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lunedì 24 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (40)]

Il filosofo Dario Antiseri si chiede se relativismo, nichilismo e individualismo siano manifestazioni fisiologiche o patologiche dell’Europa[1]. In quelle che solitamente vengono presentate come le piaghe dell’occidente Antiseri vede ciò che ha costruito un’Europa aperta al pluralismo dei valori, consapevole dell’assenza di senso assoluto che è sorgente di tolleranza, e dove l’individuo libero, cosciente e responsabile ha il primato rispetto allo Stato.
Antiseri riconosce nel concetto di individuo le radici cristiane dell’Europa. Indubbiamente il concetto di individuo sorge con il cristianesimo ed è innegabile che l’individuo, manifestazione di una libera coscienza, si oppone allo Stato totalitario e totalizzante. Il filosofo ci guida per le vie di un pensiero debole che apre alla fede, riconoscendo l’infondabilità di questa. Le motivazioni del suo pensiero sono convincenti, a differenza di quanti, dietro il paravento del pensiero forte e degli abiti papali, nascondono solo un’adolescenziale arroganza. Se il concetto di individuo, di matrice cristiana, fonda un’Europa dalle radici cristiane è cosa che va considerata sul serio. A mio avviso manca una precisazione di non poco conto per avere un quadro completo della faccenda, ovvero se insieme all’individuo doveva nascere anche il cittadino perché l’Europa, così come la conosciamo, prendesse forma. Se aveva ragione Rousseau[2] ad affermare che “il cristiano è un cattivo cittadino” perché incurante dei problemi terreni, e Agostino che invocava la subordinazione della città terrena a quella divina[3] mi pare difficile riconoscere un diritto di paternità dell’Europa solo sulla base del riconoscimento dell’individuo. Il cristianesimo ha creato l’individuo ma non lo ha concepito per le cose terrene, ma allora l’Europa non sarà mica il regno dei cieli? Nonostante la rivoluzione francese manca ancora un discorso sul cittadino.

[1] Dario Antiseri, Relativismo, nichilismo, individualismo. Fisiologia o patologia dell’Europa? Rubbettino, 2005.
[2] J. J. Rousseau, Del contratto sociale o principi del diritto politico, Libro IV, cap. VII, xxx
[3] Agostino di Tagaste, La città di Dio, Rusconi, Milano, 1984.

domenica 23 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (39)]

Lucio Russo[1] ha retrodatato la rivoluzione scientifica al periodo ellenistico che va dal III secolo a.C. alla conquista romana dell’Egitto nel 31 a.C. A personaggi come Euclide, Archimede, Aristarco di Samo, Erone di Alessandria, Erofilo, Crisippo di Soli e altri va il merito della fondazione di quel metodo ipotetico-deduttivo e sperimentale che solitamente è attribuito ai filosofi rinascimentali. La ricostruzione di Russo ci parla di un rigore metodologico e di un progresso scientifico e tecnologico che, andati perduti con la conquista romana, sono rimasti ignorati per secoli o al più sottovalutati nella loro veste mitica. In realtà i riconosciuti padri della scienza come Newton, Keplero, Galileo e Cartesio mossero i primi passi attingendo dalle fonti ellenistiche ma non potevano fare altro inquadrarne i contenuti “in schemi generali estranei, tratti dalla teologia e dalla filosofia naturale”[2]. La capacità dei pensatori ellenistici di riconoscere nelle loro proposizioni un modello della realtà e la necessità di stabilire delle connessioni attraverso il modello e la realtà non sopravvisse alle vicissitudini della storia.
Secondo Russo l’errore fondamentale dei moderni pensatori, che si è trascinato fino all’inizio del XX secolo, è dovuto alla confusione tra gli oggetti teorici e gli oggetti concreti. “In particolare la microfisica si rivelò non descrivibile con la teoria scientifica della meccanica classica, i suoi fenomeni non essendo descrivibili né con la meccanica corpuscolare né con quella ondulatoria. […] Invece di proporre una terza teoria scientifica, scienziati come de Broglie e Bohr enunciarono infatti il ‘dualismo onda-corpuscolo’ e il ‘principio di complementarietà’. Di fronte all’inapplicabilità di due teorie incompatibili tra loro, una cultura che confondeva ancora gli enti della teoria con gli oggetti reali trovò normale attribuire alla natura la contraddittorietà della propria scienza.”[3] In termini generali, dalle parole di Russo si può riconoscere nella scienza moderna fino ai primi anni del secolo scorso l’assenza di una chiara distinzione tra aspetti epistemici e ontologici. Con la meccanica quantistica la confusione tra la dimensione ontologica e quella epistemica, ovvero tra la realtà oggettiva e le difficoltà di misurazione, ha lasciato l’ambito strettamente scientifico rimanendo comunque inalterata negli altri ambiti della cultura[4].
I fenomeni quantistici e il principio di indeterminazione di Heisenberg, infatti, sono indebitamente chiamati in causa per scrollarsi di dosso quel determinismo scientifico che veniva e viene confuso con il fatalismo. La libertà è il gran desiderio dell’uomo e pur di vederlo esaudito sarebbe in grado di scambiare il macroscopico cervello che gli si è organizzato sul collo nel corso dell’evoluzione con una microscopica particella del mondo subatomico. Se il periodo ellenistico non avesse subito un arresto forse non avremmo bisogno di tali scambi per essere liberi, ma questo non possiamo saperlo.

[1] Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli, 2006.
[2] Op. cit., pag. 446.
[3] Op. cit., pag. 457.
[4] F. De Martini, Il mondo oggettivo della meccanica quantistica e le leggende dell’ermeneutica, MicroMega, 2/2007, p. 151-162.

sabato 22 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (38)]

“A distinguere l’uomo di scienza non è ciò che crede, ma come e perché lo crede. Le sue teorie sono dei tentativi, non dei dogmi; sono basate su delle prove, non sull’autorità o sull’intuizione.”[1] Secondo Bertrand Russell non è importante l’oggetto ma il metodo. Il credere a qualcosa non è in discussione, in quanto atto originale dell’attenzione non presenta possibili alternative, si tratta di una scelta in fin dei conti infondabile.
La scienza è un metodo che presuppone una buona dose di umiltà e una spiccata capacità di confessare a sé stessi di aver sbagliato, precetti solitamente avocati da sedicenti spiriti ecumenici e scarsamente scientifici. La scienza sa di doversi accontentare di risultati non definitivi[2], non c’è spazio per l’infallibilità, neanche ex cattedra. Ciò che non risponde a questi criteri non è scienza ma frustrazione curata da trasfigurazioni del potere, che tra le sue forme non ignora né quella dello scienziato né quella del pastore d’anime.

[1] B. Russell, Storia della filosofia occidentale, Mondadori, 1984. p. 506.
[2] Karl R. Popper, Scienza e filosofia. Problemi e scopi della scienza, Einaudi, Torino, 1991.


venerdì 21 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (37)]

Spesso la complessità dell’universo e in particolare della mente umana è posta a premessa della inevitabile assegnazione di ruoli morali e cognitivi perché l’universo veda sé stesso[1]. Al di là della facile confusione tra la nostra vanità e quella dell’universo mi pare che l’organizzazione possa essere più elegantemente, oltre che più coraggiosamente, concepita come un fardello dell’evoluzione dei sistemi complessi, biologici e non. Una volta imboccata una “biforcazione” (a decidere è la contingenza, non solo il fantomatico caso) se ne configurano altre possibili, mentre per altre si perde completamente e per sempre la possibilità che siano percorse. L’evoluzione dell’uomo, di cui andiamo così fieri, è storia di occasioni mancate, è storia di strade obbligate e svincoli imprevisti, anche di “scelte” sbagliate. Se l’universo voleva farsi guardare o meno questo non lo so dire, ma è certo che adesso non manco di dare una sbirciatina davanti a uno specchio, come è certo che non posso essere certo che lo avrei fatto se milioni di anni fa la savana non avesse preso il posto della foresta.

[1] Jean Guitton, Grichka Bogdanof, Igor Bogdanof, Dio e la scienza. Verso il metarealismo, Bompiani, 1994.

giovedì 20 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (36)]

Onfray e il “Trattato di ateologia”[1]. Per un ateo è fin troppo facile trovare accordo con la tesi dell’ateologo, l’accordo sarebbe peraltro più facile se questi non fosse così arrabbiato, astioso, distruttivo e la sua tesi suscettibile di alcune domande decisamente inquietanti. Indubbiamente in nome di Dio sono stati compiuti orrori indicibili (e ancora se ne compiranno), ma sono anche state compiute le opere più sublimi. Mentre scrivo ascolto la corale di Beethoven, il coro nell’inno finale canterà (in tedesco naturalmente): “Intuisci il tuo creatore, mondo? / Cercalo sopra il cielo stellato! / Sopra le stelle deve abitare.”
Se per un Beethoven sulla terra occorrono non uno ma cento déi, sono pronto a crearli io stesso. Onfray nel suo testo appassionato fa sorgere domande che atterriscono, mi parla della ragione e della riflessione correttamente guidate[2], da chi? qualcosa da guidare presuppone un guidatore, non si può tralasciare questo dettaglio logico, che risenta in fin dei conti anche lui di un’influenza ebraico-cristiana? Propone una definizione di intelligenza che mi fa orrore perché descrive la ragione! (“capacità di legare ciò che a priori, e per lo più, viene considerato slegato.”[3]) E poi, in definitiva se gli uomini creano “un dio a loro immagine: violento, geloso….”[4] , cosa fa pensare a Onfray che l’eliminazione di Dio cambierà la loro natura?
E’ allora? O, come diceva qualcuno che potrebbe portar male citare, “che fare?” … diciamolo in silenzio, in tanto vuoto ontologico, un banale ossimoro potrò permettermelo. Nel vissuto di molti uomini c’è un Dio, o più di uno, vero o finto che sia a qualcosa servirà, a qualche esigenza darà risposta?! Bene, allora parliamo di quelle domande, magari senza invocare Dio ma neanche la Dea-Ragione.
Inevitabilmente per farlo è necessario “costruire” un significato e per farlo è utile sia la filosofia hic et nunc cara a Onfray quanto a me, sia le immense cattedrali del pensiero che il filosofo francese dice invivibili. In effetti io non abiterei mai a Notre Dams, troppo fredda, ma non penso che Parigi sarebbe meglio senza.

