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martedì 10 luglio 2018

Note a sinistra

A proposito della sinistra che non coglie più le istanze e i bisogni del popolo la faccenda è più complessa di quanto sembri, come al solito. E' una affermazione che merita riflessione, analisi critica e autocritica. Niente che io possa scrivere potrà essere esaustivo, scrivo rapide e disordinate note per mio promemoria, come incipit per una discussione a venire.
E' un doppio movimento di allontanamento dai valori di sinistra quello che vedo, un doppio allontanamento dai principi di solidarietà e uguaglianza. Le elite politiche si sono asservite alle elite economiche allontanandosi dai valori di sinistra. E il popolo? Cosa fa il popolo? Cosa ha fatto questo soggetto politico così difficile da definire e individuare? Il popolo veste sempre i panni della vittima? Spesso sì ma questo non è sufficiente per assolverlo con formula piena. Il popolo ha smesso di essere popolo da tempo, il popolo ha smesso di volersi migliorare lasciandosi essere massa. Le avvisaglie c'erano da tempo, sulla società dei consumi sono stati spesi fiumi d'inchiostro. Quella letteratura andrebbe ripresa per essere declinata in chiave odierna. Qualcuno potrebbe storcere il naso e pensare al solito "radical chic", come si usa inveire adesso per liquidare uno che scrive oltre i 140 caratteri. Smettiamola con la retorica dei radical chic, ci sono anche quelli, sono orrendi e non sono il mio modello. Il mio modello non sono neanche i salotti intellettuali. Il mio modello sono i contadini e gli operai che fino agli anni '70 alla fine di una giornata di fatica in campagna o in fabbrica andavano nelle sezioni di partito a leggere e commentare autori da niente come Marx, Gramsci, Dossetti, Sturzo... C'era chi giocava a briscola e tressette col morto ma anche quello era esercizio di socialità e nessuno sbeffeggiava chi si dedicava a cose più impegnative, nessuno prendeva in giro chi si interrogava sul proprio ruolo nella storia perché la cultura era un valore, l'emancipazione un'aspirazione. Nessuna visione idilliaca da parte mia, il presente è figlio del passato e quello che siamo oggi è nato da quello che eravamo in passato ma affermo che fino agli anni '70 c'era un'altra tendenza che aveva opportunità di diventare egemonica, non è quello che è accaduto. C'era una volontà di emancipazione, una pulsione a migliorarsi. In tv si vedevano sceneggiati che fanno tremare le gambe, i fratelli Karamazov, i promessi sposi, Anna Karenina. La cultura era un valore perché tutti volevano che i propri figli si diplomassero, si laureassero, per lasciarsi alle spalle un passato di discriminazione, di sacrifici, spesso di miseria... poi? Guardiamoci adesso. Cosa è successo? Tanti di quei figli si sono diplomati, alcuni laureati e quasi tutti si sono sentiti finalmente arrivati! Un tempo l'intellettuale non era schernito ma era un modello da imitare e raggiungere, poi il modello è diventato un cafone arricchito, ora è un cafone e basta. Invece della cultura l'obiettivo da conquistare sono diventati i soldi, la carriera. Lo status, per quanto messo in crisi dall'economia degli ultimi anni, è stato raggiunto e l'obiettivo è mantenerlo, a tutti i costi, anche schiacciando gli ultimi diseredati. I genitori non sono meno responsabili di questo declino perché consapevolmente o meno hanno allevato figli arrivisti e miopi. Figli e genitori sono diventati classe media, l'ignobile classe media che si sente arrivata, la borghesia di un tempo ma senza dialettica sociale perché le classi si sono mescolate, i confini sfumati. Non ci si vuole più migliorare, questa è la verità. La cultura è un disvalore, altruismo è diventato un'offesa. Migliorare è diventato avere l'ultimo modello di cellulare, rinnovare l'abbonamento alle pay tv per vedere partite e serie da dimenticare in tre mesi. Un popolo che non vuole più migliorare, che si accontenta di un Salvini per farsi rappresentare, perché essere migliori di Salvini è difficile, non è facile come qualche spocchioso di sinistra può pensare, è difficile, serve educazione dello spirito, dell'intelletto, serve misura nelle parole e nel pensiero, serve capire le conseguenze delle proprie azioni e assunzione di responsabilità. Essere come Salvini è facile perché è più vicino alla vita relazionale da bar sport, dove ognuno può fare a giorni alterni l'allenatore della nazionale, il presidente del consiglio, il presidente della Repubblica, il papa. Il popolo ha smesso di volersi migliorare, ora sogna di rimanere così com'è, solo con più soldi da spendere. Prima soldi non ne aveva e aspirava a qualcosa che vale più dei soldi, voleva un ruolo nella storia. Poi il compito si è manifestato nella sua di colossale difficoltà e si è accontentato del primo gradino che pure andava conquistato. Così è stata spesa l'opportunità di conquistarlo quel ruolo, con la classe media, becera e arrivista, con i parvenu pronti a dimenticare padri e madri pur di evadere le tasse, sempre che a evadere non glielo abbiano insegnato padri e madri.
Ecco, se le elite politiche sono quello che sono è perché il popolo è quello che è. I Don Circostanza vengono dal popolo perché le elite vengono dal popolo, poi tendono a sclerotizzarsi ma in un modo o nell'altro devono chiedere consenso al popolo, non solo nel giorno delle elezioni ma in tutti i santi giorni. In tutti i santi giorni! Le elite hanno manipolato il popolo? Vero anche quello, ma per uscire da questa trappola non si può applicare costantemente questo assurdo parallelo tra vittima e truffatore con i fenomeni sociali, salvo invocare anche la circonvenzione di incapace. E invece è proprio quanto sembra essere accaduto!
E' questo il clima "culturale" in cui prolifera una visione miope dell'economia e dello sviluppo, un terreno di coltura per l'isolamento sociale, il precariato, la disoccupazione e altre spirali che portano sempre più velocemente all'impoverimento, non solo economico, del paese. E' questo il clima che ha prodotto una classe politica altrettanto miope che consideriamo la causa di tutto quando invece è l'ultimo atto di un film cominciato molto tempo fa.

