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mercoledì 11 novembre 2015

Né con Dio né con Mammona

Jacopo Bassano, Il buon Samaritano

Prima di leggere questo post è necessario leggere questo articolo di Le Scienze. La recente ricerca di cui parla l'articolo ha osservato che "i bambini che crescono in famiglie molto religiose tendono a essere meno altruisti di quelli che provengono da famiglie non religiose o atee". Dopo aver letto l'articolo, passate a leggere la "dissertazione" di Diego Fusaro sul Fatto Quotidiano. Da qui seguono queste mie brevi note.

Fusaro prende le mosse dai risultati della ricerca aprendo il suo articolo con una affermazione falsa: "E adesso ci insegnano che la religione è nemica dell’altruismo." I risultati della ricerca non dicono questo, semmai affermano che non c'è correlazione tra religione e altruismo o per lo meno che non c'è la correlazione che si suppone esserci.
Fusaro dice di non voler entrare nel merito delle statistiche perché "naturalmente, si basano su dati, ossia su quel mito dell’oggettività e del numero dietro cui troppo spesso si nascondono l’arbitrio e la massima discrezionalità." Quindi secondo Fusaro sarebbe inutile entrare nel merito delle statistiche perché mostrano solo quello che si desidera vedere. La cosiddetta oggettività è un tema di notevole complessità e non è mia intenzione scomodare il costruttivismo per quello che sembra più un imbarazzante esercizio retorico che un assunto filosofico. Sarebbe utile in questi casi essere allenati a individuare l'elemento discrezionale, se nella metodologia o nell'interpretazione dei dati, ma per farlo bisognerebbe entrare nel merito della ricerca, appunto. Fusaro invece preferisce liquidare con due battute la ricerca di cui parla e, sembrerebbe, l'intero discorso scientifico. Torna in mente quella pubblicità tormentone il cui slogan è "ti piace vincere facile?" e sorge il dubbio che i risultati della ricerca siano stati un mero pretesto usato da Fusaro per scrivere quanto aveva già in mente di scrivere, con mal celato "arbitrio e massima discrezionalità".

Riguardo le "considerazioni più generali" di Fusaro, ovvero che "la religione rimane l’ultimo baluardo concreto contro il dilagare della mercificazione totale e del mercato reale e simbolico", anche qui il discorso sarebbe lungo ma bastino alcune domande. Del resto un filosofo come Fusaro dovrebbe essere più avvezzo a porsi domande difficili che a confezionare risposte semplici.
E' proprio sicuro che la religione sia l'ultimo baluardo contro il capitale? Ci sono validi motivi per pensare che la religione contenga in nuce gli stessi principi del capitale e della mercificazione? Si può pensare che il capitale sia la trasfigurazione odierna del fenomeno religioso? E' storicamente possibile individuare nel fenomeno religioso, inteso in termini di potere istituzionale, una "economia" dell'anima e del corpo, delle donne in particolare?
Walter Benjamin affermava che "nel capitalismo va individuata una religione". Indagare la possibile transitività di questo assunto sarebbe un compito all'altezza di un filosofo, magari in un articolo meno disinvolto dal punto di vista argomentativo. 

Ciò che suscita più imbarazzo dalla lettura dell'articolo di Fusaro è l'orizzonte culturale tristemente dicotomico dell'autore: o Dio o Mammona. Mi spiace dirlo perché... insomma un filosofo... non è così. Non siamo costretti tra due alternative esclusive, o la religione o il mercato, e le domande che ponevo potrebbero fornire risposte che fanno pensare a tutt'altro che a alternative che si escludono a vicenda. Ci sono altre vie per evitare la "sdivinizzazione" paventata da Fusaro; c'è il pensiero critico, il valore simbolico delle cose che non è esclusiva della religione, ci sono i diritti, c'è la lotta per l'uguaglianza, l'etica, la solidarietà, la laicità, la comunione con la natura e con le altre specie viventi, la bellezza, l'arte, solo per dirne alcune. Heidegger, citato da Fusaro, sosteneva che "ormai solo un Dio ci può salvare" dalla rovina tecnica. Da parte mia, e modestamente, valuterei se il seme dell'attuale rovina non lo abbia piantato Dio oppure se Dio non sia la forma originaria di quel seme, da sempre presente tra gli uomini, e che nei secoli ha mutato sembiante.

