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domenica 24 novembre 2024

Il grande lutto

I movimenti collettivi, le mode e i costumi, che coinvolgono intere generazioni di una considerevole parte di mondo, hanno una sorta di intelligenza sotterranea, inconsapevole, che può emergere a molti anni di distanza. Il tempo fornisce la lente necessaria a comporre le forze propulsive di un fenomeno che nel suo divenire erano allo stato embrionale, percepibili in maniera sfocata o, più semplicemente, ero troppo giovane per cogliere.

È attraverso i molteplici sensi nascosti e disseminati nel corpo sociale che un'epoca percepisce il proprio zeitgeist e lo restituisce alle epoche successive.

È quello che mi è successo stamattina con il cosiddetto stile gotico o dark degli anni '80. Un fenomeno sicuramente inserito in quella parabola che va dalle avvisaglie del post moderno alla cosiddetta fine della storia, ma non parlo della traiettoria descritta dagli intellettuali, parlo del costume che ha coinvolto intere masse di giovani, ne ha influenzato stile e cultura, moda e musica. Le analisi degli intellettuali e i movimenti di massa non sono compartimenti a tenuta stagna, come erroneamente si crede, ci sono reciproche osmosi e forse lo stile dark, che negli anni ottanta tocca la generazione dei post adolescenti di una buona fetta di occidente, lo dimostra.

Oggi sappiamo che negli anni ottanta abbiamo iniziato a raccontarci la storiella del declino delle grandi narrazioni della storia! Alla fine di quel decennio, con la caduta del muro di Berlino, ci si chiese se quelle narrazioni erano finite. Bastarono un paio di anni per dare risposta affermativa alla domanda. Con quella storiella non sapevamo di starci raccontando anche l'inizio della morte della democrazia, con buona pace dei fanatici del libero mercato, che con la loro narrazione finale si cantavano, come una ninna-nanna, le meravigliose sorti e progressive dell'ultimo uomo, libero e democratico. Era sull'onda melodica di quella ninna nanna che si stavano smantellando i dispositivi della politica come arte collettiva di regolazione sociale. Quei giovani degli anni '80 non lo sapevano ancora, forse non l'avrebbero mai saputo, ma di fatto erano già in lutto. Lo erano con il loro abbigliamento nero, il loro trucco pesante intorno agli occhi e sulle labbra, le loro inquietanti espressioni, tra il mezzo sorriso e la piena tristezza per qualcosa che non si può vedere.

E io che facevo negli anni 80? All'inizio crescevo, alla fine era troppo tardi. Fuori tempo, come lo è ogni anagrafe, per capire il proprio tempo. Talmente fuori tempo che mi tocca piangere oggi per la morte di Enrico Berlinguer, per la grande ambizione che a metà di quegli anni qui in Italia morì con lui.

E mi tocca farlo per due ragioni, piangere intendo: per non averlo fatto quando morì che avevo 15 anni e per non averlo fatto quando di anni ne avevo 20, età poco incline ai compromessi. Per aver già scritto dell'ecatombe politica degli anni '80 dimenticando la figura di Berlinguer, perché a scrivere di getto non era l'ultra quarantenne ma l'ex ventenne.

Due consigli, se posso. Se siete di Roma andate a vedere la mostra fotografica 80's dark Rome, al museo in Trastevere. Ripropone le foto che Dino Ignani espose nel 1985. È il ritratto di una generazione che merita di essere guardato con attenzione. Se volete sapere cos'era la politica prima di morire, andate al cinema a vedere il film Berlinguer-La grande ambizione. È il ritratto di un mondo che non c'è più.









domenica 11 settembre 2022

Ri-letture anniversarie

"[...] È vero: non possono, anzi, non dovrebbero esistere [Paesi di serie B]. Ma esistono. La realtà è che l'Italia è un Paese di serie B: e ciò risulta inequivocabile proprio dalle sue parole. Che sono parole prudenti, benché sincere. Io che posso permettermi di non essere prudente, le dico anzi che l'Italia è ben peggio che un paese di serie B. L'espressione calcistica non è che un eufemismo. L'Italia – e non solo l'Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l'immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti. Specialmente i giovani. Tutte quelle sciocche coppie che se ne andavano tenendosi all'infinito strette per mano, con aria di vicendevole, romantica protezione e ispirata certezza del domani.
Sono stati ingannati, beffati. Un rovesciamento improvviso e violento (per quanto riguarda l'Italia) nel modo di produzione ha distrutto tutti i loro precedenti valori «particolari» e «reali», cambiando la loro forma e il loro comportamento: e i nuovi valori, puramente pragmatici, esistenziali, del «benessere», hanno tolto loro ogni dignità. Ma non è bastato: dopo essere stati resi mostruosi (marionette guidate da una mano «nuova», e quindi come impazzite), ecco che il benessere, causa della loro mostruosità, viene meno, mentre il ballo delle marionette continua. [...]"
Pier Paolo Pasolini, Al Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Il Mondo, 11 settembre 1975. In: Lettere luterane, «La sua intervista conferma che ci vuole il processo».

lunedì 1 agosto 2022

Della redistribuzione

A proposito della proposta di Letta sulla dote ai 18enni e altro. Apprezzo ogni politica redistributiva. La ritengo uno strumento irrinunciabile di giustizia sociale. La destra si inalbera quando si parla di tasse di successione e patrimoniali. Nessuna novità, conoscessero Luigi Einaudi, illustre liberale, e cosa pensava delle tasse di successione direbbero che è un pericoloso bolscevico! Se la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi è un problema, e lo è, allora il solo modo per contrastarlo è la redistribuzione della ricchezza. Lamentarsi del problema senza imboccare la strada della soluzione è da ipocondriaci che stanno tanto bene a stare male. Non riconoscere che è un problema è da micragnosi con il conto in banca al posto del cervello. Benvenga la redistribuzione quindi, ma redistribuzione di cosa? Ma di soldi, ovviamente! Metti i soldi in tasca a chi ne ha bisogno e poi se la vedrà da solo a soddisfare i propri bisogni perché, seguendo il neoliberismo più schietto, nessuno conosce i tuoi bisogni meglio di te! Principio vero quanto inutile, se non dannoso, per costruire una società civile.

Da decenni non si fa che dire che la politica deve riprendersi il suo primato sull'economia. Mi chiedo se non è anche nella redistribuzione esclusivamente in denaro che si impone il primato dell'economia. Abbiamo parlato di reddito di cittadinanza e, correttivi a parte, nessuno sano di mente direbbe che non è stato uno strumento utile a contrastare la povertà ma non abbiamo mai parlato di servizi di cittadinanza. Così come non abbiamo mai parlato di quante povertà ci sono da contrastare. Discorso spinoso, da evitare lasciando al destinatario del reddito, come di ogni altro sussidio, il compito di vedersela da solo. Non ne abbiamo mai parlato perché quello che esula l'equivalente generale del denaro suona anacronistico e paternalistico, a destra e a sinistra. Non si ha più la forza e il coraggio di affrontare il discorso di una politica che concepisca di indirizzare gli investimenti nelle nuove generazioni. Il discorso sul primato della politica è un dispositivo vuoto, buono per qualche circolo di seguaci del postpensiero! Allora ben venga la dote ai 18enni, salvo non lamentarsi se una minoranza, si spera, conoscendo meglio di chiunque altro i propri bisogni, investirà la propria dote in i-phone e altri ninnoli.

lunedì 14 marzo 2022

Confidenze

Sono in vena di confidenze. Che l'innalzamento dei prezzi fosse anche dovuto a quella che chiamiamo sbrigativamente speculazione è un sospetto che è venuto a molti comuni cittadini, come il sottoscritto. Il ministro #Cingolani, a differenza dei comuni cittadini, riveste un ruolo cui ragionevolmente si attribuisce il controllo di leve importanti per correggere le storture della speculazione. Allora lo "sfogo" del ministro mi fa sorgere più di qualche domanda. Il mondo è una macchina complessa, lo è sempre stato ma nell'ultimo mezzo secolo la complessità ha preso un abbrivo e forse ci è sfuggita di mano. Non sappiamo, non vogliamo o non possiamo più controllare quella complessità? La politica ha ancora in mano le leve che le si attribuiscono o è definitivamente diventata l'ancella dell'economia? Di strali sulla speculazione ne abbiamo sentiti tanti con la crisi del 2008 che pareva che la speculazione avesse ormai i giorni contati! Abbiamo creduto e sperato che future, derivati e altre scommesse del mercato avessero fatto ormai abbastanza danni. Non è così. La crisi economica del 2008 non è stata l'occasione per 'uscirne migliori', come si usa dire da qualche tempo?

