domenica 26 aprile 2015

Della scienza e altro

Per la prossima estate è attesa la pubblicazione di una Enciclica di Papa Francesco dedicata ai cambiamenti climatici. Il 28 aprile Francesco ospiterà una conferenza sulle "dimensioni morali del cambiamento climatico e dello sviluppo sostenibile". L'attenzione della Chiesa per queste tematiche è una buona notizia. Sicuramente fonte di riflessione e, spero, di azione per molti. Le anticipazioni sull'enciclica potete leggerle nell'intervista di QualEnergia al Cardinale Peter Turkson. Da parte mia ripesco questi appunti di alcuni anni fa.

***  

A torto o a ragione spesso si sostiene che il pensiero scientifico non ha in debita considerazione le aspirazioni squisitamente umane che sarebbero di pertinenza del discorso religioso. In due parole il centro del discorso che la scienza non avrebbe capito – o avrebbe dimenticato - è il rapporto tra “verità e metodo” di cui si parla in proporzione inversa a quanto se ne sa. A una attenta analisi emerge che per certi versi la scienza, almeno in alcune delle sue filiazioni, non è esente da questo vizio di fondo che viene da molto lontano e che trova il suo fondamento proprio nella cultura religiosa di questa parte di mondo che del resto ha dato origine allo stesso discorso scientifico.
E’ indubbiamente vero che la nostra epoca, apparentemente dominata (solo apparentemente) dai valori della razionalità, non sia proprio idilliaca e merita una critica se non un rifiuto in molte sue manifestazioni. Non intendo un rifiuto della scienza come desiderio di conoscenza e metodo epistemologico, ma della deriva tecnicista che si manifesta in una visione del mondo esclusivamente tecnico-strumentale e nella monopolio di valori di ordine ingegneristico come l’efficienza. Questi valori dominanti si oggettivano nella crescita economica, nell’efficienza della produzione, nell’accumulo di risorse, ecc. a scapito di valori umani che fanno capo alla ricerca della felicità, allo sviluppo delle emozioni, della solidarietà e dell'empatia e che non sono di pertinenza del discorso scientifico, sebbene non esulino dal più ampio contesto del discorso razionale. A ogni modo il terreno di realizzazione dei valori umani è l’etica che non può essere “l'etica a bassa definizione” di ordine strettamente privato che caratterizza l’attuale dibattito politico e religioso, ma l'etica pubblica delle relazioni con l’altro che in virtù della sua irripetibilità, molteplicità ed individualità dovrebbe essere anteposto all’Essere (diffidare sempre delle parole maiuscole) unico dell’ontoteologia o delle leggi universali della scienza.
A mio avviso la natura del “vizio della scienza”, fenomeno tipicamente occidentale, può essere rintracciata nelle sue radici storiche che in occidente sono saldamente cristiane, come ci assicura più di un Papa. Nella cultura giudaico-cristiana l’uomo celebra il suo delirio di onnipotenza nell’incarnazione di Dio ma anche la scienza di Bacone e di Cartesio nasce dalla stessa sofferenza e conserva una simile aberrazione. La nota massima di Bacone, "scienza è potenza", celebra la potenza in termini di dominio sulla natura più che di possibile umano, ("riempite la terra e soggiogatela, [...] dominate su ogni essere vivente che si muove sulla terra", dice Dio all'uomo e alla donna), e per Cartesio la centralità dell'io ipertrofico in "io penso, dunque sono" è l’unico fondamento indubitabile, tema peraltro già presente nei Soliloqui di Sant’Agostino! Deve essere comunque considerato che Bacone poneva il primato etico della carità nelle sue opere, pertanto la critica non può essere rivolta a Bacone, e sospetto neanche a Cartesio, ma a ciò che di questi pensatori è stato compreso da parte di una umanità che non può certamente vantare pari statura né intellettuale né morale.
E’ probabile, ma non lo sapremo mai, che se la moderna società avesse preso avvio da un'idea di condivisione della natura e da un io meno traboccante le cose oggi potrebbero essere differenti.
I greci antichi avevano già chiara l’idea di un uomo che condivide la natura, regno della necessità, con gli altri enti naturali, quindi se oggi abbiamo compreso queste idee (per la verità siamo costretti ad abbracciarle con riluttante resistenza) non è un problema di sviluppo storico del pensiero, ma di un ritorno a idee già acquisite nella storia, dalle quali vi è stato un allontanamento.
Non vorrei sbagliarmi, ma nell'atto di nascita della tanto invisa scienza moderna si scorgono gli stessi schemi che hanno partorito il cristianesimo, sebbene in forma secolarizzata. Non che questa considerazione sia così originale, già nel 1967 Lynn White Jr. pubblicò su Science un celebre quanto contestato articolo sui nessi tra la cultura giudaico cristiana e la crisi ecologica, più recentemente il tema della derivazione dalla cultura giudaico-cristiana della cultura antropocentrica e del dominio sulla natura è stato trattato da Umberto Galimberti nel suo monumentale Psiche e Techne (Psiche e Techne. L’uomo nell’età della tecnica. Feltrinelli, 2005, p. 477). Ad ogni modo a me sembra sia importante capire se l’attuale visione del mondo fosse già in nuce alla nascita del pensiero scientifico o se questo pensiero non sia stato partorito nell’unica forma che poteva avere per sopravvivere alla censura teologica.
Indubbiamente la genealogia della modernità è di fondamentale importanza, e non possono essere brevi pensieri a dipanarne la matassa, ma resta il fatto che alle vecchie cattedrali ne sono subentrate altre: fabbriche, centri commerciali, ospedali e via dicendo, senza che il nocciolo della questione mutasse e anziché dire sì alla vita il nostro unico sì è sempre più ridotto a domande del tipo “paga con carta di credito?”.

