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domenica 11 settembre 2022

Ri-letture anniversarie

"[...] È vero: non possono, anzi, non dovrebbero esistere [Paesi di serie B]. Ma esistono. La realtà è che l'Italia è un Paese di serie B: e ciò risulta inequivocabile proprio dalle sue parole. Che sono parole prudenti, benché sincere. Io che posso permettermi di non essere prudente, le dico anzi che l'Italia è ben peggio che un paese di serie B. L'espressione calcistica non è che un eufemismo. L'Italia – e non solo l'Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l'immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti. Specialmente i giovani. Tutte quelle sciocche coppie che se ne andavano tenendosi all'infinito strette per mano, con aria di vicendevole, romantica protezione e ispirata certezza del domani.
Sono stati ingannati, beffati. Un rovesciamento improvviso e violento (per quanto riguarda l'Italia) nel modo di produzione ha distrutto tutti i loro precedenti valori «particolari» e «reali», cambiando la loro forma e il loro comportamento: e i nuovi valori, puramente pragmatici, esistenziali, del «benessere», hanno tolto loro ogni dignità. Ma non è bastato: dopo essere stati resi mostruosi (marionette guidate da una mano «nuova», e quindi come impazzite), ecco che il benessere, causa della loro mostruosità, viene meno, mentre il ballo delle marionette continua. [...]"
Pier Paolo Pasolini, Al Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Il Mondo, 11 settembre 1975. In: Lettere luterane, «La sua intervista conferma che ci vuole il processo».

venerdì 15 novembre 2013

Caro Nichi

Consapevole delle enormi responsabilità che comporta la carica di Presidente di Regione e dei delicatissimi equilibri che è necessario governare, mi preme sottolineare che io ricordo bene quel video che, oggi sappiamo, l'ha fatta ridere per un quarto d'ora.
Lo "scatto felino", come lei lo definisce, di Archinà fu per me un atto di arroganza insopportabile e, per quanto scaturito in una situazione tesa per l'addetto alle relazioni istituzionali dell'Ilva, poco divertente. Aggiungo che non mi sembrò e, rivedendo l'episodio, non mi sembra tuttora di ravvisare un atteggiamento provocatorio nel giornalista "senza arte né parte", come da lei etichettato, che rivolgeva la domanda a Riva e anzi trovo più provocatorio, per i miei nervi e per la democrazia, un giornalismo che accondiscende al potente di turno, di qualunque provenienza. Indubbiamente la differenza di vedute risponde a differenti sensibilità, oltre che diverse posizioni e nella sua posizione può accadere che la necessità di conciliare interessi economici e sociali venuti in contrasto, per dolo o insipienza, rischi di determinare un insanabile conflitto con il parlar cortese professato nella propria attività politica, fino a trovare sommamente spassosa una soverchieria. Questo è agire politico per la sua "intenzione alta", direbbe Machiavelli, oppure una docile trasfigurazione della "banalità del male", avrebbe detto Arendt? Anche qui la differente sensibilità può decidere la strada da imboccare.
Io non credo che spanciarsi di risate per un atto di prepotenza, per quanto sgradevole, giustifichi la richiesta di dimissioni dalla Presidenza della Regione, la mia regione. Non mi unirò al coro delle dimissioni, canto tanto intonato in Italia quanto inascoltato, da parte mia rivolgo un invito a considerare le dimissioni dalla presidenza di SEL, per affrancare il partito da un immagine personalistica che è un punto debole per qualunque partito si identifichi con il proprio leader e, di conseguenza, destinato a tramontare al tramonto del leader.
Cordiali saluti
Un ex elettore

