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venerdì 1 maggio 2026

Buon 1° maggio Angela

Il 26 gennaio 1955 Piero Calamandrei, nel celebre Discorso sulla Costituzione agli studenti milanesi, raccontò la storia di due passeggeri su un bastimento: è notte fonda, il mare è in tempesta, uno corre a svegliare l'altro perché la nave sta affondando. L'altro risponde: "Che me ne importa, non è mica mio il bastimento!". 

Ricordo spesso questo apologo, l'ho ricordato in questi giorni, leggendo i tanti commenti livorosi nei confronti degli attivisti della global sumud flotilla, sequestrati dai militari israeliani in una operazione di pirateria. 

Molti dei commentatori rabbiosi di questi giorni riderebbero dell'indifferenza del personaggio del racconto di Calamandrei, eppure sono proprio come lui. In un mondo in tempesta si girano dall'altra parte, preferiscono non guardare. Si dicono i "normali", invece sono i "grigi", come diceva Primo Levi. Sono gli indifferenti che Gramsci odiava, e io con lui. Quelli che, in cattività, riversano la loro cattiveria su chi vivendo la propria vita mostra loro la gabbia in cui vivono. In cui viviamo tutti, forse.

Il veleno che hanno riversato in rete fa male, soprattutto se riversato su chi ami. "Andate a lavorare" è quanto di più riferibile ricorre in quei commenti, sotteso che si tratti di nullafacenti. Ebbene, oggi il mio buon 1° maggio è per te Angela, perché quello che fai è lavoro. Un lavoro che gran parte di noi, me compreso, può capire solo con la testa, ma per farlo serve essere investiti da una vera e propria vocazione, un fuoco sacro. Ti sei laureata in Scienze Politiche, hai un master in criminologia, hai tutto quello che serve per trovare il lavoro che desidera per te chi ti ama e, a differenza dei cani rabbiosi della rete, sa che non sei nullafacente. Hai scelto di dare tutto il tuo impegno per aiutare gli ultimi, ti spendi per l'integrazione, l'uguaglianza e la giustizia sociale. Con questo spirito ti sei unita alla Global Sumud Flotilla. 

Buon 1° maggio Angela, torna presto ❤️

sabato 10 gennaio 2026

Zalone tra destra e sinistra

La destra esalta Checco Zalone, perché sarebbe "uno del popolo". Ignorante, scorretto, meschino. Questo è il personaggio di Zalone. Che uno così sia considerato da una parte del popolo uno del popolo è già un problema. Per quella parte di popolo e per l'intero Paese. Lasciando perdere il fatto che quando parliamo di popolo, parliamo sempre di un animale da bestiario medioevale che quasi mai è esistito per davvero, se il popolo è questo e, per ammissione di chi lo dice, è questo, almeno in parte, altrimenti non ci sarebbero le condizioni di esistenza di Zalone, allora diciamo pure che non c'è molto da andar fieri.

La comicità è pur sempre una forma di caricatura, quindi una lente di ingrandimento ("carica", aumenta il peso) di quello che c'è. Se si stabilisce una uguaglianza tra realtà e caricatura, senza alcun ingrandimento, non abbiamo un effetto comico ma una analisi sociologica, quasi scientifica direi.

Su questo assunto c'è chi a sinistra apprezza Zalone. Qui si ravvisa la convinzione che l'attore prenda in giro la destra. Più spesso la cosiddetta intellighenzia di sinistra snobba Zalone, ma questo punto aprirebbe ad altre riflessioni che qui non ho intenzione di fare. L'intellighenzia di sinistra ha già abbastanza problemi a ritrovare le proprie condizioni di esistenza che pensare alle condizioni di esistenza di Zalone la caricherebbe di ulteriori fatiche!

Le due posizioni di apprezzamento di Zalone possono essere entrambe vere o entrambe false, oppure una vera e l'altra falsa. La decidibilità si gioca sul crinale che separa il personaggio dalla persona. Mi spiego. Che posizione assume Luca Medici quando non veste i panni di Checco Zalone? Non ho notizie per rispondere alla domanda, quindi per me la questione dell'apprezzamento di Zalone a destra e sinistra resta indecidibile. Semmai la domanda che mi preme è altra. Non sarà mica che Zalone e Medici coincidono, così come coinciderebbe Zalone con quel popolo declamato dalla destra?

Anche questa domanda resta senza risposta se Luca Medici non interviene sulla questione.

La questione non è nuova. L'abbiamo vista con Sordi. Celebre il "te lo meriti Alberto Sordi" di Nanni Moretti, urlato a uno che sosteneva che "rossi e neri sono tutti uguali". Il nocciolo è lo stesso: il qualunquismo. La metrica e i temi di Sordi e Zalone sono molto diversi. Spesso ho pensato che il giudizio di Moretti fosse ingeneroso. 

Se la questione è prendere posizione, allora dobbiamo cercare quei sussulti di dignità, sia pure traslati nel linguaggio della commedia, che di un personaggio meschino e qualunquista ci fanno capire che c'è altro in quel personaggio e la vasta filmografia di Sordi offre molte occasioni per scorgere quei sussulti. Possiamo dire lo stesso di Zalone? A me è sembrato così in Tolo Tolo. Degli altri film non so dire, oltre la mezz'ora non sono riuscito ad andare.

Se la questione è tenere insieme analisi sociale e comicità, credo che sul tema Carlo Verdone e Antonio Albanese, e Paolo Villaggio prima di loro, abbiano scritto pagine straordinarie, ad oggi insuperate per i miei gusti. Per questi signori e per i loro personaggi nessuno avrebbe dubbi alla domanda su quale sia la loro posizione. E non si tratta di decidere tra posizioni di destra e di sinistra, bensì tra persona civile e selvaggio senza regole.

martedì 11 novembre 2025

Di santi e mestieri

Dalle mie parti la distinzione tra sacro e profano è un vezzo degli ultimi duemila anni, troppo pochi per chi ha radici in terreni ben più profondi. È da quelle radici che prendono linfa episodi dove anche il blasfemo è sublime preghiera. A Taviano, pochi chilometri dal mio paese, il santo patrono è San Martino. 
Qui, negli anni di siccità, si usava mettere nella bocca della statua del Santo una sarda salata, perché anche lui sentisse i morsi della sete, come li sentivano i suoi fratelli. Oltre alle preghiere per la pioggia si ricorreva a questa sollecitazione, per ricordare al Santo che toccava a lui intercedere. 
Società antiche, dove ognuno faceva il suo mestiere, e non c'era ragione alcuna perché un santo facesse eccezione. Inutile dire che sono in pochi ormai a ricordare questa tradizione. Il sacro antico è arretrato, ha ceduto il posto al nuovo sacro. Dei mestieri nessuno sa più quale sia il suo, neanche i santi. 
Buona festa di San Martino, buon vino novello.

sabato 11 gennaio 2025

Scelte

 Tra tutta la "ricchezza" di Musk e questo, scegli.


