ormai li considera con sufficienza e indifferenza.
Lo spettacolo dell'immensa carneficina che si consuma giorno dopo giorno, mese e anno nel regno dell'industria, le migliaia di vite annualmente sacrificate al Moloch della rapacità, il tributo di sangue al lavoro del capitalismo, non provocano però grida di vendetta e risarcimento né lacrime, a parte quelle della famiglia e degli amici delle vittime.
Ferrovieri e scambisti muoiono tutti i giorni solo perché i vagoni non sono equipaggiati adeguatamente con dispositivi in grado di ridurre al minimo i pericoli. E sono stati accordati al capitalismo due anni supplementari per proseguire nel massacro. Macchinisti e ingegneri, pompieri e conducenti, lavoratori di tutte le altre branche del servizio ferroviario sacrificano una parte della loro vita e della loro carne per la stessa insaziabile Gorgona. [...]
Il Journal si unisce alla tristezza generale per la perdita del Maine e si rammarica del fatto che molte vite, che in condizioni naturali avrebbero potuto essere impiegate utilmente, siano andate perdute su quella nave. E, mentre esprime rincrescimento, esprime anche la speranza che non sia troppo lontano il giorno in cui verrà generalmente considerato altrettanto eroico perdere la vita in fabbrica che a bordo di una nave da guerra. Che perdere la vita schiacciato come un topo in una miniera sia considerato grave come annegare come un topo nella stiva di una corazzata. Che perdere un arto per causa di una granata sia ritenuto ugualmente degno di considerazione nella nazione che perderlo su un treno mentre si lavora. Che morire dilaniato da un siluro non provochi più dolore nella famiglia del malcapitato che morire dilaniato dall'esplosione di una caldaia. Che uno sia l'eroe di un'apoteosi, mentre l'altro se ne va all'altro mondo senza onore né gloria." Monthly Journal of the International Association of Machinists, Vol X, Chicago, April, 1898.
Questo articolo ha più di un secolo e fu pubblicato in occasione dell'affondamento della nave da guerra Maine ancorata nel porto dell'Avana. L'affondamento fu dovuto ad un incendio iniziato per autocombustione nella carbonaia, fatto piuttosto frequente sulle corazzate dell'epoca, un evento accidentale quindi ma che servì da pretesto agli USA per scatenare la guerra ispano-americana facendo passare quell'incidente come un attacco spagnolo. Il giornale dei macchinisti, espressione dei sindacati dei lavoratori contrari all'espansionismo americano, convenne che l'esplosione del Maine era stata un terribile disastro, ma notò che le morti sul lavoro degli operai incontravano l'indifferenza nazionale. (L'articolo del Journal è citato in H. Zinn, M. Konopacki, P. Buhle, Storia popolare dell'impero americano - a fumetti. Ed. il Manifesto, 2011.)
Ma questo post non intende soffermarsi sugli aspetti storici quanto sulle tremende analogie dell'articolo del Monthly Journal con quello che accade ancora oggi riguardo ai cosiddetti "incidenti sul lavoro", nonostante i goffi tentativi di camuffare i dati, come avevo scritto qualche tempo fa in questo post.
E' di oggi la notizia che nelle ultime 24 ore ci sono stati altri tre morti sul lavoro.
Un minuto di silenzio per la memoria e cinque per dimenticare!
Il pubblico era inorridito, perchè non abituato a queste forme particolari dell'orrore. Ci sono altre forme altrettanto atroci: quelle in cui, per ognuna delle vite perdute sul Maine, ci sono decine di vite sacrificate, ma lì l'orrore ha smesso di inorridire, perché il pubblico si è abituato ai dettagli spaventosi e ormai li considera con sufficienza e indifferenza.
Lo spettacolo dell'immensa carneficina che si consuma giorno dopo giorno, mese e anno nel regno dell'industria, le migliaia di vite annualmente sacrificate al Moloch della rapacità, il tributo di sangue al lavoro del capitalismo, non provocano però grida di vendetta e risarcimento né lacrime, a parte quelle della famiglia e degli amici delle vittime.
