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venerdì 5 giugno 2015

I figli di Prometeo, pronipoti di Epimeteo

"Di tal rovina niun potria dei Numi
chiaro mostrargli, se non io, lo scampo.
Io questo, e il modo so.
"
Eschilo, Prometeo incatenato.

Il titano Prometeo che ruba il fuoco agli dèi per farne dono agli uomini è uno dei miti più fecondi della cultura classica. Tra i suoi molteplici significati il mito assume la forma di una metafora della condizione umana che cerca di liberarsi dai vincoli di anànke e riceve la nota punizione. Per la sua violazione Prometeo viene incatenato ai monti del Caucaso, un'aquila gli divorerà il fegato che ogni notte  ricrescerà per essere divorato ancora e ancora[1]. Prometeo portatore del fuoco della scienza e della tecnica paga il pegno della rottura della perenne e inviolabile necessità, pagherà a caro prezzo il tentativo di risolvere ciò che è insolubile persino per Zeus.

Spesso si ricorre al mito di Prometeo per denunciare la crisi dell’uomo occidentale che si presenta nella lacerazione tra la richiesta di fondamenti ai valori umani e il ricorso alla scienza come unica fonte di risposte. Per comprendere questa lacerazione, se c'è, è necessario delineare alcune distinzioni tra sviluppo della scienza classica e procedimento scientifico in generale delineandoli, in estrema sintesi, in un processo storico.

Oggi siamo convinti che l’adozione della metafora meccanicistica sia stata la condizione per il progresso scientifico, occorre però riconoscere che fino alla seconda metà del XVII secolo la tradizione sperimentale era intessuta di tematiche che “vedevano il mondo materiale, anzi la stessa materia, come un luogo di forze sottili e immanenti, una rete dinamica di forze convergenti e contrastanti”[2]. Tale approccio contrastava con la visione dominante di natura trascendente e doveva essere modificato per non minacciare la dottrina teologica del tempo.

Come afferma David Abram, fin dai suoi esordi il programma scientifico ha dovuto “trovare una nuova retorica su cui basarsi, se voleva diventare una pratica rispettabile o addirittura lecita. Doveva liberarsi delle sue origini che risentivano di una concezione del mondo magica e immanente e assumere un nuovo linguaggio, che fosse maggiormente in linea con la dottrina della Chiesa”[3]. A tale esigenza ha dato piena risposta la concezione meccanicistica del mondo introducendo la metafora delle macchine come espressione di una materia inerte che, inevitabilmente, implica la presenza di un creatore e che concepisce la natura come un oggetto su cui esercitare il dominio obbedendo in tal modo al precetto biblico “…riempite la terra; soggiogatela e dominate…”.

Figlio di questo approccio è stato il modello riduzionista per avvicinarsi ai fenomeni naturali, ovvero la presunta capacità di spiegarli attraverso lo studio separato degli elementi che sono stati riconosciuti facenti parte dei fenomeni stessi. Oggi tale approccio non appare più sufficiente per spiegare le dinamiche dei sistemi complessi dei quali facciamo parte sia dal punto di vista naturale che dal punto di vista culturale. A tal proposito potrebbe essere utile parlare delle proprietà auto-organizzative di tali sistemi senza ricorrere ad alcun tipo di trascendenza che li preceda ma che, al più, implica una trascendenza a posteriori, ma qui imboccherei un percorso impervio per queste considerazioni. In ogni caso è evidente che per una completa conoscenza dei fenomeni naturali e culturali è necessario abbracciare una visione d’insieme, olistica, che in qualche misura riconosca l’irriducibilità del tutto agli elementi che lo costituiscono, o che riteniamo lo costituiscano. Nei primi anni ’20 del secolo scorso, il filosofo Charlie Broad coniò la definizione di “proprietà emergenti” per quelle proprietà che emergono ad un certo livello di complessità ma che non esistono a livelli inferiori[4]. In definitiva ciò che attualmente appare evidente è una sorta di ritorno alle origini dell’approccio scientifico, ovvero il riconoscimento di una partecipazione interattiva e di reciprocità tra l’uomo e la natura materiale.

