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lunedì 20 febbraio 2017

Gli ignavi e la Storia

«Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa".»

Dante Alighieri, Inferno III, 49-51


Ho letto un interessante articolo di Carlo Stasolla a proposito delle ultime “dichiarazioni” di Salvini che invoca la “pulizia di massa con maniere forti”. Trovo condivisibili i contenuti dell’articolo di Stasolla ma oltre alla mobilitazione delle coscienze forse è anche necessario un richiamo alle istituzioni. Perché siano tali!

Esiste o no un dispositivo penale in questo paese che punisce l’apologia di reato? Esiste o no un reato di istigazione a delinquere? Esiste ancora l’obbligatorietà dell’azione penale della magistratura o no? Domande retoriche, perché l’istigazione a delinquere esiste eccome, ancora non l’hanno depenalizzata come è stato fatto con l’abuso di credulità popolare (significativamente depenalizzato da Renzi, immagino con tacita gioia di Grillo!), l’obbligatorietà dell’azione penale esiste eccome. Allora perché non si procede nei confronti di Salvini o di qualunque altro apologeta del reato? Di quali “maniere forti” parla? Glielo vogliamo chiedere o aspettiamo una marcia su Roma delle camicie verdi? Tempo fa in questo paese ci furono istituzioni ignave che nel timore di accendere i fuochi della rivolta non contrastarono le minacce degli squadristi neri, anzi ne accordarono il comando. Stiamo facendo la stessa cosa oggi con gli squadristi verdi?

Mi sbaglierò ma spesso mi capita di pensare che l’ignavia muova la storia più dell’azione. Sì, l’ignavia di pochi cui non può che seguire la reazione di altri. Reazione che non perdiamo occasione di dissezionare, analizzare e spesso ignobilmente condannare. Virgilio sbaglia quando dice a Dante di non ragionare degli ignavi, forse non resta fama di loro ma lasciano tracce profonde nella storia del mondo, eccome se ne lasciano. Quando invece delle camicie verdi si usavano le camicie nere la parabola dell’ignavia per evitare una guerra civile si concluse (o si sospese) con una guerra civile. Stiamo imboccando di nuovo quella parabola?

Ma non facciamoci prendere da preoccupazioni premature. Restiamo fiduciosi in attesa della prossima celebrazione commemorativa per lanciare un autorevole monito alle forze politiche perché si facciano garanti della civile convivenza.

mercoledì 8 febbraio 2017

Del ricordo ben temperato

La Storia non è mai stata avara di crimini. Ovunque volgiamo lo sguardo non c'è possibilità di non scorgerne, basta aguzzare la vista. Ma più che di criminali la storia è generosa di imbecilli che spesso fanno la loro comparsa in concomitanza di ricorrenze vere o costruite, necessarie o strumentali, oppure necessarie e strumentali. E' il caso del giorno del ricordo delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Ricorrenza necessaria perché è giusto fare luce sulle pagine dimenticate della storia, strumentale perché la ricorrenza è occasione di visibilità per manipolatori e altre varietà di imbecilli che se non fanno la storia certamente l'affollano. E' doveroso ricostruire la vicenda delle foibe e dell'esodo ma è ignobile raccontare la storia piegandola agli scopi più biechi. Ritengo che la forma più alta di rispetto delle vittime della storia sia la ricostruzione più fedele possibile dei fatti, per quanta fatica costi.