“Quali tempi sono questi, quando / discorrere d’alberi è quasi un delitto, / perché su troppe stragi comporta silenzio!” Sono i versi di una celebre poesia di Bertolt Brecht. Dieci anni dopo Adorno rincarò la dose, dicendo che “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. Il nostro tempo non è così buio come quello di cui parlavano Brecht e Adorno ma certamente la situazione internazionale consente di dire che viviamo tempi difficili e in tempi difficili parlare d’alberi, se non è un delitto può sembrare un colpevole lusso. È quello che sta accadendo sotto i nostri occhi. Parlare di sostenibilità del pianeta è diventato un lusso, qualcosa di remoto, dal valore quasi spirituale. Roba per anime belle e poeti. Barbarie, appunto! Vorrà dire che mi concederò questo colpevole lusso perché mi pare che per questo tema valga la massima di Oscar Wilde: niente è più essenziale del superfluo!
Ed è essenziale parlare di sostenibilità, perché significa parlare del futuro del pianeta. Chiedersi se sia possibile un'economia sostenibile, significa chiedersi se questo pianeta avrà o no un futuro, se per i bambini nati in questi anni ci sarà un futuro, così come è stato il nostro passato o quello dei nostri genitori. La domanda vale anche per i giovani che oggi si affacciano nel mondo del lavoro o che fanno di tutto per affacciarsi, senza riuscirvi.
Ebbene, la risposta alla domanda se vi sia un futuro per questo pianeta è arrivata chiara e forte. L'ha data Musk. Questo pianeta non ha futuro! Il visionario multimiliardario è desideroso di colonizzare altri pianeti, non solo per spirito di conquista, ma perché non crede nel futuro di questo pianeta. Aggiungo che l'abbraccio tossico tra politica e economia, di cui Musk è uno degli illustri rappresentanti, pregiudica il futuro di questo pianeta. Il futuro dei Musk, sono tanti, è incompatibile con quello del pianeta, con quello delle prossime generazioni. E parlare di “prossime generazioni” è già atto di discolpa, perché per farlo veramente bisogna che tu che stai leggendo pensi a qualcuno che conosci, appena nato o adolescente, pensi a come vivrà quel giovane tra venti o trent'anni, a quali problemi climatici dovrà affrontare.
Se sia ancora possibile un futuro per questo pianeta passa per scelte radicali come quella che ho posto in apertura di questo scritto. Una proposta solo apparentemente provocatoria. Una scelta che ognuno è tenuto a fare. La scelta non è affatto di ordine economico. La scelta è di ordine etico, non solo estetico, come se peraltro si potesse veramente distinguere tra i due livelli. Nella mia visione del mondo la bellezza è un valore etico, perché giustizia è bellezza, uguaglianza è bellezza, libertà per tutti è bellezza. È questa la bellezza che salverà il mondo, di cui parla Dostoevskij. Capirlo richiede esercizio, una assidua cura dell’anima che nasce in famiglia ed è coltivata nelle scuole. Cosa ne è di questa cura? La scuola è stata svilita, umiliata. Professori sottopagati, precari. Ogni loro azione educativa è osteggiata proprio dalle famiglie. La ricerca, neanche a parlarne, è ridotta al lumicino, un fastidio per l'economia nazionale, invece di un investimento sul futuro. La famiglia declina la sua missione educativa, lasciando il compito ai media; prima era la televisione, oggi tablet e cellulari. I media, che in nome del rigetto del paternalismo (primo caduto, quando l'odierna guerra al patriarcato non era ancora cominciata), rinunciano a ogni ruolo pedagogico, lasciando campo aperto alla mistificazione tra libertà e caos. Assumersi un ruolo pedagogico è senz'altro rischioso, anche pericoloso, ma, fatto più importante, comportava responsabilità ed è questa che è stata lasciata cadere: non si vogliono responsabilità, ognuno pensi per sé. Quanto sono lontane le riflessioni di Gramsci sul ruolo degli intellettuali? Quanto sono lontane le riflessioni di Eco sul ruolo culturale del mezzo televisivo? 
Nel nostro "nuovo ordine", come è possibile ancora parlare di responsabilità verso le future generazioni?
È solo considerando tutto questo che la mia domanda perde la sua apparente provocazione e diventa concreta. Scegliere la ricchezza di Musk non richiede alcuna considerazione, se non il soddisfacimento di una brama smisurata. Gli antichi greci parlavano di hybris per dire della tracotanza che porta alla rovina. Gli antichi greci, chi erano costoro? Scegliere la ricchezza di Musk è quasi una risposta istintiva, perché una scelta consapevole si intreccia alla responsabilità delle sue conseguenze e allora dovremmo essere disgustati di possedere la ricchezza di interi Stati, di avere fatto una scelta che consuma un pezzo di pianeta per un solo individuo.
Scegliere una passeggiata in un parco colmo di testimonianze storiche, significa godere della profondità temporale. Significa apprezzare la conquista dei diritti sociali e civili che hanno consegnato alla mia fruizione questa bellezza. Significa essere schiacciati dalla domanda che Brecht poneva in un’altra poesia, quanta gente è morta per costruire quegli acquedotti? Scegliere di essere viandante passeggero in questo parco significa avere un apparato emotivo che fa godere di cose di cui nessuno può essere privato. Non sono così ingenuo da pensare che tutto questo sia indipendente dalle condizioni economiche, ed è proprio per l’importanza delle condizioni economiche che la disuguaglianza dovrebbe essere vista con orrore e, aggiungerei, anche con il dovuto disprezzo.
Ci riempiamo la bocca di "le cose vere della vita" ma quando siamo messi di fronte alla scelta che pongo si rivela la nostra umana ipocrisia. Nulla di nuovo, siamo gli eredi dei personaggi di Balzac! Ma allora l’ipocrisia era ancora l'omaggio che il vizio rendeva alla virtù, come disse secoli prima La Rochefoucauld. Oggi siamo in troppi perché l’ipocrisia non ci costi cara. La nostra tecnologia, la nostra economia, gli impatti sul pianeta, non hanno confronti con quelli dei tempi di Balzac.
Stiamo attraversando un periodo in cui mi sembra di riconoscere i sintomi di una psicosi collettiva. La guerra nel centro d'Europa, storica e geografica, non politica. La guerra in Medio Oriente. La tensione tra USA e Cina. C'è una vera e propria corsa agli armamenti che sembra, allo stato delle cose, la scelta più ragionevole da fare e questa "ragionevolezza" mi spaventa. Dovrebbe spaventarci tutti. È sulla scia di questa corsa agli armamenti che ci stiamo consegnando a squali come Musk e Trump. I ritardi dell'Europa, causati intenzionalmente dai suoi Stati membri, ci mettono di fronte al bivio tra Cina e USA. La nostra storia ci fa propendere verso la strada democratica. Solo nominalmente democratica, ormai è evidente. Una scelta frettolosa che anche personaggi attenti come Franco Bernabè e Lucio Caracciolo sembrano auspicare, in quanto inevitabile. Non ho la loro preparazione, non conosco i delicati equilibri geopolitici, ma resto convinto che avremmo bisogno di una pausa di riflessione prima di fare scelte di cui potremmo pentirci amaramente.
Una lunga pausa di riflessione, prima di rispondere alla mia “provocatoria” richiesta di scegliere tra la ricchezza di Musk e una passeggiata al parco.

domenica 24 novembre 2024

Il grande lutto

I movimenti collettivi, le mode e i costumi, che coinvolgono intere generazioni di una considerevole parte di mondo, hanno una sorta di intelligenza sotterranea, inconsapevole, che può emergere a molti anni di distanza. Il tempo fornisce la lente necessaria a comporre le forze propulsive di un fenomeno che nel suo divenire erano allo stato embrionale, percepibili in maniera sfocata o, più semplicemente, ero troppo giovane per cogliere.

È attraverso i molteplici sensi nascosti e disseminati nel corpo sociale che un'epoca percepisce il proprio zeitgeist e lo restituisce alle epoche successive.

È quello che mi è successo stamattina con il cosiddetto stile gotico o dark degli anni '80. Un fenomeno sicuramente inserito in quella parabola che va dalle avvisaglie del post moderno alla cosiddetta fine della storia, ma non parlo della traiettoria descritta dagli intellettuali, parlo del costume che ha coinvolto intere masse di giovani, ne ha influenzato stile e cultura, moda e musica. Le analisi degli intellettuali e i movimenti di massa non sono compartimenti a tenuta stagna, come erroneamente si crede, ci sono reciproche osmosi e forse lo stile dark, che negli anni ottanta tocca la generazione dei post adolescenti di una buona fetta di occidente, lo dimostra.

Oggi sappiamo che negli anni ottanta abbiamo iniziato a raccontarci la storiella del declino delle grandi narrazioni della storia! Alla fine di quel decennio, con la caduta del muro di Berlino, ci si chiese se quelle narrazioni erano finite. Bastarono un paio di anni per dare risposta affermativa alla domanda. Con quella storiella non sapevamo di starci raccontando anche l'inizio della morte della democrazia, con buona pace dei fanatici del libero mercato, che con la loro narrazione finale si cantavano, come una ninna-nanna, le meravigliose sorti e progressive dell'ultimo uomo, libero e democratico. Era sull'onda melodica di quella ninna nanna che si stavano smantellando i dispositivi della politica come arte collettiva di regolazione sociale. Quei giovani degli anni '80 non lo sapevano ancora, forse non l'avrebbero mai saputo, ma di fatto erano già in lutto. Lo erano con il loro abbigliamento nero, il loro trucco pesante intorno agli occhi e sulle labbra, le loro inquietanti espressioni, tra il mezzo sorriso e la piena tristezza per qualcosa che non si può vedere.

