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martedì 14 novembre 2023

Qui si tessono altri cieli

Qui si tessono altri cieli, tele di ragno reggono muri cadenti e cardi fanno guardia a fortezze inesistenti. Tra una pozza e l'altra, deriva di ignoti continenti, passano i fantasmi con il cuore in mano e una bestemmia rimasta tra i denti.



 

venerdì 7 luglio 2023

Il canto delle cicale

Quest'anno Balbec è affollata come piace a me. L'albergo è vuoto e a guardare bene l'albergo non c'è, anche se due chiacchiere strampalate con il direttore m'avrebbero sicuramente divertito ma soprattutto neanche l'ombra di quelle noiosissime fanciulle infiorate. Siamo io e la torre che più mi avvicino più si allontana, perché la torre è nebbia tra vero e immagine, la torre è il miraggio della mia immagine allo specchio. Sfugge solo a chi vuole vederla sul serio. A chi non vuole cogliere altro che la sua superficie essa si dà, si dà tra i ginepri, il mirto e il lentisco, tra i fiori di timo la si può persino toccare, si dà come si darebbe un piacere la sera che il mattino dopo è già dimenticato. Io e la torre, Drogo di queste lande con il riverbero di un chi va là tra le pieghe del vento che qui è di casa.


Qui il canto delle cicale copre il pianto della scavatrice,
la terra è rossa di rabbia,
fuoco di artificio di festa patronale.
La nostra specialità è pisciare controvento
e offrire ai vacanzieri di passaggio
una terra sdentata dicendo:
prendila, è vergine.  

Poi porto a casa purbacchia e carusella
e mi perdono anche la memoria che mi troveranno addosso.



4 luglio - Ritorneranno giorni locomotiva che trascinano vagoni di giorni e anni, passaggi di date da decifrare, combinazioni di numeri senza messaggi. Continua a correre il treno, i vagoni vuoti da tempo, così dicono, i suoi passeggeri sono scesi dal treno in corsa, sono saliti in altri treni, molti nel mio. Un salto e di nuovo in corsa, neanche il tempo di un respiro. Il mio treno è affollato, solo posti in piedi, i viaggiatori si scambiano occhi e silenzi. Passa ancora il treno che dicono vuoto, scende una bambina, indossa una veste bianca, in mano ha una girandola, negli occhi il mare. Guarda i treni che continuano a correre e sorride.

 


***
 
Una signora risponde stizzita su fb ai commenti alla notizia che lo yacht di Dolce e Gabbana è ormeggiato a Polignano. Scrive la signora: "La presenza di persone famose è solo motivo di prestigio non di commenti cretini da buzzurri che bivaccano nei cortili!" Faccio notare alla gentile signora che è molto probabile che D&G non leggeranno il suo ossequioso commento, la signora risponde: "e allora? Non scrivo commenti per Dolce e Gabbana. Scrivo commenti perché reputo disgustoso i commenti cretini e da sottosviluppati che leggo."
Ho scorso i commenti, non mi è sembrato di leggerne di disgustosi, anche a me avrebbero dato fastidio. La gran parte esprime indifferenza, altri stupore per il supposto eccesso di attenzione mediatica, altri ancora si chiedono se questo "prestigio", come piace chiamarlo alla signora in questione, non comporterà rincari per la gente normale. Infine, per la gioia della signora, diversi commenti si dicono felici della presenza in Puglia di persone famose.
Nel mio ultimo commento alla signora ho scritto di essere d'accordo con lei sul fastidio per i commenti disgustosi ma che trovo disgustose le ragioni per cui lei ha scritto il suo commento, le ragioni e i modi.
Giorni fa scrivevo, riferendomi al Salento (Polignano non lo è), che la nostra specialità è pisciare controvento e che ormai siamo diventati i magnaccia della nostra terra spergiurando sulla sua verginità. Ecco, intendevo questo.
Da parte mia sono altre le fonti di prestigio e non farò l'elenco perché sta diventando sempre più difficile esprimerlo, ha a che fare con roba desueta: storia, arte, storie soprattutto, quelle considerate minori. Tutta roba che con tutta probabilità né D&G né gli odiati buzzurri della signora e neanche lei possono permettersi. Ovunque si vada se non si cerca questa roba qua non si vede nulla. Oltre il proprio naso, ovviamente.

lunedì 5 dicembre 2022

Archetipi

 



