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lunedì 10 maggio 2010

Riforme e depistaggi

Il ricorso alle riforme istituzionali è in molti casi proporzionale all'inettitudine di chi le istituzioni dovrebbe rappresentare. La necessità di un adeguamento degli strumenti di governo di un paese nel corso del tempo è innegabile ma la sensazione che il ricorso alle riforme sia una sorta di depistaggio per distrarre dall'ignominia morale (e statuale) è forte.
Sotto il termine "riforme" si nascondono i mostri più strani e informi, dalle modifiche alla costituzione alle varie versioni di leggi ad personam, dal federalismo al leggittimo impedimento, dal presidenzialismo alla legge bavaglio sulle intercettazioni.
Ultimamente la parola d'ordine ripetuta come un mantra con il sapore del riflesso pavloviano è "senza le riforme finiamo come la Grecia", formula di facile effetto che può essere agevolmente ripetuta a memoria persino dai miracolati della politica o della televisione, che da un po' di tempo sono la stessa cosa. E' il classico caso in cui si prendono un paio di fatti, due o tre opinioni, si mettono dentro una testa vuota, si agita per qualche minuto, si apre la bocca dell'idiota di turno e viene fuori qualche combinazione che dei deficienti a crederla vera si trovano senza difficoltà.

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A proposito della necessità di modificare l'ordinamento costituzionale mi torna in mente l'introduzione che Gustavo Zagrebelsky scrisse al documento "La nascita della Costituzione Italiana. Le idee, i protagonisti, la storia.", pubblicato da L'Espresso in occasione dell'anniversario della Costituzione del 2008.
Il costituzionalista afferma che i contenuti della nostra Costituzione sono «perfettamente in linea con il costituzionalismo contemporaneo. [...] Dove un'esigenza di rinnovamento è invece avvertita è nell'organizzazione della macchina di governo, centrale e periferica. Qui, si ritiene c'è bisogno non di uno stravolgimento ma di un adeguamento al bisogno crescente di decisioni efficienti. Si è detto giustamente che una democrazia che non sa decidere si condanna alla subalternità ad altri poteri di fatto, che democratici non sono. Il rafforzamento dei poteri del governo nel perseguire l'attuazione del suo programma, la semplificazione e l'alleggerimento della macchina pubblica, la determinazione più chiara dei livelli di competenze e di responsabilità: tutto questo è da farsi, ma non è la riforma della Costituzione, ne è l'ordinaria "manutenzione", secondo l'espressione di Alessandro Pizzorusso.
La crisi della politica che drammaticamente sta davanti a noi, però, non si risolverà così ed è un errore e un inganno attribuirne le cause ai difetti della Costituzione e cercarne la soluzione nella sua modificazione. C'è un classico e antico quesito, che è utile sempre riproporre, nei momenti di difficoltà: se, per una buona politica sia più importante una buona costituzione o siano più importanti uomini buoni. La risposta più convincente mi pare questa; la buona costituzione è importante, ma non decisiva, perché uomini cattivi possono corrompere la migliore Costituzione e, al contrario, uomini buoni possono far funzionare accettabilmente anche una costituzione difettosa. Uomini cattivi, qui significa: incompetenza, presunzione e prepotenza, mancanza di senso delle proprie funzioni e dei loro limiti, interessi particolari o personali prevalenti su quelli collettivi, disprezzo delle regole di trasparenza e imparzialità, rapporti di fedeltà e sudditanza, clientele. Uomini buoni, significa tutto il contrario. La distinzione non passa soltanto all'interno della cosiddetta classe politica. Attraversa l'intera nostra società. Non c'è un monopolio della corruzione della politica che riguarda i governanti, così come non c'è un monopolio delle virtù politiche che riguarda i governati. I legami sono stretti, l'intreccio strettissimo, la corruzione è bene accetta e auspicata e coltivata presso gli uni e presso gli altri, così come accade, al contrario per le virtù pubbliche. A questo proposito, la riforma dovrebbe venire prima addirittura della Costituzione: dovrebbe consistere nel ripristino della più dimenticata delle sue norme, una norma su cui tutto si regge ed è un'apertura di credito al senso civico e alla moralità politica di cittadini e governanti, non sostituibili da nessuna norma di diritto, nemmeno di diritto costituzionale: l'art. 54 che, se ci pensiamo, è la norma fondamentale, sulla quale tutto si regge (o tutto crolla): "Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle, con disciplina ed onore". La prima riforma di cui abbiamo bisogno è il rinnovamento civile. La costituzione, senza di ciò, è solo un falso obiettivo.»

Se, come dice Zagrebelsky, l'art. 54 della Costituzione è la norma sulla quale tutto si regge o sulla quale tutto crolla è cosa che emerge dopo attenta riflessione sull'ideale della res publica e sulla sua rappresentazione da parte degli uomini. Se è vero che una istituzione esiste al di là degli uomini è anche vero che una istituzione trova espressione contingente solo attraverso gli uomini che la rappresentano. Per una buona rappresentazione ci vogliono dei buoni attori, altrimenti l'opera, una volta deformata, perde credito. Un altro punto sul quale occorre riflettere è il reciproco rispetto tra le istituzioni e i cittadini di un paese. Zagrebelsky dice che «Non c'è un monopolio della corruzione della politica che riguarda i governanti, così come non c'è un monopolio delle virtù politiche che riguarda i governati» ed è vero, aggiungo che non c'è neanche un monopolio del credito e della fiducia da parte di quelle istituzioni che sono rappresentate indegnamente e non rispettano i cittadini e i principi più elementari della civile convivenza. Quando questo rapporto di reciprocità viene incrinato il rischio da scongiurare è proprio la perdita della credibilità delle istituzioni. In tali casi bisogna avere chiaro in mente che l'opera, indipendentemente dalla pessima rappresentazione, conserva e deve conservare il suo intrinseco valore.
In tali casi, come sostiene Rodotà a proposito della eventuale approvazione del ddl sulle intercettazioni di cui si discute in questi giorni, "sarà necessaria una vera e propria disobbedienza civile! Non solo dei giornalisti, ma di tutti i cittadini consapevoli, per consentire, tra l'altro, di far arrivare il più rapidamente possibile questa legge-bavaglio davanti proprio alla Corte Costituzionale". (leggi qui e aderisci alla mobilitazione sul web)

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Quasi dimenticavo! Un altro automatismo, ormai a cadenza quotidiana, è quello che fa invocare le riforme condivise. Ovvio, le riforme non possono che essere condivise dalle diverse anime di un paese ma se si ha intenzione di riformare il codice della strada sarebbe prudente non coinvolgere chi è stato spesso trovato alla guida in stato di ebrezza!

1 commento:

  1. .la situazione da affrontare con impegno è la drammatica realtà del lavoro e applicare,quindi,il 1°art. della Costituzione,altro che riforme..una generazione e mezza,per ora, senza alcuna possibilità di progettare un futuro a breve termine;
    ciò che va completamente 'riformato' è la compagnia dei politici,da decenni molti sono in scena in questo reality show..ma c'è che ,essendo la criminalità entrata nelle Istituzioni, va legalizzata

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