E io che facevo negli anni 80? All'inizio crescevo, alla fine era troppo tardi. Fuori tempo, come lo è ogni anagrafe, per capire il proprio tempo. Talmente fuori tempo che mi tocca piangere oggi per la morte di Enrico Berlinguer, per la grande ambizione che a metà di quegli anni qui in Italia morì con lui.

E mi tocca farlo per due ragioni, piangere intendo: per non averlo fatto quando morì che avevo 15 anni e per non averlo fatto quando di anni ne avevo 20, età poco incline ai compromessi. Per aver già scritto dell'ecatombe politica degli anni '80 dimenticando la figura di Berlinguer, perché a scrivere di getto non era l'ultra quarantenne ma l'ex ventenne.

Due consigli, se posso. Se siete di Roma andate a vedere la mostra fotografica 80's dark Rome, al museo in Trastevere. Ripropone le foto che Dino Ignani espose nel 1985. È il ritratto di una generazione che merita di essere guardato con attenzione. Se volete sapere cos'era la politica prima di morire, andate al cinema a vedere il film Berlinguer-La grande ambizione. È il ritratto di un mondo che non c'è più.









mercoledì 30 ottobre 2024

I nuovissimi mostri

I nuovi mostri, il libro di Oliviero Beha di qualche anno fa (2009), prendeva le mosse dal funerale, più alla lettera dalla bara, di Sandro Curzi per condurre un’analisi spietata della decadenza nazionale, nello specifico di quella specie in via di estinzione che va sotto il nome di “intellettuali”. Non so dire se dallo scritto di Beha sono passati abbastanza anni perché il processo di estinzione possa dirsi concluso, certamente di passi avanti ne abbiamo fatti, su quale strada o ciglio di baratro giudicheranno i posteri. Oggi, davanti alla bara di Sandro Curzi, Beha avrebbe scritto della fragorosa risata dei vincenti e del malcelato dolore dei perdenti. Stupore! Chi può vincere o perdere davanti a un cadavere? Domanda oziosa se non si attraversa la valle dell’infantile trasposizione, dove tutto si declina in “chi vince” e “chi perde” e se sei con i primi ridi, se sei con i secondi piangi, non per il morto ma perché hai perso. Il cadavere è un arredo di scena, necessario per la parte in atto. Della vita del morto, della sua biografia, dei suoi sogni, delle sue ansie morali non importa e non deve importare nulla a nessuno, altrimenti il dolore, quello vero, annichilirebbe i seguaci del bipartito, chi ride e chi piange. Basterà un riferimento stanco al morto, magari ai suoi ultimi giorni, giusto per dare l’occasione a quelli che piangono di far sentire il loro “l’avevo detto anni fa”, per darsi un tono di profetico pasolinismo e ritornare al pianto odierno, quello facile, quello che vorrebbe far passare il dramma barocco per tragedia greca!


Ma che delirio è questo? È quello che accade dopo ogni elezione da un po’ di anni, con sempre meno elettori che vanno a votare. Rileggete le poche righe qui sopra pensando alle elezioni in Liguria. L’affluenza poco inferiore al 46%, meno della metà degli aventi diritto al voto. Diritto al voto! Anni fa il voto era considerato anche dovere civico ma ormai è concetto antico per pochi nostalgici, sepolto sotto le macerie vere del malcostume e presunte del “sono tutti uguali”, alibi per un popolo (o massa) complice che vuole farsi passare per vittima. Il cadavere della democrazia non ancora freddo è già nella bara. Un cadavere che per i nasi più sensibili già comincia a puzzare, nonostante le accorate proteste dei confratelli che fanno tornare in mente le pagine dei fratelli Karamazov quando il corpo senza vita di Zosima comincia a emanare quell’acre odore di putrefazione. Ma come? Il corpo di un santo che puzza? Che scandalo!


Per tornare al libro di Beha, questi sono i nuovissimi mostri, quelli che un confronto vero e costante sulla morte della democrazia non lo hanno fatto e non lo vogliono fare. Quelli dei sorrisi a sessantaquattro denti perché il/la leader ha scelto bene il candidato, come quelli della faccia triste perché lo hanno scelto male, come fosse una partita di serie C dove l’attaccante non era all’altezza del centrocampista e l'allenatore va cambiato. Continuiamo così, continuiamo a giocare questa partita truccata, poi tutti al funerale a gozzovigliare tra risate e pianti in nome del popolo italiano.

venerdì 22 dicembre 2023

Processo al patriarcato: note per una indagine preliminare

I tanti, troppi, casi di femminicidio interrogano le coscienze, la mia sicuramente. Premono per avere spiegazioni, perché un fatto che può essere spiegato è meno inquietante di un fatto senza spiegazioni. Forse a questo dobbiamo l'avventura del pensiero filosofico e scientifico, non alla meraviglia, come diceva Aristotele, bensì alla paura del buio.

Fermo restando la condanna senza appelli di qualsiasi forma di maschilismo, machismo, superomismo fisico, esaltazione della forza muscolare e quant'altro richiama la supremazia nelle tribù più primitive, mi preme qualche considerazione sul processo al patriarcato che si tiene da qualche tempo. In più di un'occasione mi è parso che il processo sia frettoloso, per certi versi disonesto. Forse necessita di un'istruttoria preliminare.

L'affermazione del principio mater mi sta molto a cuore e sicuramente sta a cuore a chi accusa il patriarcato di ogni nefandezza, ma che un principio stia a cuore non consente menzogne sull'altro, sebbene opposto e persino responsabile della negligenza storica del principio da affermare. Non è con la disonestà che si recuperano secoli di negligenza e neanche di colpa grave.

Il patriarcato è alla base di tutta la nostra cultura, non solo di quella da emendare. Di questo dobbiamo tenere conto. Ci sono epoche in cui tutto il male sembra originare da una sola fonte. Non è mai così, è solo più facile catalogarlo. È facile illudersi che individuata e vinta la fonte del male si sconfigga il male, allora quale miglior fortuna che la fonte sia una sola?

Così accade che il patriarcato entra nel dibattito prestandosi al processo che dovrebbe subire il maschilismo con l'abuso sconsiderato delle parole nei tempi asfittici dei programmi televisivi.

Certamente la supposta, direi benvenuta se fosse davvero compiuta, perdita di ruolo del maschio è fattore da considerare per capire il fenomeno del femminicidio ma non sembra ugualmente pertinente chiamare in causa la società del consumo che deresponsabilizza i soggetti, sempre meno autori di atti irrevocabili e sempre più attori di una commedia che si rinnova continuamente e a ritmi serrati?

La supremazia del consumo prevede, anzi richiede, la morte dell'irreversibilità; la morte della morte, si potrebbe dire. La sola morte consentita, anzi prescritta, è quella della durabilità; la nostra morte è stata trasferita agli oggetti, come scriveva Günther Anders.

La morte è diventata una rappresentazione scenica con decine di supereroi che radono al suolo intere città e pianeti con larga profusione di boati, effetti speciali. Una ecatombe che non suscita alcun orrore. I versi dell'Iliade erano scritti per suscitare orrore, paura, ammirazione. Cosa suscitano le saghe degli avengers? Ieri Eracle, oggi Hulk. Mutatis mutandis davvero l'umanità sembra immobile?

La morte non è più qualcosa di serio. La morte è bandita, la vecchiaia è bandita, la malattia è bandita, il dolore è bandito, salvo quando serve a mettere in scena pornografie della sofferenza con generosi zoom sulla lacrima incipiente. Come può non essere un gioco da ragazzi la vita se la sua parte oscura non è più introiettata ma è anzi espunta dalla vita interiore?