domenica 7 agosto 2011

Cari fratelli dall'Africa

Cari fratelli dall'Africa,
ho seguito con molta attenzione le vicende occorse il primo agosto a Bari, con gli scontri tra voi e le forze dell'ordine.
Lamentate tempi lunghi per il riconoscimento dello status di rifugiati, per il rilascio dei permessi di soggiorno e interminabili soste forzate nei centri di permanenza temporanea.
Se avete lasciato il vostro paese per rischiare la vita nella traversata del Mediterraneo ci sarà sicuramente un valido motivo e magari non avreste mai pensato che se il mare avesse risparmiato la vostra vita, l'ostacolo al vostro sogno sarebbe stato un timbro su un foglio di carta, ma queste cose capitano in un paese con un sistema statistico efficiente che deve verificare con zelo la provenienza e la destinazione di chi sbarca sulle nostre coste. Qualcosa sfuggirà a quel sistema statistico ma questo non è previsto dal sistema, piuttosto rappresenta un disguido, un equivoco, roba di poco conto. Sfuggiranno per esempio quanti tra voi vivranno condizioni di lavoro prossime alla schiavitù, sfuggiranno tutti quelli pagati pochi soldi e in nero per fare lavori che spaccano la schiena e che i miei compatrioti ritengono vili. Sfuggiranno anche quelli che dormiranno ammassati in un capannone di campagna senza alcun servizio igienico per raccogliere i pomodori con cui prepariamo il sugo che ci rende famosi in tutto il mondo e sfuggiranno tutti quelli che subiranno l'umiliazione di non avere alcuna garanzia per la propria sicurezza sul lavoro, per la propria salute, per la propria famiglia. Sfuggiranno a quel rigoroso sistema statistico quanti tra voi vivranno il proprio malessere nell'indifferenza delle istituzioni e penseranno di essere in una situazione disperata e senza via d'uscita ma forse sono proprio queste sviste del sistema statistico ed istituzionale del nostro paese che hanno fatto scoppiare la vostra rabbia latente che è sfociata nei disordini di una settimana fa.
Avete bloccato la ferrovia e la tangenziale di Bari impedendo per molte ore la libera circolazione delle persone e delle merci. In questa situazione poliziotti e carabinieri, chiamati ad intervenire, non potevano fare altro che indossare le loro divise anti sommossa e ripristinare in ogni modo la circolazione dei mezzi. Voi invece di obbedire agli avvertimenti delle forze dell'ordine avete lanciato pietre e la giornata si è conclusa con numerosi feriti. La giustizia italiana non ha tardato a fare il suo corso e inevitabilmente molti di voi sono stati riconosciuti colpevoli di reati gravissimi: resistenza a pubblico ufficiale, blocco di pubblico servizio, lesioni aggravate di agenti di polizia e di carabinieri, tutti reati che non possono essere tollerati in un paese civile come il nostro.
Se umanamente si può comprendere la rabbia pure si ha il dovere di considerare la faccenda in termini giuridici e di prerogative riconosciute a chiunque in un paese civile e democratico come l'Italia, prerogative che consentono a chiunque di manifestare pacificamente uno stato di disagio e di intervenire per risolverlo. Del resto uno stato è civile non quando elimina la violenza dal proprio territorio, obiettivo peraltro utopico, bensì quando crea le condizioni per renderne inutile il ricorso. O no? 
In un paese civile sono attivate tutte le necessarie procedure affinché una persona di qualunque condizione civile e sociale faccia conoscere alle autorità competenti una patente ingiustizia e le autorità hanno il dovere di intervenire tempestivamente per rimuovere gli ostacoli al benessere. Allora voi potevate parlare dei vostri problemi con un poliziotto o un carabiniere qualsiasi che si sarebbe incaricato di inoltrare la vostra denuncia al questore o alla stazione di comando, da qui il vostro reclamo sarebbe arrivato al prefetto che non avrebbe esitato a comunicare la faccenda a chi di dovere per risolvere il disagio e punire i responsabili a tutti i livelli di tale situazione. Anziché attivare questa virtuosa catena di interventi pacifici che contraddistingue un paese civile avete pensato di intraprendere azioni violente che non trovano alcuna giustificazione in un paese dotato di tutte le necessarie misure di garanzia e di rispetto della dignità delle persone.
Nel caso in Italia mancassero tali misure o non fossero attivate in maniera rapida ed efficace o la catena si interrompesse nell'indifferenza di qualche anello, allora io solidarizzerei totalmente e incondizionatamente con la vostra protesta, in caso contrario è evidente ad ogni persona di buon senso (e di buon gusto) che occorre esprimere una ferma e vibrante condanna per l'inconcepibile, nonché ingiustificato, ricorso alla violenza!
Con affetto e fiducia.

giovedì 2 dicembre 2010

Dagli atenei

Giorgio de Chirico, Minerva, 1961
Ho scritto tante lettere, alcune le ho pubblicate in questo blog, molte le ho perse, ma non ho mai pensato di scrivere al Presidente del Consiglio, a quello attualmente in carica, e di cose da dirgli ne avrei tante. Forse non l'ho mai ritenuto meritevole del mio tempo, forse semplicemente non sarei in grado di scrivergli nulla. Oggi sono davvero contento di riprendere da questo blog la bellissima lettera che Elisa Albanesi ha inviato a Silvio Berlusconi, lettera che condivido, parola per parola.

giovedì 1 luglio 2010

Lettera morta

Trent’anni da Ustica, di più dall’Italicus e piazza della Loggia, più ancora dalla madre di tutte le stragi, piazza Fontana, e altre più giovani e tutte senza colpevoli, stragi che ricorderemo quando saranno passati trent’anni anche per loro, e neanche allora mancherà un miserabile in cerca di visibilità a rovesciare anni di lavoro difficile in una battuta che in una bettola sarebbe coperta dai fischi.
Presidente Napolitano qualche giorno fa ascoltavo le sue parole sulla strage di Ustica, con le sue parole ha spazzato via le sciagurate ricostruzioni di un infelice, ascoltavo il suo invito a cercare la verità, e l’ho ringraziata per quelle parole eppure mi sono accorto di essere distante, provavo uno strano sentimento di fiacchezza, quasi una trascuratezza che non sapevo spiegarmi. Allora mi sono voltato a guardare indietro e forse ho capito il motivo di quella stanchezza.
Degli anniversari portiamo memoria, i nostri nonni ce lo hanno insegnato bene il dovere della memoria, loro che non sapevano cosa riservava la storia del giorno dopo vollero vedere la Storia e per farlo impararono a confondere la volpe e il leone. Non fu difficile farlo per chi era nato nel paese di Machiavelli, non fu difficile se altri prima di loro confondevano già da molto tempo i serpenti e le colombe. “Ah ma quando ci saremo noi, sarà tutta un’altra storia! Finalmente comincerà la Storia.” Molti anni passarono perché quella storia cominciasse in quest’angolo di mondo e molti nomi bisognò cambiare e la pelle e i vestiti ma la forza era la stessa e i sogni, ah i sogni, non erano cambiati. Correva l’anno 1996, annus mirabilis, quando tra le strade in piazza la festa si faceva sentire e le speranze facevano a gara con i sogni per raggiungere il cielo. Fu davvero un anno straordinario ma ancora non potevamo sapere che quell’anno era straordinario perché era un anno come gli altri, era un anno ordinario, a quel tempo ci mancava la storia per capirlo.
Quell’anno gli armadi rimasero chiusi ed erano tanti gli armadi che era impossibile non vederli ma ci convincemmo che la guida di un paese doveva costare persino un armadio chiuso, era un costo doloroso ma andava pagato. Quell’anno però non sapevamo ancora che quel convincimento ci avrebbe consumato e i sogni che ci erano stati insegnati stavano morendo. Quell’anno cominciammo ad accorgerci che quella che consideravamo speranza era ormai illusione. Nel 1996 morì l’illusione del quando ci saremo noi. Quando siamo stati davvero noi? Ebbene, ci siamo stati noi e oggi non possiamo più dire "quando ci saremo noi".
E’ difficile governare un paese e spesso la verità mal si concilia con la Storia, allora è necessaria la menzogna e necessario è anche chi chiede la verità, ma ci perdoni Signor Presidente se saremo poco attenti alle desiderate esortazioni, noi non possiamo rimandare oltre la sepoltura del cadavere della nostra illusione, da troppo tempo vegliamo quel corpo e questa interminabile veglia ci toglie molte energie e tocca seppellirlo prima di non riuscire più a distinguere i vermi che se ne nutrono. Ecco perché ascoltavo le sue parole ed ero distante Signor Presidente, perché l’ora della sepoltura è passata da troppo tempo e prima o poi si deve pur smettere di portare il lutto.
Adesso ci è rimasta solo una terribile fame di verità e neanche un cane all’orizzonte che porti un osso da dividere.
Le porgo sinceri saluti con rispetto e stima.

