mercoledì 17 dicembre 2014

La RAI è orgogliosa di presentare...

Dopo la mirabile lettura della Divina Commedia, dopo la toccante lettura della Costituzione Italiana, dopo l'appassionante lettura dei Dieci Comandamenti... Benigni leggerà per noi le Pagine Gialle.


martedì 9 dicembre 2014

Voci del Salento

Ho cercato in rete vecchie registrazioni di canti salentini, fortunatamente non ho dovuto cercare a lungo.
Ne ho fatto una raccolta. Sono tutte registrazioni originali, lontane da quella baraonda odierna che dei canti contadini, dei lamenti funebri, delle ninne nanne, della rivolta sopita e della necessità di assordare la morte ha dimenticato tutto. E' rimasto un gran vorticare di gambe, una distesa di bottiglie di birra, vino e coca cola, con un gran cerchio alla testa il giorno dopo.

La prima canzone è una registrazione di Alan Lomax che insieme a Ernesto De Martino fece parte della famosa spedizione di ricerca negli anni '50 alla (ri)scoperta del tarantismo salentino. La stessa canzone chiude la raccolta con l'unica registrazione contemporanea.


In questo sito sono disponibili i testi di molti canti.

giovedì 4 dicembre 2014

La solidarietà è un istinto primordiale

Quanto segue è ripreso dal blog di Dario Accolla. Raramente leggo recensioni prima di vedere un film, di solito le leggo dopo ma in questo caso avevo già letto la recensione di Natalia Aspesi e sono sicuro di aver fatto bene a contravvenire alla mia regola per due volte.

***
“Pride” e la voglia di crederci ancora.
Pubblicato da elfobruno il 3 dicembre 2014

Londra, 1984. Al telegiornale scorrono le immagini degli scontri tra i minatori in sciopero contro il governo di Margareth Tatcher e la polizia. Mark, giovane attivista gay, ha una brillante intuizione: quei lavoratori hanno gli stessi problemi della comunità LGBT, poiché vessati dallo stato che non riconosce i loro diritti. Perché non aiutarli, cercando così nuovi alleati e sposando una causa giusta? Ne parla ai suoi amici. Non tutti lo seguono, ma la scelta sembra ormai fatta. Nasce quindi il gruppo LGSM, “Lesbians and Gays Support The Miners” e si raccolgono fondi per sostenere la protesta. Si fa qualche chiamata, ai vari sindacati. Troppi telefoni chiusi in faccia. Quella parola, gay, non va proprio giù. Fino a quando qualcuno risponde, forse per caso o per distrazione. E succede il miracolo…

Pride è una storia che parla di orgoglio. Quello di chi decide di starci, in questo mondo, per come è, perché stanco degli insulti della gente, dell’ignoranza che fa da padre a ogni pregiudizio possibile. Ed è anche la storia di un altro tipo di fierezza: la dignità che ti dà il lavoro, il senso del tuo stare su questo pianeta non solo per quello che sei, ma per quello che fai. Per te stesso, per la tua famiglia, per gli altri. E Mark raccoglie questa sfida, trascinando la sua comunità in un viaggio nell’Inghilterra degli anni ottanta.

Vari piani si intersecano dentro quella che è una storia vera e, allo stesso tempo, straordinaria e incredibile: c’è il tema dei diritti delle persone LGBT, certo, il dramma del coming out di Joe, l’incomunicabilità con famiglie più attente al perbenismo che alla felicità dei/lle propri/e figli/e. Ma c’è molto altro ancora. Il tema del lavoro, la sua dignità, quella cosa che ci lega a un’ispirazione, ai suoi valori, alla solidarietà tra pari. C’è la tematica femminile (e femminista), per cui le donne non sono viste (non più) come supplementari alla figura dominante, ma diventano soggetti autonomi, portatrici di solidarietà, di amore, di nuova intelligenza. Il mondo femminile rappresenta il primo di quei microuniversi che fanno cadere, uno dopo l’altro, i pregiudizi sulla “diversità”. E questo a un certo punto ti avvolge, ti fa sorridere, ti fa ridere e alla fine ti commuove. Profondamente. E poi c’è il tema dell’AIDS: è l’Inghilterra dei primi anni in cui la malattia fa la sua comparsa nella gay community britannica, mietendo le prime vittime. Argomento, anche questo, toccato con intelligenza e sensibilità, come tutto il resto della pellicola d’altronde.