Lo stoico Seneca poteva dire che la filosofia non serve a vivere bene ma a bene morire. Chi potrebbe dire oggi la stessa cosa? La filosofia forniva a Seneca anche strumenti per vivere bene e ieri come oggi una certa doppiezza sembra ingrediente insostituibile ma la sua forma muta e oggi nessuno scriverebbe la frase di Seneca, al massimo cela lauti affari privati dietro beneficenze natalizie o scala posizioni di governo con le menzogne più becere e irrealizzabili. Insomma, altra pasta rispetto a un Seneca che seppe vivere bene ma seppe essere all'altezza della sua filosofia con la sua morte.

A me pare che alla base del femminicidio, che non è un problema solo italiano, ci sia una infantilizzazione diffusa. È dell'infante l'immortalità perché non ha ancora scoperto la morte. Oggi questa condizione appartiene, se vogliamo dire così, anche agli adulti che adulti sono solo anagraficamente, secondo canoni che vengono continuamente rivisti nei costumi. È dell'infante non distinguere la verità dalla menzogna; usare la menzogna per attirare attenzione e consenso; vivere nella menzogna, quasi innocentemente.

Intendo la menzogna del virtuale, la menzogna della comunicazione social, comunicazione senza comunicazione, monologo collettivo, scrive Umberto Galimberti; gara di narcisismi che fanno pieno di like ma aborrono ogni analisi, rimasta dov'è sempre stata, nei presidi della comunicazione dell'era predigitale e che nel migliore dei casi trovano tollerata ospitalità nei domini social, con quale seguito è sotto gli occhi di tutti.

Ma se l'infantilizzazione è diffusa e quindi tocca entrambi i sessi, perché osserviamo femminicidi e non la controparte? Perché da sempre il forte soverchia il debole. Da sempre - almeno da Platone - la materia è considerata inferiore, bassa. Lo spirito è considerato superiore, alto. E i due principi sono tristemente assimilati all'opposizione femminile/maschile. Questo è il miserabile lascito della cultura occidentale. È partendo da qui, dal primitivismo della forza e dalle sue metamorfosi, che possiamo analizzare gli effetti nefasti della cultura patriarcale. Se lo facciamo senza individuare questi aspetti rischiamo di sostituire una soverchieria antica con una nuova.

L'illusione di bruciare in breve tempo le tappe dei secoli passati espone a dinamiche dettate dall'incontro tra rivalsa e senso di colpa. Dubito che l'incontro di questi stati emotivi produca la matura elaborazione dei fattori storici da superare. Gli strali contro il patriarcato, quando non sono puerili, sono tipici di slogan à la page. Gli slogan non sono mai stati amici del pensiero anche se troppo spesso hanno fatto la storia. Per questo, come scriveva Elsa Morante, la storia è uno scandalo che dura da 10.000 anni.

Possiamo anche pensare, non so con che probabilità di verifica, che l'attuale assetto di potere socioeconomico sia il frutto marcio di una cultura patriarcale millenaria. Possiamo anche pensare, in un delirio monogenetico, che tutta la storia di conquiste, guerre, sopraffazioni e persino l'accumulazione capitalistica occidentale siano il risultato della millenaria posizione di potere del maschio e della sua aggressività ma per ricorrere a questa spiegazione dobbiamo superare la critica della selezione sessuale per cui su scale temporali più ampie della nostra storia il comportamento di un sesso è sottoposto al vaglio dell'altro, Darwin docet.

La selezione sessuale vale nel mondo animale, vale tra gli umani, sia pure in quest'ultimo caso integrata da fattori culturali con connotazioni differenti ma non esenti dalla selezione naturale. 

La donna non ha potuto scegliere, si dirà, confondendo la dimensione storica con quella evolutiva, facendo coincidere un atto volontaristico singolo con l'esito a grande scala del gioco evolutivo. E sia. Restiamo sulla nostra dimensione storica.

Non è di oggi l'inaugurazione di quella che possiamo considerare l'era della scelta consapevole, l'epoca in cui i fattori culturali devono esaminare quelli naturali e correggerne l'abominio. Lo stato di natura non ha nulla del felice selvaggio di Rousseau, non come Rousseau lo immaginava. È il regno dove gli esseri viventi possono cooperare e possono sbranarsi con uguale probabilità. Homo sapiens a un certo punto della sua storia ha imparato a aumentare le probabilità di uno solo dei due poli, con una scelta precisa ma pur sempre inserita nel contesto della sua natura, anche se sarebbe meglio dire delle sue nature. Da lì non si scappa.

Correggere lo stato di natura. A qualcuno può sembrare blasfemo ma è quello che abbiamo saputo fare riconoscendo pari dignità e diritti a soggetti che in tempi remoti non avevano alcuno spazio. È quello che abbiamo saputo fare concependo sistemi politici democratici, imperfetti certo ma pur sempre vibranti del titanico compito di opporsi a uno stato di natura dove la vita è in balia di eventi calamitosi e predatori. È vero che abbiamo fatto molti passi indietro e molti altri ne faremo ma non è scoprendo che i discorsi di Pericle erano scritti da Aspasia che correggeremo questo cammino da gamberi.

Nel cammino dell'umanità verso il polo desiderato le lotte femministe sono una pietra miliare, a mio avviso tra le più importanti e potenti. Quindi facciamo pure una critica serrata al patriarcato ma evitiamo di farlo con il fanatismo dei risvegliati, si rischierebbero comportamenti che mettono in luce i più antichi istinti animali camuffati dal desiderio di giustizia e uguaglianza. Non sarebbe la prima né l'ultima volta nella storia. Dopotutto la prima conquista di uguaglianza pare sia stato il cristianesimo, anche se la morte di Ipazia e la storia di molti secoli dopo ci raccontano un'altra versione.

Detto questo, pur con tutti gli errori che potremmo commettere - in quale epoca storica non ne sono stati commessi? - benvengano le proposte dei critici del patriarcato, comprese le famigerate quote rosa; mostruosità necessarie perché i detentori del potere, maschi, sono attaccati alle posizioni dominanti come cozze su uno scoglio. Siccome l'intelligenza, la misura, l'onestà intellettuale e la lungimiranza sono sempre state merce rara, almeno avremo il vantaggio di raddoppiare le scarse probabilità di incontrarle, che scarse continueranno a essere ma almeno raddoppiate.

Resta comunque vero che l'analisi del presente e delle sue degenerazioni non si esaurisce sul patriarcato. La gente si cambia come si cambia un cellulare e il principale responsabile sarebbe la cultura patriarcale?

I sistemi complessi, poco attenti a biografie e sentimenti, rendono i singoli sostituibili. Il modello della logica lineare sarebbe stato sostituito da un modello di logica diffusa, quello della rete; ingannevole illusione per Giovanni Sartori, ma l'inganno è sufficiente per mettere in moto qualcosa di devastante: la sostituzione della metafora della catena con quella della rete. 

Le metafore disegnano il mondo in cui viviamo. Nella catena nessun anello può essere trascurato e la forza della catena è determinata dall'anello più debole. Nella rete l'assenza di un soggetto non perturba il sistema. Se il soggetto è un nodo con poche connessioni il sistema non vacilla, se ha molte connessioni sarà vicariato da altri in breve tempo. Tutto questo è stato introiettato nel nostro apparato emotivo. Le "nuove emozioni" non seguono più i vecchi modelli. 

Tutto questo dovrà essere chiamato in causa prima o poi, perché le emozioni vere restano roba antica, si muovono molto più lentamente del nostro sistema artificiale: economico e tecnologico. Autori come Antonio Damasio e Martha Nussbaum, ci hanno regalato, da diversi fronti, monumentali analisi del nostro sistema emotivo, hanno mostrato quanto l'intero edificio etico trovi in quel sistema le sue radici. Una volta tagliate le radici l'albero muore.

Lo sfasamento tra biologia e cultura è sempre più ampio e l'esplosione tecnologica allarga lo iato sempre di più. È in quel disaccoppiamento che risiede il bipolarismo collettivo e ormai costitutivo. Lo si dà per scontato, anzi è quasi richiesto come indice di adeguamento al sistema, salvo bruschi risvegli quando genera mostri. Ma i mostri da notiziario sono mostri che hanno esagerato, gli altri hanno di che distinguersi e assolversi tra un sentimento di ripulsa e un altro di shadenfreude.