Facendo finta di ignorare le palesi falsificazioni, le menzogne sui numeri o le foto degli eccidi nazifascisti fatti passare per crimini commessi dai partigiani jugoslavi, vedo essenzialmente due modi di manipolare la storia delle foibe. Il primo è raccontare la storia delle foibe incorniciandola in uno sfondo incompleto, a partire da un certo momento e tralasciando precedenti essenziali alla dinamica dei fatti, come l'occupazione italiana di quei territori e la snazionalizzazione delle comunità slave che ne è seguita, ovvero proibizione della lingua madre, boicottaggio del culto, imposizione di cognomi italianizzati e via e via. Snazionalizzazione cominciata dalla fine della prima guerra mondiale e inferocita con il ventennio fascista: l'unico vero grande rimosso della storia nazionale, "l'autobiografia di una nazione", scrisse Gobetti. Il secondo modo per manipolare la storia è confrontare le foibe con altri fatti storici con cui condividerebbero la matrice criminale. Il riflesso pavloviano di solito produce l'associazione tra foibe e shoah, preludio che ha la sua apoteosi nell'equivalenza tra nazismo e comunismo. L'autore di questo percorso mentale difficilmente verrà convinto da argomenti logici e razionali, dalla ricostruzione dei fatti e dalla verifica documentale.
Per quanto arduo sia il compito di chi vuole ristabilire un po' di ordine nell'emotività usata subdolamente dai cosiddetti revisionisti, resta il dovere di raccomandare buone letture almeno a chi è sfiorato dal dubbio che le cose non siano andate proprio come le racconta chi si riempie la bocca di frasi fatte senza citare fonti per piegare la storia al proprio tornaconto più o meno ideologico.

Per ricordare bene bisogna sapere, altrimenti si affastellano dichiarazioni a vanvera, si rincorrono numeri a casaccio, date disordinate, falsi storici e narrazioni infedeli. Poiché nei prossimi giorni si moltiplicheranno i "ricordi" più o meno sinceri propongo un articolo di Lorenzo Filipaz, pubblicato un paio di anni fa dal collettivo Wu Ming (i commenti all'articolo sono altrettanto interessanti), e uno speciale di patria indipendente del 2005, la rivista dell'ANPI, dedicato alla storia delle foibe. Inoltre invito a leggere il rapporto della Commissione istituita nel 1993 dai Ministeri degli esteri dell'Italia e della Slovenia con il compito di fare il punto sulla ricerca storica dei rapporti tra i due paesi. Questo almeno per quanto riguarda il materiale reperibile in rete. Nelle librerie si trova altro, come i testi suggeriti in calce all'articolo di Filipaz.

Qualcuno potrebbe dire che il materiale che propongo è di fonte partigiana, di parte appunto. Non è il caso del rapporto della commissione italo-slovena. Il rapporto è pubblicato dalla rivista patria indipendente ma è da considerarsi se non "al di sopra delle parti" almeno una versione condivisa tra storici italiani e sloveni, per quanto io stesso sono perplesso dal ricorso a una commissione bilaterale per stabilire una verità storica. Sebbene in alcuni casi sia necessario individuare un punto di partenza comune la Storia non è oggetto di mediazione. Per il resto non mi curo dell'accusa di partigianeria. Gramsci sosteneva che "vivere vuol dire essere partigiani" e io ne sono fermamente convinto. Inoltre esigo dalla partigianeria in materia storica il rigore della prova documentale. Quindi l'eventuale "revisionismo" della storia nota finora deve fornire materiale supportato da prove documentali. Senza questa conditio sine qua non non vedo alcuna ragione per una discussione sul tema delle foibe con revisionisti improvvisati, propagandisti a piede libero, bufalopoieti professionisti e altri simili sventurati che popolano il web e non solo.