Ferrovieri e scambisti muoiono tutti i giorni solo perché i vagoni non sono equipaggiati adeguatamente con dispositivi in grado di ridurre al minimo i pericoli. E sono stati accordati al capitalismo due anni supplementari per proseguire nel massacro. Macchinisti e ingegneri, pompieri e conducenti, lavoratori di tutte le altre branche del servizio ferroviario sacrificano una parte della loro vita e della loro carne per la stessa insaziabile Gorgona. [...]
Il Journal si unisce alla tristezza generale per la perdita del Maine e si rammarica del fatto che molte vite, che in condizioni naturali avrebbero potuto essere impiegate utilmente, siano andate perdute su quella nave. E, mentre esprime rincrescimento, esprime anche la speranza che non sia troppo lontano il giorno in cui verrà generalmente considerato altrettanto eroico perdere la vita in fabbrica che a bordo di una nave da guerra. Che perdere la vita schiacciato come un topo in una miniera sia considerato grave come annegare come un topo nella stiva di una corazzata. Che perdere un arto per causa di una granata sia ritenuto ugualmente degno di considerazione nella nazione che perderlo su un treno mentre si lavora. Che morire dilaniato da un siluro non provochi più dolore nella famiglia del malcapitato che morire dilaniato dall'esplosione di una caldaia. Che uno sia l'eroe di un'apoteosi, mentre l'altro se ne va all'altro mondo senza onore né gloria." Monthly Journal of the International Association of Machinists, Vol X, Chicago, April, 1898.
Questo articolo ha più di un secolo e fu pubblicato in occasione dell'affondamento della nave da guerra Maine ancorata nel porto dell'Avana. L'affondamento fu dovuto ad un incendio iniziato per autocombustione nella carbonaia, fatto piuttosto frequente sulle corazzate dell'epoca, un evento accidentale quindi ma che servì da pretesto agli USA per scatenare la guerra ispano-americana facendo passare quell'incidente come un attacco spagnolo. Il giornale dei macchinisti, espressione dei sindacati dei lavoratori contrari all'espansionismo americano, convenne che l'esplosione del Maine era stata un terribile disastro, ma notò che le morti sul lavoro degli operai incontravano l'indifferenza nazionale. (L'articolo del Journal è citato in H. Zinn, M. Konopacki, P. Buhle, Storia popolare dell'impero americano - a fumetti. Ed. il Manifesto, 2011.)
Ma questo post non intende soffermarsi sugli aspetti storici quanto sulle tremende analogie dell'articolo del Monthly Journal con quello che accade ancora oggi riguardo ai cosiddetti "incidenti sul lavoro", nonostante i goffi tentativi di camuffare i dati, come avevo scritto qualche tempo fa in questo post.
E' di oggi la notizia che nelle ultime 24 ore ci sono stati altri tre morti sul lavoro.
Un minuto di silenzio per la memoria e cinque per dimenticare!
lunedì 20 giugno 2011
Ritratti
Fryderyk Chopin, Studio op. 25 n. 9 in sol bemolle maggiore,
Valentina Lisitsa.
Valentina Lisitsa.
«Le importava ben poco che quello fosse il ritratto musicale del violoncellista, la cosa più probabile è che le addotte somiglianze, tanto le effettive quanto le immaginate, se le fosse costruite lui stesso nella sua testa, quello che impressionava la morte era il fatto che le era parso di sentire in quei cinquantotto secondi di musica una trasposizione ritmica e melodica di ogni e qualsivoglia vita umana, normale o straordinaria, per la sua tragica brevità, per la sua intensità disperata, e anche per via di quell'accordo finale che era come un punto di sospensione lasciato nell'aria, nel vago, da qualche parte, come se, irrimediabilmente, fosse rimasto ancora qualcosa da dire.» José Saramago, Le intermittenze della morte, Einaudi, 2005, pp. 167-168
martedì 14 giugno 2011
La mosca cocchiera
Un carrozzone tirato da sei cavalli saliva su per una via erta, rotta, sabbiosa. I viaggiatori erano scesi e facevano a piedi il tratto di strada per alleggerire ai cavalli il peso e la fatica; tuttavia i cavalli sudavano e soffiavano. Sopraggiunse una mosca.