Quando si invoca l'educazione sentimentale e emotiva si parla di sentimenti antichi, della necessità di metterli di fronte alla minaccia dell'efficientismo della contemporaneità. Ebbene sì, l'efficienza non è solo progresso! 

L'educazione invocata è quella trasmessa dalla letteratura, dalla poesia, dall'arte; regni di un mondo guardato con sospetto da chi vuole avere successo che significa fare soldi a palate! Un sogno (o incubo?) antico ma se in un passato non recente risuonava forte l'avvertimento di quanto fossero inaccessibili ai ricchi le sfere davvero alte oggi quell'eco è spenta.

Ora, di fronte all'oceano di sospetto che circonda chi si rivolge al bello, al sublime inutile, davvero vogliamo liberarci da ogni responsabilità incriminando solo il patriarcato? Non dobbiamo trascinare sul banco degli imputati anche altri soggetti?

La vita è diventata un videogioco e quel che è peggio è che quel videogioco è diventato il sogno di molti. Va tutto bene fino a quando non ci si risveglia all'improvviso, perché, oggi come millenni fa, quando si muore si muore davvero e per una volta sola.

Smettere di avere paura del buio non ci ha reso migliori.

domenica 18 giugno 2023

I romani e la monnezza

Vi è in questa città una disposizione agli eventi che solo una valutazione superficiale chiamerebbe assuefazione, quando invece si tratta di un modo di accogliere ciò che accade e lo stato di cose che ne consegue in una dimensione che è altra dalla scala temporale e spaziale dello stesso evento, per andare a trovare più adeguata sistemazione in una dimensione storica, come si addice ad una città che è stata capitale del mondo, ha perduto il titolo per diventare capitale della cristianità e vive nella triste consapevolezza che se ha perduto il primo titolo non può perdere anche il secondo o qualunque altro titolo senza acquisirne un altro all'occorrenza, fosse anche della città più sporca del mondo civilizzato.

Il romano ha visto tutto, cesari, papi, lanzichenecchi, democristiani, missini. A tutti è sopravvissuto, tutto è passato con le acque limacciose del Tevere e la pazienza di un popolo che la vicinanza al potere ha vaccinato di ogni stato morboso che da questo può venire. È da diversi anni che Roma è soffocata dall'immondizia che ormai si scorgono qua e là installazioni che fanno il verso alla Venere degli stracci di Pistoletto rivendicando lungo le strade l'autenticità dell'evento "artistico" con la distratta disposizione dei rifiuti traboccanti i bidoni e la studiata diffusione di odori che impreziosiscono di sinestetiche sensazioni l'installazione visiva che se rimanesse solo questo sarebbe appunto meno verace, meno popolare! 

Seduta con vista, anonimo, 2023, Roma.
La monnezza a Roma è diventata cifra estetica e non da oggi. Negli anni Settanta un celebre personaggio cinematografico lo aveva già sancito fissando nel nome con cui veniva riconosciuto la sorgente poetica della sua ispirazione! Se voleva essere un omaggio al popolo, quale distanza da Rugantino. Quello di oggi è la continuazione, forse il completamento del discorso cominciato dal commissario Giraldi, o forse da questo solo riconosciuto, come di qualcosa che c'è nell'aria in attesa che venga colto.

Seduta con vista, anonimo, 2023, Roma.
È proprio vero, ci si abitua a tutto. Dobbiamo chiamarla assuefazione anche a costo di sembrare superficiali, perché lo status del romano non sia un alibi all'indifferenza se vivere in un luogo degno degli esseri umani o in un porcile. Del resto, a scavare bene, nelle parole c'è tutto e non è un caso se mondezza in italiano significa purezza e in romanesco è immondizia, per aferesi sillabale e del senso estetico e se è vero, ed è vero, che estetica ed etica non sono mai veramente distinguibili è chiaro che il taglio riguarda anche l'etica dei romani. La storia ci ha insegnato che in altre capitali ci si è assuefatti a eventi ben più tragici che hanno trasformato la coscienza di tutti. I romani di oggi, fortunatamente meno portati alla ferocia, sapranno accontentarsi della banalità del male di una città-porcile, ingannandosi che anche questo regno, per così dire, passerà senza alterare la coscienza storica della città. Il popolo sopravviverà come è sopravvissuto alle orde barbariche, cullandosi sul mito della città eterna. Continuerà a grufolare, pardon razzolare, pardon scorrazzare, per le vie della città come ha sempre fatto, tra un apericena e un mercato rionale.

domenica 11 settembre 2022

Ri-letture anniversarie

"[...] È vero: non possono, anzi, non dovrebbero esistere [Paesi di serie B]. Ma esistono. La realtà è che l'Italia è un Paese di serie B: e ciò risulta inequivocabile proprio dalle sue parole. Che sono parole prudenti, benché sincere. Io che posso permettermi di non essere prudente, le dico anzi che l'Italia è ben peggio che un paese di serie B. L'espressione calcistica non è che un eufemismo. L'Italia – e non solo l'Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l'immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti. Specialmente i giovani. Tutte quelle sciocche coppie che se ne andavano tenendosi all'infinito strette per mano, con aria di vicendevole, romantica protezione e ispirata certezza del domani.
Sono stati ingannati, beffati. Un rovesciamento improvviso e violento (per quanto riguarda l'Italia) nel modo di produzione ha distrutto tutti i loro precedenti valori «particolari» e «reali», cambiando la loro forma e il loro comportamento: e i nuovi valori, puramente pragmatici, esistenziali, del «benessere», hanno tolto loro ogni dignità. Ma non è bastato: dopo essere stati resi mostruosi (marionette guidate da una mano «nuova», e quindi come impazzite), ecco che il benessere, causa della loro mostruosità, viene meno, mentre il ballo delle marionette continua. [...]"
Pier Paolo Pasolini, Al Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Il Mondo, 11 settembre 1975. In: Lettere luterane, «La sua intervista conferma che ci vuole il processo».

martedì 6 settembre 2022

Dialoghi

L’artista dialoga con la materia perché questa assuma la forma che il dialogo dipana e in questo processo la materia è trasformata dall’artista, l’artista è trasformato dalla materia. Se questo discorso, di grande valenza estetica, non sfugge alla critica soggettivista, che vuole la materia muta, cosa succede quando l’artista e la materia coincidono? La critica soggettivista non ha più i suoi argomenti perché artista e materia sono la stessa cosa e allora il dialogo dispiega non solo tutta la sua valenza estetica ma anche la sua valenza di fatto concreto e tangibile, perché quel dialogo tra soggetto e oggetto dell’arte e quella trasformazione biunivoca dell’artista e della materia la vediamo all’opera. È il caso del performer, artista che mette in scena il dialogo e la metamorfosi. Il performer fa di se stesso materia dialogante.

Formare per formare, metafisica dell’estetica che si sostantiva nell’esperienza performante. Ed ecco che il performer è artista a tutto tondo perché fa del proprio corpo e dei propri sensi la materia di elezione della propria arte. Quella che viene spesso dileggiata come arte minore, non priva di letture superficiali e di altrettanto superficiali cialtroni, è arte totale. Arte senza altro aggetto.

Apoteosi del ready made object, l’artista diventa ready made garbage. Rifiuto tra i rifiuti, scarto abbandonato al margine della strada in attesa che un mezzo lo porti via in qualche discarica, lontano dai nostri sensi avvizziti. Un cumulo di rifiuti abbandonati dove non dovrebbero essere. Fabrizio Manco li vede e comincia il dialogo. La ritualità creativa di Fabrizio gli impone di celebrare la sua performance, perché Fabrizio è come il sacerdote che deve celebrare messa, indipendentemente dalla presenza di fedeli che vi assistano. È privilegio di pochi intimi essere destinatari delle foto o dei video delle sue performance estemporanee. Foto e video che spesso lui stesso realizza.

Accade in un paesino del mio Salento dove forse abbiamo ancora tempo per dire che stiamo diventando rifiuti tra i rifiuti. Nella periferia di Roma non è raro vedere gente seduta al tavolino di un bar in una strada rumorosa di traffico mentre sorseggia un aperitivo, circondata da rifiuti abbandonati. L’assuefazione deforma il senso estetico, azzera i sensi.