venerdì 24 aprile 2015

70 anni ma ne dimostra di più

"A Kim, e a tutti gli altri". Dedica di Italo Calvino per Il sentiero dei nidi di ragno, 1947.


Canto degli ultimi partigiani

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell'acqua della fonte
La bava degli impiccati.

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull'erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l'aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d'uomini
Mordere l'aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d'uomini.

Ma noi s'è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l'hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

Franco Fortini, da Una volta per sempre, 1966.




"I'm in the wrong sector of the right side". Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, 1968.

martedì 21 aprile 2015

Campi di sterminio europei


Ieri, quando un amico ha visto questa immagine sul mio profilo, mi ha fatto notare quale fosse lo stridore dell'accostamento. Lo ringrazio delle sue osservazioni che rendono necessario un chiarimento da parte mia. Lo farò in maniera molto sintetica, come sono solito buttare giù gli appunti nel mio taccuino.

Auschwitz-Birkenau era un campo di sterminio europeo, non solo tedesco. Chi avesse dubbi su questo non ha che da studiare un po' di storia. Il mar Mediterraneo è un campo di sterminio europeo, questo lo affermo io.
Con tutte le differenze che nessuno può trascurare tra i due contesti storici, prima tra tutte la "sistematicità tecnica" della Shoah che rappresenta uno spartiacque nella storia umana, stiamo parlando di campi di sterminio europei. C'è differenza, certo, come c'è differenza tra due edifici di dimensioni e forme differenti ma costituiti della stessa materia, degli stessi atomi, e quegli atomi sono l'indifferenza, l'analfabetismo emotivo, l'handicap empatico, l'incapacità (o la comoda impossibilità) di avere una visione d'insieme delle vicende umane. Tutto questo è il distillato delle nostre politiche, delle nostre economie neoliberiste (leggete questo), dove esiste l'individuo senza società e in fin dei conti senza sé stesso.
La mostruosità della Shoah non deve significare che la bestia nazista è improvvisa manifestazione del male assoluto che oscura le mille quotidiane e lente manifestazioni del male banale. La sacralizzazione della Shoah rischia di diventare un Moloch che si adora nel suo rovescio, così come del demonio si rifiuta tutto ma non gli si nega il fascino della forza, della distruzione, della sfida al divino. Dobbiamo avere la forza di portare su questa terra tutte le forze "soprannaturali" e gurdarle negli occhi, dobbiamo avere la forza e l'onestà di esserne terrorizzati, tutti i giorni.
Il mar mediterraneo con i disperati che lo attraversano e che in quelle acque affondano è l'odierno campo di sterminio europeo e non solo europeo. Il sogno di Kant è naufragato con quei migranti, i nostri “santi valori” di libertà, uguaglianza e fraternità sono affondati con loro, le nostre democrazie sono affondate con loro e non da ieri ma dal primo giorno in cui ci si è dovuti misurare con la maestà di quei valori, con l’impegno che richiedevano, con la necessità che si elevassero sopra l’accumulazione originaria. Il mar mediterraneo è un campo di sterminio come campi di sterminio sono le politiche di "esportazione della democrazia" e le politiche di austerità che hanno ridotto la vita media dei greci. Il mar mediterraneo è un campo di sterminio come campi di sterminio sono i tanti territori del mondo dove vivono milioni di diseredati, emarginati, impoveriti da una società che ignora che il proprio destino è quello di tutti quei diseredati.