La pioggia dell'altro ieri notte ha riempito la ora*, non completamente ma abbastanza per risvegliare l'appetito della nostra Cariddi, creatura primordiale, gorgonica bellezza di una terra che apre le sue fauci e divora le acque che mamma bambina rivestiva della meraviglia di chi si risveglia con un lago ai suoi piedi e una tavola legata a riva bastava per farne una barca. Si rideva in famiglia pochi anni fa della tragedia sfiorata per salvare una capra tra le urla di chi la voleva salva e le bestemmie di chi per salvarla stava per annegare.
La ora è l'anima primordiale del mio paese, limo di fertilità dopo aver sommerso tutto. Oggi mostra la nostra vergogna, come una madre che rimprovera i figli in piazza, così dopo la pioggia forte la ora raccoglie carcasse di frigoriferi, lavatrici e spazzatura di ogni sorta e la ammucchia davanti alla sua bocca per soffocare la parola, per impedire di urlare ma mostra tutto, chiaramente, anche tacendo lo fa a gran voce, perché tutto si veda e tutti ne proviamo vergogna, quel poco che ne resta.
Faceva paura la ora, nell'età innocente si cresceva con le raccomandazioni di starne lontani, garanzia di un bisogno di guardare dentro l'abisso. Solo l'innocenza poteva smettere l'abito della paura e indossare quello della gioia quando la valle si colmava d'acqua. Lo spettacolo sarebbe durato poco tempo, qualche giorno, forse ore e la ora avrebbe inghiottito tutto. L'abito della paura e quello della gioia, non erano forse i due risvolti dello stesso abito dell'innocenza?
Non fa più paura la ora, il mostro primordiale non è più l'archetipo dell'oltre confine. Non fa più paura la sua bocca rifatta, come in quegli interventi estetici per rifare le labbra a vecchie signore che rivogliono indietro gli anni buttati via insieme ai calendari. Ai confini del paese oggi c'è solo un fenomeno carsico. Regimentato!

Il vecchio mostro vive nella memoria dei suoi ultimi figli. Quei figli cui manca la paura contadina della ora, faccia triste del rispetto, manca la tremenda bellezza del suo ignoto tortuoso dedalo sotterraneo, spaventoso a immaginarsi, spaventoso perché solo immaginato, manca l'innocenza nuda che sapeva cambiarsi d'abito di buon mattino, dopo una notte di pioggia battente.

* Ora... vora... voragine.

martedì 11 ottobre 2022

I fiori del cappero

“Io so per esperienza quanta bellezza portò seco Satana, quando cadde. Nessuno ha mai detto che gli angeli caduti fossero gli angeli brutti.“ Graham Greene, Il potere e la gloria.


Hai mai raccolto i capperi? La pianta del cappero è bassa, sembra eruttare dalla terra, come una polla verde. Ogni cappero è una goccia e per raccoglierli ti devi chinare. Li devi raccogliere uno ad uno, con la punta delle dita. Una leggera pressione delle unghie per tagliare il picciolo, senza strappare. Quando hai finito la raccolta fanno male le mani e la schiena. Così è nel mio confessionale. Raccolgo i peccati come i capperi, uno ad uno, schiena curva, senza strappare. Peccati innocenti, senza alcuna pretesa di guadagnarsi il paradiso con un perdono dispensato con malagrazia per avere osato considerare peccato una rivendicazione. Di questo passo si rischia il peccato di superbia!

Povera gente, se non avessero Dio con cui prendersela non avrebbero nessuno cui chiedere conto delle loro fatiche. Celebro messa con il vino di campagna, aceto nelle città e a volte prendo l’uno per l’altro. Abituato a mandare giù tutto neanche me ne accorgo, ché il corpo e il sangue di Cristo può avere le sue sante ragioni per essere di malumore e certo che deve averne di ragioni a vedere questa gente che attende la pioggia e poi ne arriva troppa, magari insieme alla grandine che distrugge tutto e sì che gli tocca invocare il sole come prima hanno chiamato l’acqua.

