martedì 9 settembre 2014

Selfie

Fino a poco tempo fa passeggiando per la città poteva capitare che qualcuno ti fermasse per chiedere la cortesia di scattare una foto. A volte la richiesta avveniva in una lingua ignota ma era sufficiente una mimica molto semplice per capire. Al tuo assenso, magari accompagnato da un sorriso, lo sconosciuto ti porgeva la macchina fotografica, si allontanava di pochi passi e si metteva in posa insieme alla sua fidanzata o al suo fidanzato con lo sfondo di un monumento. Tu scattavi la foto e restituendo la macchina fotografica ci si salutava rapidamente, restando sconosciuti, ma con un sorriso che conteneva l'augurio che la mano fosse stata abbastanza ferma per una buona foto. Per vedere se la foto era stata fatta bene bisognava aspettare lo sviluppo e se la foto veniva mossa non c'era modo di rimediare. Poi sono venute le macchine che fanno le foto digitali e subito dopo lo scatto si controllava insieme allo sconosciuto che la foto fosse venuta bene, altrimenti si rifaceva.
Da tempo non capita più che per strada qualcuno ti chieda di fare una foto con la sua macchina fotografica, è comunque più raro che capiti. Adesso non c'è più bisogno di chiedere a qualche sconosciuto di fare una foto, adesso ci sono i cellulari che fanno le foto e con i cellulari si fanno i selfie e se c'è bisogno di fare una foto con una inquadratura più ampia ci sono i bastoni che sorreggono i cellulari per fare un selfie di gruppo.
Trovo tristi i selfie, li trovo tristi perché eliminano quell'imbarazzo di dover chiedere un favore ad uno sconosciuto, non prevedono alcun sorriso, nessun "grazie" detto in chissà quale lingua in cambio della cortesia. I selfie sono uno dei tanti esiti di una organizzazione sociale in cui la solitudine da condizione ontologica o sociale è diventata prescrizione etica.
Peccato! I selfie hanno portato via le occasioni di scambiare un sorriso con gli sconosciuti e hanno amplificato la monomaniacale esaltazione del sé. Considerando che non tutti i patiti del selfie hanno un'espressione intelligente come questa
è evidente che i selfie possono essere causa di figure imbarazzanti se da intima esigenza onanistica diventano irrefrenabile pulsione di orgasmare sui social network.



martedì 5 agosto 2014

Altrove

«I saw small boys baited and killed by Israeli soldiers in the Gaza refugee camp of Khan Younis. The soldiers swore at the boys in Arabic over the loudspeakers of their armored jeep. The boys, about 10 years old, then threw stones at an Israeli vehicle and the soldiers opened fire, killing some, wounding others. I was present more than once as Israeli troops drew out and shot Palestinian children in this way. Such incidents, in the Israeli lexicon, become children caught in crossfire. I was in Gaza when F-16 attack jets dropped 1,000-pound iron fragmentation bombs on overcrowded hovels in Gaza City. I saw the corpses of the victims, including children. This became a surgical strike on a bomb-making factory. I have watched Israel demolish homes and entire apartment blocks to create wide buffer zones between the Palestinians and the Israeli troops that ring Gaza. I have interviewed the destitute and homeless families, some camped out in crude shelters erected in the rubble. The destruction becomes the demolition of the homes of terrorists. I have stood in the remains of schools—Israel struck two United Nations schools in the last six days, causing at least 10 fatalities at one in Rafah on Sunday and at least 19 at one in the Jebaliya refugee camp Wednesday—as well as medical clinics and mosques. I have heard Israel claim that errant rockets or mortar fire from the Palestinians caused these and other deaths, or that the attacked spots were being used as arms depots or launching sites. I, along with every other reporter I know who has worked in Gaza, have never seen any evidence that Hamas uses civilians as “human shields.”» Chris Hedges, Why Israel Lies, 3 agosto 2014.

