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mercoledì 10 febbraio 2016

Isernia, l'urbanistica della memoria

Isernia è una città immobile, attonita, nel giorno dopo il bombardamento. Contrafforti residui, postumi muri maestri, ectoplasmi di edifici lasciano spazio a piazze disegnate da un terrificante architetto. Isernia ha l'orgoglio dei posti dimenticati che vogliono affermare discretamente la propria esistenza mostrando come sa morire un eroe ignorato.


Isernia è una città dal tempo geometrico, forgiata "dalla perenne peripezia delle armi poi dall'ingiurie degli anni", come dice una targa sulla facciata della chiesa di S. Chiara. Le bombe l'hanno disegnata con il tratto secco delle esplosioni, con la geometria infantile della guerra. Le vestigia pagane sono risorte per miracolo di memoria tra rovine e impronte. Una comunità resta marchiata dai bombardamenti anche a distanza di generazioni, nell'architettura, nell'urbanistica, nell'anima.


C'è un'intima relazione tra le geometrie urbane e le geometrie delle emozioni, dell'intelletto stesso. Le ragioni del sentire seguono vicoli stretti, costeggiano muri inesistenti. Camminando per le piazze attraversiamo muri fantasma e viene da chiedersi se non siamo piuttosto noi fantasmi ad attraversare solidi muri fatti di memoria.


La memoria di Isernia è tagliata come i muri delle case crollate. I sensi di colpa, la necessità di rimozione si toccano come bubboni della pelle che più gratti più danno fastidio e la pelle è squartata dai continui tentativi di strappare via il bubbone.


La pelle di Isernia è lacerata, oggi a settant'anni di distanza, da una guerra-maledizione che ancora manca il peccato commesso per aver subito tanta ingiuria. "Che ci possiamo fare?" dice la vecchia signora che nel giorno di mercato vende verdure sotto l'arco di pietra. "Che ci possiamo fare?" per un vento insistente che porta via l'ombrellone su questo crinale tra due abissi che la pioggia sarebbe già una benedizione a calmare il vento. "Che ci possiamo fare?" è la domanda fatalista per un destino subito decenni prima che una bava di vento fa riaffiorare.


Settant'anni! Basta tendere una mano e li tocchi con la punta delle dita. In questi posti dove è passata la Storia, sono state sacrificate le storie e ogni famiglia ha la sua croce, il suo Golgota da scalare ogni giorno. Ogni famiglia ha il suo altare dove Dio viene a chiedere perdono.

mercoledì 3 febbraio 2016

L'angelo di Vermicino

Ci sono storie quotidiane intorno alle quali ruota il passato e il futuro, storie che racchiudono nella loro quotidianità tutto il senso di un'epoca.
Il 10 giugno del 1981 un bimbo cade in un pozzo a Vermicino, era Alfredo Rampi. Ci fu una grande mobilitazione per tentare di salvare il bambino. Angelo Licheri volle contribuire a quei tentativi facendosi calare nel pozzo. Era necessario essere di piccola statura per essere calati a testa in giù e Licheri era un uomo piccolo, pesava appena 44 kg. Licheri fu imbracato e con enorme fatica riuscì a raggiungere il bimbo ma non riuscì a salvarlo. Ce la mise tutta Licheri, rimase a testa in giù per 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione. La tragedia fu vissuta in diretta tv per tre giorni, inaugurando l'epoca dei reality show.
Angelo Licheri si racconta in un libro con un linguaggio asciutto, semplice come potrebbe essere quello di un anziano che racconta gli episodi della propria vita davanti al fuoco. Licheri non ha psicologismi ma un innato senso del ritmo narrativo. Racconta i fatti di una vita piena di avvenimenti in uno stile quasi giornalistico. Una vita che parte da Gavoi, dove gli eredi di Caino e Abele continuavano a contendersi i favori di Dio, per arrivare a Vermicino e altrove.
Un altro grande sardo incontrerà Licheri dopo quel disperato tentativo di salvare Alfredo Rampi, era Enrico Berlinguer, anche lui sarebbe morto da lì a pochi anni.
Oggi Licheri vive in estrema difficoltà e il diabete gli ha causato una gravissima infermità. Leggere la sua autobiografia è un modo per aiutarlo e per ritornare a quell'episodio di Vermicino che come un oscuro presagio era fin dall'inizio degli anni '80 una terribile metafora del tempo a venire.
Cercate in libreria L'angelo di Vermicino e se non ce l'hanno ordinatelo, costa 16 euro e vale la pena spenderli.

giovedì 28 gennaio 2016

Della libertà di opinione e altro

Come seguito all'ultimo post mi preme chiarire un paio di concetti.

Se ostacolo la strada di qualcuno che io stesso non sono tenuto o obbligato a percorrere non sto esercitando una libertà di opinione o di pensiero, ma commetto un abuso, un atto di forza. In altre parole impongo il mio pensiero ad altri, obbligo altri a fare quello io voglio che facciano. Questo fa la chiesa con la sua chiamata alla partecipazione alla manifestazione del family day in nome di un'etica cristiana che non riguarda buona parte dei cittadini di questo paese.

martedì 26 gennaio 2016

Nei panni altrui

Dopo la dichiarazione-compitino di don Bagnasco, intessuta di luoghi comuni e regole universali scolpite sulla pietra, provo a fare uno di quegli esercizi che fanno tanto male, mettersi nei panni degli altri. Parto da un articolo letto sul Fatto Quotidiano.

