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lunedì 6 novembre 2017

Promemoria

Diciamoci la verità, adottando una visione disincantata dei sistemi politici possiamo dire che la democrazia è un discreto metodo per smorzare i conflitti tra le classi sociali.  La classe meno agiata potrebbe dire che la democrazia è utile alle classi agiate per tutelare i propri interessi evitando rivolte e sollevamenti. Anche la classe agiata potrebbe convenire sul punto e riconoscere la necessità di un patto tra le classi perché la tutela continui a essere efficace con beneficio di entrambe le classi: la classe agiata continua rimanere tale, quella meno agiata migliora le proprie condizioni di vita. Per un certo periodo questo patto c'è stato poi... lasciamo perdere. Comunque sia anche la democrazia ha le sue involuzioni, come ogni altro sistema umano del resto, ma quando farà ritorno l'imbecille proposta di introdurre una patente per votare ricordarsi di rileggere questa pagina di Antonio Gramsci.


Q13 §30. Il numero e la qualità nei regimi rappresentativi. Uno dei luoghi comuni più banali che si vanno ripetendo contro il sistema elettivo di formazione degli organi statali è questo, che il «numero sia in esso legge suprema» e che la «opinione di un qualsiasi imbecille che sappia scrivere (e anche di un analfabeta, in certi paesi), valga, agli effetti di determinare il corso politico dello Stato, esattamente quanto quella di chi allo Stato e alla Nazione dedichi le sue migliori forze» ecc. (le formulazioni sono molte, alcune anche più felici di questa riportata, che è di Mario da Silva, nella «Critica Fascista» del 15 agosto 1932, ma il contenuto è sempre uguale). Ma il fatto è che non è vero, in nessun modo, che il numero sia «legge suprema», né che il peso dell’opinione di ogni elettore sia «esattamente» uguale. I numeri, anche in questo caso, sono un semplice valore strumentale, che danno una misura e un rapporto e niente di più. E che cosa poi si misura? Si misura proprio l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione delle opinioni di pochi, delle minoranze attive, delle élites, delle avanguardie ecc. ecc. cioè la loro razionalità o storicità o funzionalità concreta. Ciò vuol dire che non è vero che il peso delle opinioni dei singoli sia «esattamente» uguale. Le idee e le opinioni non «nascono» spontaneamente nel cervello di ogni singolo: hanno avuto un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione, di persuasione, un gruppo di uomini o anche una singola individualità che le ha elaborate e presentate nella forma politica d’attualità. La numerazione dei «voti» è la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene proprio a quelli che «dedicano allo Stato e alla Nazione le loro migliori forze» (quando lo sono). Se questo presunto gruppo di ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiede, non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi «nazionali» che non possono non essere prevalenti nell’indurre la volontà nazionale in un senso piuttosto che in un altro. «Disgraziatamente» ognuno è portato a confondere il proprio «particulare» con l’interesse nazionale e quindi a trovare «orribile» ecc. che sia la «legge del numero» a decidere; è certo miglior cosa diventare élite per decreto. Non si tratta pertanto di chi «ha molto» intellettualmente che si sente ridotto al livello dell’ultimo analfabeta, ma di chi presume di aver molto e che vuole togliere all’uomo «qualunque» anche quella frazione infinitesima di potere che egli possiede nel decidere sul corso della vita statale.

Dalla critica (di origine oligarchica e non di élite) al regime parlamentaristico (è strano che esso non sia criticato perché la razionalità storicistica del consenso numerico è sistematicamente falsificata dall’influsso della ricchezza), queste affermazioni banali sono state estese a ogni sistema rappresentativo, anche non parlamentaristico, e non foggiato secondo i canoni della democrazia formale. Tanto meno queste affermazioni sono esatte. In questi altri regimi il consenso non ha nel momento del voto una fase terminale, tutt’altro. Il consenso è supposto permanentemente attivo, fino al punto che i consenzienti potrebbero essere considerati come «funzionari» dello Stato e le elezioni un modo di arruolamento volontario di funzionari statali di un certo tipo, che in un certo senso potrebbe ricollegarsi (in piani diversi) al self-government. Le elezioni avvenendo non su programmi generici e vaghi, ma di lavoro concreto immediato, chi consente si impegna a fare qualcosa di più del comune cittadino legale, per realizzarli, a essere cioè una avanguardia di lavoro attivo e responsabile. L’elemento «volontariato» nell’iniziativa non potrebbe essere stimolato in altro modo per le più larghe moltitudini, e quando queste non siano formate di cittadini amorfi, ma di elementi produttivi qualificati, si può intendere l’importanza che la manifestazione del voto può avere. (Queste osservazioni potrebbero essere svolte più ampiamente e organicamente, mettendo in rilievo anche altre differenze tra i diversi tipi di elezionismo, a seconda che mutano i rapporti generali sociali e politici: rapporto tra funzionari elettivi e funzionari di carriera ecc.). (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1948.)

