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lunedì 29 novembre 2010

Il villaggio e la memoria

Ci sono cose che restano sepolte nelle pieghe della memoria e da insondabili profondità governano i pensieri. Quando quelle cose affiorano ti chiedi se sei tu a averle evocate per un momento o siano loro a evocare te continuamente. Quando qualche giorno fa scrivevo La città e la memoria qualcosa premeva dal sottosuolo! Erano queste pagine di Cent'anni di solitudine di Márquez.

"Quando José Arcadio Buendìa si accorse che la peste aveva invaso il villaggio, riunì i capi famiglia per spiegar loro quello che sapeva sulla malattia dell'insonnia, e fu deciso di adottare delle misure per impedire che il flagello si propagasse ad altre popolazioni della palude. Fu così che si tolsero ai capri le campanelle che gli arabi barattavano coi pappagalli, e furono messe all'entrata del villaggio a disposizione di coloro che trascuravano i consigli e le suppliche delle sentinelle e insistevano nel voler visitare il villaggio. Ogni forestiero che in quell'epoca percorreva le strade di Macondo doveva far suonare la sua campanella perché i malati sapessero che era sano. Non gli si permetteva né di mangiare né di bere nulla durante il soggiorno, perché non c'era dubbio che la malattia si trasmetteva soltanto per bocca, e tutte le cose da bere e da mangiare erano contaminate di insonnia. In quel modo si mantenne la peste circoscritta al perimetro dell'abitato. La quarantena fu così efficace, che giunse il giorno in cui lo stato di emergenza venne considerato come cosa naturale, e si organizzò la vita in modo tale che il lavoro riacquistò il suo ritmo e nessuno si preoccupò più dell'inutile abitudine di dormire.
Fu Aureliano che concepì la formula che li avrebbe difesi per parecchi mesi dalle evasioni della memoria. La scoprì per caso. Insonne esperto, per esserlo stato tra i primi, aveva imparato a perfezionare l'arte dell'oreficeria. Un giorno stava cercando la piccola incudine di cui si serviva per laminare i metalli, e non si ricordò del suo nome. Suo padre gliela disse: "tasso." Aureliano scrisse il nome su un pezzo di carta che appiccicò con la colla sul piede dell'incudine: tasso. Così fu sicuro di non dimenticarlo in futuro. Non gli venne in mente che quella poteva essere la prima manifestazione della perdita della memoria, perché l'oggetto aveva un nome difficile da ricordare. Ma pochi giorni dopo scoprì che faceva fatica a ricordarsi di quasi tutte le cose del laboratorio. Allora le segnò col nome rispettivo, di modo che gli bastava leggere l'iscrizione per riconoscerle. Quando suo padre gli rivelò la sua preoccupazione per essersi dimenticato perfino dei fatti più impressionanti della sua infanzia, Aureliano gli spiegò il suo metodo, e José Arcadio Buendìa lo mise in pratica in tutta la casa e tardi lo impose a tutto il paese. Con uno stecco inchiostrato segnò ogni cosa col suo nome: tavolo, sedia, orologio, porta, muro, letto, casseruola. Andò in cortile e segnò gli animali e le piante: vacca, capro, porco, gallina, manioca, malanga, banano. A poco a poco, studiando le infinite possibilità del dimenticare, si accorse che poteva arrivare un giorno in cui si sarebbero individuate le cose dalle loro iscrizioni, ma non se ne sarebbe ricordata l'utilità. Allora fu più esplicito. Il cartello che appese alla nuca della vacca era un modello esemplare del modo in cui gli abitanti di Macondo erano disposti a lottare contro la perdita della memoria: Questa è la vacca, bisogna mungerla tutte le mattine in modo che produca latte e il latte bisogna farlo bollire per aggiungerlo al caffé e fare il caffellatte. Così continuarono a vivere in una realtà sdrucciolosa, momentaneamente catturata dalle parole, ma che sarebbe fuggita senza rimedio quando avessero dimenticato i valori delle lettere scritte.
