martedì 26 luglio 2016

Il fallito di successo

Con la definitiva acquisizione del denaro come unico equivalente generale di prestigio sociale prende piede la figura del “fallito di successo”, ovvero colui che fa soldi per avere prestigio a scapito di chi si guadagnava prestigio e come non necessario effetto collaterale faceva soldi. Un tempo il prestigio sociale era legato a un ideale da perseguire, un ideale sociale o individuale, un ideale di giustizia o di rigore ma pur sempre un ideale. Poi gli ideali sono stati mandati in discarica e sale alla ribalta il parvenu frustrato dalla storia che trova finalmente modo di riscattarsi con il conto in banca. Così arriva il fallito di successo circondato da altrettanti falliti ma senza successo che aspirano a emularlo.

Per dirla in due parole il fallito di successo è convinto di poter comprare virtute e canoscenza e volentieri fa passare la sua ricchezza economica come crisma di grazia divina. Per farla altrettanto breve fisso in queste due parole il crisma dell'autentico prestigio: virtute e canoscenza.

Alla genia dei falliti di successo appartengono personaggi il cui solo merito è appunto la loro ricchezza, spesso acquisita con metodi spregiudicati e poco encomiabili. Inutile fare l’elenco, di molti di loro si parla e si scrive. L’ultimo stadio dell’ascesa del fallito di successo è la conquista della politica per farne una faccenda privata. E’ accaduto in Italia, può accadere in USA.

Il fallito di successo è il vero morto di fame che non si sazia neanche dopo aver divorato l’universo. La sua fame è insaziabile. E’ questa la gente che sta divorando il mondo ma il problema più grave è che questi morti di fame del mondo cosiddetto sviluppato sono invidiati dai molti morti di fama e di fame che nello stesso mondo aspirano a diventare falliti di successo, passando così da una fame biologica e sociale a una fame ontologica, metafisica. Una fame inestinguibile fino al disastro.

Fossi un sociologo dedicherei alla figura del fallito di successo uno studio sistematico, una disamina delle caratteristiche salienti. Una mappatura della sua diffusione.

lunedì 18 luglio 2016

La coscienza della durata

Q15 §4 Machiavelli. Elementi di politica. (...) Svolgimento del concetto generale che è contenuto nell’espressione «spirito statale». Questa espressione ha un significato ben preciso, storicamente determinato. Ma si pone il problema: esiste qualcosa (di simile) a ciò che si chiama «spirito statale» in ogni movimento serio, cioè che non sia l’espressione arbitraria di individualismi, più o meno giustificati? Intanto lo «spirito statale» presuppone la «continuità» sia verso il passato, ossia verso la tradizione, sia verso l’avvenire, cioè presuppone che ogni atto sia il momento di un processo complesso, che è già iniziato e che continuerà. La responsabilità di questo processo, di essere attori di questo processo, di essere solidali con forze «ignote» materialmente, ma che pur si sentono operanti e attive e di cui si tiene conto, come se fossero «materiali» e presenti corporalmente, si chiama appunto in certi casi «spirito statale». È evidente che tale coscienza della «durata» deve essere concreta e non astratta, cioè, in certo senso, non deve oltrepassare certi limiti; mettiamo che i più piccoli limiti siano una generazione precedente e una generazione futura, ciò che non è dir poco, poiché le generazioni si conteranno per ognuna non trenta anni prima e trenta anni dopo di oggi, ma organicamente, in senso storico, ciò che per il passato almeno è facile da comprendere: ci sentiamo solidali con gli uomini che oggi sono vecchissimi e che per noi rappresentano il «passato» che ancora vive fra noi, che occorre conoscere, con cui occorre fare i conti, che è uno degli elementi del presente e delle premesse del futuro. E coi bambini, con le generazioni nascenti e crescenti, di cui siamo responsabili. (Altro è il «culto» della «tradizione» che ha un valore tendenzioso, implica una scelta e un fine determinato, cioè è a base di una ideologia). Eppure, se si può dire che uno «spirito statale» così inteso è in tutti, occorre volta a volta combattere contro deformazioni di esso e deviazioni da esso. «Il gesto per il gesto», la lotta per la lotta ecc. e specialmente l’individualismo gretto e piccino, che poi è un capriccioso soddisfare impulsi momentanei ecc. (In realtà il punto è sempre quello dell’«apoliticismo» italiano che assume queste varie forme pittoresche e bizzarre).
L’individualismo è solo apoliticismo animalesco; il settarismo è «apoliticismo» e se ben si osserva, infatti, il settarismo è una forma di «clientela» personale, mentre manca lo spirito di partito, che è l’elemento fondamentale dello «spirito statale». La dimostrazione che lo spirito di partito è l’elemento fondamentale dello spirito statale è uno degli assunti più cospicui da sostenere e di maggiore importanza; e viceversa che l’«individualismo» è un elemento animalesco, «ammirato dai forestieri» come gli atti degli abitanti di un giardino zoologico. (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1948.)