***

Se c'è una cosa di cui sono debitore a Marx è avermi insegnato che ogni individuo è soggetto storicamente determinato. Non parlo del determinismo storico giustamente criticato da Popper, quello che intende tradurre la storia in una serie di eventi scientificamente prevedibili. No, non parlo di quel determinismo, "La storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta", dice Montale, "In ogni caso / molti anelli non tengono". Trovo fallace quel determinismo e nel migliore dei casi confonde la speranza con la previsione. Non di meno resta valido il concetto che ogni individuo è soggetto storicamente determinato, imprevedibilmente determinato ma pur sempre determinato perché forgiato dagli avvenimenti storici che ha vissuto, sui quali ha ragionato e sentito, forgiato nel crogiuolo urbanistico in cui è nato e cresciuto, che è a sua volta il coagulo geografico della storia, dove il tempo si rapprende in spazio. Se Marx mi ha reso consapevole di questo, è l'essere nato in una provincia contadina che me ne ha dato le prove. Nel giro di quaranta anni ho avuto modo di vedere come è cambiata la gente intorno a me, come è dovuta cambiare pur credendo di rimanere la stessa. Da una piccola finestra ho visto come lavora la storia, i suoi sussulti, gli arresti, le brusche virate. Le città cambiano meno velocemente, con meno sussulti, con più regolarità. Forse è per questo che nelle città l'unico storicismo che può svilupparsi è quello della prevedibilità degli eventi, quello che, rovesciandosi, ha dato origine al florido edificio della manipolazione delle opinioni perché gli eventi da prevedibili diventassero, a forza, determinati. Quanti non si avventurano in questa idiozia restano nell'altra, quella che li fa percepire come esseri atemporali e aspaziali. Di tanto in tanto viaggiano, perché godono di buone condizioni economiche, ma più spesso non fanno altro che spostarsi da un posto all'altro. Eppure è nelle città che si fa la storia ufficiale. La vita provinciale rimane indietro rispetto alla storia delle città poi, all'improvviso, come per recuperare il tempo e lo spazio perduto, comincia a correre a perdifiato, spesso imboccando direzioni che la fanno perdere per vie impervie, vicoli ciechi e luoghi disabitati dove si ritrova senza riferimenti e con il fiato corto.
Sembra un'ovvietà ma la consapevolezza che noi in altri contesti storici e geografici, avendo vissuto altre vite, avremmo probabilmente, almeno probabilmente, imboccato altre strade, fatto altre scelte, non è così scontata. Ci si percepisce come entità immutabili in qualunque contesto perché spesso l'unico esercizio mentale che si fa è immaginarsi teletrasportati altrove, ma non basta per capire cosa saresti altrove, è un esercizio mentale errato, per menti stanche e viziate da troppa televisione.
Se fossi nato e cresciuto a Gaza, sotto occupazione israeliana e fossi sempre vissuto lì cosa sarei, chi sarei? Se le mie condizioni sociali fossero state tali da non poter neanche concepire una via di fuga cosa starei facendo in questo momento? Starei qui a scribacchiare su una tastiera di un pc pensando che una discussione razionale è la via maestra per risolvere i conflitti? Io credo di no. La probabilità che stessi facendo qualcosa che io, qui, in questo momento, trovo biasimevole sarebbe altissima. Non capirlo forse è conseguenza dell'essere nati e cresciuti nel ventre della vacca, per usare un'espressione della mia lontana provincia.
E' vero, c'è sempre la possibilità di una strada diversa, non ci sono strade che inesorabilmente e necessariamente vanno imboccate per lo stesso motivo per cui il determinismo storico non esiste, ma è improprio assumere questa possibilità a certezza, è un errore etico prima che logico.

giovedì 31 luglio 2014

[...]

«Anche all'ospedale erano cominciate le divisioni politiche. Ai moderati, la cui ottusità indignava il dottore, lui appariva pericoloso; agli altri, politicamente avanzati, non sembrava invece abbastanza rosso. Così che Jurij Andrèevič non si trovava né fra i primi, né fra i secondi; allontanatosi da una riva, non era approdato all'altra.» Borìs Pasternàk, Il dottor Živago, 1957.

domenica 27 luglio 2014

Noi accusiamo

Segnalo e sostengo questo appello lanciato dal Prof. Angelo D’Orsi, storico dell’Università di Torino, sul sito della rivista da lui diretta, Historia Magistra. D'Orsi aveva segnalato già qualche giorno fa il "rovescismo" in atto sulla guerra a Gaza.