Antonio Caputo

***

Questa lettera è stata appena spedita all'indirizzo del Quirinale https://servizi.quirinale.it/webmail/missiva.asp, diversamente da altre circostanze non aspetto una risposta, purtroppo!

mercoledì 1 luglio 2009

Tregua o resa?

Ci possono essere casi in cui uno decide di autocensurarsi e di non esprimere il proprio dissenso nei confronti di un'alta carica dello Stato di cui riconosce il ruolo cardine e la statura morale di chi la ricopre ma a volte diventa davvero difficile astenersi dal dissenso. Mi riferisco all'appello del Presidente Napolitano di due giorni fa ad "una tregua nelle polemiche" in occasione del G8. Per qualcuno si tratta di una tregua impossibile e dopo due giorni di perplessità così sembra anche a me.

Sicuramente al Capo dello Stato sta a cuore l'immagine dell'Italia e per questo è auspicabile che i temi politici di questo paese che la stampa estera ascolterà durante i giorni del G8 non siano quelli suscitati da chi la governa, ma forse proprio a questo scopo serve che in un consesso internazionale la stampa di questo paese faccia sapere che esistono ancora degli anticorpi negli italiani, quegli stessi anticorpi che invocava Berlinguer quasi 30 anni fa e che in quel momento non tutti compresero fino in fondo. C'è bisogno di una stampa che faccia sapere che ci sono ancora italiani che vogliono discutere di Politica, che a molti appare ancora una enormità inaccettabile che due giudici della Corte Costituzionale, che a breve deve esprimersi sulla legittimità del Lodo Alfano, vadano a cena con il capo del governo ed esponenti della maggioranza, che molti trovano ignobile che il capo del governo faccia dichiarazioni che si situano ben oltre i confini dell'aggiotaggio, che molti italiani trovano la separazione dei poteri un principio imprescindibile della democrazia. Tralascio davvero le polemiche perché la mignottocrazia, come l'ha battezzata Paolo Guzzanti e recentemente richiamata da Edmondo Berselli sull'Espresso, non mi diverte, anche se diventa inevitabile parlarne quando si presenta come una possibile metamorfosi della democrazia! Ad ogni modo è di questa che preferisco parlare, delle regole che rischiano di essere sovvertite sotto l'intrigante e comodo appellativo di riforme. Su queste regole, che vengono quotidianamente irrise da chi ha la responsabilità di governo, la stampa nazionale non dovrebbe e non deve tacere, nei giorni del G8 più che mai.

Caro Presidente Napolitano per me è chiaro come il sole che la crisi della politica non è la crisi delle Istituzioni, ancora di più mi è chiaro che l'indecenza di chi si diletta a dirsi politico non è la crisi della Politica. Se l'Italia ci sta davvero a cuore sicuramente non gli renderemmo un gran servizio con le polemiche, sono d'accordo, ma sono fermamente convinto che il Paese trarrebbe un enorme beneficio se aumentassero le persone che continuano a chiedere conto delle azioni di rilevanza Politica (della Polis) a chi ricopre un ruolo di alta responsabilità sentendosi immune dal dovere di risponderne. Altrimenti non è difficile immaginare un futuro ormai prossimo in cui riuscirebbe impossibile individuare in cosa esattamente consista il principio di responsabilità.
Con immutata stima porgo sinceri saluti.

lunedì 2 febbraio 2009

Basta bontà

Non avevo ancora finito di scrivere questa lettera quando ho letto su Repubblica.it la ricetta di Maroni per i clandestini.

Che dire? Secondo me non la legge!