lunedì 4 ottobre 2021

Astuzie della storia

Ha annunciato che non si ricandiderà più. Quelli che non hanno consentito a questo signore della politica di governare sono ancora in giro a raccontare di avere portato un vento nuovo e, paradossi della politica, l'astuzia della ragione l'avrebbe chiamata un altro signore, che adesso diventano centrali, anche con l'aiuto proprio di questo vero signore della politica, perché il discorso a sinistra non si spenga del tutto nei latrati fascistoidi e ubriachi di lega e fratelli d'italia.

martedì 14 aprile 2020

Della scienza e della politica

Nelle richieste del ministro Boccia si legge tutta l'arretratezza della cultura scientifica in Italia e l'imbarazzante vuoto di responsabilità da parte della politica. Dice il ministro: “Chiedo alla comunità scientifica, senza polemica, di darci certezze inconfutabili e non tre o quattro opzioni per ogni tema. Chi ha già avuto il virus, lo può riprendere? Non c’è risposta. Lo stesso vale per i test sierologici. Pretendiamo chiarezza, altrimenti non c’è scienza. Noi politici ci prendiamo la responsabilità di decidere, ma gli scienziati devono metterci in condizione di farlo. Non possiamo stare fermi finché non arriva il vaccino”.

Non è questo lo spazio di una disamina epistemologica della questione e non sta a me replicare ma due o tre osservazioni mi preme farle e le farò puntuali sulla dichiarazione di Boccia.

“Chiedo alla comunità scientifica, senza polemica, di darci certezze inconfutabili e non tre o quattro opzioni per ogni tema." Se Boccia cerca certezze inconfutabili non è la scienza il suo interlocutore, per definizione la scienza è quell'ambito del sapere che prende le mosse dalla consapevolezza di non sapere e dalla certezza che il sapere raggiunto è approssimazione alla verità senza escludere che venga rovesciato. La previsione in ambito scientifico non è preveggenza, porta con sé un parametro decisivo che è proprio l'incertezza. Parola che ai politici fa paura ma che un mio vecchio professore mi chiarì in maniera indelebile dicendomi di considerare spazzatura gli articoli in cui si legge un numero senza un ± seguito da un altro numero. Il politico teme l'incertezza e ha ragione a temerla ma allo scienziato non può chiedere di annullarla altrimenti gli sta chiedendo di non essere scienziato ma di sostituirsi a lui nelle decisioni politiche e questo spesso fanno i politici più irresponsabili.

"Chi ha già avuto il virus, lo può riprendere? Non c’è risposta." Se non c'è risposta vuol dire che ancora non c'è risposta. Per rispondere bisogna fare test per stabilire quanto tempo durano gli anticorpi nel sangue, se c'è una risposta immunitaria secondaria, se la risposta secondaria è duratura. Siamo di fronte a un antigene mai incontrato prima dal nostro sistema immunitario. Siamo nel pieno di una risposta primaria. Come cavolo si può sapere oggi se uno può riprendere il virus? Se non vado errato casi di recidiva si sono registrati in Cina e questo è ancora tutto quello che si sa. Non si può certo pretendere che un ministro sia esperto di immunologia ma dando per scontato che sappia avvalersi di immunologi esperti che gli avranno dato questi elementi si deve pretendere che non faccia domande ad minchiam!

"Lo stesso vale per i test sierologici. Pretendiamo chiarezza, altrimenti non c’è scienza." E vale anche quanto già detto. I test vengono eseguiti ma non sempre forniscono risposte chiare. Si possono avere falsi positivi, falsi negativi. Pertanto l'affidabilità di un test è X ± σ. Se la risposta ti basta ok, altrimenti chiedi a Paolo Fox per ulteriore chiarezza. Ho l'impressione che nella frase ci sia una inversione semantica in cui si usa il lemma chiarezza in sostituzione della certezza invocata in precedenza. Per lo scienziato X ± σ è di una chiarezza cristallina. Non è certa perché non può esserlo. E se si chiede chiarezza a una risposta che sicuramente è arrivata in termini di X ± σ allora si sta chiedendo certezza, quindi la richiesta viene da chi non ha capito cos'è scienza.

"Noi politici ci prendiamo la responsabilità di decidere, ma gli scienziati devono metterci in condizione di farlo." Cominciamo con il dire che il politico prende le decisioni, lo scienziato studia i fenomeni. Sembra ovvio anche dalla frase di Boccia ma è utile ripeterlo. Se il politico prende la decisione perché lo scienziato lo ha messo nelle condizioni di farlo nei termini richiesti da Boccia allora il politico non sta prendendo alcuna decisione, sta semplicemente ratificando una decisione contenuta in nuce nelle affermazioni dello scienziato. Ti piace vincere facile? Dice una recente pubblicità. Sono troppi i politici che non prendono la responsabilità di decidere millantando di farlo. Va spiegato a Boccia e ad altri come funziona quel termine σ di prima. Più è piccolo e più X è affidabile, più è grande e meno è affidabile. Quindi lo scienziato dice il valore di σ, spiega al politico cosa implica e il politico si assume la responsabilità di stabilire quanto deve essere piccolo o grande σ per prendere la decisione. Chiaro?

"Non possiamo stare fermi finché non arriva il vaccino”. Certo che non possiamo, quindi ministro Boccia prendi una decisione. Fai quello che un politico è chiamato a fare altrimenti cambia mestiere.

domenica 1 dicembre 2019

Buoni consigli, cattivo esempio e nuove Weimar

Alcuni appunti da sinistra alle sardine sono da accogliere nel confronto e sono certamente utili per riflettere ma se a sinistra si ritiene ancora utile la partecipazione allora a quanti da sinistra danno buoni consigli suggerisco di non dare anche il cattivo esempio. Venite in piazza, portate gente e idee, idee non bandiere e simboli di partito. Portate le idee di sinistra ma per ora venite in piazza che fa bene ed è anche più divertente di un talk show o di un post su fb. Per una volta a sinistra si sospenda la gara a chi è più di sinistra, che va a finire che fa il paio con l'opzione della destra becera a chi ce l'ha più lungo!
Lo dico da persona di sinistra, non facciamo quel gioco al massacro di chi vede più lontano nel futuro per poi brancolare per l'ennesima volta nel buio quando ci addentriamo nel nostro passato. "Scenario, verrebbe da dire, vagamente weimariano", scrive Marco Revelli. Sicuramente non mancherà chi arriccerà il naso dicendo che il paragone è esagerato.

Sardine a Roma in piazza San Giovanni, sabato 14 dicembre dalle 15:00
#sardine

venerdì 22 novembre 2019

Le sardine fanno bene alla salute

Faccio miei un paio di documenti diffusi dagli organizzatori delle "Sardine". Una lettera-manifesto e una carta dei valori. Li condivido pienamente e ringrazio gli organizzatori e quanti vedono in questo movimento non solo la legittima protesta verso l'imbarbarimento di una politica fatta di slogan, di toni di dileggio quando non aggressivi nei confronti degli avversari, una politica che alimenta l'odio sociale, che calpesta il diritto nazionale e internazionale e che si alimenta di proclami più che di proposte, una protesta contro la politica che mira solo al consenso. La protesta è legittima, ogni movimento nasce da un disagio, per contrastare qualcosa che non va bene ma in ogni movimento di massa con la componente "contro" è implicita anche la componente "per". Non è solo protesta, non è solo "contro", è anche "per". Per tutti quei valori che vengono quotidianamente calpestati dall'imbarbarimento contro cui si protesta. Per la gentilezza, per il dovere di dire la verità, di dare conto delle proprie affermazioni. Per la politica come servizio per gli altri, per il rispetto dei fatti e dell'altro, per l'argomentazione anche accesa e appassionata ma che si sottopone al vaglio della verifica, per tutti quei valori riconosciuti e sanciti dalla Costituzione della Repubblica Italiana.
Grazie a Mattia Santori, a Roberto Morotti, a Giulia Trappoloni, a Andrea Garreffa e a quanti insieme a loro hanno dato fatto suonare questa sveglia necessaria.