Come possono non prendersela con Dio se da lui vengono le promesse? Non doveva promettere fiumi di latte a questa gente abituata al vino guasto. Doveva dire “seguitemi anche se non so dove vi porto, ovunque sia ci arriveremo insieme.” Gli avrebbero chiesto “perché seguirti allora?” e lui avrebbe risposto “perché non avete nient’altro!”. Forse è proprio così che è andata ma poi hanno voluto credere ad altro. Si sa come succede tra gente ignorante. Dici una cosa e se ne capisce un’altra ed è quello che è successo visto il riverbero dell’incomprensione anche nelle alte sfere. Sono stati scritti poemi e divine commedie sul cammino ultraterreno quando qui crescevano i capperi e le mani per raccoglierli erano sempre di meno e facevano sempre più male.

Anch’io ho avuto le mie sviste. Ho studiato teologia per riconoscere Dio in un rospo nero e indurito al sole lungo una scala santa, aveva il volto del demonio e non vedere la somiglianza con quello che cercavo era la mia superbia. Ho studiato il pensiero dei senza Dio per capire che la rivolta era la preghiera di chi si sentiva abbandonato da Dio. Ho educato i miei occhi a vedere la luce che viene giù come acqua di temporale. Le cose e gli uomini non sono mai soltanto quello che dicono di essere.

Oh l’amore, va nominato con parsimonia, quasi pudore, come di una porta spalancata che lascia vedere segreti di famiglia che non si vuole far conoscere. La mia missione è parlare dell’amore e non ho mai conosciuto un Proteo più mutevole, sempre disposto a cambiare volto e abiti. Oggi si veste di acredine, in serata di odio, domani sarà di nuovo affetto e colpa e col passare delle ore il volto gli si infiamma d’ira e bastano pochi minuti perché abbia il volto sereno della buona morte. Quello è brutto come il peccato, si dice. Beata innocenza! Le cose non sono mai solo quello che sembrano.

Ho studiato a lungo per riconoscere i peccati e imparare a raccoglierli uno ad uno, prima che si aprissero, come fa il cappero con i suoi fiori. Hai mai visto i fiori dei capperi? Se non li hai mai visti non puoi capire la loro bellezza. È quasi un abuso chiedere a questa gente di pregare. Questa gente sgrana rosari di pietra per costruire case e ripari disseminati nelle campagne, perle unite da muri a secco in una collana di misteri che nessun libro di preghiere può svelare.







martedì 6 settembre 2022

Dialoghi

L’artista dialoga con la materia perché questa assuma la forma che il dialogo dipana e in questo processo la materia è trasformata dall’artista, l’artista è trasformato dalla materia. Se questo discorso, di grande valenza estetica, non sfugge alla critica soggettivista, che vuole la materia muta, cosa succede quando l’artista e la materia coincidono? La critica soggettivista non ha più i suoi argomenti perché artista e materia sono la stessa cosa e allora il dialogo dispiega non solo tutta la sua valenza estetica ma anche la sua valenza di fatto concreto e tangibile, perché quel dialogo tra soggetto e oggetto dell’arte e quella trasformazione biunivoca dell’artista e della materia la vediamo all’opera. È il caso del performer, artista che mette in scena il dialogo e la metamorfosi. Il performer fa di se stesso materia dialogante.

Formare per formare, metafisica dell’estetica che si sostantiva nell’esperienza performante. Ed ecco che il performer è artista a tutto tondo perché fa del proprio corpo e dei propri sensi la materia di elezione della propria arte. Quella che viene spesso dileggiata come arte minore, non priva di letture superficiali e di altrettanto superficiali cialtroni, è arte totale. Arte senza altro aggetto.

Apoteosi del ready made object, l’artista diventa ready made garbage. Rifiuto tra i rifiuti, scarto abbandonato al margine della strada in attesa che un mezzo lo porti via in qualche discarica, lontano dai nostri sensi avvizziti. Un cumulo di rifiuti abbandonati dove non dovrebbero essere. Fabrizio Manco li vede e comincia il dialogo. La ritualità creativa di Fabrizio gli impone di celebrare la sua performance, perché Fabrizio è come il sacerdote che deve celebrare messa, indipendentemente dalla presenza di fedeli che vi assistano. È privilegio di pochi intimi essere destinatari delle foto o dei video delle sue performance estemporanee. Foto e video che spesso lui stesso realizza.

Accade in un paesino del mio Salento dove forse abbiamo ancora tempo per dire che stiamo diventando rifiuti tra i rifiuti. Nella periferia di Roma non è raro vedere gente seduta al tavolino di un bar in una strada rumorosa di traffico mentre sorseggia un aperitivo, circondata da rifiuti abbandonati. L’assuefazione deforma il senso estetico, azzera i sensi.

