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lunedì 24 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (40)]

Il filosofo Dario Antiseri si chiede se relativismo, nichilismo e individualismo siano manifestazioni fisiologiche o patologiche dell’Europa[1]. In quelle che solitamente vengono presentate come le piaghe dell’occidente Antiseri vede ciò che ha costruito un’Europa aperta al pluralismo dei valori, consapevole dell’assenza di senso assoluto che è sorgente di tolleranza, e dove l’individuo libero, cosciente e responsabile ha il primato rispetto allo Stato.
Antiseri riconosce nel concetto di individuo le radici cristiane dell’Europa. Indubbiamente il concetto di individuo sorge con il cristianesimo ed è innegabile che l’individuo, manifestazione di una libera coscienza, si oppone allo Stato totalitario e totalizzante. Il filosofo ci guida per le vie di un pensiero debole che apre alla fede, riconoscendo l’infondabilità di questa. Le motivazioni del suo pensiero sono convincenti, a differenza di quanti, dietro il paravento del pensiero forte e degli abiti papali, nascondono solo un’adolescenziale arroganza. Se il concetto di individuo, di matrice cristiana, fonda un’Europa dalle radici cristiane è cosa che va considerata sul serio. A mio avviso manca una precisazione di non poco conto per avere un quadro completo della faccenda, ovvero se insieme all’individuo doveva nascere anche il cittadino perché l’Europa, così come la conosciamo, prendesse forma. Se aveva ragione Rousseau[2] ad affermare che “il cristiano è un cattivo cittadino” perché incurante dei problemi terreni, e Agostino che invocava la subordinazione della città terrena a quella divina[3] mi pare difficile riconoscere un diritto di paternità dell’Europa solo sulla base del riconoscimento dell’individuo. Il cristianesimo ha creato l’individuo ma non lo ha concepito per le cose terrene, ma allora l’Europa non sarà mica il regno dei cieli? Nonostante la rivoluzione francese manca ancora un discorso sul cittadino.

[1] Dario Antiseri, Relativismo, nichilismo, individualismo. Fisiologia o patologia dell’Europa? Rubbettino, 2005.
[2] J. J. Rousseau, Del contratto sociale o principi del diritto politico, Libro IV, cap. VII, xxx
[3] Agostino di Tagaste, La città di Dio, Rusconi, Milano, 1984.

domenica 23 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (39)]

Lucio Russo[1] ha retrodatato la rivoluzione scientifica al periodo ellenistico che va dal III secolo a.C. alla conquista romana dell’Egitto nel 31 a.C. A personaggi come Euclide, Archimede, Aristarco di Samo, Erone di Alessandria, Erofilo, Crisippo di Soli e altri va il merito della fondazione di quel metodo ipotetico-deduttivo e sperimentale che solitamente è attribuito ai filosofi rinascimentali. La ricostruzione di Russo ci parla di un rigore metodologico e di un progresso scientifico e tecnologico che, andati perduti con la conquista romana, sono rimasti ignorati per secoli o al più sottovalutati nella loro veste mitica. In realtà i riconosciuti padri della scienza come Newton, Keplero, Galileo e Cartesio mossero i primi passi attingendo dalle fonti ellenistiche ma non potevano fare altro inquadrarne i contenuti “in schemi generali estranei, tratti dalla teologia e dalla filosofia naturale”[2]. La capacità dei pensatori ellenistici di riconoscere nelle loro proposizioni un modello della realtà e la necessità di stabilire delle connessioni attraverso il modello e la realtà non sopravvisse alle vicissitudini della storia.
Secondo Russo l’errore fondamentale dei moderni pensatori, che si è trascinato fino all’inizio del XX secolo, è dovuto alla confusione tra gli oggetti teorici e gli oggetti concreti. “In particolare la microfisica si rivelò non descrivibile con la teoria scientifica della meccanica classica, i suoi fenomeni non essendo descrivibili né con la meccanica corpuscolare né con quella ondulatoria. […] Invece di proporre una terza teoria scientifica, scienziati come de Broglie e Bohr enunciarono infatti il ‘dualismo onda-corpuscolo’ e il ‘principio di complementarietà’. Di fronte all’inapplicabilità di due teorie incompatibili tra loro, una cultura che confondeva ancora gli enti della teoria con gli oggetti reali trovò normale attribuire alla natura la contraddittorietà della propria scienza.”[3] In termini generali, dalle parole di Russo si può riconoscere nella scienza moderna fino ai primi anni del secolo scorso l’assenza di una chiara distinzione tra aspetti epistemici e ontologici. Con la meccanica quantistica la confusione tra la dimensione ontologica e quella epistemica, ovvero tra la realtà oggettiva e le difficoltà di misurazione, ha lasciato l’ambito strettamente scientifico rimanendo comunque inalterata negli altri ambiti della cultura[4].
I fenomeni quantistici e il principio di indeterminazione di Heisenberg, infatti, sono indebitamente chiamati in causa per scrollarsi di dosso quel determinismo scientifico che veniva e viene confuso con il fatalismo. La libertà è il gran desiderio dell’uomo e pur di vederlo esaudito sarebbe in grado di scambiare il macroscopico cervello che gli si è organizzato sul collo nel corso dell’evoluzione con una microscopica particella del mondo subatomico. Se il periodo ellenistico non avesse subito un arresto forse non avremmo bisogno di tali scambi per essere liberi, ma questo non possiamo saperlo.