PS -  Mi è capitato di leggere e ascoltare valutazioni di sufficienza per il movimento delle sardine, non a caso da ambienti di sinistra. Per chi trova quello che segue puerile, semplicistico e quant'altro ispira un gusto politico più raffinato del mio suggerisco che è possibile continuare a farsi del male in molti modi, non c'è solo quello di considerare con sufficienza i movimenti che nascono dalla piazza.
 
***

Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita.
Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata. Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini: avete unito verità e menzogne, rappresentando il loro mondo nel modo che più vi faceva comodo. Avete approfittato della nostra buona fede, delle nostre paure e difficoltà per rapire la nostra attenzione. Avete scelto di affogare i vostri contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota. Di quei contenuti non è rimasto più nulla.
Per troppo tempo vi abbiamo lasciato fare.
Per troppo tempo avete ridicolizzato argomenti serissimi per proteggervi buttando tutto in caciara.
Per troppo tempo avete spinto i vostri più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete.
Per troppo tempo vi abbiamo lasciato campo libero, perché eravamo stupiti, storditi, inorriditi da quanto in basso poteste arrivare.
Adesso ci avete risvegliato. E siete gli unici a dover avere paura. Siamo scesi in una piazza, ci siamo guardati negli occhi, ci siamo contati. E’ stata energia pura. Lo sapete cosa abbiamo capito? Che basta guardarsi attorno per scoprire che siamo tanti, e molto più forti di voi.
Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto.
Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie.
Non c’è niente da cui ci dovete liberare, siamo noi che dobbiamo liberarci della vostra onnipresenza opprimente, a partire dalla rete. E lo stiamo già facendo. Perché grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare.
Siamo già centinaia di migliaia, e siamo pronti a dirvi basta. Lo faremo nelle nostre case, nelle nostre piazze, e sui social network. Condivideremo questo messaggio fino a farvi venire il mal di mare. Perché siamo le persone che si sacrificheranno per convincere i nostri vicini, i parenti, gli amici, i conoscenti che per troppo tempo gli avete mentito. E state certi che li convinceremo.
Vi siete spinti troppo lontani dalle vostre acque torbide e dal vostro porto sicuro. Noi siamo le sardine, e adesso ci troverete ovunque. Benvenuti in mare aperto.
“E’ chiaro che il pensiero da fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce. Anzi, è un pesce. E come pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare. Com’è profondo il mare”.

LA CARTA DEI VALORI DELLE SARDINE

1. I numeri valgono più della propaganda e delle fake news, per questo dobbiamo essere in tanti e far sapere alle persone che la pensano come noi che esiste questo gruppo;
2. E' possibile cambiare l'inerzia di una retorica populista. Come? Utilizzando arte, bellezza, non violenza, creatività e ascolto;
3. La testa viene prima della pancia, o meglio, le emozioni vanno allineate al pensiero critico;
4. Le persone vengono prima degli account social. Perché? Perché sappiamo di essere persone reali, con facoltà di pensiero e azione. La piazza è parte del mondo reale ed è lì che vogliamo tornare;
5. Protagonista è la piazza, non gli organizzatori. Crediamo nella partecipazione;
6. Nessuna bandiera, nessun insulto, nessuna violenza. Siamo inclusivi;
7. Non siamo soli ma parte di relazioni umane. Mettiamoci in rete;
8. Siamo vulnerabili e accettiamo la commozione nello spettro delle emozioni possibili, nonché necessarie. Siamo empatici;
9. Le azioni mosse da interessi sono rispettabili, quelle fondate su gratuità e generosità degne di ammirazione. Riconoscere negli occhi degli altri, in una piazza, i propri valori, è un fatto intimo ma Rivoluzionario;
10. Se cambio io, non per questo cambia il mondo, ma qualcosa comincia a cambiare. Occorrono speranza e coraggio.

venerdì 6 settembre 2019

Titoli e nuvole

Ho conosciuto emerite capre laureate con lode e persone straordinarie senza titoli scolastici e affamate di conoscenza. Queste ultime sono persone che nella loro vita non diranno mai che con la cultura non si mangia. Non hanno l’atteggiamento arrogante e altezzoso, tipico degli ignoranti che presumono di sapere. Sono curiosi, amano capire, coltivano il dubbio per conoscere e non per concepire complotti a loro danno mettendo in discussione cose di cui ignorano l’abc. Parlano poco e prima di parlare si informano, studiano. La vita di queste persone ha avuto strade che hanno impedito di avere titoli scolastici e spesso ne parlano con il dolore dell’occasione perduta. Se solo avessero potuto farlo avrebbero studiato, è sempre stato il loro desiderio ma non potevano andare a scuola. Hanno studiato quando il tempo glielo ha concesso. Le capre titolate invece hanno potuto studiare senza troppo impegno perché avevano le spalle coperte e di sapere non gli importava più di tanto. L’importante è il titolo. Una volta preso il titolo le capre titolate vivono di rendita e tornano analfabeti.

Studiare è una cosa seria e il fine dello studio è l’acquisizione di strumenti per comprendere la realtà che ci circonda. Non è il titolo. La realtà continua a cambiare e la necessità di studiare continua dopo l’acquisizione di qualunque titolo. Il titolo è importante, molto importante, perché certifica un percorso di studio ma capita che per alcune persone avere o non avere un titolo accademico sia un incidente di percorso. Non dovrebbe accadere né averlo per essere nati per caso in una famiglia agiata, né non averlo per le condizioni opposte. Eppure capita. Capita ancora.

Con la nomina di Teresa Bellanova al ministero dell’Agricoltura torna a soffiare il vento sulla girandola dei titoli accademici. Non ha titoli, ha solo la terza media. Come se il problema fossero i titoli e non quello che sta dietro i titoli, quello che i titoli dovrebbero rappresentare: la competenza. Parlare di titoli senza parlare di competenze e soprattutto senza parlare di fame di conoscenza rivela l’aspetto più deleterio del titolo, quello del simulacro, quasi fosse l’erede del titolo nobiliare che una volta acquisito eleva il suo portatore al di sopra di chi non lo possiede. Sono nato nella terra di Di Vittorio, ancora più a sud per la verità, e ancora ho il suo modello nella testa e non solo. Un uomo che non ha potuto frequentare la scuola ma che fin da bambino ha sempre desiderato studiare e che ha sempre studiato per capire la realtà che lo circondava e per cercare di trasformarla. Quello è e rimane il mio modello.

Teresa Bellanova non ha nel suo curriculum un titolo di laurea ma, per quanto ne so, nella sua vita ha acquisito le competenze per ricoprire cariche importanti. Prima ha acquisito le competenze, poi ha ricoperto le cariche. L’ordine è fondamentale. Non so dire se sarà un buon ministro dell’Agricoltura, lo spero, ma sono convinto che nella sua vita ha acquisito gli strumenti per farlo e sono contento della sua nomina.

venerdì 14 giugno 2019

Sugli emetici

"La prima classe vomita dove vuole, la seconda sulla terza, la terza su sé stessa", così Majakovskij descriveva il suo viaggio verso l'America nel 1925 sul piroscafo Espagne, 18 giorni sull'oceano Atlantico, navigazione complicata. La considerazione di Majakovskij mi fa pensare ai numerosi personaggi della storia e dell'attualità la cui sola qualità è di essere dei potenti emetici, quei farmaci che stimolano il vomito. La prima classe continua a vomitare dove vuole, come la seconda sulla terza e la terza su sé stessa ma in più parte della seconda viene convinta di poter vomitare sulla prima e parte della terza viene illusa di essere seconda. Se dovessi riassumere le qualità di certi capobastone direi questo. Con questa qualità si può persino arrivare al governo di un paese e alla guida di un popolo convinto che le classi non esistono più.

martedì 7 agosto 2018

Questo è Salvini

Riace non è solo il simbolo di una Europa che le persone civili sperano, è anche la chiara dimostrazione della miseria politica di Salvini e di questo governo. Riace rende evidente che l'astio di Salvini nei confronti dei migranti è il solo modo per nascondere la propria incapacità di affrontare i problemi veri della nazione. Riace rende evidente che non è affatto vero che Salvini vuole una immigrazione che rispetti le regole perché a Riace l'immigrazione è regolamentata e rispetta le regole, non ci sono stati disordini che giustificassero il blocco dei fondi Sprar disposto da Salvini. Il blocco dei fondi è una ritorsione. Salvini a Riace mostra il suo fallimento e bloccando quei fondi ha deliberatamente progettato che avvengano disordini cui appellarsi per giustificare la sua azione di contrasto all'immigrazione. Questo è Salvini.


