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venerdì 6 novembre 2015

Il valore degli sconfitti

Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce.
A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.
A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.

In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare.
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.
E’ un esercizio che mi riesce bene.
E mi riconcilia con il mio sacro poco.
Pier Paolo Pasolini



Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…
Dai Dialoghi con Pasolini, settimanale Vie Nuove, n. 42, 28 ottobre 1961.
Pier Paolo Pasolini

16 commenti:

  1. Purtroppo la realtà del presente è questa.

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    1. quello è soltanto l'esito di uno stupro decennale dell'argomentazione, della riflessione, del rispetto delle regole e di tutte le qualità che una volta erano considerate cardini della morale e della conoscenza, adesso vanno di moda i miti vincenti, veloci, arrembanti, eternamente giovani e bulli, strada spianata verso il successo.
      #staisereno il futuro ci riserva una grande preistoria.

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  2. Un grande intellettuale, che sapeva dire cose semplici, in modo chiaro. Uno dei suoi meriti.

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  3. Molto modestamente affermo che è anche una mia preferenza e, come dice Pasolini, una virtù.
    Un salutone Anto',
    aldo.

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  4. Invece, alle nuove generazioni, la parola "sconfitta" è stata nascosta.
    Sono davvero in molti a non conoscerla, purtroppo. Guarda ad esempio quei due ragazzi, sciagurati, che l'unico modo che son riusciti a trovare per stare insieme è stato quello di ammazzare i due genitori che si opponevano alla loro storiella d'amore...
    Il Pensiero di Pasolini , molto modestamente come dice il Monticiano, è anche il mio. Incassare una sconfitta e ritrovare la forza di rialzarsi, significa ritrovarsi non solo più forti, ma anche più "belli dentro".
    Ciao Antonio. Buona giornata.
    Cri

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  5. bella scelta di frasi di Pasolini; anch'io perdente ti invio un saluto.

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  6. Pasolini è sempre più spesso visto come un santino dietro cui i residui sparsi della cosiddetta sinistra provano a ripararsi, usandolo un po' per tutte le stagioni.
    Una bella scelta di frasi come questa, a un esame più attento che significa? E' un classico esempio di arroganza vittimistica della quale il buon Pasolini era depositario principe. Identificarsi con gli "sconfitti", significa automaticamente sentirsi migliori dei "vincenti" che vincono sì, ma che sono "volgari e disonesti". E via con tutta la solita critica sociale su quest'epoca consumistica e bla bla bla.
    E', gratta gratta, la solita etica cattolica "gli ultimi saranno i primi" rigirata in salsa comunistoide. Come se "
    Non ha niente a che fare con il semplice fatto che nella vita si vince o si perde e se si perde (ma poi bisogna vedere sempre rispetto a cosa) non bisogna lasciarsi abbattere. No, qui ci si richiede un'identificazione totale con lo "sconfitto" che è moralmente superiore al "vincitore" per deifinizione. In questo c'è l'aspetto morboso pasoliniano.
    Se si tratta di condividere e auspicare un ritorno "dell'argomentazione, della riflessione, del rispetto delle regole e di tutte le qualità che una volta erano considerate cardini della morale e della conoscenza", siamo tutti d'accordo.
    Ma questo ritorno ormai è impossibile, complice quella sinistra che dopo aver schifato Pasolini per molti anni dopo la sua morte, da un decennio circa cerca di beatificarlo.
    Personalmente, aborro identificarmi sia con gli sconfitti, sia con i vincenti. C'è molta disonestà anche fra i finti umili. Hanno solo meno potere e possono fare meno danni. Credo che la differenza sia solo questa, purtroppo.