Tommaso e Diego sono gemelli, hanno tre anni e vivono con Paola e Serena. I due gemelli vivono con le due donne da quando sono nati. Paola è la mamma biologica e Serena è la compagna di Paola. Serena ha bisogno di una delega per qualsiasi cosa, anche per accompagnare i bambini al nido o al pronto soccorso. Facendo ogni scongiuro possibile se Paola verrà a mancare per un qualsiasi motivo Tommaso e Diego finiranno in un orfanatrofio anziché continuare a vivere con Serena. Tommaso e Diego entreranno in un programma di adozione e dopo diversi anni potranno essere adottati da estranei che non sono mai stati presenti nella loro vita. Serena non avrà alcun diritto.

Questo stabiliscono le regole universali di don Bagnasco. Questa è la bontà di don Bagnasco e di quanti come lui sono estranei a mettersi nei panni degli altri preferendo le regole generali, le dichiarazioni di principio e poco importa se disattese da lui stesso e dai suoi seguaci, l'importante è che siano perentorie.

La stepchild adoption del ddl Cirinnà è l’adozione del figlio del convivente, con il consenso del genitore biologico se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio e comunque dopo il vaglio del Tribunale per i minorenni. In altre parole stiamo parlando di un istituto giuridico già esistente. Questa e solo questa è l'adozione di cui si parla nel ddl Cirinnà, ma a don Bagnasco & co piace sollevare polvere e fumo perché con il favore della notte e della nebbia gli argomenti si confondano e tutti corrano in piazza a opporsi all'adozione per gli omosessuali di cui non c'è traccia nel ddl Cirinnà.

Parliamoci chiaro, tutto il baccano sollevato non serve a bloccare una novità ma a impedire solo agli omosessuali di fruire di un istituto già esistente.

Intanto, visto che a don Bagnasco premono le altre priorità, gli operai tornano in piazza da Genova a Gela per protestare contro condizioni di vita insopportabili.

domenica 24 gennaio 2016

Promenade con il re dei gatti

Balthasar Kłossowski, noto come Balthus. Il migliore commento alla sua opera è il saggio di Freud Das Unheimliche, reso in italiano con Il perturbante. Balthus perturba, inquieta. Le sue ninfe derelitte, decadenti, richiamano Lolite seducenti solo ad un lettore superficiale. Secondo Jean Clair "solo imbecilli potevano trattarlo come un eccentrico, isolato, erotomane."
Le figure posano in uno stato di languore, quasi torpore per qualcosa che hanno appena visto o per qualcosa che stanno per vedere.
Balthus. La stanza, 1952-1954.
Figure silvane, folletti maligni scostano tende, tolgono il velo, e lasciano filtrare luce e immagini che inducono al deliquio. Il languore delle fanciulle di Balthus è spossatezza. I colori mesti, le linee dure e geometriche, volti quattrocenteschi e austeri.
L'onirico è quanto di più realistico possa concepirsi. Non c'è una realtà altra che non sia quella psicologica intima e profonda. Nessuna salvezza surrealista, nessuna concessione metafisica, nemmeno artistica, poiché l'arte è inquietudine e risolvere l'inquietudine per mezzo dell'arte sarebbe un ossimoro. Significherebbe negare l'arte fuggendola. Nessuna fuga quindi.
Balthus dipinge la soglia psicologica in cui l'infanzia non ancora dimenticata percepisce l'inevitabilità della perdita. Dipinge l'attimo di passaggio tra ciò che è stato e ciò che sarà. Un attimo atemporale, cardine tra passato e futuro. Un attimo colmo di eventi trascorsi e di eventi a venire. L'atemporalità di De Chirico è sospensione del tempo, vuoto di eventi. L'atemporalità di Balthus è nucleo del tempo, pieno di eventi.
Balthus, Grande composizione con mensola, 1985.
Un horror vacui di eventi che procurano disorientamento, spaesamento, svenimento. Le fanciulle di Balthus sono dipinte nell'istante esatto in cui cominciano a vedere quel tempo. Balthus dipinge il disfacimento dell'età dell'innocenza.
Perché fanciulle e non fanciulli? Perché la dimensione lirica della mente subisce le ingiurie del tempo, quella razionale (maschile?) tenta di spiegarle, a volte negandole. Balthus non dipinge la negazione dell'inquietudine. I colori cupi sono quelli del pensiero non confessato, spesso ignorato dal soggetto non esercitato all'esplorazione delle zone più remote e buie. Scriveva Paul Valéry nei suoi quaderni "Quando affronti un viaggio dentro te stesso, parti armato fino ai denti". Solo dopo essere discesi negli inferi della propria anima  si può leggere l'opera di Balthus.
Fino al 31 gennaio è possibile vedere molte opere di Balthus alle Scuderie del Quirinale a Roma.

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