Egr. Avv. Maroni,

Le scrivo in merito all’orribile episodio accaduto a Nettuno, dove un immigrato indiano è stato dato alle fiamme da tre ragazzi in cerca di “una forte emozione”, come hanno dichiarato ai carabinieri. A tal proposito Lei ha dichiarato "E' più grave del razzismo, perchè denota la mancanza di principi fondamentali del vivere civile non è una questione di ordine pubblico, è un qualcosa che chiama in causa la società intera". Non si può non essere d’accordo con Lei sulla necessità di riconoscersi in un tessuto comune e sul richiamo alle responsabilità della società intera, sebbene mi resti qualche perplessità sull’esistenza di un ordine di gravità delle possibili cause di un tale gesto. Il razzismo non è certamente un valore, se invece è un disvalore non è certamente preferibile all’assenza di valori. Ad ogni modo a me questo discorso sui valori sembra piuttosto scivoloso, oltre che dispensatorio se non lo si circoscrive. Non è mia intenzione farlo in una lettera che probabilmente non verrà letta, tuttavia mi preme dare un’altra chiave di lettura a questa vicenda, opposta alla Sua, ma che tuttavia può dare maggiore efficacia e sincerità alle Sue parole ed al richiamo alla responsabilità di tutti.
La lettura che propongo è in verità banale, eppure così impegnativa da essere puntualmente elusa, così autenticamente vincolante alle responsabilità che ciascuno di noi ha nella società in cui vive da essere sempre messa in sordina. La mia lettura è che i vecchi valori, quelli della solidarietà, della gentilezza, della cortesia, dell’accoglienza (per nominarne solo alcuni) sono semplicemente sostituiti da valori altrettanto vecchi, e forse ancor più dei primi, che sono quelli della forza, della sopraffazione e della violenza, anche verbale, e in ambito politico soprattutto verbale. Questa lettura è già stata magistralmente esposta da Miriam Mafai nel suo articolo “La cultura della violenza” sul sito internet de la Repubblica, ma io voglio aggiungere qualcos’altro, anche alla luce delle dichiarazioni del Presidente Napolitano su questa vicenda. Il Presidente parla di “episodi raccapriccianti che vanno ormai considerati non come fatti isolati ma come sintomi allarmanti di tendenze diffuse che sono purtroppo venute crescendo. Rivolgo perciò un forte appello a quanti hanno responsabilità istituzionali, culturali, educative perché si impegnino fino in fondo per fermare qualsiasi manifestazione e rischio di xenofobia, di razzismo, di violenza".
Sebbene non si possano escludere le manifestazioni di follia, sono assolutamente convinto che certi atteggiamenti debbano essere spiegati in un contesto sociale, piuttosto che richiamarsi ad un vago innatismo. Ad ogni modo la politica può e deve occuparsi solo del contesto sociale, e qui non intendo riferirmi alla “disperazione, la miseria, il degrado (banale e consueta spiegazione sociologica)” ma, come dice Mafai, all’atmosfera culturale che ciascuno di noi respira e che ciascuno di noi contribuisce a creare quotidianamente. Allora diventa vincolante per ciascuno di noi chiedersi se le nostre azioni, le nostre parole abbiano contribuito, e se sì in che modo, alla creazione di questo mutamento di valori. E’ assolutamente necessario chiedersi se ci sono state occasioni in cui abbiamo appoggiato atteggiamenti in cui la forza diventa arbitro delle ragioni, o se in alcuni casi abbiamo semplicemente omesso di stigmatizzare dichiarazioni che inneggiano alla prepotenza. E’ facile esonerarsi da queste domande invocando la libertà di pensiero e di parola. E’ facile richiamare, con un sorriso innocente, la vivacità dello scontro politico, ma questo non elude che la libertà, tanto più invocata quanto meno conosciuta, ha come esigente immagine speculare la responsabilità del suo esercizio. E francamente pare argomento debole invocare la pure enorme distanza tra i gesti criminali di tre balordi ed il comportamento quotidiano di milioni “persone perbene”, sarebbe come non riconoscere la derivazione di un albero dal suo seme.
Non mancheranno neanche in questa occasione interviste a persone sbigottite che candidamente dichiareranno “sembrava un ragazzo normale”, ma allora chiediamocelo una volta per tutte anche a rischio di dover scoprire che non è la domanda giusta: che normalità stiamo costruendo? Signor Ministro, l’odore acre della carne bruciata di quel signore indiano sale nelle nostre narici e le nostre orecchie sono piene delle sue urla e delle risa di quei tre balordi così normali. Non basta un generico richiamo alla responsabilità della società intera per far cessare quelle urla come quelle di tante altre vittime dei valori che oggi hanno corso, è necessario che ciascuno di noi, nel suo piccolo, dia un contributo cominciando dal non considerare gli immigrati come presunti delinquenti, dicendo chiaro e forte che l’essere cittadini italiani non è un titolo preferenziale per vivere in Italia ma lo è la partecipazione alla realizzazione di quei “principi fondamentali del vivere civile” che Lei richiama e che non si devono mai dare per scontati.
Lei Signor Ministro può dare un contributo che raggiunge molte persone, ne ha gli strumenti, sta a Lei usarli.
Cordiali saluti.
Antonio Caputo, Roma

Articolo di Miriam Mafai su Repubblica.it

venerdì 23 gennaio 2009

Lettere non corrisposte

Palazzo Vidoni-Caffarelli

Il 12 gennaio scorso ho spedito all'indirizzo mail del ministro Brunetta (disponibile sul sito del Ministero della Funzione Pubblica) questa lettera. Inutile dire che, ad oggi, non ho ricevuto alcuna risposta.
Non è la prima volta che scrivo a qualcuno senza ricevere risposta, potrebbe essere dovuto ai molti impegni dei destinatari!


Egr. Prof. Brunetta,

le Sue dichiarazioni sulla qualità del lavoro pubblico e sul senso di appartenenza dei lavoratori ("Il tornitore alla Ferrari ha il sorriso e la dignità di dire al figlio che cosa fa, l'impiegato al catasto, i professori, i burocrati no") oltre a scatenare acceso, quanto dannoso, dibattito hanno il pregio di rivelare buone letture. Tuttavia, la trasposizione giornalistica non sempre consente di capire appieno quale sia la profondità di comprensione delle stesse. Le analisi di autori come R. Sennett, che mi pare di scorgere nelle sue dichiarazioni, meritano sicuramente di essere conosciute da chi ha l’onere e l’onore di governare un paese ma la loro complessità non consente semplificazioni declamatorie che, oltre a snaturarne la portata, possono paradossalmente portare a politiche il cui esito potrebbe essere opposto al miglioramento dell’efficienza del lavoro nel settore pubblico che Lei vuole perseguire.