6 commenti:

  1. Qualche tempo fa mi è arrivato un messaggio dal mio gommista che mi avvisava che è giunto il momento di cambiare le gomme e di mettere quelle “invernali”, la sicurezza dicono, così sta scritto sul decreto legge che ha reso questa cosa obbligatoria per chi viaggia in autostrada, e questo indipendentemente dal fatto che tu sia trentino, valdostano o siciliano, il decreto è valido su tutto il territorio nazionale, neve o non neve, ghiaccio o non ghiaccio, assurdo tanto quanto la circolare che dice che tutti i militari dell’Arma a partire dal primo di ottobre devono indossare la divisa invernale, non importa se la temperatura esterna sia di 17 gradi come a Venezia o di 28 come a Palermo.
    Insomma, ci vuole la patente, Pirandello e Totò ci hanno divertito e fatto riflettere sulla questione della patente, di jettatore in quel caso, ma in Mimì metallurgico il padre siciliano di Mimì sul fatto che la nuora avesse preso la patente commenta: “A patente di bottana si pigghiau!”; pure in Non ci resta che piangere Saverio (Roberto Benigni) constata che pure a Frittole nel 1400 … quasi 1500, ci vol la licenza per qualsiasi cosa.
    Nessuno ti obbliga poi a farlo, ma tutti ti invitano caldamente a fare un check-up periodico sulla tua salute: prevenire è meglio che curare … e giustamente, senza contare che un ammalato è un costo maggiore per la Sanità di qualsiasi esame di routine; e anche questa è una sorta fi patente: la patente della buona salute.
    Mi sono domandato perché non fanno un decreto per cui tutti i cittadini si sottopongano periodicamente ad un check-up psicologico, succede spesso che qualcuno sbarella, in questo caso può danneggiare seriamente cose e persone, può diventare aggressivo, può uccidere e uccidersi, oppure allertare forze dell’ordine, vigili del fuoco o personale medico ad intervenire d’urgenza, quando con una serie di colloqui, somministrazione di qualche test psicologico e psicodiagnostico, con del personale accuratamente preparato, che abbia fatto dei corsi per individuare ogni tipo di depressione che possa sfociare in un suicidio o nella violenza, ogni tipo di psicosi in fase di scompenso, ogni prodromo di crisi pantoclastica del border-line, ogni tendenza ad oltrepassare il confine della propria crudeltà nel sadico …
    Eppure questo non si fa, sebbene fatto con un certo criterio possa essere vantaggioso per lo Stato e possa salvare anche molte vite, vittime della follia, e non si fa a mio parere giustamente, perché decenni di anti-psichiatria e l’insegnamento del gruppo triestino che faceva capo a Basaglia, ci ha insegnato che in questo modo lo Stato eserciterebbe un controllo mentale e psichiatrico sul cittadino, creando i presupposto per una istituzione totale.
    Si potrebbe almeno esercitare una verifica su alcune categorie di persone a rischio: chi per lavoro deve detenere un’arma (chissà se si potevano evitare le violenze e le sevizie del G8 di Genova), chi fa un lavoro dove il controllo dei propri nervi e il mantenimento dell’equilibrio e del sangue freddo è fondamentale (conducenti di Tir, di treni, di aerei, dirigenti d’azienda … ), e chi si assume la responsabilità della sorte di molte persone (amministratori, politici, capi di Stato, presidenti di associazioni umanitarie …).
    Pensa se avessero fatto un test ad Hitler, a Mussolini, forse ci risparmiavamo vent’anni di dittatura e quel bagno di sangue che fi la seconda guerra mondiale, se avessero fatto un test psicodiagnostico a Berlusconi ci saremmo risparmiati un ventennio di berlusconismo, di volgarità, Gasparri, Brunetta, la Santanché … e Trump e Kim Jong Un non sarebbe stato il caso di fermarli prima che facciano scoppiare la terza guerra mondiale?
    (segue)