giovedì 2 febbraio 2017

Suggerimenti dalla Storia

La procedura per l’elezione del Papa non è sempre stata come la conosciamo. Oggi sappiamo che i cardinali elettori si riuniscono in conclave, una sala chiusa e inaccessibile, clausi cum clave appunto, ma non è sempre stato così. L’ambiente ecclesiastico si è sempre distinto per una certa riservatezza ma all'attuale modalità di elezione si è arrivati dopo alcuni passaggi decisivi della Storia.
In origine a eleggere il Papa era il clero e il popolo della comunità cristiana di Roma. Ebbene sì, anche il popolo partecipava all’elezione del Papa ma non pensate a una procedura democratica, le potenti famiglie romane decidevano e il popolo acclamava o meno in funzione delle alleanze e degli scontri tra le stesse famiglie romane che influenzavano il popolo. Un circolo vizioso, diremmo oggi. Il risultato era spesso una sfilza di papi e antipapi, un putiferio! Nel 769 si pensò che era meglio togliere ai laici il diritto di rifiutare l’eletto per evitare interferenze da parte dell'imperatore ma quel diritto fu reintrodotto appena un secolo dopo. Fu una storia travagliata di potere spirituale e temporale a contendersi il primato, contesa i cui strascichi si sentono ancora oggi, ma questo è un altro discorso. Nel 1059, in pieno scontro per le investiture, Niccolò II decise che l’elezione del papa spettava ai soli cardinali vescovi, tanto per chiarire chi comandava sull’elezione del Pontefice. Da allora l’elezione del papa è avvenuta sempre con una certa discrezione, anche se la prima vera elezione cum clave è avvenuta nel 1118 con Gelasio II. Ma fu tra il 1268 e il 1271 che accadde qualcosa di importante, un vero e proprio tornante nella Storia dell’elezione dei papi. Sebbene i cardinali elettori furono messi sotto chiave in maniera coercitiva perché si dessero una mossa già dai perugini nel 1216 e dai romani nel 1241, furono i viterbesi nel 1270 a superare ogni precedente. Furono straordinari.
All’epoca la sede papale era a Viterbo e alla morte di Clemente IV occorreva eleggere il successore. Come si dice, morto un papa se ne fa un altro. E’ na parola, dicono a Roma per esprimere stupore di fronte a una ingenua sottovalutazione della complessità di un problema!
Per quella elezione il Sacro Collegio ci mise 1006 giorni, dal 29 novembre 1268 al 1° settembre 1271. Quasi tre anni! Poiché "maxima est discordia" tra i cardinali, questa benedetta colomba dello spirito non c’era verso che scendesse per portare il suo sacro consiglio. E neanche a dire che i cardinali erano una moltitudine. Erano solo 20 e uno morì pure durante l'estenuante prova. Ne restarono solo 19! I cardinali erano divisi in due partiti Pars Caroli (filofrancese e filoangioina, o guelfa) che contava 7 o 8 cardinali, e la Pars Imperii (filotedesca, o ghibellina), cui facevano riferimento una decina di cardinali, due dei quali, peraltro, morirono durante le votazioni. Ne restarono solo 17! Questi erano i partiti più importanti. Sorvoliamo sulle divisioni tra le diverse famiglie. Chi spingeva di qua, chi di là. Non c'era verso che si trovasse un accordo su un nome da eleggere.
Pare che all'inizio i cardinali decisero volontariamente la clausura e per starsene tranquilli stipularono un accordo con il podestà e il capitano del popolo di Viterbo perché fosse garantita la giusta serenità dei porporati e il controllo delle strade che all'epoca erano più pericolose di quelle di Detroit. Ma nonostante la tranquillità garantita il tempo passava invano, anche perché, diciamola tutta, i cardinali non si sbattevano di fatica. Ci volle quasi un anno prima di mettersi d'accordo su un nome e questo sventurato era Filippo Benizi, Priore Generale dell'Ordine dei Serviti, religioso in odore di santità che appena saputa la notizia delle intenzioni di eleggerlo Papa si da a gambe levate preferendo a quel covo di serpi la vita da eremita sul Monte Amiata. Dopo di lui il Sacro Colleggio pensò a Bonaventura da Bagnoregio, successore di San Francesco d'Assisi come generale dell'Ordine Francescano, ma pure lui pare abbia pensato ai versetti 8,33 del Vangelo di Marco quando è stato raggiunto dalla ferale notizia. Nella buona novella Gesù pronunciò quel "Vade retro Satana" che molti pensano abbia detto quando era nel deserto. No no, lo disse proprio a Pietro, andate a controllare. Il massimo che quel sant'uomo di Bonaventura poteva fare era una serie di prediche per sollecitare l'elezione del successore di Pietro. Anzi, alcune fonti dicono che sia stato proprio lui a sollecitare "i viterbesi a rinserrare tutti i cardinali affinché in tal guisa ristretti si risolvessero di conchiudere la sospirata elezione".