Chi si dedica alla riflessione politica rimanendo immune alle sirene del facile consenso sa che la democrazia fa continuamente i conti con il principio di organizzazione gerarchica, solo apparentemente antinomico con la democrazia stessa. Dico apparentemente perchè l’antinomia si risolve, o si stempera, con il principio di responsabilità che nella piramide gerarchica cresce sempre più, man mano che ci si allontana dalla base. Base che ovviamente non è priva di responsabilità ma che, se si è dotati di onestà intellettuale, deve essere considerata nel contesto che la distingue dal proprio vertice.

Se l’efficienza, a lei particolarmente cara, si misura nel rapporto tra un obiettivo e il suo raggiungimento, la responsabilità si valuta nello scarto che c’è tra gli obiettivi, comunque raggiunti, ed il loro senso, ed è in questo impegnativo magma che dobbiamo muoverci se non vogliamo rimanere intrappolati nel criterio dell’efficienza che ha valore a valle di ogni azione ma che in nessun modo politicamente onesto può essere esteso a monte della stessa. Se quanto dico è vero allora occorre chiedersi quale scarto si sia stabilito nel settore pubblico e nel settore privato, al quale Lei non manca di richiamarsi come modello, quale distanza (non solo fisica ma di senso, appunto) ha separato la base dal suo vertice e chi abbia la responsabilità di tale distanza nel settore pubblico.

Ora, di quella piramide che evoco, Lei attualmente occupa il vertice per il settore pubblico, lascio a Lei le considerazioni riguardo alla abissale distanza che c’è tra le funzionali (forse) ma comode politiche di incremento dell’efficienza e le complesse politiche di incremento del senso di partecipazione alla cosa comune.

Cordiali saluti
Antonio Caputo, Roma

giovedì 22 gennaio 2009

Lettere corrisposte

10 novembre 2008

Con gratitudine alla Presidenza della Repubblica per la risposta a questa lettera.


Alla cortese attenzione del
Presidente della Repubblica Italiana
Giorgio Napolitano