Pride è un’opera fondamentale per ogni giovane (e non solo) attivista LGBT dell’Italia di oggi, perché ci ricorda quanto siamo indietro sul tema dei diritti civili che dovrebbero far parte di una battaglia più vasta, che è quella della dignità della persona. Ed è un film che ti ricorda che sì, esiste sempre una guerra tra buoni e cattivi, ma in mezzo a quella follia c’è sempre spazio per un profondo altruismo, che va oltre le apparenze e i luoghi comuni, che mette da parte il sospetto che sempre nasce tra chi non si conosce, per poi scoprirsi fondamentalmente uguali, capaci degli stessi sentimenti e delle medesime passioni.

Un film bello, delicato, a tratti forte e irriducibile nella gestione del dolore. Ma al di là della rabbia e delle lacrime che suscitano alcune scene e certi episodi, ti lascia la migliore cura a tutti i mali del mondo: la speranza e la voglia di crederci ancora. E solo per questo – tralasciando la qualità della regia e la bellezza delle immagini che Matthew Warchus, che lo ha diretto, ci offre – merita di far parte della nostra memoria affettiva. Perché ci aiuta a recuperare quel pezzo di noi che sa emozionarsi ancora per la politica e l’umanità di cui può essere capace.

domenica 16 novembre 2014

Appunti per riflessioni incompiute

Nella storia delle idee si sono alternati due modelli riguardo alle relazioni umane e all'organizzazione politica: homo homini lupushomo homini deus. Questi modelli sono formule ermeneutiche, strumenti di classificazione, risultato di una natura umana ambigua e ambivalente.

Darwin ha individuato i meccanismi dell'evoluzione, le strategie competitive e quelle mutualistiche che le specie adottano per sopravvivere. Nel periodo vittoriano la natura ha zanne e artigli insanguinati, secondo la celebre espressione di Lord Tennyson, "Nature, red in tooth and claw". La lotta per l'esistenza si presenta sotto la veste della dura competizione, trascurando una buona metà del pensiero di Darwin. Quella metà venne ripresa da Kropotkin, praticamente sconosciuto anche nelle facoltà di biologia.
Il pensiero di Darwin è stato usato per affermare le spinte colonialiste e, ironia della storia e delle idee, è stato apprezzato da Marx e Engels perché dimostrava che in natura opera un metodo dialettico di trasformazione e avvicendamento delle specie. La storia naturale di Darwin era modello per la storia sociale di Marx, anzi per Marx il movimento sociale è un processo di storia naturale. Da parte sua Darwin restò sempre schivo e spaventato dell'apprezzamento manifestatogli da direzioni opposte.

Il periodo vittoriano è la cornice storica in cui i fenomeni naturali sono letti in termini di successo del migliore, del "più adatto" secondo l'infelice espressione di Herbert Spencer che pure Darwin adottò. «Ma l’espressione “sopravvivenza del più adatto”, spesso usata da Herbert Spencer, è più idonea, e talvolta ugualmente conveniente», Darwin, 1859. Dall'ambito evoluzionistico a quello politico c'è un travisamento semantico e un impoverimento del concetto di "più adatto". Nell'evoluzione biologica il "più adatto" è chi trasmette più copie del proprio genoma, in qualunque modo e per qualunque motivo, strategico o contingente. Tanto la strategia quanto la contingenza sono modalità estremamente complesse e difficilmente riducibili a variabili uniche e semplici, e non riguardano solo l'individuo. In ambito politico "il più adatto" diventa "il più forte", una banalità monodimensionale. Quella stessa banalità che oggi è traslata nel "più meritevole".

