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venerdì 28 ottobre 2016

Frammenti

Bertrand Russell faceva notare che l’atteggiamento intellettualmente scettico della scienza mostra qualità completamente opposte come forza tecnica[1]. Per il pensiero scientifico anteporre l’unità al molteplice costituisce una necessità procedurale il cui fondamento è rintracciabile nel mondo delle idee di Platone. Tuttavia la necessità epistemologica può avere deleterie ripercussioni sull'ontologia. Tra unità e molteplicità si inserisce il vizio della conoscenza. L'intrecco tra epistemologia e ontologia è inevitabile, ci avviciniamo agli enti solo attraverso gli strumenti della conoscenza eppure attraverso gli stessi possiamo allontanarcene. Difficile in questo intreccio discernere se la matrice platonica sia causa del vizio o comodo sostegno a ragioni tutt'altro che inerenti alla conoscenza e più affini al potere politico.

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Contrariamente a quanto solitamente sostenuto il dominio della scienza è il dubbio e l'incertezza. Il desiderio di conoscenza fa abbandonare velocemente la conoscenza acquisita per avventurarsi in zone ancora inesplorate. Il dominio della tecnica è quello della conoscenza sclerotizzata per obbedire a esigenze estranee al desiderio di conoscenza. La scienza non è più né determinista né riduzionista. Da tempo gli ambiti di validità del determinismo e del riduzionismo sono stati circoscritti ed è stata abbandonata l'idea che possano essere strumenti di una conoscenza completa. Possiamo dire la stessa cosa della tecnica?

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Il determinismo di cui si accusa la scienza e che ne caratterizza una buona parte può essere discusso e criticato ma non è della stessa natura del determinismo tecnico. L’uno ha origine metodologica e ha carattere di temporaneità, l’altro affonda le sue radici nell’antropologia del potere che per definizione non può concedersi aleatorietà. Nelle applicazioni tecniche della ricerca scientifica svanisce ogni principio che faccia capo al dubbio e all'incertezza, così come svanisce ogni riferimento al molteplice, spazzato via dall'unità. La variabilità è considerata un "errore" e in questa confusione concettuale non aiuta il linguaggio delle discipline statistiche ereditato dall'ottocento. E' fuor di dubbio che quando prendiamo un aereo abbiamo solide ragioni per pretendere una massiccia dose di determinismo e non siamo disponibili a concedere margini troppo ampi all'incertezza, che pure resta presente, ma ci sono ambiti in cui l'applicazione di una cornice determinista è una gabbia per la conoscenza, quando non la garanzia di commettere errori madornali, non tutti involontari per le ragioni politiche che appunto vi sono implicate. Mi riferisco in particolare all'applicazione di questa cornice alle scelte individuali e agli sviluppi sociali che diventano oggetto di indagine economica e sociologica. Qui si aprirebbe il discorso sullo statuto scientifico di tali discipline ma scienza o no, informano l'agire politico ed è questo quanto intendo sottolineare.

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Si accusa, non a torto, il pensiero marxista di determinismo storico ma siamo sicuri che l'economia liberista sia esente dalla stessa accusa? Non sarebbe piuttosto possibile discernere un determinismo di lungo termine da un lato contro un determinismo a breve termine dall'altro? Se il pensiero economico marxista aveva come oggetto di indagine le classi che si avvicendavano nella storia, l'economia liberista ha come oggetto l'individuo o un gruppo di individui che si avvicendano al supermercato! Ma anche l'attenzione all'individuo o al gruppo di individui è solo apparente. In realtà l'oggetto di attenzione del liberismo è la massa indeterminata prima di operare una scelta, una massa che prende forma solo dopo aver effettuato una scelta, una forma necessariamente effimera disponibile ad assumere altre forme con nuove e diverse scelte. In base alle proprie scelte l'individuo può fare parte di diverse entità sociali. Le classi di un tempo hanno perso confini ma attenzione a considerare questo espressione di libertà. La molteplicità delle scelte dell'individuo è sussunta nella super categoria del consumo, l'unica che veramente interessi le analisi economiche. I beni e i valori che non rientrano in tale super categoria sfuggono dalle maglie dell'analisi. Sfuggono i valori etici, ambientali, emotivi. Vi rientrano marginalmente quando sono ormai compromessi. Sfugge ciò che fa di noi quello che siamo. Quello che resta è una molteplicità di modi di consumare per contare qualcosa. La soggettività si perde nelle numerose curve di domanda e offerta, ognuna con il proprio prezzo ottimale che la scelta di ogni individuo concorrerebbe a determinare. Lo scopo è portare il numero più elevato possibile di soggetti sotto la campana dei consumi e specificamente sotto il valore medio.