Illustrissimo Signor Presidente,
ho deciso di scriverLe per sottoporre alla Sua attenzione la situazione di molti lavoratori che negli ultimi giorni si sono mobilitati, anche con pubbliche manifestazioni, in difesa del loro lavoro. Mi riferisco, in particolare, al settore della ricerca negli Enti pubblici perché ne faccio parte, sebbene il problema sia molto più ampio toccando i più svariati ambiti lavorativi di molti cittadini di questo Paese.
Il problema della ricerca in Italia è annoso e in diverse occasioni Lei ha sollecitato maggiore attenzione alla ricerca, sottolineando come si tratti di “una priorità, che dovrebbe riflettersi nella politica sia della spesa pubblica sia degli investimenti privati”. Lei è perfettamente consapevole delle dimensioni del fenomeno della cosiddetta precarietà e delle ferite sociali che questo fenomeno comporta. Con questa lettera non intendo quindi parlarLe di numeri, per i quali avrà le Sue fonti, bensì dello stato d’animo di migliaia di persone, uomini e donne spesso definiti giovani ma che altrettanto spesso così giovani non sono più e di come la nostra società, ed in particolare le istituzioni che ne incarnano lo spirito pubblico, possa a volte presentarsi loro come un posto poco accogliente.
Come Lei sa, il precedente Governo, guidato dal professor Prodi, aveva fissato in due leggi finanziarie la progressiva stabilizzazione dei lavoratori precari del pubblico impiego, tra cui figurano molti ricercatori. L’attuale maggioranza non ritiene di dover dare seguito a quell’impegno, richiamandosi al dettato costituzionale ed alla necessità di superare un concorso per poter essere assunti nel settore pubblico. Il principio è sacrosanto ed il richiamo alla Costituzione è tanto più apprezzabile per la sua provenienza. Tuttavia, molti ricercatori hanno effettivamente superato qualcuno dei pochi concorsi pubblici indetti e altrettanti avrebbero volentieri partecipato a concorsi pubblici, qualora fossero stati indetti, anziché passare attraverso decine di forme contrattuali nell’ultimo decennio della loro vita. Ad ogni modo, dalle recenti dichiarazioni del ministro della Funzione Pubblica, sembra che neanche per tutti i “capitani di ventura” che hanno superato un concorso si possa prefigurare quel processo di stabilizzazione tracciato dal precedente Governo. Il rischio, a parere del ministro, è mortificarne l’indole avventuriera! Ora, senza dover scomodare Montesquieu riguardo all'asserzione di costituzionalità e su chi dovrebbe pronunciarla, mi pare legittimo e auspicabile da parte di una forza di governo attenersi ai principi fondanti della res publica ma, pur non avendo una formazione giuridica, qualche lettura e una certa impostazione etica, mi fanno ricordare un principio non scritto ma fondamentale per la vita stessa e la credibilità delle istituzioni pubbliche che è la continuità istituzionale. Pertanto una visione, forse semplice ma certamente coerente della faccenda, mi farebbe pensare che sono percorribili due strade: o si sancisce l'inapplicabilità di una norma, secondo le modalità stabilite dalle regole vigenti nel momento in cui quella norma è stata emanata, o se ne da seguito. Ma riconosco la mia impreparazione in materia e spero che le iniziative dell’attuale Governo sul tema del precariato tengano in debita considerazione tutte le possibili conseguenze e, trattandosi di un intervento nel tessuto sociale, soprattutto quelle non immediatamente quantificabili.
Le statistiche ci dicono che nelle società cosiddette sviluppate, quale è quella italiana, la vita media delle persone si è allungata, ne consegue un naturale ed inevitabile spostamento delle attività vitali verso le età più avanzate. In particolare, si decide di formare un nucleo familiare in età più matura rispetto a qualche decennio fa, l’età media in cui si decide di mettere al mondo un figlio è sensibilmente aumentata, l’idea di avere una casa propria, se non è oggetto di derisione, diventa sempre più un’utopia e quant’altro possiamo immaginare. Lo stato delle cose è esattamente questo, le statistiche non mentono e la politica non può che prendere atto di questa situazione. I demografi ci informano che l’Italia sta invecchiando e che nel giro di un secolo gli italiani potrebbero non essere più la maggioranza degli abitanti nella nostra penisola. Da qui ad un secolo, molto probabilmente, non saremo qui a vedere se i demografi avevano ragione, e sinceramente non credo che questo sia il vero problema della futura società che abiterà questo lembo di terra. Parafrasando il grande Montaigne, potrei dire che noi siamo italiani per la stessa ragione per cui siamo perigordini o tedeschi. Certamente però possiamo fin da oggi farci delle domande sulle potenzialità che le persone che vivono e che vivranno in questo paese riusciranno ad esprimere e quanta energia vitale, invece, non troverà mai espressione nel modello di società che, direttamente o indirettamente, ci vede testimoni, interpreti e, nostro malgrado, costruttori.
Si attribuisce a Disraeli l’affermazione “ci sono tre generi di bugie: le bugie, le maledette bugie e le statistiche”, non so dire se il Primo Ministro inglese fosse ostile alla disciplina statistica, ma condivido la critica riguardo l’intrinseca insufficienza dei puri dati statistici a descrivere le dinamiche di un organismo complesso quale è la società umana senza che gli stessi dati siano integrati in una cornice interpretativa che ne spieghi l’intima natura. L’oggettiva descrizione delle dinamiche sociali dovrebbe indirizzarci ad una analisi profonda delle loro cause e dei possibili effetti, effetti che meritano ancor più attenzione vista la loro naturale dilazione temporale che in molti casi pone a dura prova le nostre capacità cognitive affidandole al campo delle congetture, se non delle vere e proprie scommesse sul futuro.
A me sembra che dalle pieghe dei dati sociali che le statistiche mettono a nostra disposizione emerga qualcosa di più complesso e più difficilmente quantificabile. Le persone della mia età, viaggio sui quaranta, non sono oggi più giovani delle persone che qualche decennio fa avevano la stessa età. Al di là di ogni augurabile progresso sociale e tecnologico, sono fermamente convinto che la nostra natura più intima sia molto meno mutevole dei nostri stili di vita. In realtà le persone della mia età sono oggi costrette ad essere e sentirsi giovani. Del resto senza le forze assicurate dalla giovinezza non si può fare fronte alle continue riorganizzazioni del proprio stile di vita, senza le energie della gioventù non è facile ripartire da zero continuamente ed instaurare nuove relazioni professionali magari cambiando per l’ennesima volta il proprio domicilio, figuriamoci poi come sia possibile costruire nuove amicizie e affetti, che sono molto più impegnativi. In questa condizione di neotenia socialmente indotta, una nutrita schiera di nuovi Dorian Gray, che hanno dovuto sostituire il cinismo all’estetismo di fine ottocento, vivono facendo attenzione a non guardare fino in fondo il proprio ritratto. Il rischio è noto! Giorni fa, una mia amica durante una riunione per decidere gli slogan da scrivere per una manifestazione in risposta alle politiche del Governo sul tema del precariato proponeva “i figli mai nati dei precari ringraziano”, fu lei stessa a ritenere il messaggio troppo forte e a non volerlo scrivere. Questo episodio mi ha fatto tornare in mente una vecchia pubblicità di Emergency dove su uno sfondo completamente nero c’era scritto “i medici di Emergency vi risparmiano le immagini che quotidianamente devono vedere”, facendo le debite differenze, per le situazioni ben più drammatiche con cui i medici di Emergency devono misurarsi, mi pare che lo spirito di quella mia amica fosse esattamente lo stesso salvo una variazione, se la pubblicità di Emergency risparmiava la visione della realtà di guerra agli altri, nel caso della mia amica qualcosa di intimo la induceva a risparmiare anche se stessa la piena ammissione dei fatti.