Forse abbiamo ancora tempo per ascoltare chi sta dicendo che abbandonare rifiuti nelle strade e nelle campagne ci sta facendo diventare rifiuti tra i rifiuti.

 
Fabrizio Manco, Ugento (LE), 01 settembre 2022.

Qualche giorno dopo Fabrizio è tornato sulla strada che collega Melissano a Ugento. Anche quella strada cosparsa di carte, plastica e altri rifiuti. Mi ha inviato queste foto che potrebbero benissimo essere frammenti di una crocifissione.


Fabrizio Manco, Rubbish for art, 05 settembre 2022.

lunedì 1 agosto 2022

Della redistribuzione

A proposito della proposta di Letta sulla dote ai 18enni e altro. Apprezzo ogni politica redistributiva. La ritengo uno strumento irrinunciabile di giustizia sociale. La destra si inalbera quando si parla di tasse di successione e patrimoniali. Nessuna novità, conoscessero Luigi Einaudi, illustre liberale, e cosa pensava delle tasse di successione direbbero che è un pericoloso bolscevico! Se la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi è un problema, e lo è, allora il solo modo per contrastarlo è la redistribuzione della ricchezza. Lamentarsi del problema senza imboccare la strada della soluzione è da ipocondriaci che stanno tanto bene a stare male. Non riconoscere che è un problema è da micragnosi con il conto in banca al posto del cervello. Benvenga la redistribuzione quindi, ma redistribuzione di cosa? Ma di soldi, ovviamente! Metti i soldi in tasca a chi ne ha bisogno e poi se la vedrà da solo a soddisfare i propri bisogni perché, seguendo il neoliberismo più schietto, nessuno conosce i tuoi bisogni meglio di te! Principio vero quanto inutile, se non dannoso, per costruire una società civile.

Da decenni non si fa che dire che la politica deve riprendersi il suo primato sull'economia. Mi chiedo se non è anche nella redistribuzione esclusivamente in denaro che si impone il primato dell'economia. Abbiamo parlato di reddito di cittadinanza e, correttivi a parte, nessuno sano di mente direbbe che non è stato uno strumento utile a contrastare la povertà ma non abbiamo mai parlato di servizi di cittadinanza. Così come non abbiamo mai parlato di quante povertà ci sono da contrastare. Discorso spinoso, da evitare lasciando al destinatario del reddito, come di ogni altro sussidio, il compito di vedersela da solo. Non ne abbiamo mai parlato perché quello che esula l'equivalente generale del denaro suona anacronistico e paternalistico, a destra e a sinistra. Non si ha più la forza e il coraggio di affrontare il discorso di una politica che concepisca di indirizzare gli investimenti nelle nuove generazioni. Il discorso sul primato della politica è un dispositivo vuoto, buono per qualche circolo di seguaci del postpensiero! Allora ben venga la dote ai 18enni, salvo non lamentarsi se una minoranza, si spera, conoscendo meglio di chiunque altro i propri bisogni, investirà la propria dote in i-phone e altri ninnoli.

sabato 30 luglio 2022

Nova scienza

È davvero singolare che l'Accademia nazionale non abbia ancora concepito un indirizzo specifico di studi in comitatologia. La proliferazione di comitati e gruppi di lavoro nei più disparati ambiti fornirebbe materiale di incommensurabile valore a questa nova scienza!



A: Mesciu Luigi dobbiamo potare centinaia di ulivi.

B: Mesciu Cosi, cerchiamo gli uomini che servono.

C: Un attimo, un attimo. Fate presto a partire così, senza una preparazione.

A: Che significa?

C: Non possiamo mica iniziare il lavoro senza un quadro completo di quello che dobbiamo fare, da dove partiamo, dove vogliamo arrivare.

B: Non capisco cosa vuoi dire.

A: Neanch'io capisco.

C: Voglio dire che i lavori fatti in fretta, senza sapere chi fa cosa non portano mai a buoni risultati.

A: Ma sono decenni che faccio il potatore me lo ha insegnato mio padre da quando sono bambino e a lui lo ha insegnato suo padre!

B: Dottore cosa dici? Io nella vita ho sempre fatto il potatore e nessuno si è mai lamentato delle mie potature.

C: Voi la fate sempre facile. Sapete forse come è costruita l'accetta? 

A: No, ma cosa c'entra?

B: No, ma per potare ulivi non è importante, basta saperla usare.

C: Ecco, il solito modo di sottovalutare il contesto! Ma secondo voi non dovrebbe esserci un esperto della filatura della lama? E un esperto del manico secondo voi non serve a niente? Come la mettiamo con il tornitore che ha fatto il buco nel ferro? Il cuneo secondo voi lo può fare chiunque?

B: Certo che no.

C: Ecco, cominciamo a capirci. Le impugnature non sono mica tutte uguali?

A: Ma ognuno fa il suo mestiere, noi facciamo il nostro e chi fa le accette fa il suo.

C: Questa visione a compartimenti stagni è la vostra rovina. Bisogna avere una visione d'insieme.

B: E cosa dobbiamo fare per avere questa visione d'insieme?

C: Facciamo un gruppo di lavoro. 

A: !

B: Sì, un gruppo di lavoro. È quello che dicevo all'inizio. Dobbiamo cercare gli uomini per potare gli alberi.

C: Vedi, non hai capito! Prima di potare gli alberi dobbiamo costituire un gruppo di lavoro con esperti della ramificazione degli ulivi, esperti del manico dell'accetta, del ferro, della filatura, dell'impugnatura. Dobbiamo studiare la compatibilità del manico con le mani per una presa ottimale e sicura.

A: E quanto tempo serve prima di cominciare a lavorare?

C: Non lo so. Alla prima riunione del gruppo di lavoro faremo un cronogramma.

B: E per fare questa cosa gli alberi quanto devono aspettare per essere potati?

...

lunedì 18 aprile 2022

Lamentele borghesi

"Vedete, io mi sono rotto la schiena, mi sono mondato della mia colpa di essere nato ricco. Ora posso passare al contrattacco, posso dirlo. Lavorare non significa sempre essere pagati. Cosa dite? Che è facile dirlo con il conto di mamma! Ma cosa c'entra? Sempre con questa invidia, bastaaaa. Io ho lavorato e anche gratis. È questo quello che conta. Dopo il diploma all'American Overseas School of Rome da 20.000€ di retta all'anno mi sono imbarcato sulle navi da crociera per tre anni. Mica pensavo al conto dei miei! Mentre lavoravo avevo altro per la testa. Non è colpa mia se non siete nati con i soldi. Non è colpa mia se voi lavorate per campare invece di lavorare per diventare famosi, il lavoro è sacrificio. Imparatelo. Se fate come me diventerete ricchi e famosi ma dovete spaccarvi la schiena e lavorare gratis anche nei fine settimana. A proposito, se venite nel mio ristorante a Milano dove la semplicità è un lusso vi faccio mangiare un burger da €35, bevande escluse, senza farvi pagare perché lo chef è come l'artista: vi porta a tavola un'idea."

***

Se il lavoro è stato svilito, sminuito, desacralizzato lo dobbiamo a personaggi come Borghese e compagnia bella. Lo dobbiamo al modello di lavoro che questi fenomeni diffondono da decenni come un virus mortale. È a loro che dobbiamo un modello sociale velenoso, di lavoro fatto per diventare celebri, per guadagnare oltre la misura della decenza. Il problema non è neanche che questa gente cerca gente da sfruttare e questo è già abbastanza grave. Il problema è che hanno creato un modello di lavoro di cui ora si lamentano. Da qui partirei per ogni seria riflessione al riguardo.

lunedì 14 marzo 2022

Confidenze

Sono in vena di confidenze. Che l'innalzamento dei prezzi fosse anche dovuto a quella che chiamiamo sbrigativamente speculazione è un sospetto che è venuto a molti comuni cittadini, come il sottoscritto. Il ministro #Cingolani, a differenza dei comuni cittadini, riveste un ruolo cui ragionevolmente si attribuisce il controllo di leve importanti per correggere le storture della speculazione. Allora lo "sfogo" del ministro mi fa sorgere più di qualche domanda. Il mondo è una macchina complessa, lo è sempre stato ma nell'ultimo mezzo secolo la complessità ha preso un abbrivo e forse ci è sfuggita di mano. Non sappiamo, non vogliamo o non possiamo più controllare quella complessità? La politica ha ancora in mano le leve che le si attribuiscono o è definitivamente diventata l'ancella dell'economia? Di strali sulla speculazione ne abbiamo sentiti tanti con la crisi del 2008 che pareva che la speculazione avesse ormai i giorni contati! Abbiamo creduto e sperato che future, derivati e altre scommesse del mercato avessero fatto ormai abbastanza danni. Non è così. La crisi economica del 2008 non è stata l'occasione per 'uscirne migliori', come si usa dire da qualche tempo?

martedì 11 gennaio 2022

Chi bene incomincia...