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  2. Va bene, scherzare si può, immaginare di dover prendere una patente per votare e, perché no, anche una per sposarsi ed avere figli, come ho suggerito con ironia ad un recente congresso, ma come per guidare una macchina mi chiedi la patente e per sposarmi e per fare un figlio no? Così magari eviteremmo tutti quegli imbecilli che la patente di padre o di madre se la danno da soli, solo perché hanno costituito una coppia eterosessuale e la tolgono alle coppie gay … proviamo a vedere se hai davvero le caratteristiche e l’equilibrio adatto per fare il padre o la madre, o se metterai al mondo un figlio infelice.
    In linea di principio sono contrario a qualsiasi patente, a qualsiasi licenza … e ne ho discusso tempo fa con un tassista di Milano, nel periodi degli scioperi per la liberalizzazione delle licenze, lui mi diceva che la sua licenza li a Milano gli era costata 200 mila euro, una bella cifra, quando sarebbe andato in pensione questa sarebbe stata la sua buonuscita e la garanzia per una vecchiaia confortevole, inoltre se fosse permesso a tutti fare il tassista. chiunque abbia una macchina e una patente potrebbe farlo, con risultati disastrosi per i tassisti e per i cittadini. Io gli replicavo che chiunque di noi fa un investimento, io avevo studiato per 5 anni all’università, fuori sede, fra affitto, libri, cibo e quel po’ di divertimento che ti concedi da studente i miei devono aver speso una bella cifra, se a questo aggiungi la scuola di specializzazione, le trasferte, l’analisi didattica, i congressi, l’aggiornamento permanente, gli eventi … credo di aver superato da un pezzo la cifra dell’acquisto della sua licenza, con la differenza che io non posso rivendere a nessuno la mia licenza e non avrò alcuna buonuscita. Ancora, chiunque si laurei e si specializzi, chiunque faccia lo stesso percorso che ho fatto io, può aprire bottega nella mia città, anche nel mio stesso pianerottolo, senza limiti di numero. Perché i tassisti, i notai ed altre categorie protette volevano mantenere un simile sistema di garanzie che è semplicemente assurdo in senso generale e ingiusto dal momento che tutte le altre categorie non protette si gettano sul mercato senza alcuna protezione, senza alcun privilegio e senza alcuna garanzia?
    Nel testo di Gramsci che hai postato non è così evidente, anzi a volte sembra vero persino il contrario, ma l’avversione di comunisti e socialisti per la costituzione di alcuni criteri minimi per il voto (che fosse il censo o l’istruzione poco importa) era fondamentalmente dovuta al fatto che sia Marx, sia Engels, sia i maggiori esponenti storici del socialismo e dell’anarchia credevano che i valori della borghesia fossero corrotti, basati sull’ingiustizia sociale sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e credevano altresì che essi avevano sostituito ai valori della nobiltà solo il fatto che il privilegio non derivasse dalla nascita, bensì dal lavoro e dall’impegno.
    Credevano anche che gli unici ad aver conservato i valori puri dell’uomo, quelli di equità e giustizia, erano i cosiddetti proletari, più vicini al mondo povero e contadino, più aderenti ai valori della terra e della sopravvivenza. più sensibili ad un mondo più giusto; sono bastati pochi decenni per smentire questo assunto, proletariato significava spesso fame, povertà, malattie, ignoranza, di fronte all’abbrutimento e alla disperazione qualsiasi ideologia ti dica: “Gli ultimi saranno i primi” o “Tutto è possibile, basta volerlo”, quest’ultimo si è modificato dal “basta averne lo doti”, nel senso di essere il “più adatto”, tradotto nel più capace, più furbo, più intelligente, più forte in base alle dottrine di un certo darwinismo sociale, a “basta volerlo”, basta essere determinato, basta insistere, non arrendersi, non importa se non sei intelligente, se sei brutto, povero, sfigato, se una cosa la vuoi la ottieni, ti conquista in un attimo.
    (segue)