Contrariamente alla diffusa retorica della giovinezza, che oggi ha l’aria di essere un meccanismo di difesa più che uno slogan ideologico o un fatto anagrafico, io sono convinto che poter invecchiare sia un valore, un processo che arricchisce una vita e la porta a compimento, meta sempre più lontana per quanti non possono realizzare un progetto di vita di per sé arduo, come è atteso, ma che è continuamente minato da ostacoli sempre più numerosi, sempre mutevoli e soprattutto quasi mai dipendenti dal proprio impegno. Alle persone della mia età, che oggi hanno la ventura di lavorare nel settore della ricerca, ma la stessa cosa può dirsi per molti altri settori lavorativi, non è permesso invecchiare. Questa è la dimensione tragica, nel senso greco del termine, dell’instabilità lavorativa. Per quanto paradossale possa sembrare, ho a volte la sensazione che i ‘giovani’ della mia età non chiedano altro che poter finalmente cominciare ad invecchiare! Non per arrendersi, sia chiaro, o per ridurre il proprio impegno professionale ma per cominciare ad intravedere un barlume di senso e di compiutezza nella propria esistenza, per dare una organizzazione narrativa alla propria biografia, direbbe il sociologo Richard Sennett.
L’attuale Governo avrà senz’altro dei solidi motivi per proporre i tagli alla ricerca, per arrestare i processi di stabilizzazione nel pubblico impiego. E’ evidente che spesso le esigenze più squisitamente politiche sono sacrificate sull'altare dell'economia e che quasi sempre le esigenze economiche si risolvono in problemi di carattere contabile con i quali tocca pur fare i conti, tuttavia non è sempre comprensibile il criterio che regola i rapporti tra politica ed economia. Di tanto in tanto si afferma il cosiddetto primato della politica ma, abbastanza paradossalmente, questo richiamo si fa più forte proprio per correre in aiuto dell’economia. La recente situazione dell’Alitalia e l'attuale crisi dei mercati finanziari sono casi emblematici di questa situazione. In particolare, per le sue dimensioni, la crisi finanziaria vede impegnati molti governi di paesi sviluppati per salvare il sistema creditizio in nome di una crescita economica che altrimenti subirebbe dei duri contraccolpi. Si tratta certamente di una importante scommessa sul futuro dell’economia mondiale. In linea di principio, con molte riserve sulle modalità, questi provvedimenti sono condivisibili, ma non è forse il futuro dei lavoratori della ricerca e dei lavoratori in generale la più importante forma di investimento per il futuro ed il benessere di un paese? Allora per quale strana alchimia semantica in un caso la politica affronta di buon grado i sacrifici di un intervento pubblico, mentre nell’altro agisce richiamandosi ad una contabilità che cerca di pareggiare il bilancio il giorno dopo?
Quale che sia la visione etica di ciascuno di noi, non è possibile concepire una qualunque società senza pensare alle relazioni che i suoi membri instaurano tra loro, senza un contesto di reciproca fiducia tra i soggetti, senza una idea di progetto comune per un futuro che sia migliore del passato e del presente, senza concepire condizioni di solidarietà collettiva. Nessuna società, degna di questo nome, è possibile senza queste vere e proprie virtù che riecheggiano, da un punto di vista laico, una dimensione sacrale di lunga tradizione. Quale che sia la nostra formazione non si può concepire alcun modello sociale senza le vecchie virtù, ormai sempre più desuete, almeno in ambito pubblico. Virtù, certamente desuete ma non ancora completamente fuori corso, che si ritirano sempre più dall’ambito pubblico per trovare angusta espressione nell’ambito familiare o ancor peggio per rimanere inespresse nel nucleo più intimo dell’individuo, dove tuttavia premono per trovare una via d’uscita che spesso provoca quel malessere di cui non sempre si riconosce l’origine.
Le chiedo Signor Presidente, nel contesto di perenne instabilità che molti lavoratori vivono è ancora possibile parlare di fiducia, di lealtà o di qualunque altra qualità morale che costituisca un collante sociale? Si tratta di qualità che non hanno alcun significato in un contesto in cui il movimento è fine a se stesso senza fornire un senso al movimento stesso, qualità che chiedono simmetrie relazionali in cui nessuna energia, nessun investimento umano debba andare perduto. Simmetrie che si riflettono anche nella capacità delle istituzioni di riconoscere il valore delle persone e delle loro legittime aspirazioni. Molti ‘giovani’ ricercatori del settore pubblico vivono la loro condizione professionale in una sorta di distonia morale e a fronte del loro impegno sono compressi in un orizzonte di senso claustrofobico. All’impegno profuso nella loro attività professionale non corrisponde alcun riconoscimento di lungo termine. E allora cosa rimane per ricucire questa lacerazione? Come si può fronteggiare questa vera e propria schizofrenia morale, in cui alle esigenze morali interiori non corrisponde uno spazio pubblico idoneo per la loro espressione? Come si può superare la discrasia senza ridurre il significato stesso delle cose della vita a nulla di veramente importante, richiudendosi così in un cinismo che, nel momento in cui si rivolge verso gli altri e non più solo verso se stessi, perde la sua qualità ironica per diventare spirale di malessere?
La retorica della comunicazione facile ci presenta spesso come fannulloni poco avvezzi al rischio, tuttavia non ho mai incontrato colleghi che avessero intrapreso la strada della ricerca senza una autentica passione per il proprio lavoro. Per quanto riguarda la nostra attitudine al rischio, Le assicuro Signor Presidente che siamo perfettamente consapevoli dell’incertezza del domani, conosco tanta gente che ha avuto molte occasioni per sperimentarla, ciò che è duro accettare è il rischio che “nozze e tribunali e are” non abbiano più nulla da dare alle “umane belve”, se non la coscienza del fallimento di quell’immenso ‘esperimento’ politico di porre paletti alla naturale instabilità dell’esistere. La precarietà del lavoro celebra forse il fallimento di questo sforzo, oppure, come molti dicono, annuncia una nuova era? Sono in molti a cantare la fine del lavoro, in pochi a vederne il trionfo della natura sulla politica. Signor Presidente, addebitare la mancata realizzazione di un progetto di vita a scarso impegno è cosa ovvia, altrettanto ovvio è considerare la possibilità di incontrare sul proprio cammino avversità che non dipendono dal nostro controllo, ciò che a mio avviso non è ovvio, né accettabile, è costruire una società in cui l’impegno dell’individuo non ha valenza alcuna e gli imprevisti sono la sola variabile determinante del destino delle persone. Da un punto di vista puramente esistenziale sarà anche così, tuttavia sarebbe fatale dimenticare che le nostre società, e la tecnica regia che le dovrebbe governare, sono proprio il tragico tentativo di arginare quel caos cui l’uomo non potrebbe, né saprebbe, resistere. Portare quel caos all’interno del sistema sociale come unica variabile di stato getterebbe i singoli individui, e la società che costituiscono, nell’angoscia più alienante.
Signor Presidente, avrei potuto parlerLe delle tante attività istituzionali che molti ricercatori precari svolgono in diversi enti pubblici in sede nazionale ed internazionale, avrei potuto fare un asettico elenco degli accordi che il nostro Paese onora grazie al lavoro di persone che non sanno se ciò che hanno fatto fino ad oggi era un investimento per il futuro o un altro lungo intermezzo della loro vita. Un paese può anche sopportare il rallentamento di quelle attività, per quanto importanti esse siano, il tempo consentirà certamente di superare i momenti di crisi, ma gli individui che stanno dietro quelle attività non possono dire la stessa cosa. Per questo ho preferito soffermarmi su aspetti sicuramente meno visibili, poco istituzionali, ma non per questo meno rilevanti per uno Stato il cui benessere è anche il risultato del benessere dei suoi cittadini.
Signor Presidente faccio appello ai valori di cui Lei è garante, ai Suoi valori, alla Sua autorevolezza perché rivolga ancora un invito a chi regge le sorti del paese, delineandone il futuro, affinché ogni decisione sia presa alla luce di una attenta riflessione sulle reali conseguenze.
Fiducioso della Sua sensibilità La saluto con affetto e stima.