Adam Smith ha individuato i meccanismi delle "transazioni". Ha analizzato le relazioni sociali attraverso lo scambio di valori economici, ma la sua lezione morale è stata trascurata. Smith è stato per l'economia ciò che Darwin è stato per la biologia. Entrambi travisati, entrambi usati per scopi politici. La lezione morale di Smith era parte integrante del suo pensiero. Nella Ricchezza delle nazioni dice chiaramente che le asimmetrie contrattuali minano alla base l'esistenza stessa del libero mercato, inteso come luogo di negoziazione, luogo in cui la transazione accresce il vantaggio di entrambe le parti. Dei tanti seguaci di Smith o sedicenti tali, quanti fanno sentire la loro voce nei confronti delle multinazionali che monopolizzano il mercato e coerciscono le scelte politiche di interi paesi? Molti osannatori della mano invisibile farebbero un salto sulla sedia leggendo le critiche di Smith alle corporazioni che creano diseguaglianze.
La famigerata "mano invisibile" di Adam Smith è il principio che regola l'organizzazione dei sistemi complessi, una "forza" difficile da individuare poiché coinvolge molteplici aspetti e lunghe catene causali del sistema eppure determinante per la struttura del sistema stesso. La mano invisibile non è un principio normativo, sebbene nello stesso Smith non manchino ambiguità al riguardo, bensì un principio descrittivo. La selezione naturale di Darwin, è un principio descrittivo, non un principio normativo, non più di quanto siano principi normativi la legge di gravità di Newton o la relatività di Einstein. La lezione di Hume ha insegnato a non confondere descrizione e prescrizione, ciò che è non implica ciò che deve essere. Confondere i due piani è logicamente disonesto. Il passaggio dall'essere nel dominio "naturale" a quello del deve essere nel dominio "sociale" rende evidente anche la disonestà morale della fallacia naturalistica. E poiché la confusione tra descrizione e prescrizione è sempre stato il punto debole dei neoliberisti, tempo fa ho temuto che un articolo di Alesina, in cui lo sviluppo del capitalismo in Europa è messo in relazione alla diffusione della peste nera, fosse preludio per una politica di rilancio del capitalismo sofferente!

La natura è indifferente alle passioni umane ma si predilige vedere una natura assetata di sangue nella misura in cui questo ci gratifica come vincitori della lotta per l'esistenza, oppure all'altro estremo una natura benevola e addomesticata, a sostegno di desideri, aspettative e volontà di potenza. Proiettiamo sulla natura quello che di volta in volta soddisfa le nostre pulsioni narcisistiche. La politica è l’argine culturale ad una natura del tutto indifferente ai destini umani, come Leopardi ha ampiamente dimostrato.

Che tipo di storia è quella che si va sviluppando sotto le spinte "naturalistiche"? La politica non può essere esclusivo adeguamento ai fenomeni naturali, non più di quanto non sia descrizione delle catastrofi naturali senza considerare le strategie per arginarne gli effetti deleteri. La politica è cultura che ambisce a costruire lo spazio della cooperazione che in natura occupa lo stesso posto della competizione più feroce.
Riconducendo l'etica ai suoi fondamenti (aiutare l'altro, non danneggiare l'altro), in natura troviamo l'origine evolutiva dell'etica e sappiamo che la cooperazione è una strategia di sopravvivenza come la competizione. Nella specie sapiens operano entrambe le strategie ma siamo essenzialmente una specie sociale, forse una specie in transizione, quasi sicuramente verso l'estinzione.
Quale posto occupa l'uomo in natura? Qual'è la nostra natura? Oppure dovremmo chiederci, quale natura scegliamo di avere? Preferiamo una politica che favorisca la cooperazione o una che favorisca la competizione?
Il neoliberismo senza freni è considerato già da Smith una catastrofe, ed è una catastrofe "naturale" che ci si limita ad assecondare spacciandola per riscrittura della storia. Una storia in cui i diritti del '900 diventano privilegi, una storia dove ciascuno è solo a giocarsi la partita della vita.

