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domenica 8 maggio 2011

La tovaglia


Le dicevano: - Bambina!
che tu non lasci mai stesa,
dalla sera alla mattina,
ma porta dove l'hai presa,
la tovaglia bianca, appena
ch'è terminata la cena!
Bada, che vengono i morti!
i tristi, i pallidi morti!

Entrano, ansimano muti.
Ognuno è tanto mai stanco!
E si fermano seduti
la notte intorno a quel bianco.
Stanno lì sino al domani,
col capo tra le due mani,
senza che nulla si senta,
sotto la lampada spenta. -

E` già grande la bambina:
la casa regge, e lavora:
fa il bucato e la cucina,
fa tutto al modo d'allora.
Pensa a tutto, ma non pensa
a sparecchiare la mensa.
Lascia che vengano i morti,
i buoni, i poveri morti.

Oh! la notte nera nera,
di vento, d'acqua, di neve,
lascia ch'entrino da sera,
col loro anelito lieve;
che alla mensa torno torno
riposino fino a giorno,
cercando fatti lontani
col capo tra le due mani.

Dalla sera alla mattina,
cercando cose lontane,
stanno fissi, a fronte china,
su qualche bricia di pane,
e volendo ricordare,
bevono lagrime amare.
Oh! non ricordano i morti,
i cari, i cari suoi morti!

- Pane, sì... pane si chiama,
che noi spezzammo concordi:
ricordate?... E` tela, a dama:
ce n'era tanta: ricordi?...
Queste?... Queste sono due,
come le vostre e le tue,
due nostre lagrime amare
cadute nel ricordare! -

Giovanni Pascoli, La tovaglia, in I canti di Castelvecchio, 1903.

10 commenti:

  1. Il giorno dei Santi, mia mamma cambiava le lenzuola. Metteva le più belle: bianche,ricamate e profumate di bucato. Ci faceva alzare presto perché, diceva, nel letto sarebbero venuti a riposare i nostri cari defunti fino il giorno dei morti, il loro giorno. E noi dove andiamo a dormire stanotte?, chiedevamo io e mia sorella che dormivamo insieme nel lettone; voi dormirete qui, come sempre. Come qui?, se ora ci sono loro.
    Mia mamma tagliava corto e ci assicurava che loro riposavano di giorno e noi di notte, così ci davamo il cambio e che la sera del giorno dei morti sarebbero ritornati in paradiso. Seguiva la curiosità di come facesse lei ad essere così sicura che loro dimorassero in paradiso..era semplice: tutti i nostri morti erano stati delle bravissime persone e avevano lavorato tanto!
    Ora, svelte!, usciamo dalla camera e lasciamoli riposare in santa pace!comandava. Non ci era consentito di ritornare su,nelle camere, in quei due dì, per nessun motivo.
    Forse è per questo che non ho paura delle persone defunte.
    Sono stata ospite presso una famiglia per dieci mesi all'età di 23anni, molto tempo fa. Negli ultimi giorni del mio soggiorno seppi che nella stanza in cui dormivo era morta una donna suicida. Pensavano che io ne sarei rimasta inorridita e che avrei voluto trasferirmi. Invece ragionai sul fatto che nulla di strano era accaduto a me in quella stanza. Provai una profonda pietà per quella donna che vi aveva abitato prima di me e pensai alla sua grande sofferenza che l'aveva spinta ad un gesto così estremo e cruento. Provai una grande compassione e la sentii molto vicina e ancor oggi penso a lei con rispetto e la sento vicina per aver condiviso lo stesso luogo, perché era una donna della mia stessa generazione e perché la compassione unisce i vivi e i morti.
    C'è una profonda malinconia, quasi un dolore nella poesia e anche nella seconda parte del mio racconto-commento, ma indubbiamente qualche decennio fa c'era più accettazione della morte.
    Ciao Antonio, che duri ricordi, non è vero? Certo che anche Giovanni Pascoli non ne difetta! :)

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  2. Pascoli è stato il mio poeta preferito, forse lo è tuttora.
    Molto intenso anche il commento di Nou.
    Ciao Antonio, buona giornata!
    Lara

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  3. Non so cosa c'è di là; ma di questa fragile immortalità del ricordo abbiammo bisogno e ci migliora.
    ciao

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  4. Versi intensi per una cronaca apparentemente di altri tempi. Grande il Pascoli che con la sua compiuta attenzione civile e sociale ammonisce ancora oggi.