[1] Michel Onfray, Trattato di ateologia, Fazi Editore, 2005.
[2] Op. cit., p. 20.
[3] Op. cit., p. 73.
[4] Op. cit., p. 71.


mercoledì 19 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (35)]

Quando ascolto un pezzo musicale al quale il mio orecchio è educato ne apprezzo le diverse sfumature, distinguo facilmente la lunghezza e il colore delle note e la distanza tra un suono e l’altro è musica essa stessa. Quando ascolto un genere musicale che mi è estraneo faccio fatica a distinguere un brano dall’altro. Per chi non ha paura dell’empirismo non è una novità che le capacità di discernere i diversi aspetti della realtà siano costruite attraverso l’esperienza e che la regolazione fine del nostro apparato percettivo sia il risultato dell’interazione biunivoca tra noi e l’ambiente in cui viviamo. Se questo è l’aspetto di microscala delle nostre percezioni che si sviluppa nell’arco di una vita non vi sono validi motivi per pensare che gli schemi percettivi non siano analoghi a macroscala, avvero nel contesto della sviluppo della sfera percettiva della specie umana. Questo gli antropologi lo hanno ampiamente dimostrato per le diverse popolazioni umane.
La capacità di distinguere i vari aspetti della realtà e la necessità o il bisogno di creare schemi di uniformità attraverso un processo di semplificazione, sono indissolubilmente legati alla facoltà di penetrare a fondo le faccende umane. L’uomo occidentale, lungi dal farsi sopraffare dalla straordinaria diversità degli uomini, li leva verso un modello, ovviamente altisonante, fatto di grandi eventi e di grandi uomini e nel processo di adeguamento tra le persone e il modello, solitamente sono le persone a perire.
E’ davvero inquietante riconoscere il possibile parallelismo tra lo schema di uniformità che emerge da una tale operazione di semplificazione e l’uniformità che emerge dall’incapacità di distinguere gli enti con cui abbiamo a che fare.

martedì 18 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (34)]

Le città europee hanno un loro carattere, ognuna ha proprie caratteristiche che non appartengono ad altre. Ma dentro ogni città si apre un magma indistinto che sono le strade commerciali. Questi ghetti della libertà, dove ogni riferimento è uguale ovunque nel mondo e dove ognuno può sentirsi a casa propria solo perché non è effettivamente da nessuna parte, sono il pegno che l’Europa paga per la sua storia, per il suo pensiero, per le sue guerre. Dal pensiero unico alle insegne di Mc Donald e Coca Cola, il cammino è stato lungo e la stanchezza è più che evidente.

lunedì 17 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (33)]

Per anni il mito della spiegazione ultima della natura umana ha trovato rifugio tra le pieghe del DNA e il numero di geni avrebbe celebrato il trionfo della specie umana sugli altri organismi. Dopo la colossale impresa del progetto genoma che si proponeva la mappatura completa del genoma umano è risultato che abbiamo circa 32.000 geni, un numero di geni non eccessivamente maggiore di quello posseduto dalla modesta erba di senape (circa 26.000)[1]. Come afferma il genetista Lewontin “la cosa più comica nel sequenziamento del genoma umano è che il risultato non fornisce risposta alla questione principale che aveva spinto a intraprendere il progetto. Ora che abbiamo la sequenza completa del genoma umano, appunto, non sappiamo nulla di più di quanto non sapessimo su che cosa è essere uomini.” La conquista più ironica del progetto genoma è stata l’idea dell’insufficienza genica, in altre parole abbiamo pochi geni per spiegare la complessità del comportamento umano! E se il numero dei geni fosse proprio quello giusto? E se la complessità umana non fosse dovuta ai geni o per lo meno solo ai geni? Con buona pace di James Watson l’intelligenza, dei neri come dei bianchi, è sovraordinata rispetto ai geni. Di un’opera d’arte vogliamo conoscere tutto, ma quando ne godiamo esteticamente difficilmente ci chiediamo qualcosa sui suoi atomi. Watson ha dato un impulso eccezionale alla biologia contemporanea (sicuramente grazie al fondamentale e ignorato contributo di Rosaline Franklin) ma le sue dichiarazioni sull’inferiorità dei neri africani e americani che il genoma rivelerebbe dimostrano la natura proteiforme di ciò che chiamiamo intelligenza e spesso un grande scienziato non dispone di tutte le forme auspicabili.

[1] Richard Lewontin, Il sogno del genoma umano e altre illusioni della scienza, Ed. Laterza, 2000, p. 149-156.

domenica 16 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (32)]

Robert Sapolsky ha individuato nel comportamento schizotipico la possibile evoluzione dello sciamanesimo. Sapolsky ha ipotizzato in sostanza un nesso tra l’insorgenza dei rituali religiosi tribali e la schizofrenia nelle popolazioni umane.[1]
Non ho elementi per entrare nel merito di questa ipotesi per quel che concerne il sentimento religioso ma sarebbe interessante indagare a fondo e senza preconcetti l’eventualità di un nesso tra la peculiarità umana e quella che definiamo schizofrenia. L’uomo, a differenza di altri animali, si astrae dal proprio io, si proietta fuori da sé e progetta il proprio futuro, comunica attraverso trasposizioni simboliche. Queste alte manifestazioni dello ‘spirito’, certamente nelle forme degenerate, potrebbero essere alla base della dissociazione della vita psichica così tipica dell’uomo.
Dopo la rivoluzione darwiniana sarebbe davvero sorprendente scoprire che le scimmie da cui discendiamo oltre ad essere pelose erano pure psicolabili!

[1] Cit. in Paul Ehrlich, Le nature umane, Codice Edizioni, 2005, p. 269.

sabato 15 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (31)]

[La nota è stata scritta prima del gran rifiuto] Qualche tempo fa Papa Benedetto XVI ha pronunciato parole davvero importanti in nome di un maggior rispetto per l’ambiente che ci ospita, più recentemente ha fatto sentire la sua voce di condanna nei confronti della precarietà del lavoro che non rende possibile lo sviluppo di una progettualità umana. E’ davvero apprezzabile che un papa così impegnato sul fronte della dottrina teologica cominci a dare segnali della sua preoccupazione a proposito di materie sacre.
Nel dubbio che il discorso papale non fosse compreso pienamente monsignor Bagnasco ne ha dato delucidazione qualche giorno dopo: “la Chiesa ribadisce il diritto al lavoro stabile, sicuro e dignitoso, come premessa alla formazione di una famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.” La sacralità dell’essere umano in quanto persona e membro di una comunità è sicuramente un argomento di enorme complessità, adesso abbiamo capito!

venerdì 14 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (30)]

Gli studi di antropologi come Franz Boas e, successivamente, Melville Herskovitz, Marshall Sahlins, hanno messo in luce come la realtà possa essere variamente percepita nelle diverse culture etniche e hanno reso noto come le facoltà percettive degli esseri umani siano modellate nel contesto ambientale e sociale da cui provengono ed in cui vivono. La celeberrima ipotesi di Sapir-Whorf, nota come ipotesi della relatività linguistica, ci spiega come la rappresentazione del mondo dipenda dalle categorie linguistiche della propria lingua. I biologi Jacob von Uexküll e Ludwig von Bertalanffy hanno rivolto la loro attenzione alla relatività biologica stabilendo i possibili nessi tra esigenze evolutive, categorie percettive e organizzazione del mondo degli organismi viventi rendendo evidente che “ogni organismo ritaglia, per così dire, un piccolo numero di caratteristiche dalla molteplicità degli oggetti circostanti, e reagisce solo a queste, il cui insieme forma il suo ambiente”.[1]
Questi concetti sono nati in occidente e sono figli della filosofia storicistica di Dilthey e dell’ombra lunga di Kant privata del suo apriorismo. Ad un giudizio superficiale non sembrerebbe che gli autori che hanno rivolto la loro attenzione al concetto del relativismo avessero in mente di dare ospitalità al più inquietante degli ospiti, come Nietzsche chiamava il nichilismo. Sempre ad un rapido sguardo appare evidente che a un certo punto l’occidente, dall’incontro con altre culture o dalla riflessione sulla varietà dei fenomeni naturali, prende atto della differenza tra realtà e rappresentazione, delle differenti rappresentazioni e produce una forma di pensiero che, per comprendere la componente individuale (unica, irriducibile) del divenire storico deve sacrificare la pretesa di validità universale e atemporale dei propri schemi percettivi e interpretativi. L’osservazione della varietà della natura, delle culture umane e delle relative esperienze di vita ha condotto a una lettura plastica della realtà storicamente costruita che da un lato libera dalla tirannia delle visioni del mondo e dall’altro consente il dialogo tra le diverse culture. Da queste grossolane osservazioni si direbbe che in un contesto relativista si ha la possibile coesistenza di più verità e non la negazione di una verità, risultato abbastanza paradossale considerando l’odierno dibattito sul relativismo, troppo incline a confonderlo con un nichilismo celebrativo del nulla che, nonostante le numerose attribuzioni di paternità, Nietzsche non ha mai concepito.
In nome dell’inscindibilità tra cultura cristiana e cultura occidentale si potrebbe persino supporre che il nichilismo occidentale sia l’inevitabile disorientamento di fronte al fallimento della fede occidentale nello sviluppo lineare della propria tradizione ma queste sono considerazioni superficiali e chi è abituato a pensare profondamente, magari ispirato da enti superiori, scorge ciò che noi non possiamo vedere!

[1] Ludwig von Bertalanffy, Teoria Generale dei Sistemi. Fondamenti, sviluppo, applicazioni. 1983, Mondadori, p. 344-345.

giovedì 13 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (29)]

Si suppone che la vita si sia originata da molecole capaci di autoreplicazione. In particolare si pensa ad una molecola molto simile a ciò che costituisce il nostro codice genetico. Naturalmente ci sono numerosi elementi che suffragano tale ipotesi e sebbene in questa materia sia difficile parlare di prove decisive l’ipotesi ha dato origine a numerose supposizioni riguardo il ruolo determinante dei geni nel comportamento. Il gene egoista di Dawkins è la metafora più nota per esprimere il ruolo preponderante dei geni nel nostro destino. Io non ho nulla contro i miei geni, con loro ho un buon rapporto, ma sinceramente troverei abbastanza strano, dal punto di vista evolutivo, che qualcuno di loro stia sintetizzando una proteina per alterare i processi di conduzione elettrica tra diverse migliaia di neuroni al fine di suscitare un dubbio sulla loro effettiva capacità di regolare le mie interazioni con l’ambiente che mi circonda!
In verità sappiamo poco delle origini di questo grandioso incidente che chiamiamo vita, magari agli albori la vita è stato qualcosa di instabile e aleatorio che si è successivamente organizzato in una struttura che ne congelasse e riproducesse le funzioni fondamentali. Potrebbe essere divertente pensare che in origine una molecola capace di produrre copie di sé sia stata cooptata da qualcos’altro, chissà forse qualcosa di simile a una proteina, uno zucchero o, dio ce ne liberi un acido grasso!
Forse sarebbe utile cominciare a vedere il codice genetico come una sorta di promemoria per le funzioni dell’organismo più che come il dominatore del destino. L’autoreplicazione è sicuramente fondamentale ma una proprietà della vita non va confusa con la vita stessa.

mercoledì 12 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (28)]

Del nostro distinguerci dal mondo animale si è scritto tanto, ragione e istinto si contrappongono fieramente in questo quadro della storia umana come fieri avversari, elaborata trasfigurazione esterna dell’altra dicotomia tutta interiore tra mente e corpo. Lungi dall’essere considerati facce diverse di una stessa natura il ricorso al salto ontologico aiuta anche a ben figurare nelle capriole fenomeniche.
Nella contesa ragione/istinto, specchio alterato della contesa uomo/animale dove si difendono i più beceri desideri di autoesaltazione, la ragione veste gli abiti dell’altera dea che tutto misura, mentre l’istinto è il bruto demone che brama unicamente alla soddisfazione dei propri bisogni vitali primari. Ma se l’istinto definisce una serie di schemi d’azione innati caratterizzati da un certo automatismo che non dipende da esperienze passate, allora dobbiamo chiederci quale sia la base della nostra innata assuefazione ai più svariati stimoli ambientali che si manifestano con una frequenza più lenta delle nostre capacità di risposta. Non sarà questo la manifestazione di un congelamento dell’instabilità comportamentale, elaborata con quello che chiamiamo ragione, verso un più sicuro comportamento istintuale? La ragione è sicuramente gran cosa, tuttavia troppo faticosa per essere sempre desta.
La nostra ragione è molto simile a quella di un gruppo di turisti in un autobus lanciato a folle corsa e che precipita in un burrone, ogni secondo che passa prima dell’impatto qualcuno dice “finora tutto bene”!