Neanche le prediche di Bonaventura sortirono il sospirato effetto. Le cose precipitarono, dopo più di un anno non si aveva ancora il papa e i viterbesi cominciavano a rumoreggiare. A quel punto il podestà Alberto di Montebuono e il capitano del Popolo Raniero Gatti, uomo di modi sbrigativi, presero in mano la situazione e decisero di chiudere materialmente nel palazzo papale i cardinali fino a che non fosse stato eletto il nuovo papa. Questo era un vero conclave! Li chiusero letteralmente a chiave. Murarono le uscite e arrivederci con il nuovo papa. I cardinali non la presero bene e scomunicarono il podestà. Da parte sua Raniero Gatti, meno diplomatico del podestà, prese in parola una battuta del cardinale inglese Giovanni da Toledo che disse agli altri porporati: «Discopriamo, signori, questo tetto; dacché lo Spirito Santo non riesce a penetrare per cosiffatte coperture.» Fu così che intorno alla Pentecoste del 1270, il 1° giugno, i viterbesi scoperchiarono parte del tetto del palazzo papale, sperando in questo modo di rendere facile il passaggio della santa colomba sul sacro consesso. Inoltre, per favorire la santità del collegio attraverso la pratica del digiuno furono ridotte le razioni di pasti per i cardinali.
In verità questa segregazione non durò a lungo. Il tetto fu fatto riparare dopo tre settimane dalle autorità comunali e fu consentito ai cardinali di occupare le altre stanze del palazzo papale. Rimase solo il divieto di lasciare il palazzo fino a elezione avvenuta. E i viterbesi fecero male a mollare la presa, perché i cardinali a quel punto se la presero comoda per un altro anno. Ma dopo più di 1000 giorni i cardinali, provati dallo sforzo e ansiosi di rivedere famigliari e amanti, decisero di tagliare corto. Il 1° settembre 1271 quindici cardinali, due erano assenti (ne restarono solo 15!), decisero di applicare il compromissum, ovvero affidarono a sei di loro il compito di eleggere il successore di Pietro, una sorta di commissione parlamentare. La decisione fu presa in quello stesso giorno dai sei membri e successivamente fu approvata e ratificata da tutti. Habemus papam!
And the winner is..., rullo di tamburi..., Tebaldo Visconti, arcidiacono di Liegi, che non era cardinale e neanche sacerdote. Più compromesso di così! Non aveva ricevuto i voti sacerdotali ma in compenso era considerato uomo onesto e saggio e per giunta aveva un impeccabile curriculum vitae et studiorum. Aveva fatto esperienza all'estero ed era collega all'università di Parigi di, udite udite, Tommaso d'Aquino. Insomma, non era uno sprovveduto. Al momento dell'elezione al soglio pontificio era in missione all'estero, al seguito del principe Edoardo d'Inghilterra in una qualche crociata in terra santa, all'epoca se ne facevano molte. Per fargli avere la notizia dell'elezione ci vollero quattro mesi. Non era come adesso che mandi una mail con un click. Una volta tornato in patria fece una carriera ecclesiastica fulminea. Venne ordinato prima sacerdote, poi vescovo e poi papa. Quando si dice un avanzamento professionale prodigioso! Era il marzo del 1272 e dopo più di tre anni dalla morte del precedente papa venne intronizzato il nuovo papa con il nome di Gregorio X.
Sebbene Gregorio X non avesse vissuto direttamente l'esperienza dell'elezione quando gliel'hanno raccontata deve essere rimasto parecchio impressionato. Per questo decise di approvare il conclave come metodo per eleggere il pontefice. Con la costituzione apostolica Ubi Periculum venivano stabilite le regole per l'elezione dei papi. Gregorio X prese a modello quanto avevano fatto i viterbesi. In poche parole i cardinali elettori sarebbero stati tutti segregati in un'aula, senza contatti con il mondo esterno e con graduale riduzione di cibo. In particolare la Costituzione apostolica precisava che, dopo tre giorni, il cibo veniva ridotto a un solo piatto a pranzo e a cena e che, dopo altri cinque giorni, sarebbe stato consentito solo il passaggio di pane, acqua e un po' di vino fino a elezione avvenuta con la regola dei due terzi sulla maggioranza dei votanti. E' interessante anche come la Costituzione stabilisse che ai negligenti sarebbe toccata la scomunica, la privazione dei pubblici uffici e l'attribuzione del titolo di infami.
Sia pure con le modifiche dettate dai tempi queste norme regolano ancora oggi lo svolgimento del conclave per l'elezione del papa.