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  5. Pascoli resta sospeso ad un istante promesso ma mai avvenuto, a quel padre, figura paterna, nome del padre, che gli viene a mancare anzitempo e che lui cerca di evocare ogni volta che può attraverso tutto ciò che può, la voce della natura soprattutto, visto che gli esseri umani, quelli che sanno tacciono e quelli che possono aver visto qualcosa di più (il carrettiere) non hanno inteso la voce del vespero aquilone sui monti perché distratti dal suono familiare delle cennamelle.
    Pascoli inseguirà tutta la vita il segreto dell'essere un uomo (essere maschio), senza mai raggiungerlo (nemmeno attraverso il confronto col suo maestro Carducci e con gli antichi autori greci.
    Ma in una tovaglia da tavola il suo animo poetico vede, complici le tradizioni contadine, un contatto fra i vivi e i nostri cari morti, i quali però hanno anelito lieve e si prendono la testa fra le mani e non ricordano nulla, ci offrono soltanto la loro preziosa e irrinunciabile presenza.
    La tradizione contadina, fino a qualche decennio fa, dava molta importanza alla festa dei defunti, vivi e morti convivevano per un giorno condividendo il tempo e il cibo come se fosse la cosa più naturale del mondo e familiarizzando i bambini con l'esistenza dei propri morti. Niente di diverso dagli antichi romani che tenevano perennemente i loro defunti (lari e penati) in un altarino dentro casa e ad essi si rivolgevano nelle ore più buie della famiglia e per la città, mentre riservavano le sceneggiate pubbliche agli dei maggiori.
    Ciao