martedì 11 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (27)]

L’uomo, come qualunque altro organismo, è adattato a vivere in contesti ambientali che in maniera ciclica e ricorsiva hanno determinato il suo sviluppo e sono stati a loro volta determinati dallo sviluppo della specie umana così come di altre specie. Per quanto Homo sapiens sia una specie estremamente versatile in virtù di una maggiore capacità cognitiva e di una maggiore plasticità delle risposte adattative rispetto ad altre specie non è privo di vincoli naturali alla propria organizzazione.
Uno degli aspetti maggiormente riconosciuti della natura umana, fin da Aristotele, è la sua socialità. L’uomo è fuor di dubbio un animale sociale in senso ecologico, ovviamente senza considerazioni di carattere etico. Non importa la qualità della società umana, importa solo che si tratti di una società, anche se non è più solo un gruppo. Ad ogni modo prima di invocare l’etica sociale sono da considerare aspetti che ritengo primari, di natura biologica sebbene tenuti in gran conto anche dagli urbanisti, ovvero la dimensione delle società umana o più precisamente la dimensione ottimale dello spazio all’interno del quale si realizzano le interazioni tra gli individui con maggiore frequenza e di maggiore intensità[1]. In natura il progressivo addensamento di organismi nello stesso spazio è foriero di grosse perturbazioni nelle dinamiche popolazionistiche e per quanto il sistema sociale umano si sia dotato di numerosi sistemi di compensazione, di carattere etico appunto, per evitare gravi disordini non è difficile osservare lo stato di sofferenza degli abitanti di grossi centri urbani, sia per quanto concerne gli aspetti ambientali ma ancor più gli aspetti prettamente sociali.
L’uomo è un animale sociale ma la sua capacità di gestire l’organizzazione sociale e la sua complessità ha un limite, non si tratta di una gestione puramente amministrativa, che pure è un parametro di notevole importanza, ma della gestione delle proprie emozioni, delle reazioni agli eventi e delle capacità cognitive che fanno capo a un processo di sistematizzazione delle esperienze e di disposizione ordinata e ragionevole delle priorità nei valori della propria esistenza. La salute della complessità organizzata nelle grandi città è un fenomeno di mesoscala ma a scale più fini c'è il tripudio del dolore. Come in un bicchiere d’acqua le molecole gli individui costituiscono entità con oscillazioni caotiche che collettivamente si smorzano, è questo l’ordine che vediamo ma se ambiamo a quell’unicità tra le specie viventi che tanto declamiamo non dobbiamo essere fisici che osservano il bicchiere d’acqua ma il diavolo di Maxwell che sa discernere tra le particelle.
La complessità, ultima frontiera dell’orgoglio sapiens, non ha un limite se non nella capacità dell’uomo di districarsi tra i nodi del grafo sociale che da sé ha creato, forse in maniera inconsapevole.

[1] In base agli studi sul comportamento sociale dei primati, lo psicologo Robin Dumbar e l’antropologo Leslie Aiello hanno stabilito che fra i primi Homo sapiens i gruppi contavano da 90 a 220 individui, in cui ogni individuo conosce tutti gli altri. Tali studi, condotti nel contesto dell’evoluzione del linguaggio e delle prime comunità di raccoglitori-cacciatori, hanno implicazioni riguardo all’organizzazione delle comunità umane odierne caratterizzate da notevoli dimensioni. Considerando la gran quantità di generazioni in cui i nostri antenati sono stati cacciatori-raccoglitori (circa 250.000), rispetto ai primi segni di una organizzazione sociale moderna (circa 400 generazioni dalla rivoluzione agricola di 10.000 anni fa) l’evoluzionista Ehrlich afferma che “è sensato presumere che qualunque sia il grado in cui l’evoluzione genetica ha modellato l’umanità, è stato in larga misura per adattarla alle attività di caccia e raccolta: lo stile di vita dei nostri antenati pre-agricoli”. (Cfr. Paul Ehrlich, Le nature umane, Codice Edizioni, 2005, p. 193, 205, 214-215).

lunedì 10 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (26)]

Diverso tempo fa leggevo da qualche parte il lamento di uno scienziato evoluzionista che notava come molte persone sentano la difficoltà di discutere della relatività di Einstein eppure si sentono competenti in materia di evoluzione delle specie e in particolare dell’evoluzione della specie umana. La materia dell’evoluzione pone l’uomo di fronte alla sua natura storicamente determinata e questo mette in discussione il tema della sua posizione in natura e della sua supposta inevitabilità ontologica. Disgraziatamente l’assunto centrale della teoria della selezione naturale è l’assenza di direzione dei fenomeni evolutivi e questo vale ancor di più per le mutazioni, la deriva genetica e altri processi che hanno arricchito la teoria darwiniana. Nessun argomento può essere ragionevolmente formulato intorno all’inevitabilità dell’uomo.
Gli argomenti per contrastare l’evoluzione umana fanno ricorso alla perfezione della creazione, dimenticando il mal di schiena e non considerando affatto le possibili alternative che non si sono manifestate. L’altro cavallo di battaglia, cavalcato quasi sempre a sproposito, è il cosiddetto mentalismo della natura umana, in opposizione alla natura istintuale degli animali. Ma a tal proposito se la mente sia proprio questa gran cosa io ho un paio di brevi considerazioni da fare, naturalmente dal punto di vista evoluzionistico. Si discute di una possibile derivazione neotenica della specie umana dai suoi progenitori scimmieschi, ossia un generalizzato “ritardo dello sviluppo degli organismi tale per cui i discendenti adulti somigliano ad uno stadio giovanile del progenitore.”[1] Già Kant rilevava come, rispetto agli altri animali, per l’uomo “la natura si sia compiaciuta della sua massima economia”, perché “libero da istinti” non può partecipare ad altra libertà se non a quella costruita con la sola ragione[2]. Perentorio, come al solito, Nietzsche riconosceva l’incompiutezza dell’uomo, rara eccezione, rispetto al resto del mondo animale[3]. Più recentemente Schrödinger ci ha detto che la coscienza può ragionevolmente essere considerata come un segno del mancato raggiungimento della fantomatica perfezione nel controllo automatico della conoscenza necessaria per la sopravvivenza che è tipica degli istinti animali[4]. Galimberti ha reso chiaro come la tecnica, uno dei principali prodotti della mente, possa essere intesa come l’escogitazione umana per compensare la propria incompiutezza[5].
Ora, siccome è abbastanza sterile parlare della mente senza pensare a tutti i suoi prodotti mi pare evidente che a fronte delle grandi conquiste della mente vi siano anche alcune evidenze decisamente insidiose per la stessa sopravvivenza della specie umana. Non sarà da indagare se questa mente non sia un precoce tentativo di una specie ancora in formazione senza alcuna garanzia che si tratti del migliore tentativo che l’evoluzione abbia escogitato?

[1] N. Eldredge, La vita sulla terra – Un’enciclopedia della biodiversità, dell’ecologia e dell’evoluzione.Codice Edizioni, 2002, p. 390.
[2] I. Kant, Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, cit. in U. Galimberti, Psiche e techne – L’uomo nell’età della tecnica. Feltrinelli, 2005, p. 91
[3] F. Nietzsche, Al di là del bene e del male. Preludio di una filosofia dell’avvenire (1886), § 62. Newton Compton, Roma, 1988, p. 90.
[4] E. Schrödinger, Mente e materia, cit. in P. Odifreddi, Il Vangelo secondo la Scienza. Le religioni alla prova del nove, Einaudi, 1999, p 97.
[5] U. Galimberti, Psiche e techne – L’uomo nell’età della tecnica. Feltrinelli, 2005.

domenica 9 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (25)]

Una lastra marmorea affissa sulle mura del castello di Manciano in memoria della costruzione dell’acquedotto di quel paese nel 1913 recita che al termine dell’impresa “fu pago l’anelito di più generazioni”. Robert Musil riconosceva nel 1922 che “la nostra è un’epoca di appagamento, e l’appagamento è sempre delusione. Le manca il desiderio, le manca qualcosa che non sia ancora in grado di fare. E questo le rode il cuore.”[1] Quella lastra a Manciano ricorda un’impresa che ha visto partecipare più persone e che è durata lungo tempo, tuttavia l’appagamento che evoca non ha nulla a che fare con quello menzionato da Musil, il grande scrittore guardava lontano ed evocava un appagamento troppo rapido per essere effettivamente goduto o anche ricordato, un appagamento che si consuma nella sua potenza di fare, prima di godere del compimento dell’opera. L’appagamento menzionato da Musil è quello dei numerosi posti visitati da me troppo in fretta per serbarne memoria, l’appagamento della lastra di Manciano è quello di mio nonno, carrettiere nel dopoguerra degli anni ’50 che mi raccontava dei più minuti dettagli delle strade percorse e dei paesini visitati con il suo mulo nel Salento. E’ fuor di dubbio che la vita oggi offre possibilità che non potevano essere immaginate dai contadini del dopoguerra ma, come ricorda Weber, “un contadino dei tempi antichi moriva “vecchio e sazio della vita” poiché si trovava in un ciclo organico della vita, poiché la sua vita, anche per quanto riguarda il suo senso, gli aveva portato alla sera del suo giorno ciò che poteva offrirgli, poiché per lui non rimanevano enigmi che desiderasse risolvere ed egli poteva perciò averne “abbastanza”. Ma un uomo civilizzato, il quale è inserito nel processo di progressivo arricchimento della civiltà in fatto di idee, di sapere, di problemi, può diventare sì “stanco della vita”, ma non sazio della vita.”[2]
Le strade percorse negli anni ‘50 oggi non ci sono più perché sono state trasformate dal progresso, le strade di oggi non ci saranno più perché nessuno le ricorderà come le ricordava mio nonno.