Lascio le considerazioni generali per chiudere con l'attualità di questi giorni che potrà essere ancora più indigesta, pazienza. Mi chiedo se il paese è davvero all'altezza di persone come Cuperlo, come Civati. Persone esercitate all'analisi, al pensiero lungo. Persone a mio avviso non prive di errori, ma per senso di sofferta responsabilità, una responsabilità assunta in anni difficili quando gli altri, quelli puri che non fanno errori sbraitavano dall'opposizione capitalizzando sulle sventure del paese. Visto che Cuperlo è nel Pd vorrei essere chiaro su questo punto. Lo dico da non elettore del Pd, velleità da autistici prepolitici a parte è chiaro che senza il Pd non è possibile alcuna formazione di ispirazione socialdemocratica con ruolo di governo. Da non elettore del Pd questo mi è sempre stato chiaro. Negli ultimi anni il Pd è stato ostaggio di un capetto arrogante e presuntuoso, ora è tempo che gli elettori del Pd pretendano che sia ridotto ai minimi termini il suo ruolo e quello dei suoi servi volontari che sono molti e purtroppo ancora in ruoli chiave. E' tempo per il Pd di aprire quella riflessione sempre rinviata sulla propria identità e nel caso la ritrovasse guardare nel vasto territorio, da troppo tempo deserto, delle politiche sociali, altrimenti completare la fase di autoscioglimento cominciata dal giorno dopo la sua nascita.

giovedì 5 luglio 2018

Lasciti


La madre bambina tornò a casa ridendo,
sul viso cercava le rughe di anni a venire,
lasciti di un tempo ottuso che non voleva arrivare.
Barattò gli anni con un ricordo ostinato
perché non mancassero lacrime,
acqua santa per battezzare il mondo senza dèi.

mercoledì 4 luglio 2018

Il silenzio è allo zenith


Il silenzio è allo zenith
rotto da furiose geremiadi di cicale,
le formiche trascinano carichi smisurati,
il sole fa scempio di fili d'erba e tempo.

Poche parole ci fanno ombra
in questo fine mese senza nome.

domenica 24 giugno 2018

Note(10)