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  6. Cara Nou, non c’è regalo più bello che tu potessi farmi. La memoria, un frammento di storia, è il dono più prezioso che io possa ricevere. Le vedo correre giù per le scale quelle due bambine, curiose di sapere se è vero quello che ha appena detto la mamma. Sono cresciuto in un piccolo paesino del Salento dove la gente d’estate usava sedersi vicino casa - e nelle strade più tranquille lo fa ancora - e quando tra loro c’era un bambino i più anziani raccontavano e quei bambini crescevano tra quei racconti. Mi mancano quei racconti contadini, mi manca ascoltarli e riascoltarli anche se quei racconti non hanno mai smesso di avvenire da quando sono stati raccontati. Ha ragione Adriano quando dice che certe cose sono solo apparentemente d’altri tempi.
    La tradizione da cui attinge il Pascoli la racconta lui stesso quando dice «in Romagna si raccontava veramente di sparecchiare dopo cena, perché, se si lascia la tovaglia sulla tavola, vengono i morti.» E’ già grande la bambina quando non sparecchierà più la mensa e lascerà che il pane sulla tovaglia sia la comunione tra i vivi e i morti, e i morti non saranno più i tristi, i pallidi morti ma i buoni, i poveri morti. Alla paura dei morti subentra la tenerezza e il dolore della memoria. La mia bisnonna raccontava ad una bambina che poi sarebbe diventata mia mamma che la notte prima del giorno dei morti la tavola doveva restare con il pane, non ce n’era tanto ma quel poco sarebbe dovuto rimanere a tavola perché i morti della famiglia sarebbero tornati per mangiarne un po’ e riposare per una notte. Altre tradizioni raccontano di questa comunione tra i vivi e i morti. E’ diffuso in Puglia che il pane non debba mai essere appoggiato sulla tavola al rovescio per non offendere i defunti. In provincia di Foggia ancora oggi i bambini appendono la calza, come si fa a Natale, aspettando che i nonni che non ci sono più portino i dolci durante la notte, dolci fatti in casa, perché i nonni i dolci non li vanno a comprare.
    Ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere quattro bisnonni e tutti i miei nonni e, può sembrarti strano, ancora mi fanno compagnia, ancora continuano ad offrirmi la loro preziosa e irrinunciabile presenza, come dice Garbo. Non ho mai avuto paura dei morti. Quando ero bambino mia mamma ripeteva spesso che bisogna temere i vivi e non aveva tutti i torti. Come dici tu, caro Garbo, tra i contadini si da molta importanza ai propri defunti e i bambini familiarizzano con loro. Forse c’è ancora in me il sangue degli antichi romani e il loro culto per Lari e Penati.
    La compassione unisce i vivi e i morti, è vero. Ho sempre amato e rispettato i miei Lari, non solo nel giorno loro dedicato, e non ho mai capito perché se ne dovrebbe avere paura. Ma la paura è un sentimento, per quanto incomprensibile per me quando indirizzato ai defunti è comunque un sentimento che affonda nelle radici del passato. Temo che quella paura oggi, in un tripudio di “perenne” gioventù, sia diventata rimozione che è rimozione del passato che è già avvenuto, la paura si è spostata al futuro che ancora non c’è e non si vuole vedere riducendo la vita ad un eterno presente, finto fino alla nausea, stomachevole da fare pena in quel giovanilismo di decerebrati che non hanno ancora risolto la sindrome infantile di onnipotenza. Il passato e il futuro sono specchio l’uno dell’altro e l’immagine che riflettono e che non si vuole guardare è la morte, l’una quella già avvenuta, l’altra quella da venire. Ma questo discorso ci porterebbe molto lontano ed è meglio fermarlo qui, sicuri che lo riprenderemo.
    I ricordi possono essere duri, cara Nou, ma abbiamo bisogno di quella “fragile immortalità”, come la chiama Francesco. Di ricordi siamo fatti, spesso tenuti insieme, come dice il poeta, da lagrime amare cadute nel ricordare!
    Un abbraccio e grazie ancora.
    Antonio

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  7. Ciao Antonio,
    abbiamo vissuto l’infanzia nella quiete. L’infanzia è il periodo perfetto. Senza cognizione di come essere: si è ed è tutto.
    Nella bella stagione i miei pomeriggi erano ombreggiati e freschi, seduta in cortile a cucire o ricamare con le zie e le cugine , davanti casa, nella sua ombra, che si estendeva a Nord verso l’argine del Po. Il verde dell’erba sconfinava brillante, nell’aria chiara. Oltre vi era il cielo denso di umori fluviali. Sopra l’argine di tanto in tanto transitava qualche uomo in bici, o donna con cappello di paglia a falda larga. I rumori giungevano leggeri, ovattati, come quelli che risuonano lungo le calli veneziane.
    Le zie e le cugine si scambiavano confidenze e anche facezie.
    A me insegnavano il punto croce e a giorno.
    Di quei pomeriggi ricordo soprattutto l’allegria, la frescura e la luce risplendente contro l’argine del Po e ancora, in alto, contro il tetto della facciata. Ero immersa nella gioia della luce attraverso la prospettiva dell’ombra, il buio.
    Se dovessi rinunciare ai ricordi della mia infanzia, non avrei più nulla da dire.
    Nou

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  8. Cara Nou, che siano di quiete oppure no i nostri ricordi sono la nostra storia, vien da sè che senza non saremmo.
    Mi piace la tua descrizione, è un bel acquerello!

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  9. Sempre grande ed attuale Giovanni Pascoli,la sua poesia è tra le cose che sopravvivono al tempo che passa.

    RispondiElimina

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