[1] R. Musil, L’Europa abbandonata a se stessa ovvero Viaggio di palo in frasca, 1922. In Sulla stupidità e altri scritti, Oscar Mondadori, 1986. p. 122.
[2] Max Weber, La scienza come professione, Mondadori, 2006, pp. 21-22.

sabato 8 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (24)]

Al determinismo del ‘600 e del ‘700 e al positivismo dell’800 la scienza del ‘900 ha contrapposto il probabilismo che risiede nell’incertezza della conoscenza, nella variabilità delle misure, nella contingenza della natura.
Nella loro storia scienza e teologia hanno spesso dialogato, a volte sottovoce a volte urlando e molte volte scambiandosi i ruoli. La scienza classica deterministica è stata fortemente osteggiata dalla teologia mentre la scienza del novecento si è spesso avvicinata agli argomenti della teologia, che tuttavia non può non avere nel determinismo più intransigente il suo nucleo originario. Evidentemente si tratta di un caso di competizione per la stessa preda, una dinamica di oscillazione smorzata che forse si concluderà con una equa spartizione delle spoglie della natura.

venerdì 7 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (23)]

Una vincita al lotto o al totocalcio o a qualsiasi altro gioco fa notizia, quasi come un delitto estivo. Nessuno mai parlerà con enfasi dei milioni di giocatori perdenti che proprio perdendo fanno il montepremi del vincente. Ovvio, mi si dirà, che non è la vincita a fare notizia ma l’eccezione in quanto strappo alla regola. Ma se l’eccezione conferma la regola, a maggior ragione dovrebbe confermare che la regola esiste e sia ben nota. Tuttavia ho qualche dubbio che la regola rimanga viva nella memoria quando il fatto eccezionale è l’unico ad avere voce e assume le caratteristiche del passaporto per la realtà.
Qualcuno, oggi, in preda al panico da progresso, potrebbe attribuire questo rovesciamento della realtà delle cose alla televisione o internet ma, senza confondere i sintomi con le cause, dovremmo riconoscere che l’attitudine di isolare fatti eccezionali per farne la regola non è mai mancata agli uomini, a meno che non si trovino testimonianze dell’insana passione per il televisore e i social già ai tempi di Machiavelli.
Le “gran cose” fatte da “grandi uomini” hanno fatto la storia ed è ormai estremamente difficile contestare tale assunto quanto non riconoscerne l’insidiosa analogia con il vincitore di turno a qualche gioco a premi e alla notorietà che gli è assicurata con la registrazione negli annali delle vincite. Naturalmente non basta una vincita al lotto per fare “gran cose” né per essere un “grand’uomo” ma il punto è nel rapporto tra vincitori e perdenti, quantitativamente a favore degli ultimi quanto qualitativamente a favore dei primi, non solo nel gioco a premi ma anche e soprattutto nella storia degli uomini.
Cosa sarebbe la storia senza gli stati d’animo e senza il morboso bisogno degli uomini di fuggire la mesta normalità del quotidiano? Confesso di non saperlo immaginare, ma c’è qualcosa di insidioso nell’idea di storia, ed è il concetto di flusso del tempo dotato di un verso e di un senso. Sicuramente mi manca l’occhio concettuale caro a Hegel o forse è solo un problema di miopia per cogliere la distanza storica ma, come affermava perentoriamente Robert Musil, “Ecco in che cosa consiste la famosa ‘distanza storica’: su cento fatti, novantacinque sono andati perduti, ragion per cui i superstiti possiamo ordinarli a nostro piacimento. E quei cinque fatti noi li guardiamo come una moda di vent’anni fa, o come una conversazione animata di cui ci sfuggono le parole: e in ciò si manifesta l’‘oggettività’.”[1]
La razionalità storica è l’accurata preparazione di ‘razioni’ di tempo che appagano il nostro appetito di cose facili abusando del concetto di necessità storica per gli eventi di cui andiamo fieri e rimuovendo quelli che meno si allineano ai nostri desideri ma “In due parole: ciò che chiamiamo ‘necessità storica’ non è, si sa, una necessità logica, nella quale ‘x’ implica ‘y’; ma è una necessità analoga a quella delle ‘cose’. Quando si dice: “da cosa nasce cosa”. Possono anche esservi implicazioni delle ‘leggi’ (per esempio il rapporto tra l’evoluzione spirituale e lo sviluppo economico; oppure il fattore prospettico nelle arti figurative); ma accanto ad esse c’è sempre qualcosa di unico e di irripetibile. E anche noi uomini, sia detto per inciso, siamo, almeno in parte, dei fatti ‘unici’”[2]. Come sosteneva Musil la storia ha i connotati di una “necessità senza legge”, anche se sospetto che nella storia dell’uomo si possa tranquillamente intravedere una sorta di equilibrio di risonanza con il concetto speculare di una legge senza necessità.

[1] R. Musil, L’Europa abbandonata a se stessa ovvero Viaggio di palo in frasca, 1922. In Sulla stupidità e altri scritti, Oscar Mondadori, 1986. p. 105-106.
[2] R. Musil, Op. cit., p. 107.

giovedì 6 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (22)]

Si provi solo a immaginare cosa sarebbe stata l’umanità se Eva fosse stata affiancata da Prometeo, e non da Adamo che, diciamolo francamente, è un personaggio un po’ tonto oltre che indicibilmente vigliacco. L’uomo greco ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, quello biblico non ha nemmeno il coraggio di soggiacere da solo alle lusinghe del diavolo, si serve della donna per farlo.

mercoledì 5 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (21)]

Qualunque sistema di potere che presupponga la fissità del proprio ordinamento sopprime la libertà e per celare l’assassinio alza il vessillo dell’immortalità. In questo contesto è intellettualmente avvilente la supposizione di una inesistenza dell’etica laica e sono convinto che sia moralmente più impegnativa una coscienza etica laica di una coscienza etica religiosa. Il mio sospetto che l’uomo sia prevalentemente guidato nelle sue scelte da cose semplici e poco impegnative mi fa tuttavia pensare che il dibattito è dettato più dalla pigrizia intellettuale che dalla dialettica morale. L’inquietante “Se Dio non c’è allora tutto è possibile” di Dostojieski può essere letto anche nella sua forma speculare “Se Dio c’è allora nulla è possibile”, di fronte alla fissità del nulla l’etica laica deve saper evitare la fissità contraria e camuffata da movimento del tutto.

martedì 4 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (20)]

Nell’indagine antropologica condotta da Elias Canetti in Massa e potere emerge il drammatico rapporto tra il potere e la condizione della paranoia. “La morte quale minaccia è la moneta del potere”[1], se la morte è l’origine del potere, la massa ne è l’alimento e nelle sue disparate forme prende le sembianze dell’assurdo rimedio. Non diversamente dalle diverse forme di massa evocate da Canetti che trovano la loro antica unità nella muta di caccia, di guerra, del lamento e dell’accrescimento, nella massa dell’accrescimento e dell’accumulo, odierno sembiante della massa cullata dal mito della produzione, l’uomo celebra la morte sfuggendola. Günther Anders ha chiaramente rilevato questa duplice faccia della produzione quando a proposito dell’industria ha affermato che “la mortalità dei suoi figli è la garanzia della sua immortalità e della nostra.”[2] Nella sua opera, pubblicata nel 1960, Canetti dice che “ogni paese si mostra oggi più incline a proteggere la sua produzione che i suoi uomini. Nulla trova maggiori giustificazioni, nulla gode maggiormente dell’approvazione generale […] Negli incomprensibili estremi di annientamento e di produzione che caratterizzano la prima metà del nostro secolo, in questo duplice inesorabile accecamento che agisce oggi in una direzione, domani nell’altra, le religioni del lamento – nella misura in cui si sono conservate come organizzazioni – offrono un’immagine assolutamente miseranda. In ritardo o in anticipo, seppure con qualche eccezione, esse impartiscono la loro benedizione a tutto ciò che accade.”[3] Per Canetti l’eredità del Cristianesimo, da non sottovalutare, è nella legittimazione dell’indistruttibilità di ogni singolo uomo in vece di quella indistruttibilità di cui gode solo il potente, ma è forte il sospetto che in ciò che resta delle “agonizzanti religioni dell’amore”[4] l’antidoto al potere si sia mutato nel veleno e come un mitridatismo al rovescio abbia smesso di avere il suo originario effetto legittimando nelle masse non il rovesciamento del potere bensì l’originario bisogno di affidarsi al potere barattando la sicurezza con la libertà. La libertà chiede pegni difficili da sostenere e le insidie presenti sul suo cammino fanno paura quanto la morte. Dopotutto se la gente non chiede altro che giocare alla lippa, perché rischiare una rivoluzione in nome della libertà?

[1] E. Canetti, Massa e potere, Opere 1932-1973, Bompiani, 1990, p. 1557.
[2] G. Anders, L’uomo è antiquato, Vol. II, Bollati Boringhieri, 2007, p. 32.
[3] E. Canetti, Op. cit., p. 1552 e seguenti.
[4] E. Canetti, La provincia dell’uomo, Opere 1932-1973, Bompiani, 1990, p. 1631.

lunedì 3 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (19)]

Spesso il potere è considerato espressione di forza, non necessariamente bruta bensì modulata nelle varie forme politiche. Raramente si riflette però intorno al legame tra potere e potenza, in termini di possibilità da realizzare, non ancora evocate all’essere. Canetti opera una distinzione netta a tal proposito tra forza e potere considerando che “Alla parola forza si ricollega l’immagine di qualcosa di vicino e di presente: la forza è più pressante e immediata del potere”[1].
Il potere che si richiama esclusivamente alla forza non può che evocare la solidità del passato per giustificare la propria azione presente, risolvendosi troppo spesso nello stallo del presente, mentre il potere che è cosciente della potenza da realizzare guarda al futuro, a quel regno dell’incertezza dove nulla è ancora concreto.
Il potere, nell’accezione di possibilità, poiché risponde ai vincoli che gli sono dati, è più modesto e più prudente del dovere, non ha e non può avere la certezza del già stato ma il desiderio del non ancora. Il potere non implica che tutto sia possibile, ed è nel rispetto dei vincoli dati o nella capace sapienza di modificarli l’originale impresa del potere di realizzare la novità. Gli stessi vincoli, spogliati di ogni superfluo orpello, devono essere intersoggettivamente discussi e accettati e rimessi in continua discussione. Questo sforzo caratterizza la democrazia, “ombrello bucato” ma l’unico che possa dignitosamente riparare l’uomo dalla pioggia incessante. La democrazia genera stanchezza[2], per questo richiede forza e resistenza da parte di chi ne regge le sorti, essa muore dinanzi all’apatia morale come dinanzi all’autoritarismo morale.
E se è nel dialogo che il rispetto di sé, valore fondante della democrazia dice Zagrebelsky, trova il suo humus, non possono essere accettate confusioni, né in buona né in mala fede, tra quel relativismo che è padre dell’indifferenza e quel relativismo che è padre del pluralismo, si tratta di famiglie differenti la cui genealogia và continuamente rinfrescata. In un caso la verità non ha alcun valore, nell’altro le verità hanno il massimo valore e per questo chiedono e meritano rispetto.
Con troppa leggerezza l’indolenza del potere autoreferenziale invoca priorità per giustificare l’inazione di fronte alle (apparentemente) nuove domande sociali ma la faccenda della priorità è un costrutto ideologico che non ha alcun fondamento in un sistema diveniente dove le nuove istanze sociali raggiungono la maturità per essere affrontate dai soggetti che si sarebbero assunto il compito e il dovere di farlo, con la necessaria sensibilità per percepirle e le capacità intellettive per interpretarle. Ci saranno sempre tematiche di maggiore importanza rispetto ad altre, il nocciolo del problema non è cosa affrontare prima ma la distinzione tra amministrare e governare, tra potere-forza e potere-possibilità, tra passato e futuro.