Il bisogno di significati e valori dell’uomo non può essere pienamente compreso in un contesto esclusivamente scientifico e secondo un approccio meramente positivista e riduzionista. E’ necessario riconoscere i limiti di tale approccio ma è anche necessario riconoscere che in molti casi a tale approccio sono stati assegnati ruoli e compiti che non sono pertinenti con il primitivo progetto scientifico, che può essere fatto risalire al periodo ellenistico[5], che non era e non poteva essere il dominio della natura ma la sua comprensione, nel senso di penetrare profondamente con l’intelletto, sentire intimamente la relazione tra l’uomo e ciò che lo circonda[6].

In ogni caso, senza voler entrare nel merito del discorso scientifico e delle sue più che evidenti degenerazioni tecniciste, è necessario riconoscere alcuni elementi fondamentali relativi al metodo stesso. Quella che può essere riconosciuta come una sorta di autocritica della scienza, il cui inizio possiamo far risalire agli anni trenta del secolo scorso[7], è il risultato dello stesso metodo scientifico. La revisione delle precedenti assunzioni positiviste è possibile solo nel contesto definito dal metodo scientifico: una continua e inarrestabile revisione, verifica e falsificazione delle affermazioni precedenti.

Detto questo occorre riconoscere che il linguaggio scientifico, data la sua natura immanente, si muove solo in un contesto definito da limiti rigorosamente tracciati. Walter Chiari raccontava un'illuminante apologo che a mio avviso descrive il metodo scientifico, così come io lo vedo: un uomo perde il suo portafoglio e lo cerca sotto un lampione, viene aiutato da un amico che all'uomo dove abbia perso il portafolgio. L’uomo risponde “100 metri più in là, nella zona buia.” – “Ma allora, perché lo cerchiamo qui?” chiede l’amico. La risposta è “Perché qui c’è luce!”. Questa è anche la risposta che il ricercatore onesto deve dare, una risposta che richiede coraggio e umiltà. La scienza cerca dove c’è luce, consapevole di non poter fare altro.

Il terremoto di Copernico che sposta la terra dal centro dell'universo in cui gli uomini la vogliono, lo stravolgimento del ruolo della scimmia sapiens a opera di Darwin, lo scardinamento dei concetti di tempo e spazio di Einstein, il riconoscimento dell’estrema sensibilità delle condizioni iniziali nella teoria del caos, il principio di indeterminazione delle misure fisiche nel mondo subatomico, l'esistenza di enunciati indimostrabili in una teoria matematica coerente, l'impossibilità di provare la coerenza di una teoria matematica dal suo interno, la consapevolezza di dover fare i conti con la finitezza delle risorse del pianeta, sono tutte espressioni e risultati di un processo di continua demolizione delle antiche certezze che il metodo scientifico ha reso possibile oltre che inevitabile.

A differenza di altre espressioni del pensiero umano la scienza ha tra i suoi principi la continua revisione dei propri risultati, dei “paradigmi” che contribuisce a creare e, in definitiva, dei suoi stessi principi, ciò può sembrare tautologico agli occhi di pensatori ancora esposti agli echi della scolastica ma non quanto il concepire significativo un processo naturale per il fatto di aver prodotto esseri che cercano significati, o qualunque altro tormento te(le)ologico. I limiti della conoscenza, già enunciati da Kant, tramite l’approccio scientifico sono entrati di diritto nel novero delle possibilità umane, sebbene qualche salvataggio metafisico sia sempre possibile, grazie al cielo…e a Kant!

Data la schizofrenica distanza tra quello che è pur sempre un costrutto umano, come il procedimento scientifico, e la particolare predilezione della nostra specie a costruire risposte facili per quesiti difficili, ho l’impressione che se l’antico Prometeo greco è stato incatenato per aver rivelato il fuoco agli uomini, il moderno Prometeo è incatenato perché non fornisce le risposte desiderate alle domande che gli vengono poste, domande peraltro a cui Prometeo non sa rispondere. Se la fiamma di Prometeo non ci fa trovare quello che abbiamo perso, sono poco convinto che la soluzione sia spegnerla!

Forse questo è un aspetto fondamentale della crisi che l’uomo occidentale vive e di cui ritiene responsabile la scienza. Prometeo può fornire risposte a poche, limitate domande ma a volte fornisce risposte non desiderate e le domande che gli si possono rivolgere non sono entusiasmanti come quelle che si possono rivolgere a un profeta o a un santo. Per non dire che in molti casi l’unica risposta che la scienza può onestamente fornire in un preciso momento è il silenzio. D'altra parte quando gli scienziati avvisano anzitempo dei pericoli del nostro sviluppo, penso ai cambiamenti climatici e alla necessità di cambiare direzione alle nostre scelte politiche e economiche, non sono molti quelli disponibili all'ascolto di queste Cassandre che predicano sventure. Alla fine del dramma si scoprirà che non è solo l'eredità di Prometeo ad averci portato al declino, ma quando il coro canterà le ultime battute servirà poco discettare.