Il sindaco Domenico Lucano, accanto alla sindaca di Barcellona, ad Alex Zanotelli 
e ad alcuni dei nuovi cittadini del piccolo borgo calabrese. Foto Lente Locale

Perché avete paura di Riace?
Caterina Amicucci | 5 agosto 2018 |

A Riace sono riusciti a fare quello che in tanti diciamo di voler fare. “Noi lo diciamo, loro l’hanno fatto”, ci dice in un’intervista video Ada Colau, la sindaca di Barcellona, accorsa nel piccolo borgo calabrese a sostenere lo sciopero della fame del sindaco Domenico Lucano, che protesta contro il blocco dei fondi Sprar da parte della Prefettura e del ministero degli interni. “Qui si vede che l’accoglienza non è solo una questione morale, legale o di diritti umani ma un’opportunità per tutti. Così, quando arrivi qui a Riace, ti chiedi chi è che sta salvando e chi viene invece salvato. Stiamo salvando i rifugiati o sono loro stanno salvando l’Europa? Riace stava perdendo la sua popolazione e oggi, grazie al coraggio e alla capacità di chi ha dato vita a un progetto esemplare, la gente è più felice, il paese è pieno di bambini e ha ricominciato a sorridere. Riace è il simbolo di un’Europa della speranza, spiega la prima cittadina della metropoli catalana. Sarà mica per questo che fa tanta paura al ministro Salvini e al governo italiano?

In questi giorni il piccolo borgo calabrese di Riace, famoso in tutto il mondo per il suo modello virtuoso di accoglienza diffusa dei migranti, è un crocevia di attivisti, giornalisti, personalità e curiosi. Oltre a celebrare dal 2 al 5 agosto la manifestazione Riaceinfestival, il sindaco Domenico Lucano ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il blocco dei fondi SPRAR da parte della Prefettura e del Ministero degli interni. Da mesi al Comune non vengono pagati i saldi dei programmi già svolti e per il momento non è confermato il finanziamento del 2018 dal quale dipendono 150 migranti ed il lavoro di diversi operatori sociali. Versamenti che sono stati regolarmente effettuati ai paesi limitrofi della Locride che gestiscono altre strutture di accoglienza.

In una conferenza stampa congiunta, il presidente della Regione Mario Oliverio e Domenico Lucano hanno denunciato l’esistenza di un chiaro disegno politico per chiudere l’esperienza Riace. I problemi sono iniziati con un’ispezione inviata dalla prefettura che ha prodotto un infondato verbale che giudica inadeguate le condizioni di vita dei migranti.



Il verbale non solo è in contraddizione con la precedente ispezione della stessa prefettura che aveva lodato il modello Riace ma soprattutto con la realtà. Le porte del paese sono aperte a tutti ed è sufficiente trascorrervi poche ore per rendersi conto di come vivono i migranti e dell’aria che si respira in un luogo che solo pochi anni fa stava morendo di spopolamento. La sezione di Catanzaro di Magistratura Democratica ha prodotto una contro inchiesta, una sorta di video-verbale indipendente che sarà presto reso pubblico e che smonta interamente i rilievi di merito della prefettura. Fra questi vi è anche la contestazione dell’uso dei cosiddetti “bonus”, la moneta locale inventata da Lucano per rendere indipendenti i migranti negli acquisti dei beni di prima necessità. Una pratica virtuosa che dovrebbe essere un modello per tutti, perché oltre a favorire l’autonomia degli ospiti evita la gestione centralizzata di grandi acquisti, ovvero quella parte della filiera economica dell’accoglienza dove si annidano corruzione, collusione e infiltrazioni della criminalità organizzata.

“La nostra opinione è che le osservazioni critiche che a questo progetto vengono fatte siano di minimo rilievo. Sono osservazioni di carattere procedurale e formale, che esistono, ma che non hanno nulla a che vedere con la qualità del servizio”, spiega Gianfranco Schiavone vice presidente dell’ASGI, dopo aver studiato tutte le carte “Certo, una qualità del progetto che è andata diminuendo nell’ultimo anno e mezzo per carenza di fondi. Non si possono erogare servizi se non ci sono i soldi. Anche io ci vedo un disegno di chiusura che va avanti da tempo".

Ma perché Riace fa tanta paura?

“Perché dimostra che è possibile. Hanno anche impedito la messa in onda sulla RAI del film girato qui a Riace. Perché?”, si chiede il sindaco Lucano, che aggiunge: “La ragione è che 7-8 milioni di persone avrebbero visto che a Riace è possibile. E’ possibile in una delle zone più depresse d’Italia, dove l’accoglienza non si limita ad una dimensione etica ed umana ma diventa anche la soluzione al problema dello spopolamento”.

Non è probabilmente una casualità che i problemi di Riace e del suo sindaco siano iniziati quando l’attenzione mediatica nazionale e internazionale sul piccolo borgo ha iniziato a crescere. Riace è infatti la testimonianza viva in grado di neutralizzare in maniera diretta e concreta la violenta propaganda d’odio governativa.

La solidarietà al sindaco Lucano è arrivata da tutta Italia e la Rete dei Comuni Solidali ha avviato una raccolta popolare di solidarietà. “La Rete dei Comuni Solidali (RECOSOL), in accordo con le associazioni presenti durante il Riaceinfestival, avvia una raccolta popolare di solidarietà finalizzata a permettere al progetto di Riace di superare questa fase estremamente critica. Fase legata a ingiustificabili ritardi anche voluti da una politica ostile che vuole costringere alla chiusura un progetto di accoglienza divenuto noto in tutta Europa e che ha permesso di invertire il declino sociale, economico e demografico di una delle aree più difficili d’Italia, un’area caratterizzata da profonde infiltrazioni della criminalità organizzata. Riace rappresenta un modello di accoglienza e di legalità per tutti “, si legge nel comunicato della rete che lancia l’iniziativa.

Presenti a Riace anche padre Alex Zanotelli, Luigi De Magistris e la sindaca di Barcellona Ada Colau, che ha scelto di fare dell’accoglienza e della lotta al discorso d’odio un punto cardine della politica metropolitana.


Per partecipare alla raccolta fondi con una una donazione unica o periodica (la campagna rimarrà attiva fino a dicembre 2018): RECOSOL, IBAN: IT92R0501801000000000179515, causale Riace.

mercoledì 25 luglio 2018

#SalviniDeveRestituire49MilioniDi€

Provo a lanciare una iniziativa su fb. Entri nel profilo di #Salvini e per ogni post lasci un messaggio del tipo #tirafuoriisoldi #ricordatideisoldidarestituire #49milionidieuro #lesentenzesirispettano #cassazionetidiceniente? .... nessuna replica, nessuna raccolta di sfide o provocazioni, per nessun motivo.
Un messaggio per ogni post, tutti i giorni. Per smettere facciamoci bloccare.