[1] E. Canetti, Massa e potere, Opere 1932-1973, Bompiani, 1990, p. 1319.
[2] “La democrazia, come un lavoro, stanca. L’oppressione dispotica suscita reazione e ribellione. La democrazia invece stanchezza.”, Gustavo Zagrebelsky, Imparare Democrazia, Einaudi, 2007, p. 44.

domenica 2 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (18)]

Nel racconto di Isaac Asimov “Diritto di voto” , Norman Muller è l’unico cittadino della prima e più grande Democrazia Elettronica a essere selezionato dal computer Multivac per votare in nome di duecento milioni di abitanti. Il suo voto esprimerà quello della collettività attraverso l’accurato algoritmo di calcolo del potente supercomputer. Se ci sono buone ragioni per essere scettici sulla possibilità di una democrazia informatica ce ne sono altrettante per non scommettere sulla nostra storia futura. Probabilmente per diverso tempo i progressi nel campo dell’informatica non porteranno a una Democrazia Elettronica, ma ciò può essere anche dovuto all’impegno che si sta dedicando al materiale umano rendendolo accontentabile con una bottiglia di Coca-Cola e farlo accanire contro chi vuole un sorso d'acqua. Giustamente, i computer vengono dopo!

venerdì 31 agosto 2018

La cattura del gatto [Note (17)]

In origine il diritto naturale ha avuto il merito di laicizzare il diritto togliendo la fondabilità dei principi giuridici dalla sfera divina per ricondurli alla sfera naturale. Il diritto naturale moderno si fa risalire al filone di pensiero illuministico del XVII secolo, sebbene siano note le matrici teologiche della filosofia scolastica, altra prova, se dovesse servire, che la moderna cultura laica si è nutrita delle briciole della teologia! Ad ogni modo, seppure con visioni differenti, i grandi giusnaturalisti del XVI e del XVII secolo (Grozio, Hobbes, Rousseau) fanno riferimento allo stato naturale per scongiurare il ricorso alle ragioni divine. La fondabilità del diritto naturale si richiama, sia pure in modi differenti, alla lezione della natura e all’oggettività di alcuni principi fondamentali come il diritto alla vita, alla libertà, “e così via”. Opposta alla corrente del diritto naturale vi è quella del diritto positivo, che si richiama alla determinazione storica dei principi giuridici e alla impossibilità di dedurli dalla natura, bensì dalla ragione.
In questi tempi di rigurgito religioso dopo il “fiero pasto” laico, diventa centrale, per chi si richiama a un’etica fondata sui valori religiosi, il goffo riferimento al diritto naturale. Un saggio di tale impostazione è stato dato da Clemente Mastella ad AnnoZero di Michele Santoro su Rai Due, in un appuntamento dedicato ai diritti civili e al confronto sui discussi PACS (NdA, gli appunti sono evidentemente datati, per fortuna adesso le cose stanno diversamente!). Nella trasmissione, ovviamente, si parlava anche del diritto di riconoscimento giuridico per le coppie di fatto, ma di fronte alla domanda di un ragazzo di 21 anni se tenere la mano del proprio compagno durante la malattia può dirsi atto che rovina la famiglia tradizionale, il ministro di Grazia e Giustizia ha faticosamente, e anche nervosamente se i rapidi movimenti degli occhi rivelano ancora qualcosa, invocato i principi del diritto naturale dicendo che il saccente ragazzo affastellava una serie di argomenti che non potevano stare insieme. Che dire di fronte a queste “superbe fole”?, “Non so se il riso o la pietà prevale”, diceva sconsolato il poeta.
Ma tentando di far prevalere il riso, ricordo che in quella occasione il ministro ha dichiarato di aver studiato filosofia per un certo periodo della sua vita e che successivamente ha dovuto smettere. A parte essere stato preso da insana curiosità nel chiedermi a quale filosofo fosse arrivato il signor ministro negli studi prima di imboccare altra strada, mi è tornata in mente la famosa frase di Jean Paul Sartre, un filosofo successivo ad Agostino di Tagaste, che sosteneva: “siamo condannati ad essere liberi”. Ai signori del potere in vesti laiche e di altra foggia potrebbe essere utile (anche se sospetto fortemente della riuscita dell’impresa) far sapere che non si chiede che questo, scontare la nostra pena, come tutti del resto!

mercoledì 29 agosto 2018

La cattura del gatto [Note (16)]

Se la risposta teologica alle richieste di senso del vivere è sicuramente criticabile e da rifiutare per i suoi aspetti dottrinali, non può essere rigettata la domanda dell’umanità con tutto il terreno emotivo che la genera. Gli aspetti della sensibilità umana toccati da questa domanda, sia di ordine antropologico sia di ordine etico, sono troppo importanti e vanno ben oltre la dimensione teologica per essere lasciati solo alle religioni.
Hanno perfettamente ragione quanti affermano che i non riconosciuti limiti della cultura laica e liberale, che ruotano intorno alla presunta totalità della razionalità e dell’individualità, non fanno altro che cedere l’esclusività del discorso morale alle religioni. Tuttavia non hanno ragione quanti non riconoscono che alla cultura laica e liberale non può e non deve competere la prescrizione dei comportamenti all’interno del contesto definito dal diritto, ma compete unicamente la netta de-finizione di quei limiti invalicabili che la comunità si dà con il diritto stesso, anch’esso mutevole sotto la spinta delle categorie che emergono nel divenire storico.
Fatto salvo l’originario insegnamento all’amore, tradito e dimenticato dalle religioni quanto dalla cultura laica, la “morale” delle Chiese, che si leva a colmare spazi lasciati vuoti, si diletta in prescrizioni di imbarazzante banalità che entrano all’interno di quel limite virtuale quanto concreto definito dal diritto laico dov’è il territorio più intimo della persona, occupato dalla più recondita gioia e dal più segreto dolore. La banalità dell’etica del pettegolezzo emerge in tutto il suo squallore a fronte della reale perdita del collante umano che non fa più scorgere la comune sorte del genere umano al di là di ogni epoca e di ogni geografia.
Eppure a molti basta quel ricordo ormai stinto del messaggio di amore e perdono, ma se il tradimento dell’amore è cominciato nel momento in cui è stato necessario presentarlo come un comandamento, il perdono non è più sufficiente a tracciare la differenza tra cultura religiosa e cultura laica poiché se questa non lo conosce quella lo ha barattato per il potere e adesso parla di un perdono ormai dimenticato dall’alto di una balaustra, ad una folla osannante che tornata a casa benedirà Dio pensando al papa.

sabato 25 agosto 2018

La cattura del gatto [Note (15)]

Un aspetto che ho trovato rilevante dei Dialoghi sulla religione naturale di Hume è relativo alla domanda se “questo lieve moto del cervello”[1], ovvero il pensiero, possa racchiudere la realtà dell’universo. Qui si manifesta il dubbio sulla capacità del pensiero di comprendere la realtà universale. Kant porterà a sublimi vertici questo assunto e dovrà colmare le lacune della ragion pura con gli imperativi della ragion pratica. Dopo i grandi filosofi dell’Illuminismo, che indagano al limite del pensiero umano è la volta dell’idealismo tedesco che, insoddisfatto dei risultati raggiunti, abbatte i confini di quel limite per fare del pensiero espressione totale dell’esistente.
Il pensiero, in barba a quanti lo vogliono espressione ultima dell’autoriflessività dell’essere, è innanzitutto modalità dell’interazione tra enti assoggettati dalla contingenza del presente. Abitiamo le gabbie del passato e sogniamo la libertà del futuro congiungendo queste dimensioni del tempo con linee rette facili da tracciare, ma la vita è il regno della contingenza e noi siamo i suoi sudditi ribelli che ogni giorno hanno il dovere di ordire rivoluzioni di cui ignoreremo l’esito. Questo è il nostro èschaton.

[1] D. Hume, Dialoghi sulla religione naturale, in La religione naturale, Editori Riuniti, 2006, p. 73.

martedì 21 agosto 2018

La cattura del gatto [Note (14)]

Del Male e del Bene si è scritto e si scriverà, le lettere maiuscole o minuscole serviranno a definire l’universalità o la particolarità di questi concetti che, come segnalibri, disponiamo nel libro della nostra esperienza per portare memoria di fatti che altrimenti svanirebbero dalla memoria. Naturalmente siamo propensi a riconoscerne un’esistenza oggettiva, indipendente dalla nostra presenza, eppure per quanto concreto e tangibile possa essere l’effetto di ciò che chiamiamo male o bene, esso non esiste se non per la nostra sensibilità, per la nostra storia, per la nostra umanità. Questo non lo rende meno significativo ma decisamente più terreno. Nel male non vi è nulla che lo trascenda, che non sia in quella rete di significati che adottiamo di volta in volta per raccogliere i frammenti sparsi del vivere e disporli in un ordine che dia senso alla nostra esistenza, ma se l’argomento è valido per il male lo è specularmente anche per il bene.
Di categorie morali non vi è traccia in natura, in essa vi sono strategie di sopravvivenza, null’altro. Vi sono comportamenti morali, questo sì ma è cosa differente dall’esistenza di categorie morali. L’etica nasce dalla storia evolutiva che ha selezionato la vita sociale e ciò è accaduto non in vista dello sviluppo dell’etica bensì della sopravvivenza. La nostra è una specie sociale e la strada della nostra sopravvivenza è nell’essere animali etici ma non confondiamo la contingenza evolutiva per il disegno dell’universo. Cercare l’avallo nelle “ragioni della natura” è terreno scivoloso, poiché questa non è il regno delle valide ragioni di una sola specie e sarà prodiga di mille esempi che confermeranno e confuteranno le ragioni della nostra storia evolutiva. Siamo animali etici perché questo è nella nostra storia evolutiva.

venerdì 17 agosto 2018

La cattura del gatto [Note (13)]

Il desiderio o, per dirla con Nietzsche, la volontà di potenza dell’uomo è desiderio quasi sempre frustrato, non tanto dalla natura avversa, che serenamente ignora le nostre brame, quanto dall’asimmetrica disposizione di aspettative e realtà. Di mutevoli forme è stato vestito questo desiderio nella storia, talora esaltato nell’incarnazione divina nell’uomo, talaltra liberatosi dalla dipendenza divina con la scienza. Se in questo percorso è possibile ravvisare una direzione dall’uno all’altro abito, non è tuttavia estraneo alla storia degli uomini il ritorno delle vecchie mode.
In alcune letture della storia della scienza si narra che l'uomo cartesiano ha capovolto il proprio rapporto con la natura, e per questo diventa l'unico luogo della verità (lo aveva anticipato Agostino!), assorbendo la natura nella pianificazione della propria soggettività. E’ tuttavia possibile una maliziosa lettura in tutto ciò, magari richiamandosi a quella caduta di Zeus che il Prometeo di Eschilo conosce e non vuole rivelare al dio che lo tortura. Se il dono del fuoco della tecnica costituisce il principio dell’annientamento degli uomini è anche vero che con la fine degli uomini sarà eliminato ogni spazio sacrificale per gli dei e così sarà eliminato lo spazio della loro esistenza. Sarà questo il segreto custodito da Prometeo?
Forse il destino di déi e uomini è proprio questo, simul stabunt vel simul cadent. Se le cose stanno così allora sono da rivedere le ragioni della nascita della soggettività umana. L’uomo affermerebbe la propria soggettività solo per la vendetta di un titano!

lunedì 13 agosto 2018

La cattura del gatto [Note (12)]

L’individuo, ovvero l’indivisibile schizofrenico. Il concetto di anima, elaborato nel mondo occidentale da Platone, costituisce l’elemento fondante del concetto di individuo cristiano, ma se per Platone l’anima è modello di riferimento dell’azione corporea che nulla può modificare dell’ordine cosmico, per il cristiano è strumento di intercessione per la modifica del corso degli eventi. In Platone l’ordine immanente e quello trascendente non comunicano e non interagiscono, il primo deve imitare il secondo poiché questo ha abbandonato il mondo terreno che deve organizzare politicamente il proprio agire.
Platone vive in una cultura olistica dove il tempo scorre ciclicamente secondo necessità immanenti che gli dei non possono turbare. Il tempo cristiano è governato da una divinità che ha già deciso tutto e che può intervenire secondo disegni imperscrutabili. Il cristiano, eredita dalla cultura giudaica la storia nata dalla creazione del mondo che scioglie il circolo del tempo rendendolo lineare e progressivo verso una meta di salvezza. La giustizia dei greci è scalzata dalla colpa dei cristiani e se l’una riguarda l’ordine universale, l’altra investe i singoli individui, se l’una è costante tensione tra mondo terreno e mondo delle idee, l’altra si esaurisce nella (con)fusione dei due termini.
La cultura cristiana è caratterizzata da una rilevante componente nichilistica, nei termini in cui nega l’importanza del mondo terreno e desidera vivere nell’altro mondo. Lungo la sua tradizione c’è però la cesura della Riforma protestante, quando le azioni nel mondo diventano segni di salvezza garantita e, come speculo dell’aldilà, sono il pegno che estingue l’hybris che ha soppresso l’uomo contemplativo del Medioevo. La riconquista delle relazioni mondane, ottenuta per giustificare il tradimento del passato, dura poco per lasciare spazio alle relazioni tra le cose di cui l’uomo è mediatore, massa interstiziale. Questa massa interstiziale è materia prima delle cose del mondo, che nella loro progressiva decomposizione lasciano la loro immagine e celebrano l’unica immortalità rimasta nel deserto degli uomini.
Nella creazione dell’individuo ha origine la sua frantumazione e della guerra dimenticata tra antichi déi respiriamo la polvere. La storia politica è disperato tentativo di riportare i frammenti dell’indiviso all’unità.

venerdì 10 agosto 2018

La cattura del gatto [Note (11)]

Se un filosofo è un uomo cieco, in una stanza buia, che cerca un gatto nero, che non c’è, un teologo è l’uomo che riesce a trovare quel gatto.”, Bertrand Russell.