Della meritocrazia. Si organizza una società in base ai successi che ognuno raggiunge, evidentemente per merito, creando l'immagine del vincente cui fa da contraltare la speculare immagine del perdente, evidentemente per demerito. Nulla di più lontano da una società organizzata sulla base delle relazioni emotive e affettive. Nella società del merito la collaborazione non è costitutiva della socialità ma funzione di un obiettivo non sempre collettivo e spesso "imposto" con strumenti "pacifici".

Renzi condivide con Berlusconi la stessa ignoranza e lo stesso disprezzo per i corpi intermedi della democrazia. Ha una visione personalistica della politica e riduce la democrazia ai soli organi centrali, essenzialmente il governo o più precisamente la presidenza del consiglio. Renzi, come Berlusconi, mette in scena il contatto diretto con il cosiddetto popolo che però non ha voce per influenzare le politiche se non attraverso i corpi intermedi della democrazia. Quindi quello a cui parla Renzi non è un popolo ma una massa informe. Da qui nasce la frustrazione del popolo che emerge con effetto ritardato! Troppo ritardato a mio avviso ma emerge.
La democrazia non è solo "centro", la democrazia è essenzialmente "periferia". E' dibattito parlamentare così come assemblea sindacale, manifestazione sociale, consiglio di classe, comitato di quartiere e assemblea di condominio.
Il disprezzo dei corpi intermedi, in particolare dei sindacati, non è solo espressione di ignoranza politica, rivela un disegno preciso. La delegittimazione dei sindacati, soprattutto di quelli meno accondiscendenti, mina alla base gli strumenti di compensazione delle asimmetrie contrattuali tra capitale e lavoro, tra datore di lavoro e lavoratori. Possiamo muovere molte critiche ai sindacati - io ne ho una grossa come un macigno: essersi accorti troppo tardi del precariato - ma la loro demolizione significa che ciascun lavoratore si troverà solo a contrattare con il datore di lavoro. Il sindacato è stato storicamente la coalizione tra lavoratori per contrattare con il capitale. Unire le reciproche debolezze per avere forza di contrattazione: questo è stato il sindacato. Ridurlo in polvere significa lasciare che le asimmetrie tuttora presenti tra capitale e lavoro esprimano i loro effetti. Significa che ogni lavoratore è solo a giocarsi la partita del lavoro con il datore di lavoro e poiché la classe imprenditoriale è povera di Adriano Olivetti il risultato è una corsa al ribasso di salari e diritti, così come sta avvenendo dagli anni '80, da quando il pensiero neoliberista è diventato il pensiero unico.

Il vincente sarà chi accetta le condizioni imposte da chi ha maggiore forza contrattuale. Per analogia con il discorso evolutivo, sarà colui che prima degli altri si è adattato. Il più adatto! E' questa la società dei meritevoli che vogliamo? Chi vince è il più meritevole, il più meritevole vince! Chi è il più meritevole? Quello che vince! Chi vince? Il più meritevole! Più chiaro di così. La tautologia dei bulli due punto zero.

Li conosco questi boyscout iscritti ai rotary e lions club. Nullità. Che siano ricchi o aspiranti tali, conta poco. I primi sono frustrati perché devono imitare il padre, i secondi perché devono affrancarsi dal disagio di non essere nati ricchi e rinnegano il padre pensando di riscattarlo. Scarti che si candidano a guidare la società, e la guideranno, perché loro sono i vincenti, quelli con le relazioni giuste, quelli che sanno cogliere il momento opportuno. Li conosco questi figli beneducati alla messa domenicale, pronti a sputare sentenze su chi non ce la mette tutta per essere un vincente, su "chi si piange addosso". Sempre pronti a solidarizzare con chi è più forte, perché il debole non ce l'ha messa tutta, il debole è così per suo demerito, magari va a cercarsi anche la morte perché è un tossico, un extracomunitario, un ladro e porta pure malattie.