NOI ACCUSIAMO

Noi firmatari di questo Appello, sgomenti per gli avvenimenti in corso nella “Striscia di Gaza”,

accusiamo i governanti attuali di Israele, che nei confronti del popolo palestinese stanno portando avanti una politica all’insegna dell’espansionismo coloniale, della pulizia etnica, del massacro;

noi accusiamo i precedenti governanti dello Stato di Israele, i quali hanno avviato la spoliazione della terra, dei beni, della stessa memoria di un popolo vivente nella Palestina da millenni;

noi accusiamo l’esercito israeliano, e tutti gli altri corpi armati di quello Stato, che fanno ricorso ai metodi più infami del colonialismo (quelli non a caso ereditati dal Terzo Reich), usano armi proibite dalle convenzioni internazionali, e si comportano come una forza coloniale di occupazione, trattando i palestinesi da esseri inferiori, da espellere, e quando possibile, con il minimo pretesto, da eliminare;

noi accusiamo la classe politica, imprenditoriale e finanziaria degli Stati Uniti d’America, senza il cui sostegno costante Israele non potrebbe neppure esistere, e che garantisce l’impunità di cui lo Stato israeliano gode;

noi accusiamo governi e parlamenti degli Stati aderenti all’Unione Europea, e il Parlamento e la Commissione Europea, per complicità attiva o passiva con l’espansionismo coloniale, la pulizia etnica, e massacri inferti popolo palestinese;

noi accusiamo l’ONU per la sua incapacità di bloccare Israele, di fermare la sua arroganza, di applicare le sanzioni di condanna (ad oggi 73) che nel corso degli anni sono state promulgate dal Consiglio di Sicurezza, contro Israele, in particolare quelle che impongono il rientro di Israele nei confini ante-1967 e il ritorno dei 700.000 profughi palestinesi;

noi accusiamo il sistema dei media occidentale, del tutto succube a Stati Uniti e Israele, che fornisce una volta di più una rappresentazione falsa e addirittura rovesciata della realtà, presentando l’azione militare israeliana come una “legittima difesa”, tutt’al più talora “sproporzionata”;

noi accusiamo il ceto intellettuale internazionale troppo sordo e lento davanti al massacro in atto;

noi accusiamo le autorità religiose del cristianesimo internazionale, a partire dalla Chiesa di Roma, che non riescono a dire se non qualche flebile parola “per la pace”, trascurando di dire chi sono le vittime e chi i carnefici;

noi accusiamo la società israeliana nel suo complesso che, avvelenata dallo sciovinismo e dal razzismo, mostra indifferenza o peggio nei confronti della tragedia del popolo palestinese e fa pesare una grave minaccia sulla stessa minoranza araba;

mentre esprimiamo la nostra solidarietà e ammirazione per le personalità della cultura e cittadini e cittadine del mondo ebraico che, nonostante il clima di intimidazione, condannano le infamie inflitte al popolo palestinese, noi accusiamo i gruppi dirigenti delle Comunità israelitiche sparse per il mondo che spesso diventano complici del governo di Tel Aviv, il quale sta diventando la principale fonte di una nuova, preoccupante ondata di antisemitismo, che, nondimeno, noi respingiamo e condanniamo in modo categorico, in qualsiasi forma esso si presenti. Esprimiamo il nostro più grande apprezzamento per quelle organizzazioni come la Rete “ECO (Ebrei contro l’occupazione), che svolgono il difficile ma fondamentale compito di dimostrare che non tutti gli ebrei condividono le scellerate politiche dei governi israeliani e lottano per la libertà del popolo palestinese.

Perciò noi chiediamo che il mondo si mobiliti contro Israele: non basta la pur importante e lodevole campagna BDS (“Boycott Disinvestment Sanctions”); riteniamo che si debba portare lo Stato di Israele davanti a un Tribunale speciale internazionale per la distruzione della Palestina. Non singoli esponenti militari o politici, ma un intero Stato, (e i suoi complici): il suo passato, il suo presente e il suo presumibile futuro. Se vogliamo salvare con il popolo palestinese, la giustizia e la verità, dobbiamo agire ora, fermando non solo il massacro a Gaza, ma il lento genocidio di un popolo. Noi vogliamo lottare per la pacifica convivenza di arabi, ebrei, cristiani e cittadini di qualsiasi confessione religiosa o provenienza etnica, respingendo le pretese di qualsiasi Stato “etnicamente puro”.
Noi chiediamo

UNA NORIMBERGA PER ISRAELE

25 luglio 2014

Per adesioni inviare una mail a: info@historiamagistra.it
con Nome – Cognome – Professione – Città – Stato

martedì 22 luglio 2014

Volando vengo, volando voy

Me llaman el desaparecido
Cuando llega ya se ha ido
Volando vengo, volando voy
Deprisa deprisa a rumbo perdido
Perdido en el siglo... siglo XX...
rumbo al XXI.
Manu Chao, Desaparecido. In Clandestino, 1998.



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