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    1. Massimo, benvenuto in questo blog e grazie per i tuoi commenti che mi hanno consentito di conoscere il tuo blog e di leggere molte cose interessanti. Riguardo alle tue osservazioni direi che i testi di Pasolini vanno letti in filigrana e in ogni caso inseriti nel contesto della sua critica al potere, un contesto storico e una critica di portata dialettica ben precisa. La tua interpretazione di «identificazione totale con lo "sconfitto" che è moralmente superiore al "vincitore" per definizione» mi sembra smentita dalla stessa critica di Pasolini al potere dominante in quanto dominante, potere storicamente determinato e storicamente dominante, fino a rovesciamento dei rapporti di forza. A mio avviso l'identificazione di Pasolini con gli sconfitti è interpretabile, alla luce di quanto detto, in termini di solidarietà con chi è oppresso da chi è storicamente vincente e in termini di azione cosciente di riscatto. La critica di Pasolini in questi versi non è dissimile da quella espressa da Brecht quando disse «Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati.» Brecht non intendeva innalzare a valore il torto sulla ragione ma esprimeva un chiaro, per quanto paradossale, valore della dis-ragione storica.
      Sulle responsabilità della sinistra, sia per Pasolini sia per la morte della dialettica, permettimi di stendere un pietoso velo di silenzio, il discorso sarebbe troppo lungo e forse al di sopra dei miei mezzi...prima di colazione. Ti saluto e ti ringrazio per il tuo commento.

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    2. Io credo, nel caso di Pasolini, che la sua critica al potere, sebbene perfettamente argomentata e condivisibile, avesse "soluzioni" dialietticamente un po' confuse. E' come dici tu: Pasolini aveva fatto suo l'atteggiamento di "sedersi dalla parte del torto" comune a molti intellettuali irrequieti tipo Céline o Drieu La Rochelle (Pasolni però naturalmente partiva da basi marxiste) dandosi da fare per essere più "inattuale" possibile, a costo di non far capire esattamente cosa volesse. Auspicava un'impossibile ritorno ai valori delle società agricole-pastorali? Voleva l'abolizione della società dei consumi perché i poverelli sono tanto poetici? Non lo so, c'era qualcosa di non trasparente in lui, comprensibile se lo vede come un'artista con il suo "mood", la sua visione poetica, le sue contraddizioni; un po' meno se lo si vuole considerare a tutti i costi un maître à penser ...
      Però può darsi che io mi sbagli ...

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    3. La tua accezione di maître à penser in questo caso sembrerebbe impostata in chiave politica e su quel registro io non metterei Pasolini accanto agli autori che hai citato. La "inattualità" di Pasolini è dichiarata, nella stessa poesia si dice "forza del passato" e "più moderno di ogni moderno". Pasolini è un letterato intriso fino al midollo di politica ma i suoi testi non sono un programma politico bensì una analisi del "dopostoria", appunto. Sulla critica di Pasolini alla "civiltà" dei consumi sono stati versati fiumi di inchiostro, difficilmente posso aggiungere qualcosa di nuovo ma per rispondere brevemente alle tue domande ti dirò uno dei motivi per cui apprezzo Pasolini, un motivo che potrebbe aiutare nella sua lettura in chiave politica: l'attenzione a quel lumpenproletariat considerato non incisivo per la storia, quella scritta con la S maiuscola. Forse dovremmo partire da qui per inquadrare la visione politica di Pasolini che nel suo caso non può essere disgiunta da quella poetica. In un precedente post in cui avevo proposto una delle poesie di Pasolini un amico ha scritto di aver litigato spesso con lui, io risposi che con Pasolini ci hanno litigato in tanti e ancora ci litigano, troppo cattolico per i laici, troppo laico per i cattolici, indicibilmente complesso per i borghesi, poco rivoluzionario per i marxisti, troppo marxista per i conservatori. Se la poca trasparenza di Pasolini è questa allora io "mi ci tuffo vestito", dice Fossati in una canzone straordinaria. Ciao.

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    4. Aggiungo solo una cosa a quanto detto. Il problema non è litigare con Pasolini, non sai quante volte l'ho fatto e continuo a farlo, il problema è ignorarlo, oscurarlo, liquidarlo e mi piace pensare che anche questi nostri modesti scambi siano un modo perché questo non accada. A presto.