Anche se un riferimento al rapporto tra l'intero e le sue parti compare già nella Metafisica di Aristotele alla piena consapevolezza di tale importante distinzione la scienza è definitivamente approdata alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, quando Ludwig von Bertalanffy pubblicò la Teoria Generale dei Sistemi[1] sebbene già nel 1913 Alexander Bogdanov[2] intuì le proprietà dei sistemi. Ad ogni modo il pensiero cosiddetto sistemico ha aperto nuove prospettive epistemologiche portando, attraverso l’approccio olistico, l’attenzione verso le proprietà cosiddette emergenti dei sistemi e, ancora più importante, consentendo di rilevare la complessità organizzativa dei sistemi, aspetti dell’essente che l’approccio riduzionistico non consente di rilevare.
Questo pensiero è stato estremamente fecondo e si è intrecciato con i più diversi ambiti del sapere e dell’agire umano, dalla cibernetica alla biologia evoluzionistica, dalla psicologia all’economia, dalla linguistica alla politica. In quest’ultimo ambito ha avuto particolare successo una forma alterata dell’approccio olistico e il ricorso alle proprietà dei sistemi ha visto entusiasti esponenti delle più svariate correnti politiche che nei momenti di crisi sventolano la bandiera del sistema che deve sembrare sicuramente più decorosa degli stracci sporchi delle catene di azioni dei singoli soggetti. Nel desolante tentativo di liberarsi di quel grandioso concetto che si è sviluppato in seno alla cultura cristiana, ovvero l’individuo, e delle responsabilità che questo concetto comporta si è ricorso, si ricorre e si ricorrerà, in maniera sfacciatamente disinvolta ad argomentazioni di carattere sistemico, che ovviamente non rivelano un approccio razionale alla complessità dei fenomeni sociali e politici bensì rendono manifesta una imbarazzante mediocrità a occultare malefatte e atti di dubbia eticità.
Il ricorso al sistema, nell’accezione degenerata qui richiamata, ha raggiunto particolare risonanza quando, negli anni ’90, l’inchiesta Mani Pulite avviata dal tribunale di Milano, smantellò un’intera classe politica che reggeva le sue attività sulla corruzione e che aveva fatto delle mazzette la regola della prassi politica. Allora non furono in pochi a costruire le proprie difese sull’argomentazione che il sistema funziona così e che non si può fermare il sistema. Si ricordi l'appello di Bettino Craxi al marciume del sistema sventolato come argomento autoassolutorio, roba peraltro largamente anticipata dalla cultura popolare del mal comune mezzo gaudio.
Sono trascorsi più di 20 anni da allora, il sistema si è evoluto. L’Italia è passata dalla prima alla seconda repubblica e ci avviamo verso la terza, che qualcuno considera già insediata. Qualche uomo politico degli anni '90 è in via di beatificazione postuma e dopo i governi Berlusconi, una sequela di governi tecnici, il magma pentastellato e la fabbrica dell'odio leghista la cosiddetta società civile, che fino a ieri dormiva sonni tranquilli ignorando i principi più elementari della democrazia, oggi si è data una pseudo-organizzazione continuando a ignorare i principi più elementari della democrazia e non solo. Il concetto di sistema è servito per portare al potere i cosiddetti partiti antisistema, trascurando che anche impedire ai cretini di avere ruoli di comando può avere effetti benefici per la gestione della cosa pubblica. Berlusconi, per una astuzia della ragione che sfuggirebbe al più disincantato Hegel, torna a essere considerato il salvatore della nazione. I sistemi solitamente si organizzano secondo un criterio di parsimonia energetica, a questo principio proprio dei sistemi fisici toccherà aggiungerne altri squisitamente sociali, di parsimonia intellettuale per descrivere l'attuale situazione e di parsimonia morale quando Berlusconi farà da contrappeso a Salvini.

[1] Ludwig von Bertalanffy, Teoria Generale dei Sistemi. Fondamenti, sviluppo, applicazioni. Mondadori, 1983.
[2] A. Bogdanov, Saggi di scienza dell’organizzazione, Edizioni Theoria, 1988.

sabato 2 giugno 2018

Santa Terra

Q4 §80. Letteratura e vita nazionale. Plinio ricorda che Timante di Sicione aveva dipinto la scena del sacrificio di Ifigenia effigiando Agamennone velato. Il Lessing, nel Laocoonte, per primo (?) riconobbe in questo artificio non l’incapacità del pittore a rappresentare il dolore del padre, ma il sentimento profondo dell’artista che attraverso gli atteggiamenti più strazianti del volto, non avrebbe saputo dare un’impressione tanto penosa d’infinita mestizia come con questa figura velata, il cui viso è coperto dalla mano. Anche nella pittura pompeiana del sacrifizio d’Ifigenia, diversa per la composizione generale dal dipinto di Timante, la figura di Agamennone è velata.
[...]
Nelle pitture pompeiane esistono altri esempi di figure velate: es. Medea che uccide i figli. La quistione è stata trattata dopo il Lessing, la cui interpretazione non è completamente soddisfacente?
(Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1948.)