A voler dare nobiltà al discorso di Fusaro torna in mente la celebre citazione di Dostoevskij: "se Dio non esiste, tutto è permesso" ma sarebbe un tentativo di dare nobili radici a un discorso privo di forza. Platone affermava che la politica sorge dall'abbandono degli dèi e allora proprio perché senza déi abbiamo bisogno della giustizia. Se la critica di Fusaro al capitalismo è per molti versi condivisibile,  il suo orizzonte tra Dio e Mammona appare così angusto da pregiudicare il valore stesso della sua critica.

Per concludere, e tornando ai risultati della ricerca da cui questo discorso è partito, suggerisco di rileggere i versi del Vangelo di Luca 10,25-37. Sono quelli della celebre parabola del buon Samaritano. Prima che il Samaritano si fermasse ad aiutare l'uomo malmenato, passarono indifferenti un sacerdote e un levita, due persone molto religiose. Probabilmente i risultati della ricerca non fanno altro che confermare un atteggiamento conosciuto da moltissimo tempo.

8 commenti:

  1. Concordo con la tua analisi.
    Raffaele Alberto Ventura scrive nel suo blog: Ho assistito alla folgorante ascesa mediatica di Diego Fusaro con un misto d’invidia e di stupefazione. Invidia perché, essendo suo coetaneo e avendo fatto gli stessi studi, ammetto che non mi dispiacerebbe affatto pubblicare libri con i più prestigiosi editori, dirigere una collana di testi filosofici, andare in televisione a tuonare contro il capitalismo e l’ideologia gender, partecipare a convegni col fior fiore degli intellettuali infrequentabili, condurre un programma su Radio Padania, rilasciare alla stampa russa interviste a sostegno di Vladimir Putin, fare dei selfie con Marione Adinolfi e infine essere definito “filosofo dagli occhi azzurri che conquista le donne con le citazioni”.
    http://www.minimaetmoralia.it/wp/che-cosa-abbiamo-fatto-per-meritarci-diego-fusaro/

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    1. Ciao Berica, conosco l'articolo che hai linkato e ne consiglio la lettura. La lettura di un paio di articoli di critica al capitalismo di Fusaro suscitarono qualche tempo fa il mio interesse poi però, come normalmente faccio in questi casi, ho letto altri suoi lavori e il mio interesse è immediatamente svanito. Il ragazzo è vivace e avrà avuto il suo bel cv, come molti, ma francamente a scavare in quello che dice non si va molto in profondità e i pozzi scavati sono già stati scavati da altri e meglio.

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  2. io credo che in generale dipenda tutto dall'individuo al di là di casacche, toghe o vesti religiosi
    un saluto

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  3. Fusaro non conosce la parabolina della "trave nell'occhio", è evidente.
    Cri

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  4. A essere sincero delle "riflessioni" di Fusaro non m'importa nulla. Se una discussione deve esserci intorno a questo post preferirei che fosse sulle domande che pongo o sullo studio pubblicato da Le Scienze. Un saluto a tutti.

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  5. Io credo che la colpa di Fusaro sia qui quella di avere esposto malamente le idee del suo mentore Costanzo Preve. Il quale vedeva nella religione non certo una verità a cui appellarsi (non era credente) ma l'unico tenace modo di aggregazione di una comunità altrimenti destinata a disperdersi nell'atomizzazione mercatistica.
    La polemica di Preve, ateo e/o agnostico, era con gli atei tipo Odifreddi, imbevuti di altrettanto fanatismo dei credenti e che non si rendevano conto dell'importanza della religione nel mantenimento di un tessuto comunitario.
    Non so se questo ragionamento sia condivisibile o meno, ma il succo dell'articolo di Fusaro è probabilmente quello.

