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giovedì 8 aprile 2021

Resterà il dolore


Resterà il dolore che non abbiamo confessato
sulle note del preludio n. 4 op. 28 di Chopin
spina conficcata negli occhi
e tutto quello che sapremo provare
è un senso di opprimente bellezza
che impasta la bocca di parole
che non sappiamo dire.
Negli occhi una lacrima battesimale,
nelle mani il sacro che rimane.

sabato 3 aprile 2021

Il vento non basta

Il vento non basta per essere vento. È questo lo strazio benedetto d'essere umani, sentire il dolore di una carezza sulle mani che non bastano per essere mani. Impasto di simboli per le messe dei campi pesa sul cuore che non basta il cielo per tutta la luce che scorre tra le dita. Non basto io che oggi sono quello che è rimasto.

È tempo di sepolcri

È tempo di sepolcri, di vino che si fa sangue, è tempo di giardini cresciuti al buio e di resurrezioni rinviate, è tempo di attesa del rogo profano quando l'ultima penna sarà caduta, è tempo di tappe della croce dove passava il confine del paese che dopo era tutta campagna, è tempo di appuntamenti all'alba per partire zappa in spalla per un Golgota di terra rossa e pietre, è tempo di bocche di dama mangiate con un'altra bocca, è tempo di racconti ricorrenti di mia madre che alla fine della via crucis popolare ci chiediamo ogni anno quando sarà la prossima volta che faremo il giro dei sepolcri.



giovedì 18 marzo 2021

Di rovine e quotidiani incendi

Di rovine e quotidiani incendi, gli occhi si sfiniscono a pestare luce nel mortaio della testa. Il casale diroccato ha mura che mi somigliano e lamiere che lo circondano per evitare di passeggiarci vicino. Si trastulla lui nella sua poetica della distanza, di moda ultimamente. Lui ci è nato con quella fissa che non c'è alternative né altri con cui dividere le interiora. Ora lo circondano altre palazzine, gente strana che un tempo non si vedeva, lo guardano con sospetto, rifugio di zingari e malfamati, gente che mette in piedi un altare come può, ai piedi di un'albero la trinità fatta di tappi di bottiglia, la festa dello spirito. Gli annusano le terga al casale le palazzine, al casale e ai suoi campi che potrebbero farne parcheggi e chissà quali altre meraviglie, magari un bel centro commerciale dove portare i bambini a giocare tra mercanzie e carrelli della spesa. Crolli silenziosi sono all'ordine del giorno da queste parti. Sono discreti questi casali, crollano con pudore, di notte quando tutti dormono nelle loro case e pochi camminano nel buio, solitari e distanti anche quando non è richiesto, bolo masticato dal giorno e digerito nell'intestino della notte fino a che un'altra alba li caca, concime per un nuovo giorno.


La trovi qui l'eternità, la trovi qui la vecchia signora, sul finire del giorno, quando la pelle le casca dalla faccia e le rughe sono solchi così profondi che fai fatica a saltarli anche con il pensiero. La trovi qui la vecchia bagascia senza tutto il trucco che al centro le impiastriccia la faccia di marmi e decorazioni, che di tanto in tanto la ringiovaniscono con un lifting da manuale di chirurgia estetica per toglierle il fumo che le annerisce il viso e i cascami del tempo che passa a darsi al primo che passa. Torna qui tutte le sere la vecchia signora, tra i gatti selvatici e i fiori di campo, a godersi la frescura e un'altra messa in scena della morte.