A questo punto è opportuno spendere qualche parola sul termine crisi, etimologicamente crisi è “scelta”, “decisione”. Oggi usiamo il termine per indicare una perturbazione, una rottura di qualcosa che prima era unito, consolidato, stabilito. Qualcosa che è dato per scontato e che diventa altro o molteplice rispetto alla primitiva unicità, determina uno stato critico della nostra conoscenza e nella nostra coscienza perché ci pone di fronte ad una scelta.

In questo contesto il termine crisi andrebbe stemperato per ridurre, in alcuni casi, l’accezione drammatica che può essere ricondotta a uno stato di ansietà determinato dall’esigenza disattesa di avere risposte uniche e definitive. La scienza ha assimilato questo elemento critico nel suo linguaggio e il cambiamento o la sostituzione dei paradigmi non è qualcosa di sconvolgente e terribile ma è anzi l’elemento principale del suo stesso operare[8]. L’univocità delle risposte e i risultati dell'approccio deterministico hanno lasciato il campo a una visione probabilistica della realtà. Oggi più che mai la velocità con cui “tutto deve cambiare perché nulla cambi” (negli ambienti evoluzionistici si è preferita la regina rossa di Lewis al principe Tancredi del Lampedusa) è spasmodica e sempre meno in sintonia con le potenzialità di adattamento, fisiologiche e psicologiche, proprie di ogni individuo e della stessa società.

Non è possibile negare che ciò determini uno stato di disagio ma è necessario stabilire un nesso tra questo disagio e la confusione esistente tra il desiderio di un senso escatologico dell’umanità, che la scienza non può dare, e il contenuto che emerge dall’indagine fenomenica che a volte può sembrare perfino banale se confrontato con le più alte aspirazioni, o ambizioni, dell’intelletto umano. Che la scienza non possa, e non debba, fornire risposte di carattere assiologico è argomento filosoficamente stimolante, almeno da quando abbiamo cominciato a pensare alla differenza tra descrizione e prescrizione. Che questo sia dovuto a una differenza ontologica tra scienza, filosofia e religione è rivelatore di un confinamento in compartimenti separati delle diverse espressioni del pensiero. Una compartimentazione foriera, questa sì, della lacerazione di cui si è detto.

Secondo Maurice Merleau-Ponty “il ricorso alla scienza non ha bisogno di essere giustificato: qualsiasi concezione ci si possa fare della filosofia, essa ha il compito di illuminare l’esperienza e la scienza è un settore della nostra esperienza… è impossibile rifiutarla in modo preconcetto col pretesto che essa lavora guidata da certi pregiudizi ontologici: se si tratta di pregiudizi la scienza stessa, nel suo vagabondaggio attraverso l’essere, troverà sicuramente l’occasione di rifiutarli. L’essere si apre un varco attraverso la scienza come attraverso ogni vita individuale. Nell’interrogare la scienza, la filosofia sarà favorita nell’incontrare certe articolazioni dell’essere che più difficilmente potrebbe decifrare in altro modo.”[9] In tal senso è utile citare le ultime parole del “La nuova alleanza” di Prigogine e Stengers: “E’ ormai tempo per nuove alleanze, alleanze da sempre annodate, per tanto tempo misconosciute, tra la storia degli uomini, delle loro società, dei loro saperi e l’avventura esploratrice della natura.”[10]

"Tutto ho già visto, ponderato ho tutto."
Eschilo, Prometeo incatenato.