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Due parole su questa iniziativa che in solitaria ho lanciato e in solitaria perseguo. Intanto trovo stimolante leggere quante specie popolano il pianeta Italia, a volte mi deprimo a volte mi diverto ma diciamo che non mi annoio. I soldi che la lega ha sottratto illecitamente non sono il mio principale interesse. Il mio interesse per quei soldi coincide con il fatto che sono il risultato di un reato sanzionato da una sentenza della corte di Cassazione che ne dispone il sequestro, fine. Per il resto mi fa abbastanza pena una politica portata avanti a suon di stop ai vitalizi, i parlamentari guadagnano troppo, no alle pensioni d'oro e altre menate di questo tipo. Per quanto non mi sfuggano le storture e le ingiustizie perpetrate da quanti indegnamente hanno occupato sacri scranni della vita politica di questo Paese ritengo che queste argomentazioni siano indice di un impoverimento del discorso politico che non prelude a niente di buono. Con questi argomenti non guardi alle prossime generazioni, al massimo guardi a fine mese. Ad ogni modo per tornare ai miei insistenti post sul profilo di Salvini per chiedere la restituzione del maltolto, lo faccio proprio perché ormai questo è l'unico argomento sensibile anche per molti suoi sostenitori. Non posso entrare in un mattatoio e parlare di valori etici, di solidarietà, di partecipazione pubblica, di diritto, di programmazione economica, di politica industriale, di programmi di sviluppo. Questo è la politica ma non vedo niente di simile né nel profilo di Salvini, né in quello di Di Maio. Allora insisto sul solo argomento che rende muti molti suoi sostenitori, il solo che capiscono: i soldi. Questo è il solo argomento finora che potrebbe incrinare il favore crescente nei confronti di Salvini e trovo francamente imbarazzante che i mezzi di comunicazione lo trascurino come fosse un incidente di percorso per la Lega di Salvini. Non lo è. Salvini non può dirsi estraneo alla gestione economica della Lega dei tempi di Bossi. Se lo fosse stato si sarebbe costituito parte civile nel processo e chiesto il rimborso a Bossi & co dei 49 milioni di euro messi sotto sequestro, lo avrebbe fatto in nome e per conto della Lega da lui diretta. Non facendolo si è reso responsabile di un danno nei confronti di milioni di suoi stessi sostenitori.


Tu non puoi farlo, Salvini lo ha fatto.

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Frequentare il profilo di Salvini significa leggere commenti strampalati perché a Salvini piace dare in pasto una polpetta avvelenata e poi guardare i cani avventarsi sulla polpetta, a volte sbranandosi tra di loro perché difettano anche di ironia e non si riconoscono tra di loro! A me interessano poco i commenti fatti di ingiurie gratuite e direi pure elementari, proprio da scuola elementare. Provo più interesse per quei commenti apparentemente di "buon senso" che però non ha niente di buono perché sbagliato alla radice ma la radice sembra ormai così lontana che pochi l'afferrano chiaramente. Si tratta piuttosto di luoghi comuni che per insistenza e diffusione si guadagnano il titolo di buon senso. Uno di quei luoghi comuni è "prendi i migranti a casa tua", indice di una perdita del concetto di pubblico e di collettività, concetti trascurati anche e soprattutto a sinistra. Già, perché ci fosse un tessuto di contenimento di queste derive i profili come quello di Salvini avrebbero anche il ruolo social(e) di fare da contenimento e valvola di sfogo per frustrazioni che attendono risposta, invece quel tessuto manca e va ricostruito, lentamente, con pazienza ma con intransigente rigore e senza tolleranza per gli intolleranti.

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Per chiarire alcuni concetti di base. A quanti ancora invitano i "buonisti" ad accogliere i migranti in casa propria rispondo che non lo faccio così come non accolgo a casa mia tutti i malati degli ospedali d'Italia, gli studenti delle scuole e dell'Università, i disoccupati e gli indigenti italiani ecc. ecc.
Per garantire i diritti, come quello alla salute, all'istruzione, al lavoro, alla dignità, io pago le tasse. Ripeto, io pago le tasse, non le evado come fanno molti "cattivisti". Poi posso anche fare beneficenza ma quello riguarda il privato e lo tralascio. Invece pagare le tasse, ripeto, pagare le tasse, non evaderle, garantisce che uno Stato continui a essere Stato. Stato sociale in particolare, quella cosa nata nel XIX secolo dove la collettività contribuisce per la garanzia dei diritti di tutti.

martedì 10 luglio 2018

Note a sinistra

A proposito della sinistra che non coglie più le istanze e i bisogni del popolo la faccenda è più complessa di quanto sembri, come al solito. E' una affermazione che merita riflessione, analisi critica e autocritica. Niente che io possa scrivere potrà essere esaustivo, scrivo rapide e disordinate note per mio promemoria, come incipit per una discussione a venire.
E' un doppio movimento di allontanamento dai valori di sinistra quello che vedo, un doppio allontanamento dai principi di solidarietà e uguaglianza. Le elite politiche si sono asservite alle elite economiche allontanandosi dai valori di sinistra. E il popolo? Cosa fa il popolo? Cosa ha fatto questo soggetto politico così difficile da definire e individuare? Il popolo veste sempre i panni della vittima? Spesso sì ma questo non è sufficiente per assolverlo con formula piena. Il popolo ha smesso di essere popolo da tempo, il popolo ha smesso di volersi migliorare lasciandosi essere massa. Le avvisaglie c'erano da tempo, sulla società dei consumi sono stati spesi fiumi d'inchiostro. Quella letteratura andrebbe ripresa per essere declinata in chiave odierna. Qualcuno potrebbe storcere il naso e pensare al solito "radical chic", come si usa inveire adesso per liquidare uno che scrive oltre i 140 caratteri. Smettiamola con la retorica dei radical chic, ci sono anche quelli, sono orrendi e non sono il mio modello. Il mio modello non sono neanche i salotti intellettuali. Il mio modello sono i contadini e gli operai che fino agli anni '70 alla fine di una giornata di fatica in campagna o in fabbrica andavano nelle sezioni di partito a leggere e commentare autori da niente come Marx, Gramsci, Dossetti, Sturzo... C'era chi giocava a briscola e tressette col morto ma anche quello era esercizio di socialità e nessuno sbeffeggiava chi si dedicava a cose più impegnative, nessuno prendeva in giro chi si interrogava sul proprio ruolo nella storia perché la cultura era un valore, l'emancipazione un'aspirazione. Nessuna visione idilliaca da parte mia, il presente è figlio del passato e quello che siamo oggi è nato da quello che eravamo in passato ma affermo che fino agli anni '70 c'era un'altra tendenza che aveva opportunità di diventare egemonica, non è quello che è accaduto. C'era una volontà di emancipazione, una pulsione a migliorarsi. In tv si vedevano sceneggiati che fanno tremare le gambe, i fratelli Karamazov, i promessi sposi, Anna Karenina. La cultura era un valore perché tutti volevano che i propri figli si diplomassero, si laureassero, per lasciarsi alle spalle un passato di discriminazione, di sacrifici, spesso di miseria... poi? Guardiamoci adesso. Cosa è successo? Tanti di quei figli si sono diplomati, alcuni laureati e quasi tutti si sono sentiti finalmente arrivati! Un tempo l'intellettuale non era schernito ma era un modello da imitare e raggiungere, poi il modello è diventato un cafone arricchito, ora è un cafone e basta. Invece della cultura l'obiettivo da conquistare sono diventati i soldi, la carriera. Lo status, per quanto messo in crisi dall'economia degli ultimi anni, è stato raggiunto e l'obiettivo è mantenerlo, a tutti i costi, anche schiacciando gli ultimi diseredati. I genitori non sono meno responsabili di questo declino perché consapevolmente o meno hanno allevato figli arrivisti e miopi. Figli e genitori sono diventati classe media, l'ignobile classe media che si sente arrivata, la borghesia di un tempo ma senza dialettica sociale perché le classi si sono mescolate, i confini sfumati. Non ci si vuole più migliorare, questa è la verità. La cultura è un disvalore, altruismo è diventato un'offesa. Migliorare è diventato avere l'ultimo modello di cellulare, rinnovare l'abbonamento alle pay tv per vedere partite e serie da dimenticare in tre mesi. Un popolo che non vuole più migliorare, che si accontenta di un Salvini per farsi rappresentare, perché essere migliori di Salvini è difficile, non è facile come qualche spocchioso di sinistra può pensare, è difficile, serve educazione dello spirito, dell'intelletto, serve misura nelle parole e nel pensiero, serve capire le conseguenze delle proprie azioni e assunzione di responsabilità. Essere come Salvini è facile perché è più vicino alla vita relazionale da bar sport, dove ognuno può fare a giorni alterni l'allenatore della nazionale, il presidente del consiglio, il presidente della Repubblica, il papa. Il popolo ha smesso di volersi migliorare, ora sogna di rimanere così com'è, solo con più soldi da spendere. Prima soldi non ne aveva e aspirava a qualcosa che vale più dei soldi, voleva un ruolo nella storia. Poi il compito si è manifestato nella sua di colossale difficoltà e si è accontentato del primo gradino che pure andava conquistato. Così è stata spesa l'opportunità di conquistarlo quel ruolo, con la classe media, becera e arrivista, con i parvenu pronti a dimenticare padri e madri pur di evadere le tasse, sempre che a evadere non glielo abbiano insegnato padri e madri.
Ecco, se le elite politiche sono quello che sono è perché il popolo è quello che è. I Don Circostanza vengono dal popolo perché le elite vengono dal popolo, poi tendono a sclerotizzarsi ma in un modo o nell'altro devono chiedere consenso al popolo, non solo nel giorno delle elezioni ma in tutti i santi giorni. In tutti i santi giorni! Le elite hanno manipolato il popolo? Vero anche quello, ma per uscire da questa trappola non si può applicare costantemente questo assurdo parallelo tra vittima e truffatore con i fenomeni sociali, salvo invocare anche la circonvenzione di incapace. E invece è proprio quanto sembra essere accaduto!
E' questo il clima "culturale" in cui prolifera una visione miope dell'economia e dello sviluppo, un terreno di coltura per l'isolamento sociale, il precariato, la disoccupazione e altre spirali che portano sempre più velocemente all'impoverimento, non solo economico, del paese. E' questo il clima che ha prodotto una classe politica altrettanto miope che consideriamo la causa di tutto quando invece è l'ultimo atto di un film cominciato molto tempo fa.

