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giovedì 17 gennaio 2019

Pozione

Due lacrime appena e sguardi attenti, quanti ne hai, in un calderone di sogni e succo di tempo, mescola lento al fuoco dei desideri. Lascia riposare al buio per una notte e una vita, poi bevi in un solo fiato. Non accadrà nulla ma il sacro sortilegio dell'intruglio ti farà dare un nome al nulla che è tuo soltanto, di quel nome sarà piena la stanza da intossicarti di felicità, per un quarto d'ora.

martedì 15 gennaio 2019

La vòra

Dalle mie parti le vòre rappresentano luoghi che hanno un significato simbolico, non solo geologico. Luoghi che ingoiano e generano metafore. Le vòre sono voragini che si aprono nella roccia calcarea, aperture di un percorso nascosto, un fluire sotterraneo e invisibile che corre fino al mare, sono memoria di corsi d'acqua antichi che si nascondono alla vista eppure continuano a scorrere. Sono ingressi di avelli inferi che conducono nel ventre della terra, dove tutto nasce, dove tutto finisce. Nel mio paese c'è una delle vòre più grandi nel Salento, raccoglie le acque piovane dei paesi confinanti, un avvallamento che si riempie d'acqua fino a formare un lago che dura fino a che la vòra non lo inghiotte. Un tempo, raccontava mia mamma che lì vicino è nata e cresciuta, quando la vòra si riempiva i bambini facevano festa. Appena finita la pioggia e il sole faceva ritorno portavano giù tavole, porte che si improvvisavano zattere per salirci sopra, le tavole venivano legate a una corda che gli adulti assicuravano a terra. Chi poteva credere che c'era un lago lì, sotto casa, fatto apposta per giocarci? Mamma diceva che si portava giù il taulieri, la tavola che serviva per impastare il pane, e nel mio immaginario u taulieri si caricava di significati, in quelle occasioni la tavola dove si faceva il pane diventava barca, un'arca per salvare le nuove generazioni da un diluvio passeggero. Ci sono ancora arche per salvare il pane di domani?
La vòra è piena e non piove più, forza, portiamo giù i taulieri, prendi le corde, sbrigati. Durerà pochi giorni quel lago, forse poche ore, che la vòra inghiotte tutto e non resterà niente di quel lago, tornerà la campagna di sempre con la terra limacciosa che asciugherà in pochi giorni, con le viti e gli alberi di ulivo che porteranno memoria anche di questa inondazione.
La vòra era un luogo selvaggio da temere, un mostro che poteva trascinare nell'abisso profondo della terra, una divinità tremenda eppure era anche fonte di gioia, di arrembaggi pirati alla conquista di mari lontani. La vòra salvava il paese dalle inondazioni delle piogge forti e continua a salvarlo ancora oggi che le pioggie si sono fatte più intense e imprevedibili.
Oggi la vòra è stata regimentata, quell'abisso è stato domato da muri perimetrali che lo rendono più sicuro. Quando piove tanto continua a riempirsi. La vòra continua a raccogliere le acque reflue dei paesi intorno a Melissano ma oggi i bambini non fanno più festa quando smette di piovere, perché l'acqua non è più solo acqua, l'acqua porta a galla altro e quando la vòra inghiotte l'acqua restano le carcasse dei mostri che l'acqua ha trascinato con sé. Non li vuole la vòra quei mostri. Non può inghiottirli. La vòra non li vuole i mostri che abbiamo dentro casa e che a fine vita avvelenano le campagne, dove vengono abbandonati...
Inutile maledire gli autori di questo scempio, si sono maledetti da soli. Non si può trattare madre terra in questo modo senza essersi già maledetti.

(la foto della vòra allagata di febbraio scorso è di Fausto Scarlino, le altre sono mie di pochi giorni fa)