"Per fortuna sono arrivata io!" esclamò.
E cominciò a ronzare negli orecchi degli animali, a pungere ora questo ora quello, or sul muso or sul dorso. Poi si sedette sul timone , poi si posò sul naso del cocchiere , poi volò sul tetto della carrozza. Andava , veniva , affannata, e brontolava e squillava:
"Bel modo di fare! Se non ci fossi io! Guarda! Il prete legge il breviario. Quella donna canta. Quei due parlano dei loro affari. Il cocchiere sonnecchia. A darmi pena sono io sola. Tocca a me far tutto. Tutto cade sulle mie spalle. Ah che lavoro!"
Finalmente dalli e dalli, la carrozza giunse al termine della salita, dove ricominciava la via piana. I viaggiatori ripresero il loro posto; il cocchiere fece schioccare la frusta; i cavalli si rimisero al trotto. Sul tetto del carrozzone la mosca trionfava.
"Li ho condotti, eh, fin quassù ! Se non c’ero io!" - si lagnava.
"Nemmeno grazie mi dicono. Dopo tutto ciò che ho fatto."
Tra gli uomini quante mosche cocchiere!
Da Jean de La Fontaine, Favole
Cos'altro poteva venirmi in mente dopo che ieri sera ho sentito Pierferdinando Casini che diceva che i voti del terzo polo sono stati determinanti per la vittoria del referendum? Se non è una scemenza è almeno una ovvietà, visto che ad essere determinante è ogni voto, dal primo all'ultimo. Altrimenti dovremmo trovare quel cittadino che ha fatto superare il 50% dei voti, e solo a quel cittadino alzare un monumento!
"Per fortuna sono arrivata io!" esclamò.
E cominciò a ronzare negli orecchi degli animali, a pungere ora questo ora quello, or sul muso or sul dorso. Poi si sedette sul timone , poi si posò sul naso del cocchiere , poi volò sul tetto della carrozza. Andava , veniva , affannata, e brontolava e squillava:
"Bel modo di fare! Se non ci fossi io! Guarda! Il prete legge il breviario. Quella donna canta. Quei due parlano dei loro affari. Il cocchiere sonnecchia. A darmi pena sono io sola. Tocca a me far tutto. Tutto cade sulle mie spalle. Ah che lavoro!"
Finalmente dalli e dalli, la carrozza giunse al termine della salita, dove ricominciava la via piana. I viaggiatori ripresero il loro posto; il cocchiere fece schioccare la frusta; i cavalli si rimisero al trotto. Sul tetto del carrozzone la mosca trionfava.
"Li ho condotti, eh, fin quassù ! Se non c’ero io!" - si lagnava.
"Nemmeno grazie mi dicono. Dopo tutto ciò che ho fatto."
Tra gli uomini quante mosche cocchiere!
Da Jean de La Fontaine, Favole
***
Cos'altro poteva venirmi in mente dopo che ieri sera ho sentito Pierferdinando Casini che diceva che i voti del terzo polo sono stati determinanti per la vittoria del referendum? Se non è una scemenza è almeno una ovvietà, visto che ad essere determinante è ogni voto, dal primo all'ultimo. Altrimenti dovremmo trovare quel cittadino che ha fatto superare il 50% dei voti, e solo a quel cittadino alzare un monumento!
domenica 10 aprile 2011
Uno spettro si aggira per l'Europa
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| Da La Repubblica |
lunedì 29 novembre 2010
Il villaggio e la memoria
Ci sono cose che restano sepolte nelle pieghe della memoria e da insondabili profondità governano i pensieri. Quando quelle cose affiorano ti chiedi se sei tu a averle evocate per un momento o siano loro a evocare te continuamente. Quando qualche giorno fa scrivevo La città e la memoria qualcosa premeva dal sottosuolo! Erano queste pagine di Cent'anni di solitudine di Márquez.
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