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  3. I regimi comunisti “reali”, URSS, Cina e Cuba hanno i loro meriti indubbi, sfamare milioni di russi e di cinesi o un’isola povera e sfruttata nel centro dell’America non è stato facile, creare condizioni minime di benessere, di sicurezza, di assistenza in certi casi sono stati autentici miracoli, nessuna forma di governo precedente c’era mai riuscita, però non hanno raggiunto un vero benessere, non vera ricchezza, solo uniformità, appiattimento e povertà diffusa, seppure una povertà dignitosa … ho conosciuto molti anni fa una mia collega Bulgara, quando è caduto il muro e si sono aperte le frontiere è venuta a lavorare in Italia, solo per qualche tempo diceva, l’Italia non le piaceva, non le piacevano gli italiani, i maschi soprattutto, preferiva infinitamente la sua cittadina in Bulgaria, la sua terra, la sua gente, si era decisa a venire in Italia solo perché voleva comprare una macchina, nel suo Paese lei e sua madre avrebbero dovuto risparmiare per 20 anni con i loro stipendi (la madre era infermiera) per comprare una Trabant e non esisteva praticamente il mercato dell’usato, in Italia contava di comprare qualcosa in un anno e mezzo in stretta economia.
    Abitavamo in appartamenti adiacenti, ci frequentavamo e spesso mangiavamo insieme, andava matta per il nostro caffè, ne consumava quantitativi da bar, era sempre con la moka in mano, e la maionese, barattoli interi come se fosse Nutella, una volta l’ha aggiunta agli gnocchi al ragù, e si è meravigliata quando l’ho guardata inorridito … ho capito in quel momento che il comunismo era già morto da tempo, non per fame, non per fallimento economico, non per un flop politico, non perché gli americani erano più bravi, non per i crimini politici (gli USA non scherzano in quanto a crimini contro l’umanità), non per i gulag o la Siberia, era morto per un paio di calze di seta, per un barattolo di maionese, per un caffè … perché il sogno di diventare Rockefeller è più potente e propulsivo dell’accontentarsi del poco che abbiamo tutti quanti, nello stesso modo.
    Non importa se per un Rockefeller esistono migliaia di poveri e disperati, non importa se il benessere di cui godiamo è frutto di sfruttamento, uno sfruttamento invisibile, perché si tratta di popolazioni lontane (Africa, Asia, Medio Oriente), di cui sappiamo solo ciò che i nostri governanti vogliono farci sapere e che anche quando vediamo le cose come stanno non le mettiamo in collegamento con noi e col presente … fino a qualche anno fa le mie scarpe di marca europea erano Made in Vietnam, fatte da chi, a quali condizioni di lavoro, con quale stipendio e quali garanzie, con quali prodotti vengono fatti?
    L’ombra del sospetto dello sfruttamento di altri uomini e di materie prime di altre terre, del saccheggio di altri Paesi e dell’uso di questi come foresteria e come discarica dell’Occidente è forte, l’ipotesi che noi occidentali, grazie alla forza e alla tecnologia di cui disponiamo, stiamo vivendo da molto tempo al di sopra delle nostre possibilità e inseguendo un consumismo sfrenato che è follia per la sopravvivenza del pianeta e della nostra specie, è molto concreta.
    (segue)

