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martedì 16 novembre 2010

La città e la memoria


- Perché viaggi? - chiese Kublai Kan.
- Per raggiungere il punto esatto da cui sono partito. - rispose Marco Polo.

***

Quando il viaggiatore giunge nella città di Memosia viene preso da una sensazione di stordimento, una valanga di immagini travolge la sua mente. I ricordi si accumulano come pietre di un muro di cinta che crolla. Raramente il viaggiatore conserva memoria di quello che vede quando scorge i primi palazzi di Memosia e ancor più raramente può essere certo che i ricordi che invadono la sua mente gli appartengano.
Una volta attraversate le mura della città si scopre che ogni superficie è coperta da una fitta scrittura. I muri delle case, il lastricato delle strade, le cortecce degli alberi, le foglie, ogni superficie è un foglio scritto. Anche negli spazi tra una lettera e l'altra si possono leggere parole scritte con caratteri più piccoli e dentro gli spazi bianchi delle lettere si vedono altre parole. E' difficile intravedere qualche senso nelle frasi che si leggono dappertutto nella città di Memosia, tanto è fitta la scrittura che ogni cosa sembra coperta da una indistinta macchia di inchiostro nero.
Qualcuno racconta che gli abitanti di Memosia non conservano i ricordi per più di una generazione e per trattenere la loro storia sono costretti a scrivere qualsiasi cosa, annotano regole, tradizioni, riti, i fatti importanti e quelli meno importanti che in futuro possono diventare importanti e sarebbe un peccato dimenticarli. Ogni nota è conservata in casseforti custodite in edifici pubblici. Per non dimenticare dove si trovano le preziose annotazioni gli abitanti di Memosia disegnano mappe della città, dell'edificio e della stanza con la cassaforte. Le mappe sono custodite in altri edifici pubblici ed altre note sono scritte per ricordare dove sono le mappe, altre mappe vengono disegnate per sapere dove sono le note e altre note sono scritte per ricordare dove sono le mappe e altre note e altre mappe. Qualunque cosa scritta a Memosia rimanda a un'altra, in un vortice labirintico che di generazione in generazione ha coperto di scrittura ogni anfratto della città. Ora la quantità di annotazioni è tale che nessun abitante di Memosia è più in grado di ritrovare le note originarie. La storia della città è andata perduta perché venisse conservata.

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"Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d'una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole." Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, 1993.

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"Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce." Jorge Luis Borges, La biblioteca di Babele. In: Finzioni, Einaudi, 1955.

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Finito di scrivere il racconto e le due citazioni - ci giro intorno da qualche tempo - ho cercato in rete accostamenti tra Calvino e Borges. Non sapevo di questo libro che non solo compara i due autori ma proprio i due libri che io cito, né sapevo che lo stesso Calvino avesse scritto I gomitoli di Jorge Luis Borges, come ho appreso da questo sito. Non ho scoperto nulla di nuovo né pretendevo di farlo. Spero solo che questo mio racconto non offenda quei due grandissimi maestri.
Nella rete ho trovato un'altra cosa molto bella, non so se si tratti di un fatto realmente accaduto, non sono riuscito a trovarne prova, ma in questo sito si racconta questo aneddoto:

"Italo Calvino era noto per essere uno di poche parole. Una volta Jorge Luis Borges ormai cieco, avvertito della sua presenza durante un incontro con alcuni amici a Siviglia rispose: «L'ho riconosciuto dal silenzio»".

4 commenti:

  1. Complimenti.
    Mi ha fatto pensare a Ireneo Funes, "l'uomo della memoria" di Borges, dalla memoria così prodigiosa da essere incapace di pensare, cioè di astrarre. Forse gli abitanti di Memosia sono incapaci di concretizzare?

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  2. Grazie, citazione doverosa quella di Funes il memorioso, aspettavo che qualcuno la cogliesse. Gli abitanti di Memosia siamo noi quando pensiamo "che tutto sta scritto", quando dimentichiamo che viaggiamo per raggiungere il punto esatto da cui siamo partiti, quando pensiamo di avere a disposizione spazi infiniti e in realtà siamo naufraghi su un'isola in mezzo all'oceano senza un ponte che colleghi il passato al futuro.

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  3. Caro Antonio,
    mi piace il tuo modo lieve di sollevare grandi problemi accostando fra di loro esempi, citazioni e personaggi letterari o di altra natura che sono sempre i più indicati e i più calzanti.
    Le parole, i discorsi, si reggono sempre l’uno con l’altro, l’uso sull’altro, Jacque Lacan diceva che un significante è ciò che necessita di almeno un altro significante per dirsi e Umberto Eco fa stupire il suo personaggio Adso che con inquietudine estrema comincia a intravedere i libri della biblioteca come degli enti che parlano fra di loro, in cui l’uno parla dell’altro ad infinitum.
    Certamente la similitudine del discorso con un viaggio circolare, con una circumnavigazione, è suggestiva, i discorsi parlano di altri discorsi e alla fine ritornano sempre nel punto in cui erano partiti.
    Si ha memoria non di cose e di parole (seguendo la differenziazione freudiana fra sachvorstellung e wortvorstellung), ma si tratta pur sempre di rappresentazioni, di creare il mondo intorno a me a partire da me (una circumnavigazione). Con un elemento di realtà che è l’altro, inteso come oggetti del mondo fisico (gli spigoli delle vie, le griglie delle finestre ... della tua citazione calviniana) oppure inteso come altro soggetto, altra coscienza (o autocoscienza). In quest’ultimo caso, attraverso l’altro posso conoscermi, posso rappresentarmi perché, come scrive Hegel nella Fenomenologia, l’auto-coscienza è una lotta per il riconoscimento fra il servo e il signore.
    Ma la memoria a cui si attinge con una rievocazione non sono io, ciò che si trascrive nell’essere perde le caratteristiche di una rappresentazione e diventa una “presenza a se stesso” che il soggetto è, cioè un “so di essere questo”, ho un’immediata certezza di ciò, senza alcuna rappresentazione, una trasparenza a se stessi senza mediazione rappresentativa.
    Ed è per questo forse che non necessitano parole per dirsi e che Borges può dire di Calvino. “L’ho riconosciuto dal suo silenzio”.
    Un saluto.

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  4. Caro Garbo, è molto bello vedere le mie scatole cinesi aprirsi una dopo l'altra. Chissà, sarà ancora sorprendente non trovare nulla nell'ultima? Amo intrappolarmi nei metasignificati (le corrispondenze di Baudelaire?) che a volte trovo persino banali i significati. Non sono solo i significanti a supportarsi l'un l'altro. Parole e cose, grandi pensatori se ne sono occupati, tanti ne ho letti, e ancora fatico a distinguere l'oggetto dalla sua immagine.
    Eppure nella scrittura - immagine per eccellenza - è il più grande oggetto che non c'è scatola che possa contenere, il terribile tentativo di congelare il tempo. La parola scritta è sfida alla morte, urlo silenzioso lanciato nell'abisso. Oppure è il pensiero che si espone allo scherno della lettura che si ammanta di interpretazione. O forse no, la scatola è un'altra, più divertente - non per questo meno seria - che la scrittura sia l'invenzione di smemorati. Sembra un omaggio alla mia infallibile capacità di dimenticare le cose ma gli antropologi dovrebbero prendere sul serio questa mia ipotesi!
    Chissà se queste scatole siano nella mia mente o siano la mia mente, ma sarà poi così importante?

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