Io so i nomi dei responsabili, diceva Pasolini, ma non ho le prove. Io so i nomi di chi ha ucciso Cucchi perché so che la causalità non è legata alle cose più prossime e può avere origini molto lontane. So i nomi di chi lo ha ucciso coprendosi dietro il velo dell'autorità e so i nomi di chi quel velo ha tessuto. Sono quelli che parlano di merito e che sotto questo vessillo nascondono il loro disprezzo per i "perdenti", per chi non ha merito, per chi può essere pestato a morte perché se l'è andata a cercare...

La politica è un gigantesco e maestoso esperimento contro-natura, fieramente e umanamente contro-natura o piuttosto un esperimento che più di qualunque altro afferma la natura umana. Esperimento contro-natura nella misura in cui vogliamo vedere nella natura zanne insanguinate e sopravvivenza del più forte, esperimento che afferma fortemente la natura umana nella misura in cui individuiamo le coordinate empatiche della specie umana, una specie che si distingue per la sua socialità, oltre che per la sua ferocia. Siamo capaci delle più elevate opere dello spirito e dei più efferati crimini. Tra i monumenti della nostra specie c'è la corale di Beethoven e il bombardamento di Dresda, la relatività di Einstein e la bomba di Hiroshima, la Cappella Sistina e la Shoah.
La politica è un modello contro l'idea (errata) che abbiamo di natura.

Una società in cui tutti gli individui siano messi nelle condizioni di esprimere le proprie aspirazioni: questo modello è un modello umano, che non troviamo in altre specie. In questi termini dico un modello contro-natura e allo stesso tempo che afferma la nostra natura. Il modello neoliberista lascia l'individuo solo senza tessuto statuale e con un blando tessuto sociale, questo è il trionfo della natura intesa come regno della lotta per la sopravvivenza del più forte. Renzi ne è un degno alfiere. La meritocrazia di Renzi dice di voler mettere tutti sulla stessa linea di partenza ma non non dice nulla dell'allenamento che ogni atleta può permettersi e bara sull'asimmetria della forza di contrattazione tra capitale e lavoro.

Ogni tempo ha il suo fascismo, diceva Primo Levi, e il fascismo muta nel tempo. Oggi abbiamo fascisti geneticamente modificati per vendersi come condottieri di sinistra. Con loro si vince, non importa cosa, non importa come ma si vince.

Renzi ha azzerato la dialettica fondendo in maniera surrettizia istanze destruens e costruens, senza avere stoffa né per l'una né per l'altra, o forse solo per la prima. Un Bel Amì della politica si è impadronito di tesi e antitesi. Ha realizzato quello che disse Fukuyama dopo la caduta del muro di Berlino, la storia è finita, non c'è più dialettica, il pensiero unico ha trionfato. L'imbarazzante debolezza dei suoi avversari, sia interni che esterni al pd, lo fa apparire un gigante. La sua retorica da ultima spiaggia ha soppresso il confronto. La cosiddetta sinistra è più spiazzata della destra, intontita da una mancanza di alternative che non ci sono fino a quando non vengono costruite e non si costruiscono fino a quando si è intrappolati nella mentalità che non prevede alternative.
La storia potrà anche essere finita ma non il conflitto. La dialettica sociale è il conflitto e dove ci sono asimmetrie sociali continuerà a esserci conflitto.
Renzi passerà, il conflitto no.

"La libertà non è che un vano fantasma quando una classe di uomini può affamare l’altra impunemente. L’uguaglianza non è che un vano fantasma quando il ricco, attraverso i monopoli, esercita il diritto di vita e di morte sul suo simile. La Repubblica non è che un vano fantasma quando la controrivoluzione opera, giorno dopo giorno, attraverso i prezzi delle derrate alle quali i tre quarti dei cittadini non possono accedere senza versare lacrime." Dal Manifesto degli arrabbiati di Jacques Roux, 25 giugno 1793.
Appena 220 anni fa!

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