Hanno la dignità silenziosa dei malati terminali questi casali, corpi in disfacimento e memoria viva che essere in salute davanti a loro è un affronto intollerabile da scontare sopravvivendo.

martedì 9 marzo 2021

Mappe

Pittura su pittura, strati di ricordi fatti e disfatti, tela lacera di giorni, tracce polverose di vita, mappe di continenti sconosciuti, terre inesplorate quotidianamente percorse. Gesti ripetuti in un rituale segreto che i membri di una famiglia eseguono senza conoscere. Muri crollati che non hanno retto alla pressione dei desideri accatastati fino al tetto, da non lasciare spazio per muoversi in casa. I brutti ricordi conservati nei cassetti come lettere scritte al primo amore che non si scorda mai. Nelle crepe si annidano i giorni come vermi imbozzolati in attesa di una primavera vertiginosa di luce e metamorfosi. Le croste sono le rughe sul volto delle donne che passavano con in mano una pentola di minestra fumante di erbe selvatiche, donne che ogni santo giorno hanno rovistato nel fondo del loro cuore in cerca di un oggetto che hanno perduto quando erano bambine e che non ricordano più, sanno solo che devono continuare a cercare. Le finestre che ogni giorno aspettano l'ora precisa e il sole per indossare gioielli di ombre. Porte di legno fradicio e tempo rugginoso nei cardini artritici, porte sante di giubilei quotidiani al ritorno dal lavoro. Tarli e ortiche sono le sentinelle di questi passaggi dove il tempo ha camminato avanti e indietro sulle gambe di bambini che si rincorrevano, uomini e donne che avevano in bocca le parole dell'alba per benedire il sole e invocare dèi crepuscolari che hanno lasciato ai gatti i loro regni. Il mondo partorito da quelle porte rientrava furtivo la sera dopo le scorribande di luce e cercava riparo intorno al camino grande che ci entrava tutto intero insieme ai morti e insieme cantavano salmi e arie d'opera per tutta la notte. Ci sono volti nella calce, grattati con le unghie degli anni, incisioni di pioggia e album di foto venate di muffa e umidità. Il velo di pittura è un raso lacero di sposa nel giorno del sacramento, quando tutti fanno festa e la morte è invitata d'onore perché sia riconoscente alla famiglia e lasci per ultimi i figli quando cerca gente per i suoi servizi. Donne che parlano di messe a suffragio e dell'ultima spesa a due passi dall'orizzonte tra terra e cielo. Uomini in cerca di lavoro, zappa in spalla e cuore addomesticato a battere con parsimonia per non sprecare emozioni da usare quando ce n'è bisogno. La faccia delle case screpolata dal vento di voci di gente partita in tempi remoti che tornano a raccontare vite come favole per tenere buoni i bambini. Processione lenta di solitudini che si cercano è rimasta nelle fessure dei mattoni e anime dannate sollevano le braccia al cielo nell'eterno pianto di polvere del tufo che si consuma giorno dopo giorno. Le stanze che hanno custodito schegge di eterno lasciano entrare luce diamante che continua a confidarsi con gli angoli della casa che nessun occhio oltraggia. I ragni tessono tele agli angoli per reggere arcate che altrimenti crollerebbero, spartiti di note mortali per chi osa suonarne le corde dove antiche matriarche rifacevano i letti con la preziosa cura che serve per dare un esempio a Dio per rifare tutto. Sono denti cariati questi muri nella bocca di un vecchio patriarca che non può masticare senza dolore e da tempo ha smesso di mangiare e chiama la morte come il sonno dopo una giornata di lavoro che ha rotto la schiena. Galleggiano ancora i pensieri tumultuosi nell'aria satura di tempo delle stanze che a metterci un piede dentro si viene trascinati da vortici di sguardi e onde di preghiere fino ad annegare nella tempesta. Le furiose carovane delle formiche assaltano scheletri di aria per consumare la vendetta dell'antica guerra combattuta quando queste mura erano abitate da altre formiche. Gli stipiti delle porte indossano sontuosi abiti d'erba e vento per ricordare i giorni di festa quando lontano da qui cominciava il tempo. Case dissanguate dall'emorragia di anni e chi le ha abitate è morto di troppi ricordi. Cosa sussurrano i muri? Cosa mettono nelle pieghe dei miei occhi? Spine di immagini disseminate in frammenti che compongo nelle notti insonni, quando tutto è chiaro in mia assenza.

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