sabato 15 dicembre 2018

Incredulità

Il sole di settembre, abituato ai lenti pomeriggi estivi, indugiava sulla linea del tramonto, incerto se trattenersi ancora o passare dall'altra parte della linea dell'orizzonte. Due ombre lunghe camminavano insieme, mano nella mano. - Siamo arrivati? chiese una - Sì, rispose l'altra con un velo di tristezza che le passava sugli occhi - E' l'ultima porta - Già - Fammi entrare insieme a te, implorò una delle due ombre - Non pensarci nemmeno, rispose perentoria l'altra - Se entri non potrai più uscire e io non voglio che tu entri, non ancora. Io vado avanti, ti dirò com'è - Se è brutto non me lo dirai, lo so - Perché deve essere brutto? Non è niente. Si scivola. Come addormentarsi e io ho tanto sonno. Tu non hai sonno, non devi averne - Devo tornare indietro da solo. Troverò la strada? - La troverai, sarò con te per suggerirtela ogni volta che la perderai - Mi mancherai - Da oggi in poi non saremo mai stati più vicini - Ci vedremo presto? - E' questione di tempo. Prenditi cura di te, sei il mio ricordo più grande - Lo farò ma non chiedermi di non piangere.
Quel pomeriggio pioveva tempo, ne veniva giù tanto, più di quanto non ne cade in interi anni. Quel pomeriggio il tempo veniva giù a dirotto, il tempo di una o più vite. Non ebbi modo di sapere quante.
Il giorno era passato, fitto come pochi di incroci di possibilità e strade che non potevano essere percorse e che si aprivano come ferite nella carne che non sarebbero più rimarginate. Il tempo si comprimeva, come corpo stritolato da una macina, il succo amaro gocciolava, distillato di fiele da bere fino in fondo.  
***
Ricorre quel giorno che incredula chiedesti a una suora se davvero era tuo quel bambino che ti dormiva tra le braccia, "Benedetta ingenuità!", rispose la suora. Oggi le nostre incredulità si toccano e si capovolgono. Allora tu non riuscivi a credere che io fossi nato, oggi io non riesco a credere che tu sia



giovedì 13 dicembre 2018

Di duol ci satolliamo ambi

     Io, pensando tra me, l’estinta madre
Volea stringermi al sen: tre volte corsi,
Quale il mio cor mi sospingea, ver lei,
E tre volte m’usci fuor delle braccia,
Come nebbia sottile, o lieve sogno.
Cura più acerba mi trafisse, e ratto,
Ahi, madre, le diss’io, perchè mi sfuggi
D’abbracciarti bramoso, onde anco a Dite,
Le man gittando l’un dell’altro al collo,
Di duol ci satolliamo ambi, e di pianto?
Fantasma vano, acciò più sempre io m’anga,
Forse l’alta Proserpina mandommi?
     O degli uomini tutti il più infelice,
La veneranda genitrice aggiunse,
No, l’egregia Proserpina, di Giove
La figlia, non t’inganna. È de’ mortali
Tale il destin, dacchè non son più in vita,
Che i muscoli tra sè, l’ossa, ed i nervi
Non si congiungan più: tutto consuma
La gran possanza dell’ardente foco,
Come prima le bianche ossa abbandona,
E vagola per l’aere il nudo spirto.
Ma tu d’uscire alla superna luce
Da questo bujo affretta; e ciò, che udisti,
E porterai nell’anima scolpito,
Penelope da te risappia un giorno.

Omero - Odissea, Libro XI, vv. 265-290
Traduzione di Ippolito Pindemonte (1822)

giovedì 29 novembre 2018

Dell'immaterialismo astorico

I miei amati muretti a secco entrano nella lista degli elementi immateriali dichiarati Patrimonio dell'umanità in quanto rappresentano... Un attimo, un attimo, aspetta un attimo. Immateriali? Che significa immateriali? Non conosco niente di più materiale. Sono carne e sangue quei muretti, sono sudore, se non hai occhi attenti, mani sensibili, non li senti. Quando cammini per i campi li ascolti, ne senti l'odore, il sapore. Li devi toccare per capire. Patrimonio, patrimonio... dal pater... non bastava dirli immateriali, dovevano essere patrimonio immateriale. Dovevano essere spogliati della materia, privati della loro sostanza, messi in formalina, sotto spirito. Ecco, dovevano essere conservati sotto spirito. Lo spirito conserva la materia... Continua la guerra mossa da logos a mater. Esultiamo gente, i muretti a secco, mater(ia) che partorisce logos, diventano patrimonio immateriale. Logos si sostituisce a mater che lo genera... Logos dimentica di essere figlio di mater... "Vergine madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso d'etterno consiglio, / tu se' colei che l'umana natura / nobilitasti sì, che 'l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura." Fattura? Macché fattura che poi tocca pagare le tasse, facciamo tutto in nero così paghi meno e siamo contenti entrambi...
Comunque sia, c'è da essere felici di questo riconoscimento, perché grazie a questo riconoscimento la mater(ia) dei muretti a secco può continuare a generare logos. Che almeno il figlio non dimentichi la madre.

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