[1] Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli, 2006.
[2] Op. cit., pag. 446.
[3] Op. cit., pag. 457.
[4] F. De Martini, Il mondo oggettivo della meccanica quantistica e le leggende dell’ermeneutica, MicroMega, 2/2007, p. 151-162.

sabato 22 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (38)]

“A distinguere l’uomo di scienza non è ciò che crede, ma come e perché lo crede. Le sue teorie sono dei tentativi, non dei dogmi; sono basate su delle prove, non sull’autorità o sull’intuizione.”[1] Secondo Bertrand Russell non è importante l’oggetto ma il metodo. Il credere a qualcosa non è in discussione, in quanto atto originale dell’attenzione non presenta possibili alternative, si tratta di una scelta in fin dei conti infondabile.
La scienza è un metodo che presuppone una buona dose di umiltà e una spiccata capacità di confessare a sé stessi di aver sbagliato, precetti solitamente avocati da sedicenti spiriti ecumenici e scarsamente scientifici. La scienza sa di doversi accontentare di risultati non definitivi[2], non c’è spazio per l’infallibilità, neanche ex cattedra. Ciò che non risponde a questi criteri non è scienza ma frustrazione curata da trasfigurazioni del potere, che tra le sue forme non ignora né quella dello scienziato né quella del pastore d’anime.

[1] B. Russell, Storia della filosofia occidentale, Mondadori, 1984. p. 506.
[2] Karl R. Popper, Scienza e filosofia. Problemi e scopi della scienza, Einaudi, Torino, 1991.


venerdì 21 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (37)]

Spesso la complessità dell’universo e in particolare della mente umana è posta a premessa della inevitabile assegnazione di ruoli morali e cognitivi perché l’universo veda sé stesso[1]. Al di là della facile confusione tra la nostra vanità e quella dell’universo mi pare che l’organizzazione possa essere più elegantemente, oltre che più coraggiosamente, concepita come un fardello dell’evoluzione dei sistemi complessi, biologici e non. Una volta imboccata una “biforcazione” (a decidere è la contingenza, non solo il fantomatico caso) se ne configurano altre possibili, mentre per altre si perde completamente e per sempre la possibilità che siano percorse. L’evoluzione dell’uomo, di cui andiamo così fieri, è storia di occasioni mancate, è storia di strade obbligate e svincoli imprevisti, anche di “scelte” sbagliate. Se l’universo voleva farsi guardare o meno questo non lo so dire, ma è certo che adesso non manco di dare una sbirciatina davanti a uno specchio, come è certo che non posso essere certo che lo avrei fatto se milioni di anni fa la savana non avesse preso il posto della foresta.

[1] Jean Guitton, Grichka Bogdanof, Igor Bogdanof, Dio e la scienza. Verso il metarealismo, Bompiani, 1994.

giovedì 20 settembre 2018

La cattura del gatto [Note (36)]

Onfray e il “Trattato di ateologia”[1]. Per un ateo è fin troppo facile trovare accordo con la tesi dell’ateologo, l’accordo sarebbe peraltro più facile se questi non fosse così arrabbiato, astioso, distruttivo e la sua tesi suscettibile di alcune domande decisamente inquietanti. Indubbiamente in nome di Dio sono stati compiuti orrori indicibili (e ancora se ne compiranno), ma sono anche state compiute le opere più sublimi. Mentre scrivo ascolto la corale di Beethoven, il coro nell’inno finale canterà (in tedesco naturalmente): “Intuisci il tuo creatore, mondo? / Cercalo sopra il cielo stellato! / Sopra le stelle deve abitare.”
Se per un Beethoven sulla terra occorrono non uno ma cento déi, sono pronto a crearli io stesso. Onfray nel suo testo appassionato fa sorgere domande che atterriscono, mi parla della ragione e della riflessione correttamente guidate[2], da chi? qualcosa da guidare presuppone un guidatore, non si può tralasciare questo dettaglio logico, che risenta in fin dei conti anche lui di un’influenza ebraico-cristiana? Propone una definizione di intelligenza che mi fa orrore perché descrive la ragione! (“capacità di legare ciò che a priori, e per lo più, viene considerato slegato.”[3]) E poi, in definitiva se gli uomini creano “un dio a loro immagine: violento, geloso….”[4] , cosa fa pensare a Onfray che l’eliminazione di Dio cambierà la loro natura?
E’ allora? O, come diceva qualcuno che potrebbe portar male citare, “che fare?” … diciamolo in silenzio, in tanto vuoto ontologico, un banale ossimoro potrò permettermelo. Nel vissuto di molti uomini c’è un Dio, o più di uno, vero o finto che sia a qualcosa servirà, a qualche esigenza darà risposta?! Bene, allora parliamo di quelle domande, magari senza invocare Dio ma neanche la Dea-Ragione.
Inevitabilmente per farlo è necessario “costruire” un significato e per farlo è utile sia la filosofia hic et nunc cara a Onfray quanto a me, sia le immense cattedrali del pensiero che il filosofo francese dice invivibili. In effetti io non abiterei mai a Notre Dams, troppo fredda, ma non penso che Parigi sarebbe meglio senza.

[1] Michel Onfray, Trattato di ateologia, Fazi Editore, 2005.
[2] Op. cit., p. 20.
[3] Op. cit., p. 73.
[4] Op. cit., p. 71.


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