[1] Eschilo, Prometeo incatenato, In Le Tragedie, Orsa Maggiore, 1989.
[2] Abram David, Conseguenze epistemologiche dell’ipotesi Gaia, p. 187-207. In: L’ipotesi Gaia, a cura di P. Bunyard, E. Goldsmith. RED Edizioni, 1992.
[3] Abram David, op. cit., 191.
[4] Citato in: Capra Fritjof, La rete della vita – Una nuova visione della natura e della scienza. R.C.S. Libri & Grandi Opere, 1997, p. 39.
[5] Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli, 2006.
[6] Quelli che, a volte troppo superficialmente, sono considerati limiti della scienza sono fondamenti del discorso scientifico come la rinuncia a rispondere al “perché?” per rispondere al “come?”. Per essere precisi la scienza rinuncia ai perché metafisici. Cfr. M. D’Eramo, L’abisso non sbadiglia più, (pp. 19-69). In: Gli ordini del caos. AA.VV., manifestolibri, 2000.
[7] E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendetale. Per un sapere umanistico. Net, 2002. Ma si pensi anche al contributo di K. Gödel nella demolizione delle certezze della matematica.
[8] T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, 1979.
[10] Citato in: Prigogine Ilya, Stengers Isabelle, La nuova alleanza – Metamorfosi della scienza. Einaudi, 1999, p. 283.
[11] Prigogine Ilya, Stengers Isabelle, op. cit. p. 288.

***

PS - Fatti salvi alcuni ritocchi e correzioni queste note sono state scritte qualche anno fa, prima di aprire il blog e soprattutto prima di leggere un libro che non può mancare tra i consigli di lettura:
Marcello Cini, Il supermarket di Prometeo. La scienza nell'era dell'economia della conoscenza. Codice edizioni, 2006.

8 commenti:

  1. Complimenti all’autore per le note di qualche anno fa, e al medesimo autore per quelle di oggi :-)
    Le tue parole sollecitano a me stessa una domanda: può esistere una mediazione possibile o una possibile intrinseca alleanza tra scienza, religione e filosofia, per quanto misconosciuta, che eviti quelle lacerazioni di cui parli ? L’argomento è antichissimo, ma io credo che le variegate risposte fornite nel tempo abbiano sempre trovato storicamente le loro ragioni all’interno dei contesti religiosi e culturali, dell’esperienza vissuta, dei percorsi evolutivi umani e tecnologici connessi al tempo stesso in cui maturavano le predette medesime domande. Per parte mia, ho pensieri incerti sui possibili e più o meno opportuni punti di contatto. Penso che siano mondi che debbano convivere, senza pretesa di trovar ragione l’uno nell’altro, come le diverse anime che convivono nell’uomo. In definitiva forse l’unica congiunzione possibile è costituita dal valore morale, etico, immanente, in egual modo ponte, varco e soprattutto confine…superato il quale spesso si generano mostri.
    Ciao (perdona la lungaggine). Flâneuse...
    P.S. io forse cercherei il portafogli anche dove c’è meno luce…magari potrei scoprire qualcosa di nuovo ed inaspettato nella penombra, chissà :)

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  2. Flâneuse è un piacere per me dirti benvenuta. Tu mi poni domande difficili, ho abbozzato una diagnosi e ammetto la mia incompetenza a formulare terapie, tuttavia sono convinto che una buona diagnosi, di cui hanno scritto tanti e certamente più capaci di me, possa essere utile a concepire terapie. Ti confesso il mio pessimismo, temperato però dal dovere morale dell'ottimismo, una rivisitazione del citatissimo motto di Gramsci.
    Pochi giorni fa ho letto un interessante articolo che consiglio. L’acefalo è metafora del moderno, immagine efficace per esprimere la separazione tra ragione/testa e emozione/corpo di cui parla l’articolo. Tuttavia l’immagine dell’acefalo può essere altrettanto efficace a esprimere la difficoltà, se non l’impossibilità, di individuare una testa, una ragione. Solo in questo secondo caso entriamo davvero nel moderno, direi nella complessità del contemporaneo. Per spiegare la separazione tra testa e corpo - la lacerazione di cui parlo nel post – l’articolo si richiama alla dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno, strumento di analisi potente ma non del tutto soddisfacente dal mio punto di vista. Se è vero che la ragione tecnicista si risolve nel dominio, l’identificazione tra pulsione di dominio e pensiero illuminista è spuria, semplicemente perché la prima ha radici ben più antiche, direi prepolitiche, e per spiegare le forme di dominio potremmo parlare di dialettica dell’illuminismo come di dialettica del feudalesimo o di dialettica della teologia! Questo non significa assolutamente prescindere dalla attuale potenza tecnica che non ha eguali nel passato e che non è solo benefica, significa risalire alla genealogia antropologica di quella potenza. Significa sottolineare le ragioni politiche di una organizzazione sociale non poche volte immorale, ragioni che spesso sfuggono alla ragione. Questo è il moderno acefalo che cerco di capire.
    Per tornare alla tua domanda, posso solo dire che è tempo per una nuova alleanza, quali siano i modi per realizzarla è navigazione in mare aperto senza terre in vista, non uno straccio di mappa, bussole impazzite e fortunale che infuria. Eppure l’alleanza è necessaria. Non si tratta di irenismo pacificatore, si tratta di prendere atto delle diverse forme espressive del pensiero e di ricorrere al principio di complementarietà tra razionale e simbolico mutuandolo proprio dal discorso scientifico, penso al principio di complementarietà enunciato da Bohr per spiegare la duplice natura della luce. Questo sul piano cognitivo. Ben più complessa è la “trattativa” sul piano morale, quello che tu dici “in egual modo ponte, varco e soprattutto confine”. Confine da non superare appunto e se oggi possiamo dire che quel confine è l’autodeterminazione allora siamo debitori all’illuminismo.
    Ciao. Come vedi Flâneuse, non ho alcuna lungaggine da perdonare, anzi :-)