Forse abbiamo ancora tempo per ascoltare chi sta dicendo che abbandonare rifiuti nelle strade e nelle campagne ci sta facendo diventare rifiuti tra i rifiuti.

 
Fabrizio Manco, Ugento (LE), 01 settembre 2022.

Qualche giorno dopo Fabrizio è tornato sulla strada che collega Melissano a Ugento. Anche quella strada cosparsa di carte, plastica e altri rifiuti. Mi ha inviato queste foto che potrebbero benissimo essere frammenti di una crocifissione.


Fabrizio Manco, Rubbish for art, 05 settembre 2022.

mercoledì 6 luglio 2022

Su tutti gli schermi

Da sempre su tutti gli schermi. Non è un film facile. Qui non si usano controfigure. Si nasce e si muore una volta sola. Nessuna deroga, nessuna scena da rifare. Buona o cattiva, vale la prima. Non aspettatevi effetti speciali, basterà l'ordinario per tenervi inchiodati alla sedia. C'è chi va a messa di buon mattino e chi mantiene il broncio con Dio e prega a modo suo. C'è chi si preoccupa di cosa cucinare e chi guarda il cielo a invocare pioggia. C'è chi si lamenta dei dolori e del caldo e chi dice di stare bene prima di uscire di scena. La colonna sonora è fatta di rintocchi di campane e vento, la luce è di rara maestria e altrettanto rara ferocia. Tutti gli attori di questo film lavorano senza compenso. Nessuno di loro lavorerà in altri film. I salmi delle cicale sono sublimi, dopo averli ascoltati non li dimenticherete.🌹

giovedì 16 giugno 2022

Ritorni

Oggi il mare ha il colore del mare. Non sempre il mare ha il suo colore. A volte si colora di assenza e di distanza, le onde non sanno dove andare in un continuo rigurgito tra fondo e superficie. Noi lo diciamo ntraujatu, più inclini a comprendere i sentimenti del mare che le condizioni meteorologiche. Oggi invece il mare si è vestito del suo abito più elegante, un abito color mare, così vero da sembrare finto con un orizzonte fotomontaggio che dall'isola di Sant'Andrea bastano due bracciate per arrivare a riva dove affiorano le emergenze del tempo, scritte in un alfabeto Braille che solo il viandante cieco può comprendere, con dita rese sensibili dall'esercizio. Qui, nella macchia spinosa, invento sentieri, con grande disappunto delle mie gambe, mai disabituate alle sbucciature che collezionavo da bambino. Il profumo di erbe buone da mangiare si mescola alle voci dei rovi che cantano inni di benedizione e segnano chi passa. Ce ne vuole di tempo per capire che il luogo del mondo dove sei veramente a casa è quello dove sei pietra e sei vento, è quello dove il sangue si fa terra e acqua. Più tempo ancora serve per capire che non sempre è quel luogo dove vorresti vivere ma è certamente quello dove vorresti morire.


È entrata in casa, ha volteggiato, è andata via ed è ritornata più volte. Ha riempito casa di cinguettii e ci ha salutato. Mio padre, più razionale di me, dice che l'ha mandata mamma. 🌹

 

non ho vestiti:
indosserò abiti
frusti di luce.


Con il 1501 comincia il XVI secolo. Con il 1801 inizia il XIX secolo. Se dico che la peste che ha visto Boccaccio è del XIV secolo siamo nel secolo che va dal 1301 al 1400. Spesso, più giovane, questo mi ha creato qualche confusione di collocazione temporale dei fatti. Certamente non aiutato dalla mia naturale tendenza a mescolare passato, presente e futuro nel gioco mortale ingaggiato con il tempo, puerile risposta alle ignobili licenze che lui si prende con me. Questo disorientante conteggio delle soglie del tempo ricorre anche nei compleanni festeggiati nel sud. Chi compie 69 anni è quasi sicuro che dica che "entra nei 70", trascurando il numero 69 come un accidente di trascurabile importanza! Sarà la metafisica del numero tondo. Sarà la fretta di vivere per non rischiare di fermarsi prima di un immaginario traguardo. Non so dire. Da un anno papà dice che oggi entrerà negli 80. Faccio gli auguri a chi sono stato prima di nascere e a quello che sarò se avrò fortuna. Oggi papà varca la soglia degli 80, a breve mamma lascerà quella dei 70. 🌹 