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    5. Massimo, io invece il tuo blog non lo leggerò, date le premesse, eppure mi preme indirizzarti quanto segue. Sin troppo semplice alludere, senza nemmeno avere il coraggio di esplicitare fino in fondo il retro-pensiero, a un presunto vittimismo (leggi "passività") di Pasolini e puntare il dito sull'ambiguo che scaturirebbe dalla lettura dei suoi resoconti antropologici e sociali: è proprio la tipica minchioneria piccolo-borghese di stampo italiota (e diciamocelo pure: vetero-cattolica, nel senso più becero del bigottismo ancien régime) contro cui gli intellettuali italiani -ahinoi pochi- della sua risma, si sono sempre battuti. E, muovendo da questo a modalità di “sragionamento” a noi più prossime, dalla “passività” al "buonismo sinistroide" poi, la scorciatoia è irresistibile, lo scivolone sul luogo comune ineffabile. Bingo, siamo apposto. Eh no, questo è dirottare completamente il pensiero pasoliniano, ma farlo non avendo rispetto per la cultura in generale. Perché -va ribadito sembra- Pasolini, marxista al secolo, è anzitutto un visionario. Gli sconfitti di cui parla sono i marxisti suoi contemporanei. E lo fa in tempi poco sospetti, quando per intenderci il bon ton intellettuale intima di schierarsi con gli studenti, a Valle Giulia, non certo con i celerini, come lui solo fece dalla sua "presunta" parte, definendoli i veri proletari. La sconfitta di un'intera classe sociale lui la vedeva già tutta in nuce, il calare le braghe, già si dipanava chiaramente nella sua testa con un paio di decenni d'anticipo. Quando ancora i vari Liguori facevano le lotte continue di infinite chiacchiere. E -persino beffardo adesso leggere di questo- sembrava quasi indicare un medicamento per quella sconfitta: visto che siete destinati al fallimento, cercate almeno di essere lungimiranti e inculcate il sale in zucca ai vostri figli, fate in modo che la vostra sconfitta non sia totale, gestite il dissanguamento morale che ne scaturirà: la dignità anzitutto. Tu dici pensiero di sinistra? Che minchioneria bella e buona: a dire una cosa del genere sarebbe potuto essere un samurai. E dico io, ti confronti con un gigante della cultura italiana, e ti impasti la bocca di sciocchezze che potresti leggere sulle colonne di Libero, o ascoltare a uno dei vecchi TG di Emilio Fede? Pasolini, ancor più che marxista, di sinistra, o men che meno omosessuale, va ricordato come un intellettuale antesignano e visionario, al pari di pochi altri. Con rispetto, prendendosi quindi l'onere di metter via luoghi comuni da discount mediatico (si legga "buonismo di sinistra"), e vecchie fobie da signorotto bigotto e di paese (e ci siamo intesi). E al netto di tale nefandezze, ci si può accostare alla critica di un intellettuale del suo calibro. Il che si direbbe necessario, visto che quel dissanguamento morale che lui anticipava, sembra adesso non aver mai fine. Grazie Antonio.

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    6. Grazie a te per il tuo contributo, ho provato a capire tra i miei amici se ti conosco ma senza successo, rispetto il tuo anonimato :) Ho apprezzato le tue virgolette riguardo alla "presunta" parte di Pasolini in difesa dei celerini a Valle Giulia, a tal proposito suggerisco un recente articolo di Wu Ming1 pubblicato su Internazionale e, inutile dirlo, la lettura completa, lenta e approfondita del PCI ai giovani. Ciao

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  7. parole da incorniciare... insegnare la cultura della sconfitta, quanto è distante da noi una cosa del genere? a 360° viene sempre insegnato che se non ce la fai non servi, se non produci non servi, se non vinci non servi, se non arrivi primo non servi...

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  8. Senza uomini come il coraggioso Pier Paolo Pasolini si vivrà in un deserto culturale senza precedenti. Non si possono attaccare certi pensieri, universalmente giusti! A Pasolini non si può certo attribuire la colpa di usare le parole per essere lodato.. troppo al di sopra di certe meschinerie. Da incorniciare e mettere “Il Valore Degli Sconfitti” all’ingresso di tutte le scuole italiane e non!
    --ermanno capriotti--

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  9. Grazie per questo commento Ermanno e benvenuto su questa imbarcazione che da un po' lascio alla deriva. Temo che il tempo verbale corretto della prima frase del tuo commento non sia il futuro ma l'indicativo presente. Viviamo nel deserto culturale che Pasolini vedeva avvicinarsi, un deserto abitato da sgomitatori sociali, quelli che io considero i falliti di successo. Nessuno spazio per la sconfitta e gli sconfitti, nessuno spazio neanche per chi non si venderebbe la mamma pur di vincere. Vincere e vinceremo diceva un vecchio slogan! Mutatis mutandis continuiamo a inneggiare a quell'adagio.

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