Se non desidero vedere un'inserzione pubblicitaria seleziono la modalità per non vederla. Se l'inserzione si ripropone segnalo e blocco i siti per incitamento all'odio! Ammetto che è un po' esagerato ma ognuno ha la sua soglia di tolleranza e la mia è bassa nei confronti di chi propone un ciondolo per frustrati che per sentirsi importanti hanno bisogno di spendere decine di migliaia di euro per vedere che ore sono! Buon anno.


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"[...] E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia."

Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto.

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Par condicio!


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Riuscire a vedere al crepuscolo non è solo questione di rapporto tra coni e bastoncelli, è un lungo esercizio che dura una vita, e forse attraversa più generazioni. Un esercizio che è necessario fare ma che non ha alcuna garanzia di riuscita.


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Scorrendo la bacheca capita sempre di leggere qualche scemenza anche di profili sconosciuti, per fortuna. Stamattina ho letto che gli uccelli non sono uccelli ma droni costruiti per spiarci! Si tratta di una parodia, una notizia falsa messa in giro, nelle intenzioni dell'autore, per "combattere la follia con la follia". Qualcuno però quella follia l'ha presa sul serio e passare da qualcuno a molti il passo è breve. Il dubbio sollevato in chiusura dell'articolo è fondato e merita attenzione.

Il cimitero di Praga si popola di cadaveri sempre freschi in attesa che Eco, che non è morto come vuole far credere, li metta in scena!

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Il Kazakistan produce da 3 a 4 volte più gas naturale dell'Italia con una popolazione 3 volte inferiore. Ebbene, in Kazakistan sono scoppiate furiose rivolte per l'innalzamento del prezzo dei carburanti. In Italia abbiamo geni della transazione (ops!) energetica che, oltre alle amenità nucleari, sostengono che per risolvere l'aumento dei prezzi dobbiamo aumentare la produzione nazionale di idrocarburi perforando dappertutto, anche entro le 12 miglia dalla costa. Sono i vantaggi di poter parlare senza dare dettagliata spiegazione di quello che si dice!

Spoiler: da anni in Italia la produzione di gas naturale diminuisce non solo per la sospensione delle concessioni ma perché solitamente le risorse non rinnovabili prima di finire, sorprendentemente, diminuiscono!

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Negli ultimi giorni i media danno sempre più rilievo ai ricoverati non vaccinati nelle terapie intensive che tornano sui loro passi e ormai consapevoli del rischio corso fanno appello alla vaccinazione. Meglio tardi che mai, è auspicabile che questo serva a far vaccinare quanti ancora non l'hanno fatto. Da parte mia questioni di storia personale mi impediscono di non pensare che la situazione attuale, in seguito a una ondata di irrazionalità che ha radici prossime ben individuabili (lega, fratelli d'Italia e movimento 5 stelle per non creare fraintendimenti), si è tradotta e si traduce quotidianamente in morti evitabili, in pratiche preventive che necessariamente passano in secondo ordine con una mortalità rinviata che vedremo in futuro. Si traduce in ospedali quasi interamente dedicati alle cure per il covid e che non possono prestare la stessa attenzione di sempre ad altre patologie. Detto questo non me la sento di augurare la solita pronta guarigione ai pentiti dell'ultima ora, non sarei sincero. L'irritazione per la sequela di auguri che mi è capitato di leggere mi ha spinto a scrivere questo post. Se trovate la mia posizione sgradevole smettete di seguirmi ma la sorte di questi pentiti mi è completamente indifferente. Se guariscono bene, se non guariscono è il prezzo della loro "libertà", un prezzo che paghiamo tutti con una sanità in ginocchio e prestazioni mediche rallentate per quanti quel prezzo non l'avrebbero voluto pagare. L'unica cosa che io mi auguro sinceramente e che auguro a qualunque novax che per qualsiasi motivo mi conosca è che non sia mai a distanza del mio braccio. Ho difficoltà a fare i conti con il tempo e temo che mai li farò e immaginare cure che non possono essere rinviate che devono essere rinviate per i deliri di un corifeo della libertà con la vita degli altri mi farebbe perdere la testa.







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Il soggetto è un post dedicato a quel tennista di cui si parla tanto. Rispondendo a un utente che lo presentava come campione della libertà confondendo il concetto con abuso ponevo queste domande: Libero di fare cosa? Io vorrei essere libero di dargli una sprangata sui denti, è possibile?

La forma interrogativa è sufficiente, tra persone appena appena intelligenti, per capire che il messaggio è che è necessario porre limiti alla libertà perché non sia caos ma gli algoritmi non sono persone intelligenti e forse non sono neanche stati realizzati da persone intelligenti. Ad ogni modo fb/meta mi fa sapere che il mio profilo potrebbe subire restrizioni. Pazienza, mi consolerò rileggendo John Stuart Mill o Isaiah Berlin che se ricordo bene in qualcuno dei loro trattati sulla libertà si pongono proprio queste domande, la seconda ovviamente in chiave paradossale. 😁


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Domani inizia la nuova regola Facebook/Meta dove le tue foto possono essere usate esattamente come prima, quindi continua pure a dire cosa mangi, dove passi le vacanze, che libri leggi e tutto quello che ti piace. Verrà usato per profilarti meglio offrendoti la pubblicità giusta per te e farti rimanere nella tua fantastica bolla cognitiva. Non dimenticate che la scadenza è oggi ma se te ne dimentichi è uguale, tanto questo messaggio serve solo a vedere quanti ci cascano!!! Può essere usato nei contenziosi contro di te nel caso i tuoi buongiornissimi con caffè superino il limite della sopportazione di qualcuno con un minimo di buon gusto e un sacco di tempo e soldi da perdere. Tutto ciò che pubblicherai sarà reso pubblico da oggi - compresi i messaggi, perché lo hai deciso fin da quando hai aperto il profilo leggendo disattentamente o per niente le condizioni di contratto. Non ti costa niente di più di un semplice copia e incolla, tanto non hai niente da fare, si vede anche da qui che la tua giornata è vuota. Meglio prevenire in anticipo che intrecci legali e scuse dopo, perciò fatti una tisana, fai lunghe passeggiate e prima di fare copiaeincolla alla prima minchiata che leggi fatti una domanda, conta fino a mille mentre ci pensi e prova a darti una risposta.

NON FATE COPIA/INCOLLA


Lo ricordo come fosse ieri, ne citai un passaggio nel mio tema di maturità. Era quello a proposito dei due metri di terreno. A quell'età era prematuro sentire per intero questa canzone, sentirla dentro intendo. Diciamo che mi portavo avanti! Oggi per esempio mi è tornata in mente a proposito di quel tarlo mai sincero.

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Ci sono luoghi dove la ragione è una corda e tu, funambolo maldestro, ci cammini sopra cercando di mantenere l'equilibrio, vacillando a destra e a sinistra. Non hai paura di cadere. Eviti di farlo!


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Dei libri troppo a lungo rinviati...

"Infine, il popolo è un singolare o un plurale? L'italiano «popolo», così come francese peuple e il tedesco Volk, reggono il singolare: noi diciamo il popolo è. Ma l'inglese people significa «persone» e regge un plurale: in inglese diciamo «il popolo sono». E siccome le parole orientano il pensare, non è fortuito che «popolo» (al singolare) si presti ad essere concepito come una totalità organica, come una indivisibile volontà generale, laddove the people fa guardare ad una molteplicità discreta, a un aggregato di «ciascuno». Il singolare porta alla entificazione, il plurale la disgrega." Giovanni Sartori, La democrazia, Cosa è, 2007, p. 20.