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    1. Massimo, sulle capacita espressive e argomentative di Fusaro ho già detto di nutrire poco interesse ma non mi era sfuggita la radice del suo discorso, per questo nella risposta a Berica ho scritto che i pozzi scavati da lui sono già stati scavati da altri e meglio ma soprattutto per lo stesso motivo formulo le domande del post. La dico diversamente, siamo sicuri che la religione sia "l'unico tenace modo di aggregazione di una comunità altrimenti destinata a disperdersi nell'atomizzazione mercatistica"? Il pericolo dell'atomizzazione non mi è estraneo, ne ho scritto qui e sicuramente altrove, e non mi è estraneo il ruolo sociale della religione o il suo ruolo di razionalizzazione dell'irrazionale, di significazione del dolore e via dicendo ma non ho sufficienti motivi per pensare che la religione sia la soluzione, l'unica peraltro, alla dissoluzione della società, come non ne ho per pensare che sia motivo di dissoluzione essa stessa. Nonostante tutte le disquisizioni metafisiche per quanto mi riguarda la religione è un fatto storico umano e ha i suoi fondamenti nella storia delle relazioni e delle esperienze umane, pertanto se devo cercare radici al formarsi o al dissolversi del comportamento sociale le cerco nella storia dell'umanità e nelle varie forme di manifestazione del potere di cui la religione è una delle più antiche. Se la religione è un collante sociale, e lo è o lo è stata, bisogna quanto meno chiedersi quale sia la scala del collante. La storia finora mi ha mostrato che la religione, una qualsiasi religione, è elemento di aggregazione all'interno di comunità ma motivo (o alibi) di distruzione tra comunità. Intratteniamoci pure in dotte discussioni sulle origini teologiche del potere o su catecontiche elucubrazioni per frenare l'anticristo, servono sicuramente per indagare le pieghe più remote del potere, ma da parte mia ritengo essenziale chiedersi di che tipo di religione stiamo parlando, di quella del curato di campagna di Bernanos o di quella istituzionale che intesse relazioni di potere secolare assurgendo a fondamento dello stesso potere? Sarebbe storicamente ingenuo pensare che la prima potesse esistere dopo due millenni senza la seconda ma è altrettanto ingenuo non vedere l'abbraccio mortale che la seconda riserva alla prima. L'attuale situazione mondiale, dove i confini tra comunità sono inesistenti, richiede forse una santa alleanza tra religioni perché il collante sia globale? Guardandomi indietro non mi sentirei troppo sicuro di questa "soluzione" ma, sempre guardandomi indietro, non ritengo neanche accettabile una messa al bando della religione, nella storia anche questo "esperimento" è stato fatto e i risultati sono stati catastrofici. Se dopo duecento e passa anni di democrazia (?) parliamo di post-democrazia per discutere di difetti e fallimenti della democrazia possiamo cominciare a parlare di post-religione dopo 200.000 anni (duecentomila, non duemila)?
      Riguardo a Odifreddi, non sempre trovo convincenti le sue argomentazioni, non in quanto false dal punto di vista formale ma perché spesso trascurano che homo cosiddetto sapiens non è fatto di logica formale, al massimo è un animale che razionalizza i suoi istinti ma qui il discorso si farebbe lungo e un filosofo digiuno di evoluzionismo come Fusaro et al lo rigetterebbero con umanistico sdegno anche prima di cominciarlo. Ti saluto.

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    2. Sono d'accordissimo con te e infatti io mi ero limitato a segnalare (anche se sicuramente non ce n'era bisogno) le origini del discorso di Fusaro. Nemmeno a me convince la questione della religione come collante comunitario. Mi sa, in fondo, di furbata umanistica.

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