 

Alla controra gli occhi partoriscono luce. La terra grida le doglie del giorno, nascono muri di pietra e strade bianche.
Qui passano i morti, lucertole tra i sassi, nell'ora stanca del riposo dopo l'affanno. In paese camminano volti nuovi senza faccia, i vecchi non sono più vecchi, giovani con visi rugosi sfrecciano in auto. Nessuno ricorda i piedi. Oltre il muretto non ci sono più giardini. Le pietre hanno smesso di parlare, le mani hanno smesso di ascoltare. La terra trattiene i suoi profumi.
Erano zappe le mani e forconi gli occhi per sollevare giorni e notti. Con altri passi mi muovo nelle stanze antiche, spolverando ritratti e bugie. Farfalle di rame volano in casa mentre fumi e rumori mi danno la nausea. Tronchi secchi di alberi secolari mi parlano ancora. La litania delle cicale chiama su questa terra arida l'ultima benevolenza del Dio assente.
Voci mi scorrono nel sangue.


lunedì 15 novembre 2021

Altre geometrie

I giorni erano frutta nel piatto al centro della tavola, il piatto aveva offerto secoli di sole spietato e inattese nevicate che avrebbero accolto i morti e cacciato di casa i vivi, in cerca di pane in terre sconosciute. La gente usava parole che non avremmo capito, il tempo ce le avrebbe insegnate, il tempo le avrebbe portate via. Era destino di famiglia partire con la neve. Era maturo il giorno, spiga di grano da mietere con la falce di un tramonto caldo, ultimo dissenso dalle tradizioni di casa. 
La lama di luce taglia occhi violati dagli sguardi desiderati lungo il cammino di una vita breve.
Assi cartesiani o dell'esattezza disponibile


 

U jentu osci scata nfacce
comu nu cattu rrabbiatu
caccia l'ugne mpacciutu
Cerchi a mantagnata
cu lu ncarizzi nu picca
Te rispunne 'vabbanne
ci nu boi te scaranfu'
mina polvere intra l'occhi
e se ne fuce.
E sciurnate te jentu forte
sapune te lumìa susu i tisciti
quannu ti rusichi
e la carne te usca
finu intra l'osse
...




E poi c'è il vento caldo che soffia sulla faccia e i lenzuoli che sbattono senza tregua sui terrazzi, bandiere di quotidiane guerre senza vincitori, i cumuli di foglie che vorticano agli angoli della strada, il cielo è un ricordo, incerto se fermarsi o correre via, un passante scambia un saluto con una foto che sorride sul sagrato della chiesa, il tempo dondola sui rami... ordinario novembre.




Aprire una finestra nel muro
come si aprono gli occhi la mattina,
un tentativo cisposo di accogliere la luce,
mendicante in cerca di riparo.

Oggi il mare ha tanto da dirgli, nessuna parola,
solo onde e tempo che ribollono sugli scogli.

Forse le foglie cadute formano un disegno. Forse l'autunno parla una lingua che non conosciamo. Dopotutto basterebbe cercare i punti, unirli, combinare le forme con un qualche senso che sia compatibile con la nostra stessa esistenza o che non strappi la rete di utili menzogne. Follia forse, ma non è quello che facciamo per tutto il tempo che ci è dato vivere?



Nel museo vivente dei quartieri popolari, dove le muse sono di casa, si cammina tra elfi di rugiada dormienti su arabeschi di ombre e orizzonti di tetti diruti. Nel silenzio domenicale si svegliano angoli di Roma che in altri giorni restano soffocati dal rumore dei motori che soffoca anche la memoria ma quello che più di tutto si imprime negli occhi e nelle orecchie sono i discorsi da balcone a balcone, spesso fatti di poche frasi scambiate tra donne che hanno conosciuto il quartiere quando era ancora giovane. Di quei discorsi non si hanno foto che non siano frutto dell'immaginazione.
- oh ciao, pensavo fossi partita?
- e ndo annavo? Na vorta de sti tempi annavo a raccoje l'olive ma mo nu je la faccio.
- come nu je la fai? Sei giovane.
- eh giovane sì!