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Il professore Angelo d'Orsi interviene dopo l'ultima uscita di Mattei con la fondazione del suo nuovo cln che a occhio e croce per quanto mi riguarda starebbe per Citrulli Liberi e Negazionisti.

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Non dico di richiamare Gramsci e la sua lezione sulla responsabilità degli intellettuali che di intellettuali se ne vedono pochi in giro e ancora meno su facebook. Lasciamo stare i santi, scomodiamo i fanti! Ricordate la frase che in un celebre film zio Ben dice a Peter Parker alias uomo-ragno? "Da un grande potere derivano grandi responsabilità". Ecco, potremmo almeno scomodare quel fante ché per molti può essere più facile identificarsi con un supereroe che leggere (e capire) Antonio Gramsci! Poche persone hanno grandi poteri e molte persone hanno pochi poteri, sa va sans dire. Se da un grande potere derivano grandi responsabilità da un piccolo potere derivano piccole responsabilità, anche questo è abbastanza ovvio ma non così ovvio da esentare chi ha poco potere da grandi responsabilità. Così sarebbe se non fosse per una asimmetria tra potere e responsabilità che risiede nella imprevedibilità degli effetti del potere e quindi delle responsabilità. Discorso difficile da sviluppare, prendetelo per buono e abbuonatemelo se vi pare. 

Tutto questo panegirico per dire che anche scrivere un banale post comporta responsabilità. Se quel post è scritto da chi, per qualsiasi motivo, è investito di una qualche credibilità (che per qualche strana transustanziazione diventa potere) allora la responsabilità diventa ancora più stringente*. Sono partito usando il termine intellettuali consapevole che è sovradimensionato ma facendo le debite proporzioni si danno tempi e luoghi in cui, per specifiche competenze, una persona viene investita, sia pure temporaneamente, del ruolo degli intellettuali di cui parlava quel gigante che ho nominato all'inizio. Allora proprio per questo la leggerezza dei post, il ricorso a espedienti retorici invece che all'argomentazione diventano imperdonabili. Imperdonabili perché possono avallare o addirittura sollecitare comportamenti dannosi. Se lui/lei che sa (!) dice così allora...

Non farò esempi specifici, diciamo che è una riflessione di massima che potrebbe essere utile avere in mente quando scriviamo un post.

PS - * stabilisco una equivalenza tra potere e seguito che nei social è tristemente ovvia.

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venerdì 24 dicembre 2021

Appunti per un diario odeporico

Sotto Natale è facile trovare i treni colmi, soprattutto se si ha l'imprudenza di non prenotare un posto per tempo. Quest'anno ho avuto quell'imprudenza. Restano posti in prima classe. Costano di più, un bel po' di più ma pazienza. Non rinuncio certo a ritornare al mio paese. Non è la prima volta che capita ma ogni viaggio è unico e merita qualche appunto per aiutare la memoria a venire.

Sedili in pelle, più larghi di quelli in seconda, chi viaggia in prima classe ha il culo ampio, accogliente. Ospiterebbe l'universo intero nel culo se non ci fosse quel fastidioso movimento delle galassie periferiche che si agitano...e poi nello zaino ho trovato un pocket coffee.
Offrono acqua, snack e succo di frutta. Ovvio, con quello che paghi! Non sarebbe meglio offrirli a chi viaggia con i vecchi intercity? Ho preso solo l'acqua perché l'addetto l'ha messa sul tavolino.
Dopo poco meno di due ore di viaggio abbiamo 16 minuti di ritardo, incredibile! Ritardo anche in prima classe😳 
Siamo fermi in aperta campagna, la nebbia copre un paesaggio da brughiera, gli Appennini si intravedono sullo sfondo. Sono fantasmi che si lasciano appena intuire. La voce dell'altoparlante dice che siamo fermi in un punto in cui non si può scendere dal treno. Peccato! Avrei fatto volentieri una passeggiata nella nebbia che comincia a diradare.
Siamo ripartiti, il treno va spedito e il ritardo è sceso di tre minuti. In seconda classe saranno sicuramente fermi a sedici minuti di ritardo. Dagli altoparlanti parte una versione al piano di resta cu me di Modugno, bella interpretazione ma il volume non è per niente gradevole e, diciamolo pure, la qualità del suono non è proprio da Hi-fi. Non lo avrei mai detto. Gli addetti corrono per spegnere la diavoleria elettronica ma per dieci minuti abbondanti il suono gracchiante resiste con l'aggiunta dell'intermittenza di musica e silenzio, segno della strenua resistenza che il guasto oppone ai solerti operatori che lottano al limite delle loro forze per riportare la quiete nel convoglio... 
È tornata la pace, possiamo tornare ad ascoltare le suonerie dei cellulari e le notifiche di messaggi!
Il ritardo è stato completamente recuperato nella mia carrozza.
Sono arrivato a Lecce in orario, le carrozze della seconda classe saranno sicuramente nei paraggi di Monopoli.
Auguri di buone feste. Auguriamoci che un Natale dopo l'altro anche le carrozze della seconda classe arrivino in orario.

giovedì 1 ottobre 2020

Notizie

La notizia è che il Codacons, associazione di consumatori, fa un esposto alla procura contro Ferragni per blasfemia. A me della Ferragni importa meno di niente ma trovo interessante che una associazione di consumatori faccia un esposto per blasfemia. Quale sarebbe in questo caso il consumo da tutelare? La fede, la religione? Quale la categoria di consumatori? I consumatori di sacro? Il consumo di sacro. Ecco, la notizia oggi è questa. E non è neanche una novità, solo che da oggi può vantare una semantica documentale.

  ***

- "Li ho uccisi perché erano felici". Sì, la felicità altrui può essere un movente! E può essere un movente non solo per gli omicidi. Diciamo che questi sono la manifestazione estrema del disordine emotivo che fa della felicità altrui il movente di una pulsione di annichilimento. C'è qualcosa di terribilmente antico in questo. Parlare di degenerazione sociale è una ingenua e necessaria consolazione.

- Esiste anche la pura e semplice cattiveria. Persone maligne che vogliono solo fare del male. E non si tratta di psichiatrici. Sono proprio cattivi e perfidi dentro l’animo.

- La cattiveria non è mai pura e semplice, è un magma denso e antico di abissi e circostanze, sono catene vere o presunte che impediscono di camminare. La stessa parola, cattiveria, arriva da captivus, prigioniero. bisogna andare all'origine delle parole, sondare l'abisso, rimanerne intrappolati. Un'altra parola mi assilla in questi giorni, non è italiana e all'orecchio italiano il suo significato può suonare strano perché siamo tendenzialmente più ipocriti dei tedeschi e anche meno crudeli, è schadenfreude, la gioia per la sfortuna degli altri. E' in questo abisso che dobbiamo immergerci come ha fatto Capote nel suo A sangue freddo. I questi giorni i giornali stanno facendo a gara a tracciare il profilo a posteriori dell'assassino. Solitario, introverso, non legava con gli altri, tendenzialmente depresso... e altre perle che rievocano un profilo familiare che evidentemente solo per puro accidente non ha commesso una strage terroristica e avendo perso l'occasione ha cambiato carattere! Mi spaventa la banalità del male, più ancora mi spaventa la banalità con cui lo si elimina dal nostro orizzonte. Il concerto "era un bravo ragazzo" è cominciato, la musica non è nuova. La provincia (la mia provincia, Casarano è a 5 km dal mio paese) ha partorito il suo mostro e ora si affilano le armi retoriche per dirsene estranei, non solo in provincia ma anche sui giornali nazionali. 

***

Nel mio blog non parlo mai del mio lavoro e continuerà a essere così, quest'anno faccio una eccezione.

Fattori di emissione atmosferica di gas a effetto serra nel settore elettrico nazionale e nei principali Paesi Europei. Edizione 2020. Rapporti ISPRA 317/2020. 

Indicatori di efficienza e decarbonizzazione nei principali Paesi Europei. Edizione 2020. Rapporti ISPRA 320/2020. 

Il sistema EU-ETS in Italia e nei principali Paesi Europei. Rapporti 327/2020.

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