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lunedì 12 aprile 2010

Perseo e Medusa


B. Cellini, Perseo con la testa di Medusa, 1545-1554, Piazza della Signoria, Firenze

***
Una sera, durante uno degli infiniti scontri tra Perseo e Medusa mi è parso di udire chiaramente un dialogo. Forse si è trattato di un sogno, forse di un viaggio nel tempo, forse una fantasia.

***
- Ti aspettavo Perseo, l’elmo di Ade ti rende invisibile ma io so che sei qui.

- Nessuno può averti detto del mio arrivo.

- Non serve che qualcuno mi dica quale sia il mio destino, lo conosco da sempre. Avvicinati dunque, non aver paura, assolvi al tuo compito, spicca la mia testa dal collo e leva alto il tuo trofeo.

- Orribile creatura, come pensi di ingannarmi?

- Figlio di Zeus tu mi trovi orribile ma dimentichi che un dio mi trovò bella un tempo. Non ti inganno, mi è noto il fato cui non possiamo sottrarci entrambi. Il tuo compito è tagliarmi la testa, il mio è morire per mano tua e nessuno di noi due può sottrarsi al proprio destino. Tutto il mio terribile potere non può evitare che il tuo possente braccio sollevi la mia testa.

- Ho visto di cosa sei capace e come hai trasformato in pietra chi ha tentato l’impresa prima di me. Le tue ingannevoli parole non mi indurranno a guardare i tuoi occhi, lo scudo di Atena distoglierà da me il tuo sguardo.

- Lo so, per questo tu mi ucciderai ma prima che tu possa recidermi il capo con il falcetto di Ermete lascia che ti dica qualcosa. Siamo entrambi di origine divina ma entrambi mortali, conosciamo le paure degli uomini e l’invidia degli dei, conosciamo la forza della necessità che tutto governa e la misura delle cose. Sappiamo entrambi che quando mi avrai uccisa altri dei verranno, gli uomini dimenticheranno il volto di Medusa e l’eterno ciclo del tempo diventerà una linea il cui termine non sapranno più raggiungere. Spero tu sappia cosa stai per fare.

- Tu deliri terribile Gorgone.

- No, non deliro, so bene quello che dico. Perché credi che tanti valorosi siano venuti fino alla terra degli Iperborei ad affrontare il mio volto? Pensi forse che loro volessero la mia morte? No Perseo, chi ti ha preceduto non è venuto qui per uccidermi.

- Per quale altro motivo, figlia degli abissi?

- Per guardare l’orrore nei miei occhi, per scoprire il fondo dell’abisso che mi generò, per cercare di scorgere il loro abisso.

- Tu menti, a cosa serve guardare l'abisso se nessuno di quanti hanno guardato il tuo volto ha potuto raccontarlo?

- Nel mio volto ognuno vedeva il proprio abisso, raccontarlo ad altri non sarebbe servito a nulla ma tutti sapevano che l'abisso c'era e che guardarlo li avrebbe atterriti. Loro cercavano in me la loro tragedia, la porta che conduce all’inizio dei loro affanni e tu, figlio di un dio, accecato dal tuo valore sei venuto fin qui a distruggere i loro sogni.

- Divina Medusa, uccidendoti non vanificherò i sogni degli uomini ma distruggerò i loro incubi.

- Sciocco! Come puoi pensare che liberando gli uomini dai loro incubi tu possa salvarli? Se non avranno più il mio volto in cui specchiarsi usciranno dalla casa della tragedia, costruiranno mura che crederanno sicure ma che un giorno gli crolleranno addosso, non potranno più guardare l’orrore dei miei occhi che riflettono l’immagine di chi li guarda. Poteva un eroe essere più sprovveduto di te?

- Basta figlia di Forco, tu rimandi inutilmente la tua fine.

- Povero Perseo, io sto ritardando la fine di chi ha armato la tua mano. Quando tu avrai sollevato la mia testa comincerà il declino di Atena e delle grandi dee, e tu stesso, Perseo, non sarai più di alcun aiuto agli uomini e sarai dimenticato.