Cosa porti nella valigia quando parti per tornare nel tuo paese? porti le parole che volano come zolle di terra dalle ruote dei trattori. Porti una fila di formiche che salti per non disturbare la processione sacra. Una valigia stipata di amuleti e talismani che non si chiude neanche saltando sopra con tutto il peso delle generazioni, una valigia che porti dietro soltanto nei viaggi di ritorno... Esisteranno altri viaggi che non siano di ritorno?


Si queris miracula nel cancello di una cappella, si cammina sui volti lisci di marmo delle lastre tombali, sulle colonne immagini sbiadite. In pochi passi la storia del mondo, poi si esce all'aperto per distrarsi un po'.

martedì 7 settembre 2021

Salentiade d'agosto et al

Linee. Ignoto. Tate Gallery di Melissano, 2021.



Un giorno non avremo altro da bruciare e non avremo nessuno a cui dirlo. Saremo cenere e fumo e nessun vento ci passerà vicino.

martedì 9 marzo 2021

Mappe

Pittura su pittura, strati di ricordi fatti e disfatti, tela lacera di giorni, tracce polverose di vita, mappe di continenti sconosciuti, terre inesplorate quotidianamente percorse. Gesti ripetuti in un rituale segreto che i membri di una famiglia eseguono senza conoscere. Muri crollati che non hanno retto alla pressione dei desideri accatastati fino al tetto, da non lasciare spazio per muoversi in casa. I brutti ricordi conservati nei cassetti come lettere scritte al primo amore che non si scorda mai. Nelle crepe si annidano i giorni come vermi imbozzolati in attesa di una primavera vertiginosa di luce e metamorfosi. Le croste sono le rughe sul volto delle donne che passavano con in mano una pentola di minestra fumante di erbe selvatiche, donne che ogni santo giorno hanno rovistato nel fondo del loro cuore in cerca di un oggetto che hanno perduto quando erano bambine e che non ricordano più, sanno solo che devono continuare a cercare. Le finestre che ogni giorno aspettano l'ora precisa e il sole per indossare gioielli di ombre. Porte di legno fradicio e tempo rugginoso nei cardini artritici, porte sante di giubilei quotidiani al ritorno dal lavoro. Tarli e ortiche sono le sentinelle di questi passaggi dove il tempo ha camminato avanti e indietro sulle gambe di bambini che si rincorrevano, uomini e donne che avevano in bocca le parole dell'alba per benedire il sole e invocare dèi crepuscolari che hanno lasciato ai gatti i loro regni. Il mondo partorito da quelle porte rientrava furtivo la sera dopo le scorribande di luce e cercava riparo intorno al camino grande che ci entrava tutto intero insieme ai morti e insieme cantavano salmi e arie d'opera per tutta la notte. Ci sono volti nella calce, grattati con le unghie degli anni, incisioni di pioggia e album di foto venate di muffa e umidità. Il velo di pittura è un raso lacero di sposa nel giorno del sacramento, quando tutti fanno festa e la morte è invitata d'onore perché sia riconoscente alla famiglia e lasci per ultimi i figli quando cerca gente per i suoi servizi. Donne che parlano di messe a suffragio e dell'ultima spesa a due passi dall'orizzonte tra terra e cielo. Uomini in cerca di lavoro, zappa in spalla e cuore addomesticato a battere con parsimonia per non sprecare emozioni da usare quando ce n'è bisogno. La faccia delle case screpolata dal vento di voci di gente partita in tempi remoti che tornano a raccontare vite come favole per tenere buoni i bambini. Processione lenta di solitudini che si cercano è rimasta nelle fessure dei mattoni e anime dannate sollevano le braccia al cielo nell'eterno pianto di polvere del tufo che si consuma giorno dopo giorno. Le stanze che hanno custodito schegge di eterno lasciano entrare luce diamante che continua a confidarsi con gli angoli della casa che nessun occhio oltraggia. I ragni tessono tele agli angoli per reggere arcate che altrimenti crollerebbero, spartiti di note mortali per chi osa suonarne le corde dove antiche matriarche rifacevano i letti con la preziosa cura che serve per dare un esempio a Dio per rifare tutto. Sono denti cariati questi muri nella bocca di un vecchio patriarca che non può masticare senza dolore e da tempo ha smesso di mangiare e chiama la morte come il sonno dopo una giornata di lavoro che ha rotto la schiena. Galleggiano ancora i pensieri tumultuosi nell'aria satura di tempo delle stanze che a metterci un piede dentro si viene trascinati da vortici di sguardi e onde di preghiere fino ad annegare nella tempesta. Le furiose carovane delle formiche assaltano scheletri di aria per consumare la vendetta dell'antica guerra combattuta quando queste mura erano abitate da altre formiche. Gli stipiti delle porte indossano sontuosi abiti d'erba e vento per ricordare i giorni di festa quando lontano da qui cominciava il tempo. Case dissanguate dall'emorragia di anni e chi le ha abitate è morto di troppi ricordi. Cosa sussurrano i muri? Cosa mettono nelle pieghe dei miei occhi? Spine di immagini disseminate in frammenti che compongo nelle notti insonni, quando tutto è chiaro in mia assenza.