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Se, in ordine ai problemi della modernità, occorre procedere a una critica del pensiero scientifico è in relazione alla prevalenza di una razionalità strumentale sganciata dall’assegnazione di un senso dell’agire. A una attenta considerazione il problema non sembra essere la razionalità quanto il suo dispiegamento politico. Sebbene oggi tutto sembri organizzato secondo canoni razionali, in realtà si seguono vecchi istinti irrazionali più di quanto non si ami dire. Anche nell’economica, paradigma prevalente della nostra organizzazione sociale, Amartya Sen è lungi dal vedere il dispiegamento e l’applicazione di criteri razionali[2].
Usiamo macchine, la nostra vita appare organizzata secondo i meccanismi e ritmi di un orologio ma gli apparecchi che usiamo e i sistemi in cui siamo immersi sono la cristallizzazione di una razionalità di cui non ci chiediamo nulla, degli effetti quanto delle cause. Sono l'espressione di una razionalità che è sempre di altri e pericolosamente pochi, una razionalità che la gran parte delle persone subisce da utente inconsapevole, come un automa. Alla base di questo abbandono della consapevolezza Günther Anders[3] pone l’inadeguatezza del nostro apparato emotivo di fronte all'apparato tecnico. Ci percepiamo come costruzioni difettose più imprecise delle nostre stesse macchine. Concordo con questa lettura che tuttavia non esclude che la nostra “vergogna prometeica” sia dovuta a un difetto di razionalità più che a un eccesso poiché o la nostra razionalità è inscritta nel nostro apparato emotivo oppure si tratta d'altro. La razionalità tecnica non esita a incunearsi nel vuoto emotivo e a sfruttarla per scopi biopolitici[4]. Da tempo è in corso uno sfruttamento "razionale" delle emozioni. La povertà emozionale è povertà di riconoscere le proprie emozioni e  lasciarle in balia di uno psicopotere/biopotere utile al proprio stesso asservimento.

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Viviamo in smart city, progettiamo smart grid, usiamo smart phone, guidiamo smart car, ci scambiamo smart box! Tutto è smart. Da parte mia penso che basterebbe desiderare cose a misura di bambino e di vecchio per avere un mondo veramente smart, un mondo per umani. Sotto la patina smart c'è un mondo fatto per l'adulto nella fascia di età produttiva, in ottima salute, vincente e di successo, competitivo e spregiudicato (salvo quando deve trasmettere l'immagine salvifica dell'altruista). Se non sei più, o ancora, tutto questo allora sei uno scarto, un peso sulle spalle della società che produce e devi farti da parte. Questo racconta Ken Loach in Io, Daniel Blake, e lo fa con semplicità schiacciante. Loach racconta i fatti senza orpelli e apparentemente senza emozioni ma le emozioni che Loach mette nei suoi film sono le tue e la cosa che ti è più chiara alla fine del film è che non siamo arrabbiati abbastanza per esserci fatti intrappolare in una rete dove ogni nodo che non conta un cazzo è usato per dire all'altro nodo che non conta un cazzo. Strappiamo questa rete prima che sia troppo tardi ma forse è già tardi. La democrazia doveva risolvere i conflitti, invece è stata usata dalle oligarchie per depotenziarli.


[1] B. Russell, La visione scientifica del mondo, Laterza, 1934, p. 144.
[2] A. K. Sen, Etica ed economia, Laterza, 2002.
[3] G. Anders, L’uomo è antiquato, Vol. I, Bollati Boringhieri, 2003.
[4] L. Demichelis, Byung-Chul Han, il capitalismo delle emozioni, alfabeta2.

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