Ecco: i miei pensieri sono le mie puttane.”, Denis Diderot.

Tutte le epoche sono più evolute delle precedenti. Questo Credo è comune a tutte le epoche da quando il tempo ciclico è divenuto lineare e la storia è entrata nel panorama dei concetti umani. Il superbo tentativo di risolvere la tragedia umana di fronte all’abisso tra il tempo vissuto e quello pensato ne costituisce la genesi, l’assegnazione al proprio tempo del massimo valore disponibile al mercato delle idee ne è il metodo. Naturalmente la specie schizofrenica bilancia questa posizione con l’equivalente contraria che il tempo passato era migliore del presente e il futuro è sempre fosco, ma per chi vive nel flusso del progresso e da questo è abbacinato questa versione sembra un meschino pegno per imbonirsi gli antenati.
L’epoca che mi è toccato vivere vede nella razionalizzazione il suo principio guida, ovvero, la valutazione dei mezzi idonei al raggiungimento di uno scopo e delle possibili conseguenze. Weber ci ha messo in guardia riconoscendo che il principale problema della civiltà occidentale è rappresentato dal rovesciamento del processo di razionalizzazione nell’irrazionale, qualora il mezzo idoneo per un fine si rende autonomo e diviene fine esso stesso.
Per Weber, come prima di lui per Marx, la manifestazione più fatale di tale pericolo era rappresentata dal capitalismo e dal progressivo dominio delle cose sull’uomo. La direzione del dominio è la cifra dell’alienazione umana, e nel tentativo di emanciparsene anziché intervenire sulla direzione del dominio si cerca di intervenire sulla sua natura ontologica. Oggi, riconosciuta la finitezza e la temporaneità delle cose, attributi che testimoniano di una fastidiosa imperfezione, si sta procedendo alla loro sostituzione con le rispettive immagini e nella virtualità del quotidiano il dominio può continuare imperituro e senza rischi di decadimento. Nella più solida tradizione platonica la post-modernità celebra la sua evoluzione!

mercoledì 8 agosto 2018

Consigli di lettura

#davide.barillari.M5S.Regione.Lazio in questi giorni stai facendo discutere molto e questo sarebbe già un fatto positivo se non stessi anche facendo ridere! Il rapporto tra scienza e politica merita più attenzione di quella che può suscitare il tuo post. E' almeno dai tempi della Repubblica di Platone che si pensa a questo discorso. Potrebbe esserti utile l'attenta lettura di questo articolo di Zagrebelsky. E' un articolo del 2012, Zagrebelsky lo scrisse quando avevamo il governo Monti, il governo tecnico, quando la tecnica mostrava la sua nefasta prevalenza sulla politica. Non mi dilungo a discutere della natura della tecnica, se è veramente tecnica o se è politica vestita da tecnica, lascio perdere ogni distinzione tra tecnica e scienza, è un discorso ancora più complesso. Comincia dal leggere l'articolo di Zagrebelsky, astieniti da sintesi a cazzo di cane come "la scienza viene prima", "la politica viene prima" e altre amenità per minus habens belanti. Studiati l'articolo. Invece di scrivere un altro post studiati l'articolo, consultati con i tuoi amici e colleghi, pensateci su, parlatene nei vostri meetup.

Ormai solo il pensiero laterale potrà salvarci, o forse no!

martedì 7 agosto 2018

Questo è Salvini

Riace non è solo il simbolo di una Europa che le persone civili sperano, è anche la chiara dimostrazione della miseria politica di Salvini e di questo governo. Riace rende evidente che l'astio di Salvini nei confronti dei migranti è il solo modo per nascondere la propria incapacità di affrontare i problemi veri della nazione. Riace rende evidente che non è affatto vero che Salvini vuole una immigrazione che rispetti le regole perché a Riace l'immigrazione è regolamentata e rispetta le regole, non ci sono stati disordini che giustificassero il blocco dei fondi Sprar disposto da Salvini. Il blocco dei fondi è una ritorsione. Salvini a Riace mostra il suo fallimento e bloccando quei fondi ha deliberatamente progettato che avvengano disordini cui appellarsi per giustificare la sua azione di contrasto all'immigrazione. Questo è Salvini.


Il sindaco Domenico Lucano, accanto alla sindaca di Barcellona, ad Alex Zanotelli 
e ad alcuni dei nuovi cittadini del piccolo borgo calabrese. Foto Lente Locale

Perché avete paura di Riace?
Caterina Amicucci | 5 agosto 2018 |

A Riace sono riusciti a fare quello che in tanti diciamo di voler fare. “Noi lo diciamo, loro l’hanno fatto”, ci dice in un’intervista video Ada Colau, la sindaca di Barcellona, accorsa nel piccolo borgo calabrese a sostenere lo sciopero della fame del sindaco Domenico Lucano, che protesta contro il blocco dei fondi Sprar da parte della Prefettura e del ministero degli interni. “Qui si vede che l’accoglienza non è solo una questione morale, legale o di diritti umani ma un’opportunità per tutti. Così, quando arrivi qui a Riace, ti chiedi chi è che sta salvando e chi viene invece salvato. Stiamo salvando i rifugiati o sono loro stanno salvando l’Europa? Riace stava perdendo la sua popolazione e oggi, grazie al coraggio e alla capacità di chi ha dato vita a un progetto esemplare, la gente è più felice, il paese è pieno di bambini e ha ricominciato a sorridere. Riace è il simbolo di un’Europa della speranza, spiega la prima cittadina della metropoli catalana. Sarà mica per questo che fa tanta paura al ministro Salvini e al governo italiano?

In questi giorni il piccolo borgo calabrese di Riace, famoso in tutto il mondo per il suo modello virtuoso di accoglienza diffusa dei migranti, è un crocevia di attivisti, giornalisti, personalità e curiosi. Oltre a celebrare dal 2 al 5 agosto la manifestazione Riaceinfestival, il sindaco Domenico Lucano ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il blocco dei fondi SPRAR da parte della Prefettura e del Ministero degli interni. Da mesi al Comune non vengono pagati i saldi dei programmi già svolti e per il momento non è confermato il finanziamento del 2018 dal quale dipendono 150 migranti ed il lavoro di diversi operatori sociali. Versamenti che sono stati regolarmente effettuati ai paesi limitrofi della Locride che gestiscono altre strutture di accoglienza.

In una conferenza stampa congiunta, il presidente della Regione Mario Oliverio e Domenico Lucano hanno denunciato l’esistenza di un chiaro disegno politico per chiudere l’esperienza Riace. I problemi sono iniziati con un’ispezione inviata dalla prefettura che ha prodotto un infondato verbale che giudica inadeguate le condizioni di vita dei migranti.



Il verbale non solo è in contraddizione con la precedente ispezione della stessa prefettura che aveva lodato il modello Riace ma soprattutto con la realtà. Le porte del paese sono aperte a tutti ed è sufficiente trascorrervi poche ore per rendersi conto di come vivono i migranti e dell’aria che si respira in un luogo che solo pochi anni fa stava morendo di spopolamento. La sezione di Catanzaro di Magistratura Democratica ha prodotto una contro inchiesta, una sorta di video-verbale indipendente che sarà presto reso pubblico e che smonta interamente i rilievi di merito della prefettura. Fra questi vi è anche la contestazione dell’uso dei cosiddetti “bonus”, la moneta locale inventata da Lucano per rendere indipendenti i migranti negli acquisti dei beni di prima necessità. Una pratica virtuosa che dovrebbe essere un modello per tutti, perché oltre a favorire l’autonomia degli ospiti evita la gestione centralizzata di grandi acquisti, ovvero quella parte della filiera economica dell’accoglienza dove si annidano corruzione, collusione e infiltrazioni della criminalità organizzata.

“La nostra opinione è che le osservazioni critiche che a questo progetto vengono fatte siano di minimo rilievo. Sono osservazioni di carattere procedurale e formale, che esistono, ma che non hanno nulla a che vedere con la qualità del servizio”, spiega Gianfranco Schiavone vice presidente dell’ASGI, dopo aver studiato tutte le carte “Certo, una qualità del progetto che è andata diminuendo nell’ultimo anno e mezzo per carenza di fondi. Non si possono erogare servizi se non ci sono i soldi. Anche io ci vedo un disegno di chiusura che va avanti da tempo".

Ma perché Riace fa tanta paura?

“Perché dimostra che è possibile. Hanno anche impedito la messa in onda sulla RAI del film girato qui a Riace. Perché?”, si chiede il sindaco Lucano, che aggiunge: “La ragione è che 7-8 milioni di persone avrebbero visto che a Riace è possibile. E’ possibile in una delle zone più depresse d’Italia, dove l’accoglienza non si limita ad una dimensione etica ed umana ma diventa anche la soluzione al problema dello spopolamento”.

Non è probabilmente una casualità che i problemi di Riace e del suo sindaco siano iniziati quando l’attenzione mediatica nazionale e internazionale sul piccolo borgo ha iniziato a crescere. Riace è infatti la testimonianza viva in grado di neutralizzare in maniera diretta e concreta la violenta propaganda d’odio governativa.

La solidarietà al sindaco Lucano è arrivata da tutta Italia e la Rete dei Comuni Solidali ha avviato una raccolta popolare di solidarietà. “La Rete dei Comuni Solidali (RECOSOL), in accordo con le associazioni presenti durante il Riaceinfestival, avvia una raccolta popolare di solidarietà finalizzata a permettere al progetto di Riace di superare questa fase estremamente critica. Fase legata a ingiustificabili ritardi anche voluti da una politica ostile che vuole costringere alla chiusura un progetto di accoglienza divenuto noto in tutta Europa e che ha permesso di invertire il declino sociale, economico e demografico di una delle aree più difficili d’Italia, un’area caratterizzata da profonde infiltrazioni della criminalità organizzata. Riace rappresenta un modello di accoglienza e di legalità per tutti “, si legge nel comunicato della rete che lancia l’iniziativa.