Una fotografia mostra ciò che di per sé è evidente. Non si danno fotografie che negano l’immagine all’occhio che guarda, non sarebbero fotografie. Eppure sappiamo che la nostra vista non coglie tutto, ci sarà sempre qualcosa che si nega alla vista. Ci sarà sempre, anche in una fotografia, qualcosa che si cela.
Le foto di Giovanna portano in primo piano non ciò che si nega, ché resterà sempre negato, bensì la chiara consapevolezza che ciò che si mostra non può essere tutto quello che vediamo. Se dovessimo tradurre le foto di Giovanna con le parole diremmo che più di ciò che si dice è importante ciò che si tace, non per gioco intellettuale ma per pudore, discrezione, intimità e profondità dell’insondabile emotivo e biografico.
La presenza dell’assente è ingombrante in queste foto e fa tornare alla mente la poesia di Attilio Bertolucci, “Assenza, / più acuta presenza. / Vago pensier di te / vaghi ricordi / turbano l'ora calma / e il dolce sole. / Dolente il petto, / ti porta come una pietra / leggera.”
L’assenza diventa acuminata presenza, si sottrae alla vista eppure la sentiamo con ogni fibra del corpo. Giovanna azzarda un’impresa difficile, fotografare l’assenza e lo fa in maniera rispettosa, perché quell’assenza parli senza essere violata. Giovanna è consapevole del rischio di scontrarsi contro un macigno di cose non dette, si muove con discrezione per non urtare assenze che occupano ogni anfratto dell’anima.
Giovanna entra nel sacrario in punta di piedi, in religioso silenzio. Qui si entra in una galleria di uomini e donne appena cacciati dal giardino incantato e che hanno ormai smesso di chiedersi ragione di tanto dolore. In questa galleria di memorie vediamo volti ammantati di silenzio e il silenzio ha la forma delle foglie della vite, più spesso dell'ulivo, le divinità che da sempre governano i destini dei salentini, anche quando vivono lontano dalla loro terra. Ogni volto è avvolto nel suo sudario di silenzio. Non ci sono silenzi comuni, ognuno ha il suo, ognuno la sua foglia per coprire la vergogna di una vita offesa dalla storia, per velare lo strazio del sommo sacrificio, quello in cui ognuno immola sé stesso. Le foglie coprono i volti in foto rubate nei momenti di festa, volti ritratti in studiate pose di Grazie contadine che si tengono le mani in un intreccio di fatalità, volti di giovani pieni di vita che sfidano il futuro dimenticando per un attimo le sue rappresaglie, volti di eterne matriarche che cullano gli ultimi nati, i soli a non avere ancora il volto coperto.
I volti ritratti da Giovanna non sono volti negati, sono volti insondabili come la terra con cui hanno vissuto in risonanza, come la terra che ha ancora le impronte dei loro sguardi che qui intravediamo. Una terra percorsa da muri a secco di pietre tenute insieme dalle tele dei ragni, da sentieri sterrati come i volti da rughe, mappe segrete di viaggi sempre troppo lontani da casa, mappe ingiallite dal tempo e volti nascosti che oggi abbiamo paura di guardare.

Osservando attentamente queste foto scopriamo che le foglie non sono solo maschere che coprono sancta sanctorum di intimità, forse quelle foglie servono soprattutto per proteggere noi stessi dal terrore che abbiamo di annegare nell'abisso di quei volti.

***

Giovanna Marsano presenta la sua mostra fotografica SANTA TERRA nel contesto del progetto TERRE curato Anna Chiara Anselmi. La mostra sarà inaugurata alle 18:00 di sabato 16 giugno 2018 nella galleria Grafica Campioli a Monterotondo e sarà visitabile da martedì a venerdì dalle dalle 17:00 alle 20:00 fino al 7 luglio. La galleria è nel centro storico di Monterotondo, adiacente a Palazzo Orsini (ora Palazzo Comunale) in Via Vincenzo Bellini, 46, a soli 25 chilometri da Roma.

Giovanna Marsano nella presentazione del suo progetto SANTA TERRA scrive:
«Esiste, ancora, un mondo nel quale il cielo scandisce il tempo e “le stagioni scorrono sulla fatica contadina”, un mondo nel quale, donne e uomini vivono la loro vita in simbiosi con quella della vite, degli ulivi, dei frutti e delle piante, come plasmati dalla stessa terra. Una sorta di giardino dell’Eden in cui il patto con la natura non è ancora stato rotto.
In tanti hanno calpestato quei campi, tante mani hanno toccato quei tronchi.
Se solo quel silenzio potesse parlare racconterebbe di lacrime, sudore, preoccupazioni, racconterebbe di vita, di morte e dell’instancabile lavoro di tutti coloro che vivono la terra tra odio e amore.
Gli uomini e le donne di “Santa Terra”, vogliono essere, simbolicamente, tutti gli uomini e tutte le donne del Sud, le maschere nascondono la loro identità, lasciando intravedere solo lo sguardo, ma svelano la loro essenza e il legame ombelicale che li unisce alla terra.
“Santa Terra” vuole essere un omaggio a loro, al loro lavoro e ai loro occhi pieni di albe e tramonti che non hanno conosciuto altro tempo se non quello della terra.»


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