Ecco in sintesi come si è arrivati al conclave così come lo conosciamo oggi. Voi mi direte, dov'è il suggerimento dalla Storia evocato dal titolo di questo post? Sarò breve.

Non so da quant'è che ci stanno martellando i cabasisi con la legge elettorale. Stabilito che solo un citrullo può aver concepito l'italicum  e che solo un citrullo ha concepito il porcellum, c'è chi vuole il mattarellum, chi il legalicum, chi il consultellum e via vaneggiando con altre perle preziose di latinorum. Quanto durerà questa indecente pantomima?
Ma se si facesse come hanno fatto i viterbesi nel 1270?
Con i parlamentari dentro vengono murate le vie d'uscita di palazzo di Montecitorio e di palazzo Madama, ovviamente senza arrecare danni ai palazzi che oggi fortunatamente la sensibilità architettonica non è quella del XIII secolo. Si lascia il passaggio per qualche frugale vettovaglia da fornire solo nei primi giorni, poi neanche quella fino a legge elettorale approvata.
Come la vedete?

martedì 31 gennaio 2017

Discorsi interrotti

Stasera Afrodite e Artemide avranno molte cose da raccontarsi.
Ares poco lontano origlia e non riesce a cogliere le loro parole. Gli giunge solo un bisbiglio, per continuare a chiedersi quante cose non sa.


- Prudenza Artemide, Ares sta arrivando.
- Non temere Afrodite, è ancora lontano.
- Certe cose è meglio che gli uomini non le sappiano. Quando entra cambiamo discorso.

Eros, ancora bambino, gioca ai piedi della madre.

giovedì 26 gennaio 2017

Del negazionismo e della rimozione

Il progetto criminale di Hitler e del regime nazista per l’eliminazione degli ebrei e di tutte le altre categorie discriminate, zingari, omosessuali, oppositori politici è uno dei fatti meglio documentati della storia contemporanea. Questo è un fatto accertato da migliaia di documenti scritti e fotografici, da filmati, da documenti che lo stesso reich ha prodotto e che non è riuscito a eliminare prima che venisse sconfitto. Lo stesso Hitler ha lasciato nei suoi scritti testimonianza delle sue intenzioni nei confronti degli “inferiori”, di quelli che non facevano parte della razza ariana. I suoi stessi gerarchi, sia quelli condannati a Norimberga e in altri processi sia quelli che sono stati successivamente catturati hanno confermato i fatti dell’Olocausto. Fanno parte della documentazione storica le migliaia di testimonianze di chi ha vissuto quell’orrore. Tutti i documenti prodotti, tutte le testimonianze scritte e raccontate convergono a descrivere un fatto storicamente certo. Nessuna incongruenza tra le testimonianze, nessuna incertezza. Noi stessi non siamo ancora così lontani da quel periodo da non sentire più nelle nostre orecchie la voce di chi ha vissuto quei tempi, molti sono morti ma noi siamo i loro figli, i loro nipoti e salvo mettere in dubbio quello che queste persone hanno raccontato e scritto non può esserci spazio per alcuna negazione. Un nome su tutti, Primo Levi, dopo la sua esperienza nei lager è vissuto solo per testimoniare l’orrore, poi non ce l’ha fatta più. Quello che ha vissuto è disponibile per chiunque voglia sapere cosa è accaduto in quei tempi. Molti hanno atteso anni prima di riuscire a trovare il coraggio della testimonianza perché quello che hanno vissuto appariva indicibile anche a loro, volevano seppellirlo per sempre nella loro memoria. Tutta la documentazione storica, tutte le testimonianze prodotte sono passate al vaglio di centinaia di storici. Non sono state trovate testimonianze discordanti, nessuna smentita tra le più diverse documentazioni. Ogni ipotesi di complotto deve fare i conti con una mole di informazioni spaventosa, con una quantità di documenti enorme, con un numero impressionante di storici e di testimoni che concordano sui fatti accaduti senza alcuna smentita tra di loro. Un complotto può reggere a lungo se coinvolge pochissime persone, può reggere per breve tempo se coinvolge molte persone. E’ difficile, se non impossibile, concepire un complotto che coinvolga centinaia di migliaia di persone e che duri per più di 70 anni, tanti ne sono passati da quando furono scoperti i campi di concentramento. Quindi ogni singolo tentativo di negare la realtà di quei fatti ha il dovere etico e storico di fornire prove altrettanto forti per dire che quei fatti non sono accaduti. Per negare quei fatti devono essere fornite prove altrettanto robuste che i documenti che testimoniano la Shoah sono falsi e devono essere forniti documenti autentici che attestano come sono andate le cose. Questi documenti devono subire il vaglio degli storici così come è accaduto per i documenti che testimoniano l’olocausto. L’onere della prova sta a chi sovverte una verità acquisita e certificata. Senza quelle prove nessun discorso negazionista può essere considerato serio.