    PS. Il problema non è cercare nella penombra ma cercare dove c’è buio pesto. Naturalmente ciascuno è libero di farlo ma è immorale pretendere che lo faccia un altro ;-)

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  3. Trovo che questo sia un post straordinario, eccezionale, che meriterebbe un rilievo maggiore e anche la pubblicazione. Non saprei da che parte iniziare il mio commento, ogni cosa che tocchi è già frutto di mie riflessioni personali e di molti di questi argomenti mi sono occupato o mi sto occupando proprio in questo momento (ad esempio della “crisi”, ci sto lavorando sopra perché mi appassiona e su sollecitazione di alcuni colleghi e di un editore che conosco che vorrebbe pubblicarlo).
    Una disciplina come la psicoanalisi, che in passato ha avuto molti problemi riguardo al suo statuto scientifico non può non fare i conti con la filosofia della scienza, come non può non fare i conti col progresso delle altre discipline (non solo quelle limitrofe come la sociologia, le neuroscienze, la pedagogia …), e persino con la religione, visto che i libri di Freud sono stati bruciati dai nazisti nella pubblica piazza a Berlino durante la notte dei cristalli e messi all’indice dalla chiesa.
    Prometeo è colui che regala all’uomo la scienza e la tecnica, forse anche la civiltà (se è vero che la civiltà prede origine dalla cottura dei cibi), carpendo il fuoco gli dei e svelandone il segreto agli uomini; ma la fiamma del fuoco è quella che ci permette (simbolicamente) di guardarci meglio, solo se possediamo uno strumento capace di far luce possiamo apporre sulle mura del tempio di apollo a Delfi la scritta: “Conosci te stesso”.
    L’invito a conoscerci presuppone certo il possesso dello strumento atto a conoscerci: il fuoco/coscienza, ma presuppone anche che esistano cose di noi che noi non conosciamo, che ci sono ignote e che valga la pena (che addirittura sia la cosa più auspicabile in una cultura come quella greca antica) conoscere.
    (segue)

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  4. Non si tratta, come nella battuta di Walter Chiari, di cercare dove c’è luce, soltanto o, il “guardare meglio” che Gugliemo da Baskerville suggerisce ad Adso ne Il nome della rosa, come si ricava da questa citazione di Eco:
    «“Ma voi”, gridai quasi in un impeto di ribellione, “perché non prendete posizione, perché non mi dite dove sta la verità?”. Guglielmo stette alquanto in silenzio, sollevando verso la luce la lente alla quale stava lavorando. Poi la abbassò sul tavolo e mi mostrò, attraverso la lente, un ferro da lavoro: “Guarda,” mi disse “cosa vedi?”. Il ferro, un poco più grande”. “Ecco, il massimo che si può fare è guardare meglio”. “Ma è sempre lo stesso ferro!”. “Anche il manoscritto di Venanzio sarà sempre lo stesso manoscritto quando avrò potuto leggerlo grazie a questa lente. Ma forse quando avrò letto il manoscritto conoscerò meglio una parte della verità. E forse potremo renderebbe migliore la vita dell’abbazia”».
    (Il nome della rosa, Bompiani, Milano, 1980, p. 207-208).
    Si tratta forse e soprattutto di cercare nel buio più fitto, nelle tenebre e nelle latebre di noi stessi, alla ricerca di ciò che tira i fili del mio essere, oppure, se ti è più congeniale, si tratta di partire dall’enunciato da cui ha preso l’avvio tutto il pensiero occidentale, il: “So di non sapere” socratico, il partire dalla nostra ignoranza, da una constatazione di buio da illuminare.
    O ancora, dal “cogito” cartesiano, che spacca il soggetto in res cogitans e res extensa, in idee chiare e distinte e in idee nebulose, in uomo e dio (perché è a partire dall’idea di dio che posso fondare la mia certezza soggettiva, mentre l’unica mia certezza al di fuori di dio è il dubbio, perché il primo pensare è il dubitare di tutto).
    Sul dialogo fra scienza, filosofia e religione, credo sia importante e auspicabile che ciò avvenga, ma bisognerebbe condividere dei codici semiologici comuni per poterci comprendere, non possiamo vagliare i presupposti della fede con le categorie scientifiche, né con quelle filosofiche, e nello stesso tempo il dogmatismo e l’assolutizzazione della verità che operano le religioni monoteiste non facilita questo dialogo … non si può partire dall’idea dogmatica che la vita è sacra ovunque e comunque e cercare di imporla alla scienza e alla società, anche la morte è altrettanto sacra e necessaria alla vita.
    Allo stesso modo considero deleteri tutti quegli atteggiamenti scientifici che si ergono a verità assodate e comprovate e che portano a considerare la religione come un concentrato di pregiudizi e di favolette per bambini o per selvaggi,
    Ciao.