domenica 19 aprile 2015

Il meglio dell'arroganza tedesca

Ditemi due cose. La prima è da dove passa quel bulletto che ha appena parcheggiato la sua scatoletta di latta, visto che l'ha messa a pochi centimetri dalle moto. La seconda è come immaginate possa trovare la sua scatoletta di latta quando ritorna a prenderla.
Invece sulle due oche ammirate dal "coraggio" del bulletto non voglio sapere nulla.
L'unica cosa che mi rincresce è che solitamente questa gente si riproduce.



venerdì 10 aprile 2015

Je suis *

In alcuni linguaggi informatici l'asterisco è carattere jolly
in sostituzione di qualsivoglia termine.
Metti quello che preferisci!
Cercasi aggettivo qualificativo, sostantivo, identificativo, attribuzione di qualsivoglia gruppo, purché solidale. Dopo il je suis Charlie e l'oceanica manifestazione di Parigi che già ignorava stragi avvenute in precedenza all'attentato di Parigi, si cerca il je suis che manca.
Je suis una delle vittime di Boko Haram? No! Sono neri e lontani. Je suis sciita? Ci mancherebbe altro! Le radici europee sono cristiane. Ecco, ecco. Je suis cristiano e poi suona pure bene, quell'assonanza sembra fatta apposta.
Dopo il doveroso je suis Charlie, dopo il deprecabile silenzio per le stragi che non hanno (non avrebbero) toccato la "nostra civiltà", il je suis cristiano arriva in tempo per dare voce al tribalismo culturale made in Europe. Per le altre stragi basta un contrito cenno, per dovere di cronaca o altra dispensa morale che assolve dal non fregarcene un cazzo.
La guerra che oggi si combatte in medio oriente è essenzialmente una guerra interna al mondo musulmano, lasciando perdere per amore di sintesi le responsabilità esterne riguardanti l'innesco. Quando il fanatismo jihadista si è scatenato sui cristiani si è alzata la voce di Papa Francesco che ha chiesto che la comunità internazionale non resti indifferente alla strage dei cristiani. Richiesta sacrosanta ma se unita al silenzio o a interventi meno forti per le stragi che non riguardano i cristiani è analoga al je suis Charlie seguito da un assordante silenzio.
La nostra indifferenza, la più subdola indifferenza alle tragedie umane fino a quando non ci toccano da vicino, fino a quando non vengono lesi organi che sentiamo nostri, allora si alzano forti le nostre voci, si sollevano dal mero menzionare i fatti, tutto questo denuncia la debolezza e la menzogna dell'universalismo laico, denuncia la debolezza e la menzogna dell'universalismo cattolico (rafforzativo che si rovescia in negazione, visto che cattolico significa universale). L'universalismo occidentale, secolare o religioso, è ignominiosamente falso.
Sono migliaia le vittime di fede musulmana nella guerra portata avanti dai jihadisti ma con l'orribile strage dell'Università di Garissa in Kenia si è sollevata l'attenzione dei media, c'è stato un cambiamento dello stesso vocabolario dei media perché in quella strage emergevano i connotati della "persecuzione dei cristiani". Già da prima, con i giornalisti sgozzati, sono state poche le notizie dedicate alla morte dei giornalisti arabi, uccisi in numero maggiore dei giornalisti occidentali. Sono fatti loro, ecco cosa dice questo atteggiamento. Sono fatti loro e non ci riguardano, anzi si ammazzino pure tra di loro, purché non tocchino i nostri valori, la nostra gente.
Lo sbandierato universalismo dell'occidente, secolare o religioso, è annegato nelle acque del Mediterraneo.

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