Finora nessun resoconto negazionista ha trovato riscontro o conferma nella documentazione acquisita e nessuna documentazione autentica è stata prodotta per introdurre anche un ragionevole dubbio in quello che si sa. Quello che accade con il negazionismo dell’olocausto è simile a un congresso di medici dove si discute su basi scientifiche delle modalità di curare l’epatite, poi arriva uno sconosciuto che nega l’efficacia delle cure di cui si discute e dice che l’epatite si cura con una pomata di arnica spalmata sul braccio destro. I medici chiedono conto di quali esperimenti siano stati fatti, dei pazienti che sono stati curati ma si scopre che nessun esperimento è stato fatto secondo un metodo condiviso e che non ci sono vere guarigioni.

Quali sono le ragioni del negazionismo? Perché si diffonde? Su quale terreno cresce? E’ un tema complesso e non ho le competenze per esaminarlo a fondo ma è possibile dire alcune cose. Intanto c’è un solo negazionismo o ce n’è più di uno? A me sembra di poter distinguere almeno due negazionismi, un negazionismo politico, che persegue fini politici e un negazionismo che potrei chiamare terapeutico. Il negazionismo politico ha, come ho detto prima, il dovere di portare prove di quanto afferma, altrimenti ha il dovere di tacere. Diciamolo chiaramente quel negazionismo puzza di fascismo e di nazismo da lontano, punta alla riabilitazione di un regime oppressivo e criminale pensando di risolvere tutti i problemi della modernità con un ritorno al passato, con un’idea di ordine che passa attraverso l’eliminazione di ogni voce dissonante. Il negazionismo terapeutico, a mio avviso, merita molta attenzione e in alcuni casi direi anche rispetto. Parlo di quella negazione intima che non fa proselitismo, che non vuole sovvertire i fatti, che non ha obiettivi politici ma che nasce proprio dalla mostruosità dei fatti, dall'inaccettabilità di quei fatti, dall'incapacità di accogliere il dolore e l’orrore che quei fatti raccontano. Quando qualcosa supera le nostre capacità di comprensione, quando non siamo in grado di reggere emozioni troppo forti diciamo “non ci posso credere!”. E’ una forma di protezione perché veniamo sopraffatti da quanto ci viene raccontato. Ebbene, quello che è accaduto nei campi di concentramento è talmente mostruoso che molti degli stessi sopravvissuti hanno serbato il silenzio per molti anni prima di avere la forza di parlare. In molti casi è intervenuta una vera e propria rimozione. Nelle testimonianze di chi ha trovato quella forza si legge la vergogna per aver subito l’indicibile, il timore di non essere creduti per l’enormità che hanno vissuto, la volontà di celare dentro se stessi quanto hanno visto e soprattutto il peso di essere sopravvissuti a un’esperienza che ha cancellato il loro passato, il loro presente e il loro futuro. Un’esperienza che ha cancellato per sempre l’umanità dai loro occhi e che noi abbiamo il dovere di ricordare, raccontare e per quanto possibile abbiamo il dovere di reggerlo quel peso, perché quel peso è stato messo per sempre sulle spalle dell’umanità e non c’è modo di scrollarselo di dosso. Nessuna negazione, nessuna rimozione potrà mai farci scrollare di dosso quel peso. Se i meccanismi di rimozione dei sopravvissuti meritano rispetto, la rimozione da parte nostra è una rimozione colpevole, perché nega la sofferenza degli altri per una questione di comodità psicologica. Ma non è negando l’esistenza dell’orrore che l’orrore si cancella come non si smette di morire negando la morte.