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  5. Caro Garbo, tempo fa proposi la storiella di Walter Chiari in questo blog. Anche in quell’occasione un amico mi fece notare che in psicoterapia è più importante cercare dove c’è buio. Il buio cui faccio riferimento ha accezione differente da quella cui fai riferimento tu e sicuramente Flâneuse. Posso dire cosa intendo con buio dicendo cosa intendo con luce che in sintesi sono le coordinate metodologiche del discorso scientifico (causalità, verificabilità, falsificabilità, osservazione, formulazione matematica ecc…, la faccio breve enumerandone alcuni ma sappiamo bene che nella storia del pensiero molti principia hanno vacillato pericolosamente e in diversi campi scientifici continuano a vacillare!). Per usare il linguaggio scientifico bisogna concordare sui metodi dell'indagine scientifica. Se vogliamo vedere al buio possiamo farlo solo con gli strumenti che fanno luce, altrimenti vagheremmo nel buio senza vedere nulla. E’ vero che possiamo conoscere anche sbattendo il naso e accade anche questo ma tendenzialmente preferiamo evitare scontri bruschi. Possiamo fare luce con strumenti diversi da quelli della scienza ma la scienza si è dato un linguaggio univoco, da non confondere con unico e ancor meno significa che sia l’unico linguaggio possibile, vero o altre baggianate. Quando parli di “codici semiologici comuni per poterci comprendere” penso proprio al linguaggio scientifico che stabilisce una grammatica codificata e per certi versi “semplice” al fine di scambiare informazioni non suscettibili di equivoci. Spesso si omette di notare che c’è un progetto di natura etica in questo che purtroppo non ha dato i frutti sperati. Se non siamo in grado di metterci d'accordo su un linguaggio codificato allora significa che abbiamo un problema a monte che secondo me andrebbe individuato nella radice del potere, quello politico, economico.
    Spesso si è confuso “come vada il cielo” con “come si vada in cielo”, secondo quando diceva Galileo e, per spezzare una lancia a favore di Galileo, non era lui a pensare che per andare in cielo bisogna essere d’accordo con chi dice come vada il cielo! Concordo parzialmente sui magisteri separati che mi pare di leggere nella tua conclusione. Il dialogo sicuramente richiede rispetto ma questo non significa che la scienza non abbia strumenti per indagare i presupposti della fede, così come è ragionevole che la religione abbia il suo codice semantico da applicare al pensiero scientifico e altrettanto vale per la filosofia. Certo è vero che ogni forma di linguaggio, farebbe bene a fare propria la citazione di Wittgenstein: “Quanto può dirsi, si può dire chiaro; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.”
    Ti saluto e ti ringrazio per quanto scrivi nel post dei treni della felicità dove non aggiungerò nulla perché nulla ho da aggiungere al tuo commento. Ciao