Lascio le considerazioni generali per chiudere con l'attualità di questi giorni che potrà essere ancora più indigesta, pazienza. Mi chiedo se il paese è davvero all'altezza di persone come Cuperlo, come Civati. Persone esercitate all'analisi, al pensiero lungo. Persone a mio avviso non prive di errori, ma per senso di sofferta responsabilità, una responsabilità assunta in anni difficili quando gli altri, quelli puri che non fanno errori sbraitavano dall'opposizione capitalizzando sulle sventure del paese. Visto che Cuperlo è nel Pd vorrei essere chiaro su questo punto. Lo dico da non elettore del Pd, velleità da autistici prepolitici a parte è chiaro che senza il Pd non è possibile alcuna formazione di ispirazione socialdemocratica con ruolo di governo. Da non elettore del Pd questo mi è sempre stato chiaro. Negli ultimi anni il Pd è stato ostaggio di un capetto arrogante e presuntuoso, ora è tempo che gli elettori del Pd pretendano che sia ridotto ai minimi termini il suo ruolo e quello dei suoi servi volontari che sono molti e purtroppo ancora in ruoli chiave. E' tempo per il Pd di aprire quella riflessione sempre rinviata sulla propria identità e nel caso la ritrovasse guardare nel vasto territorio, da troppo tempo deserto, delle politiche sociali, altrimenti completare la fase di autoscioglimento cominciata dal giorno dopo la sua nascita.

domenica 24 giugno 2018

La cattura del gatto [Note(10)]

Anche se un riferimento al rapporto tra l'intero e le sue parti compare già nella Metafisica di Aristotele alla piena consapevolezza di tale importante distinzione la scienza è definitivamente approdata alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, quando Ludwig von Bertalanffy pubblicò la Teoria Generale dei Sistemi[1] sebbene già nel 1913 Alexander Bogdanov[2] intuì le proprietà dei sistemi. Ad ogni modo il pensiero cosiddetto sistemico ha aperto nuove prospettive epistemologiche portando, attraverso l’approccio olistico, l’attenzione verso le proprietà cosiddette emergenti dei sistemi e, ancora più importante, consentendo di rilevare la complessità organizzativa dei sistemi, aspetti dell’essente che l’approccio riduzionistico non consente di rilevare.
Questo pensiero è stato estremamente fecondo e si è intrecciato con i più diversi ambiti del sapere e dell’agire umano, dalla cibernetica alla biologia evoluzionistica, dalla psicologia all’economia, dalla linguistica alla politica. In quest’ultimo ambito ha avuto particolare successo una forma alterata dell’approccio olistico e il ricorso alle proprietà dei sistemi ha visto entusiasti esponenti delle più svariate correnti politiche che nei momenti di crisi sventolano la bandiera del sistema che deve sembrare sicuramente più decorosa degli stracci sporchi delle catene di azioni dei singoli soggetti. Nel desolante tentativo di liberarsi di quel grandioso concetto che si è sviluppato in seno alla cultura cristiana, ovvero l’individuo, e delle responsabilità che questo concetto comporta si è ricorso, si ricorre e si ricorrerà, in maniera sfacciatamente disinvolta ad argomentazioni di carattere sistemico, che ovviamente non rivelano un approccio razionale alla complessità dei fenomeni sociali e politici bensì rendono manifesta una imbarazzante mediocrità a occultare malefatte e atti di dubbia eticità.
Il ricorso al sistema, nell’accezione degenerata qui richiamata, ha raggiunto particolare risonanza quando, negli anni ’90, l’inchiesta Mani Pulite avviata dal tribunale di Milano, smantellò un’intera classe politica che reggeva le sue attività sulla corruzione e che aveva fatto delle mazzette la regola della prassi politica. Allora non furono in pochi a costruire le proprie difese sull’argomentazione che il sistema funziona così e che non si può fermare il sistema. Si ricordi l'appello di Bettino Craxi al marciume del sistema sventolato come argomento autoassolutorio, roba peraltro largamente anticipata dalla cultura popolare del mal comune mezzo gaudio.
Sono trascorsi più di 20 anni da allora, il sistema si è evoluto. L’Italia è passata dalla prima alla seconda repubblica e ci avviamo verso la terza, che qualcuno considera già insediata. Qualche uomo politico degli anni '90 è in via di beatificazione postuma e dopo i governi Berlusconi, una sequela di governi tecnici, il magma pentastellato e la fabbrica dell'odio leghista la cosiddetta società civile, che fino a ieri dormiva sonni tranquilli ignorando i principi più elementari della democrazia, oggi si è data una pseudo-organizzazione continuando a ignorare i principi più elementari della democrazia e non solo. Il concetto di sistema è servito per portare al potere i cosiddetti partiti antisistema, trascurando che anche impedire ai cretini di avere ruoli di comando può avere effetti benefici per la gestione della cosa pubblica. Berlusconi, per una astuzia della ragione che sfuggirebbe al più disincantato Hegel, torna a essere considerato il salvatore della nazione. I sistemi solitamente si organizzano secondo un criterio di parsimonia energetica, a questo principio proprio dei sistemi fisici toccherà aggiungerne altri squisitamente sociali, di parsimonia intellettuale per descrivere l'attuale situazione e di parsimonia morale quando Berlusconi farà da contrappeso a Salvini.

[1] Ludwig von Bertalanffy, Teoria Generale dei Sistemi. Fondamenti, sviluppo, applicazioni. Mondadori, 1983.
[2] A. Bogdanov, Saggi di scienza dell’organizzazione, Edizioni Theoria, 1988.

domenica 11 marzo 2018

Note sparse e fuori tempo

Sono grato alla mia inquietudine adolescenziale perché alimenta ancora oggi la mia curiosità, la mia costante attenzione alle domande più che alle risposte. Non che queste ultime non mi interessino, anzi, ma diciamo che alle domande riconosco uno statuto morale superiore perché nascono sempre dai bisogni. Il problema nasce quando con la soddisfazione dei bisogni, attraverso le risposte, ci allontaniamo dallo stato di bisogno. La rimozione dello stato di bisogno fa di noi delle brutte persone perché perdiamo ogni empatia con chi ancora ha bisogno, e in qualche modo rinneghiamo noi stessi. Questo è accaduto alla classe media, ci siamo allontanati dallo stato di bisogno, lo abbiamo dimenticato in fretta, avevamo fretta di dimenticare padri, madri, nonni, gli stessi padri, madri e nonni hanno rimosso il loro passato ma loro ne avevano diritto, noi no, noi siamo della generazione che non ha alcun diritto di rimuovere un bel niente del passato, anzi abbiamo il sacrosanto dovere di averlo ben presente. Non ho una gran considerazione della classe media, vedo troppi parvenu, troppi satrapi che avrebbero conquistato finalmente un ruolo di supremazia e che ambiscono solo a esercitarlo, magari ammantandosi di apparente benevolenza.