Roma, 16/10/2008
Antonio Caputo

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Maggio romano

4 maggio 2007

Spett.le Osservatore Romano,

Mi permetto di inviare poche righe quale contributo per una serena riflessione, aiutata forse dalla distanza dall’articolo da voi pubblicato il 3 maggio in seguito ad alcune frasi pronunciate al concerto del 1° maggio a Piazza San Giovanni in occasione della Festa del Lavoro.

Terrorismo – 1. Il Governo del Terrore in Francia; estens., ogni metodo di governo fondato sul terrore. 2. Lotta politica, basata su violenze indiscriminate e destabilizzanti (uccisioni, sabotaggi, attentati dinamitardi, ecc.) impiegato da gruppi clandestini rivoluzionari…, atteggiamento intimidatorio basato su pressioni psicologiche ■ Norma di comportamento imposta coi modi dell’intimidazione e del ricatto. Der. di terrore
Terrore – 1. Senso intenso e sconvolgente di paura o di sgomento; 2. Persona o cosa che incute terrore; 3. Metodo crudele di esercitare l’autorità ■ Dal lat. terror-oris, der. di terrēre ‘atterrire’.

Questi i significati dei termini terrorismo e terrore secondo il Dizionario della Lingua Italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli (Ed. 2004-2005). Data la presenza dell’elemento coercitivo e intimidatorio nel significato dei termini terrorismo e terrore mi pare decisamente imprudente (se non irresponsabile) da parte dell’Osservatore Romano considerare terrorismo le parole da un presentatore in occasione del concerto di Piazza San Giovanni. Certamente la lingua Italiana è così ricca di sfumature che è possibile concepire contesti in cui i termini possono essere utilizzati in senso lato e allora non è assurdo pensare a locuzioni come “terrorismo verbale” usate con troppa leggerezza quando non implicano l’elemento intimidatorio, in ogni caso la smisurata disponibilità di strumenti verbali non autorizza persone dotate di buon senso ad allontanarsi troppo dalla radice dei significati, pena la perdita delle origini semantiche ma, ancor più grave, delle strutture psicologiche che i termini evocano in chi ne fa uso.
Appare persino banale dire che terrorismo evoca tragedie irrisolvibili, vite spezzate e dolori insanabili mentre le affermazioni del giovane presentatore apparivano come espressioni di una opinione che niente hanno di terroristico per quanto tale opinione possa non essere condivisa; le modalità di espressione, il contesto giocoso in cui quelle frasi sono state pronunciate non possono seriamente far pensare a nulla di terroristico salvo facendo violenza alle parole pronunciate ed al loro contesto (chiedo venia dell’inevitabile rovesciamento della situazione).
Certamente in alcuni contesti le parole possono suscitare paura per le conseguenze che possono determinare ma l’opinione espressa a Piazza San Giovanni dal giovane presentatore, e mi riferisco in particolare al cosiddetto caso Welby, più che suscitare odio nei confronti della Chiesa, qualora considerate con sufficiente serenità, sommuovono le coscienze, fanno pensare a quel messaggio originario di amore universale di cui la Chiesa dovrebbe farsi carico e sentirne il peso e l’impegno.
E’ desolante da parte mia considerare credibile l’ipotesi, che la reazione dell’Osservatore Romano al presentatore del concerto del 1° maggio, reazione che non è certamente isolata, possa essere il frutto di un atteggiamento di disagio più che paura, uno stato d’ansia che nasce dall’effettiva incapacità da parte delle alte gerarchie ecclesiastiche di assolvere al proprio impegno, ovvero predicare quel messaggio di amore universale tra gli uomini, ritenuto forse secondario rispetto ad aspetti puramente teologici e dottrinali. I motivi di tale disagio sono complessi e molteplici e possono essere brutalmente sintetizzati invocando vari demoni: modernizzazione, primato di una razionalità puramente strumentale, riduzione dell’uomo a strumento sostituibile dell’apparato tecnico-economico e quant’altro attanaglia la nostra epoca in una morsa mortale. E’ comprensibile che non sentirsi all’altezza del proprio impegno genera frustrazione, rancore e a volte sentimenti di rabbia, ma è incomprensibile che non ci si accorga che tali sentimenti proclamano proprio la sconfitta di quell’impegno, intendo la sconfitta dell’impegno a predicare i valori di amore e fratellanza non la sconfitta dei valori, di cui per fortuna non si hanno depositari di nessuna ufficialità che non siano gli uomini e le donne nel loro diffuso e quotidiano vivere, pur “nella loro semplicità e nel loro disordine innato”.
Mi rendo conto che tale disagio è estremamente arduo da risolvere e spero che abbiate l’umiltà di voler affrontare la fatica, di voler considerare quanto l’atteggiamento di rifiuto delle opinioni altrui sia immensamente distante dall’ama il prossimo tuo. Da parte mia vi auguro tutta la lucidità possibile per poter superare l’impresa.
Sinceri saluti.

Roma, 04/05/2007
Antonio Caputo
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