Sull'entrata della strada della palude avevano messo un cartello su cui era scritto Macondo e un altro più grande nella strada centrale che diceva Dio esiste. In tutte le case erano stati scritti segni convenzionali per ricordare gli oggetti e i sentimenti. Ma il sistema esigeva tanta sollecitudine e tanta forza morale che molti cedettero all'incanto di una realtà immaginaria, inventata da loro stessi, che risultava loro meno pratica ma più riconfortante. Fu Pilar Terriera che contribuì in massimo grado a popolarizzare questa mistificazione, ideando l'artificio di leggere il passato nelle carte come prima aveva letto il futuro. Mediante questo trucco, gli insonni cominciarono a vivere in un mondo costruito dalle alternative incerte delle carte, dove il padre non era ricordato che come l'uomo bruno arrivato verso i primi di aprile e la madre era ricordata soltanto come la donna abbronzata che aveva un anello d'oro sulla mano sinistra, e dove una data di nascita veniva ridotta all'ultimo martedì in cui aveva cantato l'allodola sul lauro. Sconfitto da quelle pratiche consolatorie, José Arcadia Buendìa decise allora di costruire la macchina della memoria che una volta aveva desiderato per ricordarsi delle meravigliose invenzioni degli zingari. Il marchingegno si basava sulla possibilità di ripassare tutte le mattine, e dal principio alla fine, la totalità delle nozioni acquisite nel corso della vita. La immaginava come un dizionario girevole che un individuo situato al centro potesse manovrare mediante una manovella, in modo che in poche ore passassero davanti ai suoi occhi le nozioni più necessarie per vivere. Era riuscito a scrivere circa quattordicimila schede, quando apparve sulla strada della palude un vecchio bizzarro con la triste campanella dei dormienti, che trascinava una valigia rigonfia legata con funi e un carrettino coperto di stracci neri. Andò direttamente nella casa di José Arcadio Buendìa.
Visitación non lo riconobbe quando aprì la porta, e pensò che avesse l'intenzione di vendere qualcosa, ignorando che nulla si poteva vendere in un paese che stava affondando senza rimedia nell'aggallato della dimenticanza. Era un uomo decrepito. Anche se perfino la sua voce era rotta dall'incertezza e le sue mani sembravano dubitare dell'esistenza delle cose, era evidente che veniva dal mondo dove gli uomini potevano ancora dormire e ricordare. José Arcadio Buendìa lo trovò seduto nel salotto, intento a farsi vento con un cappello nero rattoppato e a leggere con compassionevole attenzione i cartelli appesi alle pareti. Lo salutò con ampie mostre di affetto, temendo di averlo conosciuto in altri tempi e di non riconoscerlo ora. Ma il visitatore si rese conto della sua falsità. Si sentì dimenticato, non con la dimenticanza rimediabile del cuore, ma con un'altra dimenticanza più crudele e irrevocabile che egli conosceva assai bene, perché era la dimenticanza della morte. Allora comprese. Aprì la valigia zeppa di oggetti indecifrabili, e tra quelli prese una valigetta con parecchi flaconi. Diede da bere a José Arcadio Buendìa una sostanza di colore gradevole, e la luce si fece nella sua memoria. Gli occhi gli si inumidirono di pianto, prima di vedere se stesso in un salotto assurdo dove gli oggetti erano etichettai, e prima di vergognarsi delle solenni baggianate scritte sulle pareti, e prima di riconoscere il nuovo venuto in un abbagliante fulgore di gioia. Era Melquíades." Gabriel Garcìa Márquez, Cent’anni di solitudine, Feltrinelli, 1968.

3 commenti:

  1. Collegamento che avevo fatto leggendo il post precedente e che avevo pure messo in un commento che non è mai apparso... Controlla nello spam, salvalo dall'oblio :-)

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  2. Mi dispiace NoirPink per il tuo commento, ho controllato nello spam e non c'è nulla. Tu non sai quanto avrei apprezzato il tuo aiuto, sono giorni che non riuscivo a pensare ad altro finchè è tornato alla mente quell'episodio di Soledad.

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  3. A me è venuto in mente immediatamente, sono tornato in quell'atmosfera subito. :)

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