Nel mio Salento abbiamo una figura proverbiale che ha la forza del precetto morale ed è quella del maiale sazio, u porcu bbinchiatu. Il maiale sazio è il protagonista del proverbio u porcu bbinchiatu ota a pila sutta susu. Il maiale sazio rivolta il truogolo. Il maiale, una volta satollo, non riconosce più il valore del cibo e lo schiaccia, travolge la pila che lo contiene. E' accaduto questo alla classe media, prima motore di emancipazione, come ogni ceto borghese, successivamente si è allontanata dal proprio stato di bisogno, lo ha rimosso, e, oltre a perdere contatto con le proprie origini, ha perso contatto con chi continua ad avere bisogno. Il ceto borghese, una volta diventato classe media costituisce un freno alle richieste di emancipazione sociale. Da volano di sviluppo la borghesia si è convertita in un cuscinetto per disinnescare i conflitti tra classe alta e classe bassa. La classe media è modello concettuale e categoria morale. Il rinnovo della tessera di appartenenza al club della classe media è assicurato dal moderatismo che garantisce la posizione acquisita e l'arresto di ogni via di fuga dal valore medio, termine di normalità.

Il cuscinetto assicurato dalla classe media non è garanzia duratura di assenza di conflitti sociali. C'è un livello di disuguaglianza oltre il quale gli equilibri sociali non reggono più. Il collante sociale è sempre una qualche forma di equità. Le disuguaglianze sociali sono di diversa natura. La disuguaglianza economica è solo quella più facilmente misurabile e su questo fronte c'è un crescente divario tra ricchi e poveri, sia in termini di redditi che in termini di ricchezza. Il livello di disuguaglianza è cresciuto negli anni della crisi economica e questo è un fattore di ulteriore aumento del senso di ingiustizia. Cominciamo ad assistere allo scricchiolamento del sistema? Forse ma con connotati meno che rassicuranti. La classe emergente non sfugge al paradigma del consumo, il movente non è l'emancipazione politica e sociale bensì la smania di partecipare al banchetto del consumo. E' stato così anche in passato? Ci sono motivi per dubitarne. C'è un modo per verificarlo: valutare il peso delle richieste di natura economica nelle rivendicazioni sociali. Le politiche redistributive e le richieste economiche avevano un ruolo significativo ma erano parallele alle rivendicazioni di partecipazione, democrazia, riconoscimento sociale. La redistribuzione era politica multidimensionale, aveva connotati economici ma anche urbanistici e estetici. Le politiche redistributive non si traducevano esclusivamente in termini reddituali ma principalmente in termini di servizi.

Oggi la rivendicazione di maggior peso sociale per ridurre le diseguaglianze è il reddito di cittadinanza. Questa misura si muove nel contesto delle politiche di stampo neoliberista che obbediscono al criterio di dare all'individuo quanto si ritiene indispensabile perché poi possa provvedere ai suoi bisogni. Nessuna sorpresa che questa misura trovi consenso e diffusione nell'Europa egemonizzata dalla monocultura liberista. In un contesto di smantellamento dello stato sociale, di privatizzazione dei servizi, il reddito di cittadinanza è una versione più generosa dei bonus per la spesa. E' una forma di redistribuzione della ricchezza priva della funzione pedagogica delle politiche redistributive che puntano all'inclusione universale dei "servizi di cittadinanza".

Nell'epoca della post storia condizione di esistenza è la perpetuazione della funzionalità tecnica utile ad assicurare continui innalzamenti degli obiettivi di produzione e consumo. Fini e mezzi perdono i confini, il fine diventa mezzo e viceversa, purché si mantenga il moto perpetuo nella maniera più efficiente possibile. Nel corso di queste trasformazioni la classe media svanisce, si disperde, smette di essere una categoria politica e sociale. Nemesi della storia, nella post storia anche la classe media ha esaurito la sua spinta propulsiva per il progresso. La vecchia classe media non esiste più, lo stesso concetto di classe media non esiste più. Sarà sostituito da un nuovo concetto di classe media, utile a descrivere la nuova classe media che sostituisce la vecchia.

giovedì 8 febbraio 2018

L'ignavia che evita disordini

«Mi creda, maestà, basterebbero quattro cannonate a farli scappare come lepri» Luigi Facta, 1922 Primo Ministro (dimissionario) del Regno, la mattina del 28 ottobre, quando venne ricevuto dal re. Il re rifiutò di controfirmare lo stato d’assedio, approvato dal consiglio dei ministri all’alba del 28 ottobre, seguirono le dimissioni di Facta, la marcia su Roma e l'inizio della dittatura fascista. Il re voleva evitare disordini, voleva evitare una guerra civile, consegnò l'Italia al fascismo e la destinò a quella guerra civile che voleva evitare. Le guerre civili non si evitano, si rinviano. O si stronca sul nascere il rischio di una guerra civile o la guerra civile si rimanda. L'ignavia del re di allora dice qualcosa sull'ignavia di oggi? Anche oggi si vogliono evitare disordini e per evitarli il detentore della forza, lo Stato, deroga al suo compito. Evita di schierarsi mantenendo una vergognosa equidistanza, se non a parole nei fatti. Si chiede che vengano sospese manifestazioni antirazziste e antifasciste anziché promuoverle, come se tra i principi fondativi di questo stato non ci fossero antirazzismo e antifascismo. La storia ci dice cosa è successo nel passato ma a saperla leggere ci dice anche cosa può succedere nel futuro.

lunedì 22 gennaio 2018

Sincerità, disciplina e idioti alla moda

Q 14 §61. Critica letteraria. Sincerità (o spontaneità) e disciplina. La sincerità (o spontaneità) è sempre un pregio e un valore? È un pregio e un valore se disciplinata. Sincerità (e spontaneità) significa massimo di individualismo, ma anche nel senso di idiosincrasia (originalità in questo caso è uguale a idiotismo). L’individuo è originale storicamente quando dà il massimo di risalto e di vita alla «socialità», senza cui egli sarebbe un «idiota» (nel senso etimologico, che però non si allontana dal senso volgare e comune). C’è dell’originalità, della personalità, della sincerità un significato romantico, e questo significato è giustificato storicamente in quanto nacque in opposizione con un certo conformismo essenzialmente «gesuitico»: cioè un conformismo artificioso, fittizio, creato superficialmente per gli interessi di un piccolo gruppo o cricca, non di una avanguardia. C’è conformismo «razionale» cioè rispondente alla necessità, al minimo sforzo per ottenere un risultato utile e la disciplina di tale conformismo è da esaltare e promuovere, è da fare diventare «spontaneità» o «sincerità». Conformismo significa poi niente altro che «socialità», ma piace impiegare la parola «conformismo» appunto per urtare gli imbecilli. Ciò non toglie la possibilità di formarsi una personalità e di essere originali, ma rende più difficile la cosa. È troppo facile essere originali facendo il contrario di ciò che fanno tutti; è una cosa meccanica. È troppo facile parlare diversamente dagli altri, essere neolalici, il difficile è distinguersi dagli altri senza perciò fare delle acrobazie. Avviene proprio oggi che si cerca una originalità e personalità a poco prezzo. Le carceri e i manicomi sono pieni di uomini originali e di forte personalità. Battere l’accento sulla disciplina, sulla socialità, e tuttavia pretendere sincerità, spontaneità, originalità, personalità: ecco ciò che è veramente difficile e arduo. Né si può dire che il conformismo è troppo facile e riduce il mondo a un convento. Intanto: qual è il «vero conformismo», cioè qual è la condotta «razionale» più utile, più libera in quanto ubbidisce alla «necessità»? Cioè quale è la «necessità»? Ognuno è portato a far di sé l’archetipo della «moda», della «socialità» e a porsi come «esemplare». Pertanto la socialità, il conformismo, è il risultato di una lotta culturale (e non solo culturale), è un dato «oggettivo» o universale, così come non può non essere oggettiva e universale la «necessità» su cui si innalza l’edificio della libertà. Libertà e arbitrio, ecc.