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  6. Leggendo la tua replica mi sono venute in mente altre riflessioni, finora mi sembra di capire che entrambi pensassimo a degli strumenti che andrebbero messi a punto prima di iniziare ogni indagine scientifica, qualcosa su cui ci fosse un accordo preliminare in tutta la comunità scientifica. Mi pare che in questo modo ci troviamo in pieno ancora in ambito positivista, e all’interno di una concezione di realismo ingenuo o di realismo ipotetico, in cui cioè ci illudiamo ancora che la realtà sia conoscibile e per questo esistano strumenti più adatti di altri, o che della realtà si possano fare delle mappe navigabili.
    In un ambito più costruttivista, quello aperto in ambito epistemologico da Paul Feyerabend nel suo Contro il metodo con la frase rimasta famosa: “Anything goes”, ossia nell’ambito della conoscenza qualsiasi cosa può andar bene, noi sappiamo invece che ogni strumento di indagine condizionerà l’indagine stessa.
    Ora, lo scienziato, l’uomo stesso, è il principale strumento di indagine non soltanto in ambito psicologico, ma anche in ogni altro ambito scientifico, persino nella fisica, e noi psicologi stranamente questa ovvietà non l’abbiamo inventata noi come avremmo dovuto, ma l’abbiamo mutuata proprio dalla fisica, perché Eisenberg era un fisico.
    Noi psicoanalisti abbiamo guadagnato ben presto terreno rispetto alla meccanica quantistica e adesso siamo rapidamente passati dalla “creatività della clinica”, dall’applicare cioè strumenti tecnici anche inediti dettati solo dall’intuizione del momento (che spesso si sono rivelati molto più proficui degli strumenti codificati nei manuali di tecnica psicoanalitica, in tutti quegli espedienti codificati dall’esperienza a diventati generalistici al punto tale da essere consigliati dagli psicoanalisti più esperti) , alla co-creazione degli strumenti tecnici.
    Ciò vuol dire che non soltanto cerchiamo di creare insieme ai nostri pazienti un habitat personale e relazionale più confortevole, ma creiamo insieme anche gli strumenti, le abilità, le maestranze e i materiali per farlo, ci mettiamo d’accordo passo per passo, perché ogni percorso è differente, perché ogni coppia analitica è differente, e perché ciò che si co-costruisce dovrà andar bene a chi lo andrà ad abitare, mentre le costruzioni standard, per quanto raffinate ed elaborate da esperti, difficilmente potranno accontentare tutti.
    Questo potrebbe valere anche nelle scienze naturali, non solo in quelle umane dove l’incontro-conoscenza è fra due soggetti, qualsiasi oggetto di conoscenza ti suggerisce di volta in volta nel processo stesso della conoscenza degli spunti per aggiustare anche sostanzialmente il tiro e modificare anche radicalmente gli strumenti che stai utilizzando.
    Questo perché la conoscenza non è ricerca di verità o illusione di carpire la realtà così com’è, conoscenza per quanto mi riguarda non è conoscenza di un oggetto o di un soggetto, è conoscenza della relazione fra me e l’altro o fra me e l’oggetto da conoscere, perché anch’io faccio parte di ciò che pretendo di conoscere.
    (segue)

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  7. Per ciò che riguarda il dialogo fra scienza, filosofia e religione, non è che io auspichi che ognuno zappi il suo orticello e non si intrometta nell’orticello altrui, certo c’è modo e modo di affacciarsi nell’orticello del vicino e sindacare sul suo operato senza possibilmente ingerire o impedire all’altro ciò che sta facendo.
    La religione cristiana, e tutte le religioni monoteiste, nascono da un assioma antiscientifico di fondo, che la conoscenza sia male, che sia un peccato, anzi il peccato principale, quello originario, quello che rappresentò la frattura fra la vita paradisiaca e quella terrena, fra l’immortalità e la mortalità, il dolore e gli stenti.
    Adamo ed Eva non dovevano nutrirsi dell’albero della conoscenza del bene e del male, lo scienziato non deve nutrirsi all’albero della conoscenza perché l’unica conoscenza vera è Dio; nel corso della storia questo pregiudizio è stato giocato in maniere becera e intollerante, torturando e arrostendo chiunque contravvenisse all’ammonizione, oppure si è cercato di piegare la ragione scientifica, conservandola (sterilizzandola), alla fede (vedi ad es. Tommaso d’Aquino).
    Ma, per fortuna, non tutte le religioni hanno questi pregiudizi, a fianco alla contemplazione del Tao può esistere l’indagine scientifica, e alcune massime del buddismo, o dello scintoismo sono state utilizzate da scienziati e da filosofi per allargare gli orizzonti del pensiero occidentale.
    Le teorie olistiche in psicologia derivano dal pensiero orientale, dal buddismo, dal taoismo, dallo scintoismo, e molti miei colleghi più informati di me su queste discipline, hanno sviluppato un pensiero inedito, più aperto, più arioso, un modo più complesso per guardare i fenomeni.
    Arthur Schopenhauer si basò sulle Upanishad per scrivere Il mondo come volontà e rappresentazione, e la teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche da una chiara matrice orientale; probabilmente orientali erano gli influssi che respirano i filosofi presocratici, prima che la ragione aristotelica sezionasse il mondo naturale e l’uomo stesso, dividendo il mondo in mille rivoli e aprendo la strada alle discipline settoriali e specialistiche (d’altronde il termine scienza deriva da schio-schisi, tagliare, sezionare), salvo poi dimenticarci che ciò che continuavamo a sezionare facessero parte del tutto.
    Ciao, grazie per la tua cortese ospitalità, per l’attenzione che dedichi a queste mie elucubrazioni e per la tua pazienza ;-)