- Tu menti, gli uomini mi saranno grati per averli liberati dal tuo potere di renderli di pietra.

- Non era il mio sguardo a renderli di pietra, ma l’insensatezza delle loro brame, l’affanno dei loro desideri, tutto questo vedevano nei miei occhi, era questo a pietrificarli. Uccidendomi impedirai loro di vedere la paura che alberga nel fondo dei loro occhi. Si illuderanno di colmare l'abisso cercando cose che stanno fuori dai loro occhi ma un giorno si accorgeranno di non poter colmare quel vuoto. Pensi davvero che potranno ringraziarti per questo? Un giorno ti malediranno per aver tagliato il freno all’arroganza che li ucciderà. Quel giorno sapremo che Némesis sarà stata l’unica fra noi a sopravvivere.

- Tu sei foriera di morte! La forza del mio braccio e l’astuzia del mio ingegno ti distruggeranno.

- Io ricordo la morte Perseo e con essa la nascita, non porto nulla con me che non sia già sotto il cielo. Uccidendomi non sconfiggerai il terrore che morte e nascita ti incutono. Per questo mi uccidi Perseo, perché io posso dare la vita e mi misuro continuamente con la morte, è questo che tu non puoi sopportare. Caro Perseo non ho altro da dirti, il nostro destino deve compiersi. Avvicinati dunque, portiamo a termine quello che il fato ci impone. E' già l'ora di andarsene, io a morire, tu a vivere; chi dei due però vada verso il meglio, è cosa oscura a tutti.


Caravaggio, 1595-1598 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze

***

La lettura della mitologia greca che racconta dell’hýbris (arroganza) fa riferimento ai miti di Icaro, Fetonte e al più grande di tutti, Prometeo. Finora non ho trovato alcun riferimento al mito di Perseo in relazione all’hýbris, a parte forse la cesura che rappresenta il passaggio da una società matriarcale a una patriarcale. Questa cesura mi sembra in qualche modo intrecciata con la mia lettura del mito. Non so se questa mia interpretazione sia rispettosa della filologia ma mi sembra che questo mito parli di qualcosa che sta persino alla radice dell’hýbris solitamente narrata dal mito di Prometeo. Ho tentato di esporre quella radice, tutto qui.

Letture consigliate per intravedere questo dialogo:
Eschilo, Prometeo incatenato. In: Le tragedie. Orsa Maggiore Editrice, 1989.
Esiodo, Teogonia. Rizzoli, 1984.
Ovidio, Metamorfosi. Einaudi, 1994.
Platone, Apologia di Socrate. Barbera, 2007.
J.J. Bachofen, Il matriarcato. Storia e mito tra Oriente e Occidente. Marinotti, 2003.
Y. Bonnefoy, Dizionario delle mitologie e delle religioni. Rizzoli, 1989.
R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia. Adelphi, 1988.
P. Citati, La luce della notte, Mondadori, 1996.
J.G. Frazer, Il ramo d'oro. Studio sulla magia e la religione. Bollati Boringhieri, 1973.
E. Fromm, Il linguaggio dimenticato. Gruppo editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas, 1961.
R. Graves, I miti greci. Longanesi, 1983.
C.G. Jung, L'uomo e i suoi simboli, TEA, 2007.
F. W. Nietzsche, La nascita della tragedia. Newton Compton, 1991.
L. Zoja, Storia dell’arroganza. Psicologia e limiti dello sviluppo. Moretti Vitali, 2003. 


PS del 23.1.2014 - Ringrazio il mio amico Riccardo per avermi fatto scoprire I dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Avessi avuto conoscenza del libro prima di scrivere questo dialogo avrei dovuto citarlo in cima alla lista. Eppure sono contento d'averlo scoperto tardi per la forte emozione che ho provato leggendolo a fantasticare di una dimensione metafisica in cui le idee, una volta partorite, continuano a vagare e a volte, inconsapevolmente, vengono intercettate.