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  4. Immagina se tutti volessimo vivere secondo gli standard degli USA, l’intera popolazione mondiale che produce un’infinità di cose e ne butta molto più della metà senza nemmeno consumarle, i tre quarti dopo solo un anno, non avendo capito bene del tutto le caratteristiche dell’oggetto che possedeva; mentre noi Occidentali abbiamo smesso di cercare il senso del nostro esistere nel nostro passato, nella civiltà contadina che ormai non esiste più, e lo cerchiamo nelle discipline orientali, scimmiottandone i rituali esteriori, che non possiamo capire, e facendo diventare tutto questo una nuova moda e nuovo oggetto di consumo, gli orientali (cinesi e indiani) sono diventati come noi, li vedi come turisti in Piazza San Marco a Venezia con una macchina fotografica super accessoriata ad addentare il loro cheeseburgher o una pizza industriale laminata in bronzo e a bere coca cola .. fregandosene altamente degli insegnamenti del budda, o dello shivaismo tantrico.
    Il suffragio universale è stato comunque un dato positivo, qualunque sia stato il motivo per cui è stato proposto o perseguito, ma ora che tutti possono votare è bene che impariamo a capire cosa vuol dire votare, quale responsabilità ne abbiamo, non solo ad apprezzare il privilegio di poterlo fare.
    Votare vuol dire partecipare alla cosa pubblica, vuol dire far parte di un sistema democratico dove il voto è solo un segmento dell’impegno che questo comporta, della partecipazione necessaria, della vigilanza continua affinché non si commettano ingiustizie e non si diminuisca la libertà di ciascuno.
    L’unico Stato dell’antichità in cui la democrazia ha preso piede, anzi, potremmo dire che vi è nata, era una città che contava secondo alcune stime circa 650.000 abitanti nel periodo del suo massimo splendore, una città in cui tutti i cittadini, che erano circa un terzo, si conoscevano di vista o per sentito dire, e di chi non conoscevi potevi informarti in breve tempo o avere modo di conoscere in breve tempo, non avevi bisogno di intermediari che ti dicessero chi è, solo di informatori che ti dessero alcune coordinate … la stampa e i media non creavano opinione, mentre esistevano già gli opinionisti: gratuiti (i retori) o a pagamento (i sofisti).
    Ad Atene non importava che tu fossi ricco o povero, acculturato o ignorante, etero o gay (manco sapevano bene cosa volesse dire questa distinzione, perché l’unica che facevano era fra attivo e passivo e anche questa variava in base all’età, era disdicevole essere passivo se eri adulto, mentre un bambino non veniva biasimato se aveva rapporti con un uomo adulto, purché l’uomo adulto fosse un uomo fiero e virtuoso e il rapporto fosse finalizzato a diventare a sua volta un cittadino libero, fiero e virtuoso), intelligente o stupido, era importante che tu fossi un cittadino (cioè nato da due cittadini ateniesi, e non uno schiavo o uno straniero), che fossi maschio (perché la donna non poteva partecipare direttamente all’agone politico in una società fortemente maschilista) e che non avessi fatto commercio del tuo corpo (credevano che uno che scendesse così in basso da prostituirsi poteva accettare anche di vendere la sua dignità).
    (segue)

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  5. Un sistema fragile e imperfetto, come vedi, con parecchie ingiustizie e discriminazioni, che si basava sulla schiavitù, che sollevasse il cittadino dalle noie dei lavori di casa e di molte altre incombenze, perché la partecipazione richiede molto tempo, occuparsi della cosa comune richiede che qualcuno al posto tuo si occupi delle cose tue, almeno di quelle più noiose e faticose, e si basava sul sessismo per motivi che non è facile comprendere.
    Nonostante questo Atene è stata l’unico posto dell’antichità dove il cittadino era libero e non suddito, dove una piccola coalizione di uomini liberi ha battito per ben due volte nel giro di circa dieci anni il più grande impero esistente che con la sua forza e con la sua potenza aveva travolto tutta l’Asia e ora si affacciava nell’Occidente … chissà cosa sarebbe accaduto, come sarebbero cambiati la storia e il pensiero dell’umanità se avessero vinto i persiani.
    Atene era uno stato etico, uno stato che non dava patenti, che non attribuiva titoli, attestati e quant’altro, ma che cercava di formare uomini liberi ed orgogliosi di esserlo, che non temevano la morte se l’alternativa era assoggettarsi al tiranno, che dove non riuscivano a prevalere con la forza e col coraggio (Achille) cercavano di prevalere con l’astuzia e l’ingegno (Ulisse).
    Se non ci sono regole, se non esistono valori, se non ci sono virtù da perseguire, se non esiste un modello etico condiviso da tutti, non esiste uno Stato, non c’è cosa comune, si infiltrano i potentati locali, la politica diventa una lotta fra bande rivali, rivendicazioni di potere degli uni contro la rivendicazione di potere degli altri, la terra fertile dive allignano tutte le demagogie e i populismi, il regno del caos e del disordine, il confronto come puro spettacolo, lotta per il predominio, l’adozione di ogni mezzo come lecito, l’assenza di regole condivise e rispettate da tutti o di figure istituzionali con ruoli e poteri di arbitrato, prodromo di colpi di mano e di insediamento delle dittature.
    Io non voglio patenti, perché non mi piacerebbe che qualcuno volesse imporle a me e perché non può esistere un potere che mi dia il permesso di essere democratico o di essere libero, sarebbe contro la libertà e la democrazia e sarebbe un potere senza controllo (chi controllerebbe il controllore?); vorrei che ci fossero delle regole certe, appellabili da tutti e note a tutti, semplici e inequivocabili, e che esistessero non dei controllori istituzionalizzati, gente messa li a svolgere una funzione, magari scelti politicamente dalle parti, ma che ogni cittadino vegliasse soprattutto sul rispetto delle regole, non solo in merito ai contenuti del contendere o allo spettacolo e alle sorti del contenzioso (come avviene prevalentemente oggi che seguiamo solo gli slogan e i paroloni grossi che volano, gli insulti e gli affondi, e siamo a vedere chi vince, chi mette l’altro al tappeto, come se ci trovassimo intorno ad un ring). Certo, ciascuno in base alle proprie capacità e possibilità, da un esperto mi aspetto a maggior ragione il suo intervento illuminato, da un giornalista mi aspetto correttezza e imparzialità, ma soprattutto che non retroceda di fronte al suo compito che è quello di informarci … solo così è possibile evitare che un perfetto imbecille, lo scemo del villaggio, il beone del bar, diventi il nostro leader. Solo in questo modo l’esercizio del voto non diventa un rodeo in cui il più simpatico, il più popolare, chi la spara più grossa, il più coglione, la risultante di una media statistica, l’uomo qualunque, diventi il più votato., a discapito del più bravo, del più capace, del più intelligente, del più preparato, di chi ha idee e progetti.
    Ciao