Presenti a Riace anche padre Alex Zanotelli, Luigi De Magistris e la sindaca di Barcellona Ada Colau, che ha scelto di fare dell’accoglienza e della lotta al discorso d’odio un punto cardine della politica metropolitana.


Per partecipare alla raccolta fondi con una una donazione unica o periodica (la campagna rimarrà attiva fino a dicembre 2018): RECOSOL, IBAN: IT92R0501801000000000179515, causale Riace.

venerdì 3 agosto 2018

Tana libera tutti


Contesto:
Richiesta di voltura per fornitura gas.

Protagonisti:
Il sottoscritto
Eni gas e luce
Italgas

***

Io: Buongiorno, desidero aprire un nuovo contratto di fornitura gas, si tratta di una voltura.
Eni gas e luce: Benissimo, avviamo la nuova pratica […] Un operatore Italgas verrà a casa sua il 2 agosto dalle 10:00 alle 12:00.

2 agosto, ore 13:32

Io: Buongiorno, informo che non è venuto alcun operatore né ho ricevuto alcuna chiamata per essere informato della mancata visita. Posso sapere i motivi?
Eni gas e luce: Mi dispiace ma è il distributore Italgas che si occupa delle visite, Eni gas e luce è il gestore e non ha responsabilità.
Io: Capisco! C'è il gestore Eni gas e luce e il distributore Italgas. Il gestore chiede al distributore di fare un servizio per proprio conto e il gestore che è la sola interfaccia con il cliente non chiede al distributore come e se viene svolto il servizio. Funziona così?
Eni gas e luce: Purtroppo sì.
Io: E il cliente non può nemmeno conoscere i motivi per cui il distributore non si è fatto vivo. Funziona così?
Eni gas e luce: Italgas non è tenuta a comunicare a Eni gas e luce le ragioni per cui l’operatore non ha potuto svolgere il servizio, magari perché lei non era in casa.
Io: Questo lo escludo perché non mi sono mosso. Potrei almeno sapere se l’operatore intende venire in altra data?
Eni gas e luce: Non è possibile. Bisogna aprire un’altra pratica e chiedere una nuova visita ma non possiamo farlo ora perché l’attuale pratica risulta ancora aperta e non possiamo aprirne una nuova fino a quando Italgas non comunicherà la chiusura di questa pratica in serata.
Io: Naturalmente! Perché, tralasciando che ha detto che Eni gas e luce non riceve alcuna informazione da Italgas sul servizio, mi pare normale che si giochi con il tempo degli altri nascondendosi dietro la divisione delle responsabilità come i bambini giocano con le figurine dei calciatori, vero? Questa è mia, questa è tua. Delle tue figurine io non posso farci niente, di quelle mie dispongo come voglio, proprio come state facendo voi con il mio tempo. Oppure è il nascondino?  Quello di tana libera tutti. Il primo che arriva solleva tutti da ogni impegno, vero? Funziona così? Dopotutto cosa avremmo mai da fare noi se non stare in casa ad aspettare un fantomatico operatore Italgas che non viene senza dare ragioni? Possiamo sempre protestare telefonando al solo numero disponibile di Eni gas e luce che ci dice che non ha alcuna responsabilità al riguardo e che non può farci nulla! Cosa c’è di più evidente che proprio non riusciamo a capire? Funziona così!

***

“[…] si sentiva allegro come un cane al quale abbiano insegnato a saltare attraverso un cerchio e che, avendo capito alla fine e compiuto quel che si pretende da lui, si mette a guaire e, agitando la coda, salta per l’entusiasmo sui tavoli e sulle finestre.” Anna Karenina, Lev Tolstoj, 1877.

***

Pillole di storia:

1837 – Italgas nasce a Torino come Compagnia di Illuminazione a Gaz per la Città di Torino. Negli anni cambia più volte nome diventando Società Italiana per il Gas, poi Stige e infine Italgas.
1966 - Il controllo di Italgas passa alla Snam del Gruppo Eni
2003 - Eni acquisisce il 100% del pacchetto azionario Italgas.
2009 – Eni cede l’intero pacchetto azionario di Italgas alla propria controllata Snam Rete Gas.
2012 - Snam si separa da Eni e diventa indipendente.
2016 - Snam si separa dalle attività di distribuzione del gas, quindi da Italgas.

Il nome Stige che Italgas si diede un tempo mi pare più che opportuno ancora oggi, perché inaspettatamente sincero.

***

PS - Il testo è stato inviato questa mattina al profilo Facebook di Eni gas e luce. Segue breve scambio, per ora chiuso.

Clicca sull'immagine per ingrandire

martedì 31 luglio 2018

Il popolo

«Il popolo, spesso meschino e vigliacco e insensato, i politici non si azzardano mai a criticarlo, non lo rimproverano né gli rinfacciano come si è comportato, anzi, invariabilmente lo esaltano, per quanto poco sia degno di essere esaltato, in nessun paese. Ma è stato eretto a intoccabile e ormai è come gli antichi monarchi dispotici e assoluti. Come loro, possiede la prerogativa della velleità impune, non risponde di ciò che vota né di chi elegge, di ciò che sostiene, di ciò che tace e consente oppure di ciò che impone e acclama. Che colpa aveva del franchismo in Spagna, come del fascismo in Italia o del nazionalsocialismo in Germania e in Austria, in Ungheria e in Croazia? Che colpa aveva dello stalinismo in Russia o del maoismo in Cina? Nessuna, mai; il popolo é sempre vittima e non viene mai punito (certo non si punisce da sé, di sé ha compassione e pietà). Il popolo non è che il successore di certi re arbitrari e volubili, solo che ha un milione di teste, come dire che è senza testa. Ciascuna di quelle teste si guarda allo specchio con indulgenza e si giustifica con un'alzata di spalle: "Ah, io non sapevo. Io sono stato manipolato, persuaso, ingannato e fuorviato. Che potevo saperne io, povera donna, povero ingenuo che sono..."» Berta Isla. Javier Marìas

mercoledì 25 luglio 2018

#SalviniDeveRestituire49MilioniDi€

Provo a lanciare una iniziativa su fb. Entri nel profilo di #Salvini e per ogni post lasci un messaggio del tipo #tirafuoriisoldi #ricordatideisoldidarestituire #49milionidieuro #lesentenzesirispettano #cassazionetidiceniente? .... nessuna replica, nessuna raccolta di sfide o provocazioni, per nessun motivo.
Un messaggio per ogni post, tutti i giorni. Per smettere facciamoci bloccare.

***

Due parole su questa iniziativa che in solitaria ho lanciato e in solitaria perseguo. Intanto trovo stimolante leggere quante specie popolano il pianeta Italia, a volte mi deprimo a volte mi diverto ma diciamo che non mi annoio. I soldi che la lega ha sottratto illecitamente non sono il mio principale interesse. Il mio interesse per quei soldi coincide con il fatto che sono il risultato di un reato sanzionato da una sentenza della corte di Cassazione che ne dispone il sequestro, fine. Per il resto mi fa abbastanza pena una politica portata avanti a suon di stop ai vitalizi, i parlamentari guadagnano troppo, no alle pensioni d'oro e altre menate di questo tipo. Per quanto non mi sfuggano le storture e le ingiustizie perpetrate da quanti indegnamente hanno occupato sacri scranni della vita politica di questo Paese ritengo che queste argomentazioni siano indice di un impoverimento del discorso politico che non prelude a niente di buono. Con questi argomenti non guardi alle prossime generazioni, al massimo guardi a fine mese. Ad ogni modo per tornare ai miei insistenti post sul profilo di Salvini per chiedere la restituzione del maltolto, lo faccio proprio perché ormai questo è l'unico argomento sensibile anche per molti suoi sostenitori. Non posso entrare in un mattatoio e parlare di valori etici, di solidarietà, di partecipazione pubblica, di diritto, di programmazione economica, di politica industriale, di programmi di sviluppo. Questo è la politica ma non vedo niente di simile né nel profilo di Salvini, né in quello di Di Maio. Allora insisto sul solo argomento che rende muti molti suoi sostenitori, il solo che capiscono: i soldi. Questo è il solo argomento finora che potrebbe incrinare il favore crescente nei confronti di Salvini e trovo francamente imbarazzante che i mezzi di comunicazione lo trascurino come fosse un incidente di percorso per la Lega di Salvini. Non lo è. Salvini non può dirsi estraneo alla gestione economica della Lega dei tempi di Bossi. Se lo fosse stato si sarebbe costituito parte civile nel processo e chiesto il rimborso a Bossi & co dei 49 milioni di euro messi sotto sequestro, lo avrebbe fatto in nome e per conto della Lega da lui diretta. Non facendolo si è reso responsabile di un danno nei confronti di milioni di suoi stessi sostenitori.


Tu non puoi farlo, Salvini lo ha fatto.

***

Frequentare il profilo di Salvini significa leggere commenti strampalati perché a Salvini piace dare in pasto una polpetta avvelenata e poi guardare i cani avventarsi sulla polpetta, a volte sbranandosi tra di loro perché difettano anche di ironia e non si riconoscono tra di loro! A me interessano poco i commenti fatti di ingiurie gratuite e direi pure elementari, proprio da scuola elementare. Provo più interesse per quei commenti apparentemente di "buon senso" che però non ha niente di buono perché sbagliato alla radice ma la radice sembra ormai così lontana che pochi l'afferrano chiaramente. Si tratta piuttosto di luoghi comuni che per insistenza e diffusione si guadagnano il titolo di buon senso. Uno di quei luoghi comuni è "prendi i migranti a casa tua", indice di una perdita del concetto di pubblico e di collettività, concetti trascurati anche e soprattutto a sinistra. Già, perché ci fosse un tessuto di contenimento di queste derive i profili come quello di Salvini avrebbero anche il ruolo social(e) di fare da contenimento e valvola di sfogo per frustrazioni che attendono risposta, invece quel tessuto manca e va ricostruito, lentamente, con pazienza ma con intransigente rigore e senza tolleranza per gli intolleranti.