4 commenti:

  1. Franco Cardone13 aprile 2010 22:34

    Adesso ti metti pure a sfidare gli epici...
    In realtà il tuo Perseo, più che Prometeo, mi ha fatto venire in mente la brutta fine degli ignari predestinati dal nostro (loro) buon (?) Dio che hanno influito sul corso della storia e che forse, potendo scegliere, ne avrebbero fatto a meno. Penso al violento Caino, al povero Giuda, a Pilato.
    Per un altro verso, il tuo Perseo mi fa venire in mente quelli che si caricano il corpo di esplosivo e si fanno esplodere in un tram o in un aereo pensando di fare un favore al loro popolo e al loro Dio, e forse anche a se stessi.
    Ma aspetta, esistono davvero? O forse lo fanno soltanto per le loro famiglie che saranno ricompensate vita natural durante per aver prodotto un tale eroe. Insomma, un corpo vettore di morte per se e altri ma che porta vita come cibo e denaro ai suoi congiunti. E tutto ciò a noi arriva solo come un atto di folle fanatismo.
    E la povera Medusa? Forse aveva scelto di essere cosi tremendamente inguardabile e maledetta? Ma lei, nella tua lettura, a differenza di Perseo è consapevole del suo destino...Ci si potrebbe chiedere: meglio o peggio? Illusione del libero arbitrio contro consapevolezza dell'essere determinati...Bel dilemma, ma per fortuna ci sono tante cose che anche io dimentico!

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  2. Nessuna sfida, interpreto.
    Ho sempre pensato che le figure più belle dei vangeli sono Giuda e Pilato (oltre a Giuseppe che adoro) per quanto riguarda Caino e Abele ci ho sempre visto lo scontro tra contadini e pastori, secondo te con chi sto io?
    Per il resto sono d'accordo con te sui poveri "cristi" della storia scritta da chi ha la pancia piena e il cervello abbastanza vuoto da essere riempito della nostra cultura occidentale, una cultura del tramonto appunto.
    Hai ragione a sottolineare la consapevolezza in Medusa. Perseo è poco più che un idiota che si illude di colmare l'incolmabile con la ragione e la forza.

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  3. E' straordinario come questo post contenga molti degli argomenti su cui mi sto interrogando, come sento che mi appartenga concettualmente e simbolicamente. E' difficile commentarti in una sola volta, avrei molte cose da dire in proposito; spero avremo modo di confrontarci su questo nei prossimi post. Solo due parole qui per dirti il motivo della mia scelta del celebre quadro di Caravaggio come logo del mio blog; credo che noi possiamo dare un’occhiata all’abisso terribile e pitrificante degli occhi di mEdusa solo attraverso l’immagine riflessa sullo scuodo concavo di Perseo, uno scudo lucente su cui la pericolosità dello sguardo della nostra hybris, del nostro osare, viene neutralizzata ritorcendosi contro lo stesso abisso. Fuor di metafora, possiamo conoscere la realtà (e noi stessi) solo attraverso lo scudo convesso della nostra riflessività (il nostro riflettere sul fatto che riflettiamo), mai in maniera diretta. Nel momento in cui facciamo del nostro conoscere la "realtà", in quel caso pretendiamo di reificare i nostri pensieri e pietrifichiamo la realtà privandola della sua bellezza, della sua varietà e della sua facoltà di riuscire a sorprenderci sempre.
    Un saluto.

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  4. "possiamo conoscere la realtà (e noi stessi) solo attraverso lo scudo convesso della nostra riflessività"...la conoscenza (anche di sè stessi) è gioco di specchi, immagini che non possono essere viste se non attraverso la mediazione (dell'altro, aggiungerei). Se non c'è alternativa alla mediazione per sommo paradosso la mediazione diventa immediata e per sommo inganno l'immendiatezza diventa 'realtà'.
    Confrontiamoci pure nei prossimi post, lo stiamo già facendo e con grande piacere da parte mia.

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