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  6. Carissimo, risponderò in maniera succinta al tuo ricco intervento, non voglio prenderti molto spazio :-)
    Perché il discorso della patente di voto è un discorso imbecille? Lo dici tu stesso, secondo quali criteri si istituirebbe una fantomatica commissione che assegna e toglie il diritto all’uopo? Lo stato ha il compito/dovere di assicurarsi che tutti abbiano una formazione civica perché l’esercizio del diritto di voto non sia una pantomima e lo deve fare attraverso la scuola e attraverso la stessa politica e le istituzioni, la vita pubblica quotidiana che anziché dare indegno spettacolo devono essere esempio di virtù e correttezza. Come stiano invece le cose lo sappiamo benissimo. L’astensionismo è un esito obbligato e spesso sembra perseguito con metodo. Quando non è astensionismo è “voto di pancia” di sventurati risvegliati da un coma sociale che mentre dormivano gli altri si davano al saccheggio poi arrivano loro e tra rottamazione e vaffanculo day pensano di risolvere tutto.
    L’esercizio del diritto di voto e la supposta patente non può essere paragonato con alcuna altra forma di licenza/concessione di attività economica, non vale il discorso della licenza dei tassisti, non vale il discorso della concorrenza per l’esercizio di una qualsiasi professione. Tutto questo rientra appunto nell’ambito delle attività economiche la cui regolamentazione (o meno) discende, a mio avviso, dall’esercizio dei diritti politici. Anche qui ci sono ampie evidenze che le cose si stiano rovesciando e la stessa proposta di patente di voto mostra, oltre alla miseria intellettuale dei proponenti, la malcelata cattiva fede di far dipendere i diritti politici da meccanismi che regolano quelli economici.
    Per quanto Gramsci ritenesse corrotti i valori borghesi non mi pare che nel testo si scorga una relazione tra questo e l’avversione per la costituzione di criteri minimi per il voto. Né mi pare che nel discorso di Gramsci l’esercizio del diritto voto sia del tutto privo di criteri. Se il diritto di voto è un dato di fatto, qui dovremmo invocare il diritto naturale, l’esercizio del diritto è soggetto a quei criteri di “efficacia e la capacità di espansione e di persuasione delle opinioni di pochi […] Se questo presunto gruppo di ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiede, non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi «nazionali» che non possono non essere prevalenti nell’indurre la volontà nazionale in un senso piuttosto che in un altro.”
    Sull’umanesimo intrinseco al pensiero socialista potremmo scrivere a lungo ma poi contravverrei al proposito di brevità che mi sono dato, ti lascio alcune note da cui potremmo prendere spunto per altre discussioni. Idem sulle ragioni della caduta dei regimi comunisti. Sì, forse l’unione sovietica è finita per un paio di collant di seta, come la guerra di Troia s’è scatenata perché Paride s’è portata via Elena! Sappiamo che la storia è più complessa ma la cosa indiscutibile è che quei regimi meritavano di finire perché hanno disatteso un grande ideale ed è imperdonabile perché hanno condannato all'oscurità un progetto di emancipazione che ancora non ha finito il suo discorso e persino quel discorso sembra essere caduto in disgrazia che ormai lo si rinnega, come quel Pietro prima di sentire il canto del gallo.
    A presto e buon fine settimana.

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