venerdì 15 luglio 2016

Curiose coincidenze!

Questa mattina facebook mi ricordava un post che avevo pubblicato esattamente un anno fa.

Linkando un articolo pubblicato dal The Guardian avevo scritto: Here you are another finding on "trickle down effect"! A god no one has seen in the real world yet. But never mind, don't care the facts, the neolib economy is true!

La cosa curiosa è che nel mio taccuino avevo appena scritto questa nota. La rete ci tiene d'occhio?


La fallacia del liberismo economico (totale libertà dell'iniziativa privata, zero controlli e vincoli dello Stato, ecc) è parente stretta della fallacia naturalistica: ciò che è diventa garanzia e dettame di ciò che deve essere. Questo tipo di economia considera la competizione economica alla stregua della competizione naturale stabilendo un nesso inconsistente tra ecologia ed economia, ma la prima è una scienza naturale che studia relazioni che non hanno necessariamente carattere morale, la seconda è una scienza umanistica di chiara impronta morale. Dimenticare questo ha creato l'imbarazzante coacervo di errori e arroganza che è l'economia liberista. In natura chi non sa competere muore, senza troppi problemi. E' questo quello che vogliamo nella società? Il discorso è tutto qui. Quanto della natura possiamo e dobbiamo portare nella comunità umana e come fare della società un terreno di accoglienza e difesa per chi in natura perirebbe. Non basta il filantropismo, per quanto utile non basta. La forma più alta di fratellanza è la giustizia.

lunedì 11 luglio 2016

Il rumore del tempo

Quali parole potrò mai inventare
per portarti nella mia casa?
Quali nomi potrò dare alle cose
perché tu le veda con i miei occhi?

Restiamo in silenzio
ad ascoltare il rumore che fa il tempo.

sabato 9 luglio 2016

Appunti

Bail-in, sistema di salvataggio delle banche ricorrendo alle risorse dei privati. Anche questo è nel filone della privatizzazione, nulla deve essere più pubblico, nulla è condiviso. Questo è l'atto finale di una privatizzazione avanzata a tappe forzate. Il privato dà i soldi alla banca perché li conservi prima ancora che per guadagnarci. A me solo quel privato interessa. La banca fa scommesse azzardate che il privato non conosce e non autorizzerebbe, scommesse su cui non c'è vigilanza. Poi tutto si sgonfia e la banca va in tilt. La banca soffre! Diranno che soffre perché i mutui concessi non rientrano. I soldi persi il privato se li dimentica, né può rivendicarli perché la bad bank in cui finirà non ha più i soldi, la good bank è un'altra cosa e non ha alcuna pendenza. Fine della storia.

Il problema non era risolvere il bail-out ma impedire alle banche giochi azzardati, non solo vigilare ma impedire. Invece il sistema è tale che non c'è vigilanza che tenga. Le banche possono fare i loro comodi in quanto private, basta che usino l'opportuna formula per "informare" i clienti.
Adesso è arrivato il conto: i privati pagano il conto delle attività private. Il cerchio è chiuso, tutto torna!


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