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  8. Ospitalità? Pazienza? Ma Garbo le tue elucubrazioni non mettono affatto alla prova la mia pazienza, sono un regalo per me. Ammetto che sono impegnative ma questo mi piace, mi stimola e spero che anche altri si uniscano a questa tavola rotonda ;-)
    Dal tuo commento mi pare ci sia qualche incomprensione. Ho scritto che la scienza si è dato un linguaggio univoco e ho messo in guardia dal pensare che “sia l'unico linguaggio possibile, vero o altre baggianate”. Non ho mai pensato che sia possibile spiegare la corale di Beethoven o le emozioni che genera solo parlando di onde di compressione e decompressione dell'aria e di trasduzione del segnale sonoro in potenziale elettrico per trasmettersi dalla coclea alle aree della neocorteccia che presiedono alla codifica del segnale musicale! Nessuna persona sensata può aver mai immaginato di poterlo fare. La realtà delle nostre esperienze è di una tale stupefacente complessità che non può essere sufficiente un solo linguaggio per abbracciarla tutta! Mi piace molto l'anarchia di Feyerabend nell'epistemologia scientifica perché ha messo in guardia dal leggere la storia del pensiero scientifico come fosse un'immagine già formata quando in realtà è un insieme di punti e noi non facciamo altro che unirli nell'immagine che poi vediamo è tuttavia vero che quell'immagine che vediamo risponde a criteri che poi traduciamo in regole, a volte la traduzione è pericolosa, a volte fallace ma attraverso quelle traduzioni avanziamo, fino a quando non andiamo a sbattere, appunto. Quel “anything goes” va necessariamente emendato anche perché lo stesso Feyerabend sosteneva non si trattasse di un principio ma di un'osservazione terrorizzata di un razionalista di fronte a quei punti da unire! Se è vero che la storia, neanche quella del pensiero scientifico, non è così ordinata come si dice è piuttosto vero che “not everything goes”, nel senso che la realtà pone uno “zoccolo duro”, come dice Umberto Eco, che non consente di dire tutto. Per usare un altro linguaggio: “Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo”.
    Quando nella risposta al tuo commento scrivevo che in diversi campi scientifici i principia vacillano pensavo proprio alla meccanica quantistica e a Heisenberg, a vacillare sono i principia della fisica classica ma questo non ha demolito il discorso scientifico, piuttosto ne ha allargato gli orizzonti. Il ruolo dell'osservatore è diventato rilevante ma non possiamo stabilire nessi con le scienze umane senza considerare le diverse peculiarità dell'osservato. La relazione tra terapeuta e paziente non è assimilabile alla relazione tra un geologo e una formazione calcarea, mi auguro ;-) Resta tuttavia vero quanto dici, la conoscenza è conoscenza della relazione che stabilisco con ciò che osservo.
    Tornando alla meccanica quantistica e al dialogo tra scienza, filosofia e religione riprendo quanto dicevo a Flâneuse, invocando un principio di complementarietà tra razionale e simbolico. E' un dialogo difficile, senza mappe navigabili e la storia ci ha già mostrato che ogni ingenuità al riguardo non è innocente. Lo dico solo di sfuggita, sul bisogno di una sintesi si parlerà nei prossimi giorni e a lungo, spero, dell'enciclica Laudato si' di Francesco.
    Ti saluto e ti ringrazio per la tua elucubrazione ;-)

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