Nella letteratura (arte) contro la sincerità e spontaneità si trova il meccanismo o calcolo, che può essere un falso conformismo, una falsa socialità, cioè l’adagiarsi nelle idee fatte e abitudinarie. Ricordare l’esempio classico di Nino Berrini che «scheda» il passato e cerca l’originalità nel fare ciò che non appare nelle schede. Principii del Berrini per il teatro: 1) lunghezza del lavoro: fissare la media della lunghezza, stabilendola su quei lavori che hanno avuto successo; 2) studio dei finali. Quali finali hanno avuto successo e strappato l’applauso? 3) studio delle combinazioni: per esempio nel dramma sessuale borghese, marito, moglie, amante, vedere quali combinazioni sono più sfruttate, e per esclusione «inventare» nuove combinazioni, meccanicamente trovate. Così il Berrini aveva trovato che un dramma non deve avere più di 50.000 parole, cioè non deve durare più di un tanto tempo. Ogni atto o ogni scena principale deve culminare in un modo dato e questo modo è studiato sperimentalmente, secondo una media di quei sentimenti e di quegli stimoli che tradizionalmente hanno avuto successo, ecc. Con questi criteri è certo che non si possono avere catastrofi commerciali. Ma è questo «conformismo», o «socialità», nel senso detto? Certo no. È un adagiarsi nel già esistente.

La disciplina è anche uno studio del passato, in quanto il passato è elemento del presente e del futuro, ma non elemento «ozioso», ma necessario, in quanto è linguaggio, cioè elemento di «uniformità» necessaria, non di uniformità «oziosa», impigrita. (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1948.)

***

Dopo aver volato alto con Gramsci, tornate nel fango con Fontana.

giovedì 14 dicembre 2017

Spunti sulla storia di domani

In una delle sue bustine di minerva Umberto Eco scriveva nel 2009: "È che siamo stati abituati, dalla storia detta 'evenemenziale', a vedere tutti i grandi eventi storici appunto come catastrofi: quattro sanculotti danno l'assalto alla Bastiglia e scoppia la rivoluzione francese, qualche migliaio di scalzacani (ma pare che la foto sia stata artefatta) danno l'assalto al Palazzo d'Inverno e scoppia la rivoluzione russa, sparano a un arciduca e gli alleati si accorgono di non potere convivere con gli Imperi Centrali, ammazzano Matteotti e il fascismo decide di trasformarsi in dittatura.
Invece sappiamo che i fatti che sono serviti di pretesto o, per così dire, di segnalibro per poter fissare l'inizio di qualcosa, avevano un'importanza minore, e che i grandi eventi di cui sono diventati simbolo stavano maturando per lento gioco di influenze, crescite e disfacimenti.
La storia è lutulenta e viscosa. Cosa da tenere sempre a mente, perché le catastrofi di domani stanno sempre maturando già oggi, sornionamente."


Perchè mi è tornata in mente questa bustina? Perché quando ieri sera ho ascoltato la notizia delle minacce di Ryanair ai lavoratori in sciopero e della giusta sollevazione di scudi da parte del governo nei confronti dell'azienda mi è tornata in mente la notizia di tre anni fa del ministro Dario Franceschini che invece di intervenire sui conflitti contrattuali che determinano lo sciopero dei lavoratori dei musei interviene sul diritto di sciopero.
Il comportamento di Ryanair è una inaccettabile conseguenza estrema di una inaccettabile premessa.

lunedì 6 novembre 2017

Promemoria

Diciamoci la verità, adottando una visione disincantata dei sistemi politici possiamo dire che la democrazia è un discreto metodo per smorzare i conflitti tra le classi sociali.  La classe meno agiata potrebbe dire che la democrazia è utile alle classi agiate per tutelare i propri interessi evitando rivolte e sollevamenti. Anche la classe agiata potrebbe convenire sul punto e riconoscere la necessità di un patto tra le classi perché la tutela continui a essere efficace con beneficio di entrambe le classi: la classe agiata continua rimanere tale, quella meno agiata migliora le proprie condizioni di vita. Per un certo periodo questo patto c'è stato poi... lasciamo perdere. Comunque sia anche la democrazia ha le sue involuzioni, come ogni altro sistema umano del resto, ma quando farà ritorno l'imbecille proposta di introdurre una patente per votare ricordarsi di rileggere questa pagina di Antonio Gramsci.


Q13 §30. Il numero e la qualità nei regimi rappresentativi. Uno dei luoghi comuni più banali che si vanno ripetendo contro il sistema elettivo di formazione degli organi statali è questo, che il «numero sia in esso legge suprema» e che la «opinione di un qualsiasi imbecille che sappia scrivere (e anche di un analfabeta, in certi paesi), valga, agli effetti di determinare il corso politico dello Stato, esattamente quanto quella di chi allo Stato e alla Nazione dedichi le sue migliori forze» ecc. (le formulazioni sono molte, alcune anche più felici di questa riportata, che è di Mario da Silva, nella «Critica Fascista» del 15 agosto 1932, ma il contenuto è sempre uguale). Ma il fatto è che non è vero, in nessun modo, che il numero sia «legge suprema», né che il peso dell’opinione di ogni elettore sia «esattamente» uguale. I numeri, anche in questo caso, sono un semplice valore strumentale, che danno una misura e un rapporto e niente di più. E che cosa poi si misura? Si misura proprio l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione delle opinioni di pochi, delle minoranze attive, delle élites, delle avanguardie ecc. ecc. cioè la loro razionalità o storicità o funzionalità concreta. Ciò vuol dire che non è vero che il peso delle opinioni dei singoli sia «esattamente» uguale. Le idee e le opinioni non «nascono» spontaneamente nel cervello di ogni singolo: hanno avuto un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione, di persuasione, un gruppo di uomini o anche una singola individualità che le ha elaborate e presentate nella forma politica d’attualità. La numerazione dei «voti» è la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene proprio a quelli che «dedicano allo Stato e alla Nazione le loro migliori forze» (quando lo sono). Se questo presunto gruppo di ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiede, non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi «nazionali» che non possono non essere prevalenti nell’indurre la volontà nazionale in un senso piuttosto che in un altro. «Disgraziatamente» ognuno è portato a confondere il proprio «particulare» con l’interesse nazionale e quindi a trovare «orribile» ecc. che sia la «legge del numero» a decidere; è certo miglior cosa diventare élite per decreto. Non si tratta pertanto di chi «ha molto» intellettualmente che si sente ridotto al livello dell’ultimo analfabeta, ma di chi presume di aver molto e che vuole togliere all’uomo «qualunque» anche quella frazione infinitesima di potere che egli possiede nel decidere sul corso della vita statale.

Dalla critica (di origine oligarchica e non di élite) al regime parlamentaristico (è strano che esso non sia criticato perché la razionalità storicistica del consenso numerico è sistematicamente falsificata dall’influsso della ricchezza), queste affermazioni banali sono state estese a ogni sistema rappresentativo, anche non parlamentaristico, e non foggiato secondo i canoni della democrazia formale. Tanto meno queste affermazioni sono esatte. In questi altri regimi il consenso non ha nel momento del voto una fase terminale, tutt’altro. Il consenso è supposto permanentemente attivo, fino al punto che i consenzienti potrebbero essere considerati come «funzionari» dello Stato e le elezioni un modo di arruolamento volontario di funzionari statali di un certo tipo, che in un certo senso potrebbe ricollegarsi (in piani diversi) al self-government. Le elezioni avvenendo non su programmi generici e vaghi, ma di lavoro concreto immediato, chi consente si impegna a fare qualcosa di più del comune cittadino legale, per realizzarli, a essere cioè una avanguardia di lavoro attivo e responsabile. L’elemento «volontariato» nell’iniziativa non potrebbe essere stimolato in altro modo per le più larghe moltitudini, e quando queste non siano formate di cittadini amorfi, ma di elementi produttivi qualificati, si può intendere l’importanza che la manifestazione del voto può avere. (Queste osservazioni potrebbero essere svolte più ampiamente e organicamente, mettendo in rilievo anche altre differenze tra i diversi tipi di elezionismo, a seconda che mutano i rapporti generali sociali e politici: rapporto tra funzionari elettivi e funzionari di carriera ecc.). (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1948.)
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