***

Per chiarire alcuni concetti di base. A quanti ancora invitano i "buonisti" ad accogliere i migranti in casa propria rispondo che non lo faccio così come non accolgo a casa mia tutti i malati degli ospedali d'Italia, gli studenti delle scuole e dell'Università, i disoccupati e gli indigenti italiani ecc. ecc.
Per garantire i diritti, come quello alla salute, all'istruzione, al lavoro, alla dignità, io pago le tasse. Ripeto, io pago le tasse, non le evado come fanno molti "cattivisti". Poi posso anche fare beneficenza ma quello riguarda il privato e lo tralascio. Invece pagare le tasse, ripeto, pagare le tasse, non evaderle, garantisce che uno Stato continui a essere Stato. Stato sociale in particolare, quella cosa nata nel XIX secolo dove la collettività contribuisce per la garanzia dei diritti di tutti.

martedì 10 luglio 2018

Note a sinistra

A proposito della sinistra che non coglie più le istanze e i bisogni del popolo la faccenda è più complessa di quanto sembri, come al solito. E' una affermazione che merita riflessione, analisi critica e autocritica. Niente che io possa scrivere potrà essere esaustivo, scrivo rapide e disordinate note per mio promemoria, come incipit per una discussione a venire.
E' un doppio movimento di allontanamento dai valori di sinistra quello che vedo, un doppio allontanamento dai principi di solidarietà e uguaglianza. Le elite politiche si sono asservite alle elite economiche allontanandosi dai valori di sinistra. E il popolo? Cosa fa il popolo? Cosa ha fatto questo soggetto politico così difficile da definire e individuare? Il popolo veste sempre i panni della vittima? Spesso sì ma questo non è sufficiente per assolverlo con formula piena. Il popolo ha smesso di essere popolo da tempo, il popolo ha smesso di volersi migliorare lasciandosi essere massa. Le avvisaglie c'erano da tempo, sulla società dei consumi sono stati spesi fiumi d'inchiostro. Quella letteratura andrebbe ripresa per essere declinata in chiave odierna. Qualcuno potrebbe storcere il naso e pensare al solito "radical chic", come si usa inveire adesso per liquidare uno che scrive oltre i 140 caratteri. Smettiamola con la retorica dei radical chic, ci sono anche quelli, sono orrendi e non sono il mio modello. Il mio modello non sono neanche i salotti intellettuali. Il mio modello sono i contadini e gli operai che fino agli anni '70 alla fine di una giornata di fatica in campagna o in fabbrica andavano nelle sezioni di partito a leggere e commentare autori da niente come Marx, Gramsci, Dossetti, Sturzo... C'era chi giocava a briscola e tressette col morto ma anche quello era esercizio di socialità e nessuno sbeffeggiava chi si dedicava a cose più impegnative, nessuno prendeva in giro chi si interrogava sul proprio ruolo nella storia perché la cultura era un valore, l'emancipazione un'aspirazione. Nessuna visione idilliaca da parte mia, il presente è figlio del passato e quello che siamo oggi è nato da quello che eravamo in passato ma affermo che fino agli anni '70 c'era un'altra tendenza che aveva opportunità di diventare egemonica, non è quello che è accaduto. C'era una volontà di emancipazione, una pulsione a migliorarsi. In tv si vedevano sceneggiati che fanno tremare le gambe, i fratelli Karamazov, i promessi sposi, Anna Karenina. La cultura era un valore perché tutti volevano che i propri figli si diplomassero, si laureassero, per lasciarsi alle spalle un passato di discriminazione, di sacrifici, spesso di miseria... poi? Guardiamoci adesso. Cosa è successo? Tanti di quei figli si sono diplomati, alcuni laureati e quasi tutti si sono sentiti finalmente arrivati! Un tempo l'intellettuale non era schernito ma era un modello da imitare e raggiungere, poi il modello è diventato un cafone arricchito, ora è un cafone e basta. Invece della cultura l'obiettivo da conquistare sono diventati i soldi, la carriera. Lo status, per quanto messo in crisi dall'economia degli ultimi anni, è stato raggiunto e l'obiettivo è mantenerlo, a tutti i costi, anche schiacciando gli ultimi diseredati. I genitori non sono meno responsabili di questo declino perché consapevolmente o meno hanno allevato figli arrivisti e miopi. Figli e genitori sono diventati classe media, l'ignobile classe media che si sente arrivata, la borghesia di un tempo ma senza dialettica sociale perché le classi si sono mescolate, i confini sfumati. Non ci si vuole più migliorare, questa è la verità. La cultura è un disvalore, altruismo è diventato un'offesa. Migliorare è diventato avere l'ultimo modello di cellulare, rinnovare l'abbonamento alle pay tv per vedere partite e serie da dimenticare in tre mesi. Un popolo che non vuole più migliorare, che si accontenta di un Salvini per farsi rappresentare, perché essere migliori di Salvini è difficile, non è facile come qualche spocchioso di sinistra può pensare, è difficile, serve educazione dello spirito, dell'intelletto, serve misura nelle parole e nel pensiero, serve capire le conseguenze delle proprie azioni e assunzione di responsabilità. Essere come Salvini è facile perché è più vicino alla vita relazionale da bar sport, dove ognuno può fare a giorni alterni l'allenatore della nazionale, il presidente del consiglio, il presidente della Repubblica, il papa. Il popolo ha smesso di volersi migliorare, ora sogna di rimanere così com'è, solo con più soldi da spendere. Prima soldi non ne aveva e aspirava a qualcosa che vale più dei soldi, voleva un ruolo nella storia. Poi il compito si è manifestato nella sua di colossale difficoltà e si è accontentato del primo gradino che pure andava conquistato. Così è stata spesa l'opportunità di conquistarlo quel ruolo, con la classe media, becera e arrivista, con i parvenu pronti a dimenticare padri e madri pur di evadere le tasse, sempre che a evadere non glielo abbiano insegnato padri e madri.
Ecco, se le elite politiche sono quello che sono è perché il popolo è quello che è. I Don Circostanza vengono dal popolo perché le elite vengono dal popolo, poi tendono a sclerotizzarsi ma in un modo o nell'altro devono chiedere consenso al popolo, non solo nel giorno delle elezioni ma in tutti i santi giorni. In tutti i santi giorni! Le elite hanno manipolato il popolo? Vero anche quello, ma per uscire da questa trappola non si può applicare costantemente questo assurdo parallelo tra vittima e truffatore con i fenomeni sociali, salvo invocare anche la circonvenzione di incapace. E invece è proprio quanto sembra essere accaduto!
E' questo il clima "culturale" in cui prolifera una visione miope dell'economia e dello sviluppo, un terreno di coltura per l'isolamento sociale, il precariato, la disoccupazione e altre spirali che portano sempre più velocemente all'impoverimento, non solo economico, del paese. E' questo il clima che ha prodotto una classe politica altrettanto miope che consideriamo la causa di tutto quando invece è l'ultimo atto di un film cominciato molto tempo fa.

Lascio le considerazioni generali per chiudere con l'attualità di questi giorni che potrà essere ancora più indigesta, pazienza. Mi chiedo se il paese è davvero all'altezza di persone come Cuperlo, come Civati. Persone esercitate all'analisi, al pensiero lungo. Persone a mio avviso non prive di errori, ma per senso di sofferta responsabilità, una responsabilità assunta in anni difficili quando gli altri, quelli puri che non fanno errori sbraitavano dall'opposizione capitalizzando sulle sventure del paese. Visto che Cuperlo è nel Pd vorrei essere chiaro su questo punto. Lo dico da non elettore del Pd, velleità da autistici prepolitici a parte è chiaro che senza il Pd non è possibile alcuna formazione di ispirazione socialdemocratica con ruolo di governo. Da non elettore del Pd questo mi è sempre stato chiaro. Negli ultimi anni il Pd è stato ostaggio di un capetto arrogante e presuntuoso, ora è tempo che gli elettori del Pd pretendano che sia ridotto ai minimi termini il suo ruolo e quello dei suoi servi volontari che sono molti e purtroppo ancora in ruoli chiave. E' tempo per il Pd di aprire quella riflessione sempre rinviata sulla propria identità e nel caso la ritrovasse guardare nel vasto territorio, da troppo tempo deserto, delle politiche sociali, altrimenti completare la fase di autoscioglimento cominciata dal giorno dopo la sua nascita.

giovedì 5 luglio 2018

Lasciti


La madre bambina tornò a casa ridendo,
sul viso cercava le rughe di anni a venire,
lasciti di un tempo ottuso che non voleva arrivare.
Barattò gli anni con un ricordo ostinato
perché non mancassero lacrime,
acqua santa per battezzare il mondo senza dèi.

mercoledì 4 luglio 2018

Il silenzio è allo zenith


Il silenzio è allo zenith
rotto da furiose geremiadi di cicale,
le formiche trascinano carichi smisurati,
il sole fa scempio di fili d'erba e tempo.

Poche parole ci fanno ombra
in questo fine mese senza nome.

domenica 24 giugno 2018

Note(10)

Anche se un riferimento al rapporto tra l'intero e le sue parti compare già nella Metafisica di Aristotele alla piena consapevolezza di tale importante distinzione la scienza è definitivamente approdata alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, quando Ludwig von Bertalanffy pubblicò la Teoria Generale dei Sistemi[1] sebbene già nel 1913 Alexander Bogdanov[2] intuì le proprietà dei sistemi. Ad ogni modo il pensiero cosiddetto sistemico ha aperto nuove prospettive epistemologiche portando, attraverso l’approccio olistico, l’attenzione verso le proprietà cosiddette emergenti dei sistemi e, ancora più importante, consentendo di rilevare la complessità organizzativa dei sistemi, aspetti dell’essente che l’approccio riduzionistico non consente di rilevare.
Questo pensiero è stato estremamente fecondo e si è intrecciato con i più diversi ambiti del sapere e dell’agire umano, dalla cibernetica alla biologia evoluzionistica, dalla psicologia all’economia, dalla linguistica alla politica. In quest’ultimo ambito ha avuto particolare successo una forma alterata dell’approccio olistico e il ricorso alle proprietà dei sistemi ha visto entusiasti esponenti delle più svariate correnti politiche che nei momenti di crisi sventolano la bandiera del sistema che deve sembrare sicuramente più decorosa degli stracci sporchi delle catene di azioni dei singoli soggetti. Nel desolante tentativo di liberarsi di quel grandioso concetto che si è sviluppato in seno alla cultura cristiana, ovvero l’individuo, e delle responsabilità che questo concetto comporta si è ricorso, si ricorre e si ricorrerà, in maniera sfacciatamente disinvolta ad argomentazioni di carattere sistemico, che ovviamente non rivelano un approccio razionale alla complessità dei fenomeni sociali e politici bensì rendono manifesta una imbarazzante mediocrità a occultare malefatte e atti di dubbia eticità.
Il ricorso al sistema, nell’accezione degenerata qui richiamata, ha raggiunto particolare risonanza quando, negli anni ’90, l’inchiesta Mani Pulite avviata dal tribunale di Milano, smantellò un’intera classe politica che reggeva le sue attività sulla corruzione e che aveva fatto delle mazzette la regola della prassi politica. Allora non furono in pochi a costruire le proprie difese sull’argomentazione che il sistema funziona così e che non si può fermare il sistema. Si ricordi l'appello di Bettino Craxi al marciume del sistema sventolato come argomento autoassolutorio, roba peraltro largamente anticipata dalla cultura popolare del mal comune mezzo gaudio.
Sono trascorsi più di 20 anni da allora, il sistema si è evoluto. L’Italia è passata dalla prima alla seconda repubblica e ci avviamo verso la terza, che qualcuno considera già insediata. Qualche uomo politico degli anni '90 è in via di beatificazione postuma e dopo i governi Berlusconi, una sequela di governi tecnici, il magma pentastellato e la fabbrica dell'odio leghista la cosiddetta società civile, che fino a ieri dormiva sonni tranquilli ignorando i principi più elementari della democrazia, oggi si è data una pseudo-organizzazione continuando a ignorare i principi più elementari della democrazia e non solo. Il concetto di sistema è servito per portare al potere i cosiddetti partiti antisistema, trascurando che anche impedire ai cretini di avere ruoli di comando può avere effetti benefici per la gestione della cosa pubblica. Berlusconi, per una astuzia della ragione che sfuggirebbe al più disincantato Hegel, torna a essere considerato il salvatore della nazione. I sistemi solitamente si organizzano secondo un criterio di parsimonia energetica, a questo principio proprio dei sistemi fisici toccherà aggiungerne altri squisitamente sociali, di parsimonia intellettuale per descrivere l'attuale situazione e di parsimonia morale quando Berlusconi farà da contrappeso a Salvini.

[1] Ludwig von Bertalanffy, Teoria Generale dei Sistemi. Fondamenti, sviluppo, applicazioni. Mondadori, 1983.
[2] A. Bogdanov, Saggi di scienza dell’organizzazione, Edizioni Theoria, 1988.
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