Il peso che la Shoah ha messo sulle spalle dell’umanità resta dov'è anche se tentiamo di scrollarcelo di dosso nei modi apparentemente più innocenti. Tra questi modi c’è persino la memoria quando diventa retorica di espiazione. La memoria non può e non deve servire a espiare. L'espiazione lava il passato ma non c'è espiazione che possa cancellare l'orrore del passato, dobbiamo reggerne il peso e la vergogna. La memoria che evochiamo nel "giorno della memoria" deve dire che il passato può tornare presente e che l'orrore nasce dalle "banali" azioni quotidiane. Hannah Arendt nel libro “La banalità del male” ci ha insegnato che Heichmann, il principale responsabile della deportazione degli ebrei, potrebbe essere una persona qualunque, uno qualunque di noi. Arendt partecipò al processo nei confronti di Heichmann tenuto a Gerusalemme nel 1962 e dalle deposizioni dell’ex gerarca nazista non vide un mostro feroce, vide un “normale” burocrate, un uomo che obbediva agli ordini senza domandarsi nulla, senza interrogarsi della conseguenza delle proprie azioni. Non c'è bisogno di essere un mostro assetato di sangue per operare il male assoluto, è sufficiente rinunciare a sé stessi in nome di qualcosa che si ritiene al di sopra di sé.

Molto di quanto scrivo l'ho già scritto in passato ma giova ripeterlo. C'è qualcosa di terapeutico nel "confinare" il male, nel circoscriverlo al mostro, all'immondo (ciò che sta fuori dal mondo). Invece il male è nel mondo. Il male non è il mostro facilmente riconoscibile, il male è la quotidiana prevaricazione, la banale soverchieria, la comune indifferenza che dilaga ogni volta che rinunciamo al pensiero e alle emozioni per diventare parte di un sistema che chiede la nostra adesione totale. Il male è nelle pieghe quotidiane dei sistemi statali, politici, religiosi, nella burocrazia dell'obbedienza e del compiacimento. Il male è nella risata compiaciuta con il capo nei confronti di un collega, nella retorica della "normalità" con gli omosessuali, nell'assenza di empatia con gli immigrati, nell'evasione fiscale perché le tasse sono troppo alte, nelle disuguaglianze economiche e sociali, nelle piccole corruzioni quotidiane, riflesso di quelle più grandi per cui è facile indignarsi. Il male è nella lenta e impercettibile erosione dei diritti civili, dei diritti del lavoro, dei diritti umani. Il male è considerare gli altri responsabili delle nostre azioni, è nel senso del dovere che fonda la coscienza morale e non viceversa, il male è nelle leggi che nascono da questo rovesciamento. Questo è il male del mondo, un male banale, spesso inevitabile, un male con cui fare i conti continuamente. Se il male è espulso dal mondo, se diventa il male immondo, allora il male banale può crescere indisturbato. E’ su questo terreno che cresce il negazionismo politico, quello da condannare senza appello. Quel negazionismo prolifera proprio sulle nostre “innocenti” negazioni, sui nostri “non ci posso credere!”, sulla nostra indifferenza per il male quotidiano, sulla nostra assuefazione al male quotidiano.

Abbiamo certamente bisogno di delimitare il male attraverso un processo razionale, abbiamo bisogno di “confinarlo” in un luogo e in un tempo remoto e lontano da noi ma questo confinamento è pieno di pericoli. Tutto il male confinato ci libera dal male e ci lava da ogni peccato, pronti e puliti per commettere il prossimo. La Shoah è il simbolo più potente del male nella nostra epoca ma è importante che questo simbolo non resti una vuota celebrazione per ripulirci dal male che è sempre altrove. La Shoah non può diventare il vaso di Pandora che contiene tutto il male perché ogni vaso di Pandora, prima o poi, viene aperto. La sola cosa che è possibile fare per evitare di aprire il vaso di Pandora è riconoscere il male che si annida nel quotidiano.
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