venerdì 15 gennaio 2021

Dialoghi di/versi

Passeggiando con un amico nelle campagne salentine ho proposto un gioco: uno scrive un verso, l'altro risponde con un altro verso, senza vincoli di tempo. Si risponde o meno secondo la disposizione del momento. Un verso ciascuno, come le mosse di una partita a scacchi. La scacchiera è whatsapp o, meglio, la scacchiera è il paesaggio geografico e emotivo e whatsapp è solo il mezzo di questo scambio epistolare. Una bandierina apre il primo verso. Una bandierina chiude l'ultimo, apposta da chi considera concluso lo scambio.

Niente di nuovo sotto il sole. La tradizione è lunga, a partire dalle ottave in rima per passare ai renga giapponesi e alle gare di stornelli salentini ma il gioco che propongo non ha regole se non quelle menzionate. Non c'è rima o metrica che non sia quella dettata dalle suggestioni suscitate dalle passeggiate, vere o virtuali, e soprattutto non c'è alcuna tenzone ma uno scambio di vedute. Non sono a conoscenza di esperimenti letterari di questo tipo tra i poeti, intendo quelli veri.

Quelle che seguono sono le passeggiate tra me e Fabrizio. I titoli sono l'iniziale dell'autore del primo verso e la data di inizio. Sono state ricopiate così come sono state scritte, senza badare alla punteggiatura o altro. Continueremo con questo gioco fino a quando non si deciderà di smettere. 

Il gioco ha una sua portata terapeutica che in qualche modo richiama la diaristica psicoanalitica che molto spazio ha avuto nella letteratura del novecento. Qui più che cercare sé stessi in un diario si tratta di farlo in un dialogo. Un dialogo diverso dal solito.

lunedì 4 gennaio 2021

Scherzi


A pochi passi da Macondo ogni tanto qualcuno spariva senza una ragione. Da un giorno all'altro non si faceva più vedere. Puff, come fosse un gioco di magia. Fino a ieri girava per il paese, salutava tutti, si informava delle ultime novità e poi niente, come se nessuna notizia potesse più interessare. Nei primi mesi di assenza gli abitanti del villaggio pensavano che si trattasse di uno scherzo e per non dare soddisfazione diventavano tristi e piangevano, convinti che questo avrebbe persuaso la persona scomparsa a smetterla con quel comportamento infantile e a ritornare a casa. Ma lo scherzo una volta fatto non prevedeva ritorni e serviva molto tempo, a volte diversi anni, per capire che le persone lo facevano per ritrovare chi aveva fatto prima di loro lo stesso scherzo e che il solo modo per ritrovarle era combinare lo stesso scherzo agli altri. A pochi passi da Macondo c'era un villaggio abitato da gente sempre pronta a fare scherzi.

***

Vieni via con me. Non posso, il mio posto è qui. Avremmo lo stesso cielo e la stessa luna. Lo so, il cielo è lo stesso ma il mio compito qui non è ancora finito. Finirà mai? Non lo so. Saremo mai davvero in un luogo che ci appartiene? Noi apparteniamo al luogo dove sono i nostri morti. È così.



sabato 2 gennaio 2021

Dilemmi

 

Per quanto ci si sforzasse non si riuscì mai a stabilire se il paese finiva dove cominciava la campagna o la campagna finisse dove cominciava il paese. È certo che la campagna aveva bisogno di uomini e donne per essere coltivata e un villaggio non poteva mancare nelle sue prossimità ma cosa venisse prima, se il paese o la campagna, era un problema più difficile da sciogliere del fatidico uovo o la gallina. Non era questo un problema che assillava chi era nato qui ma chi veniva da lontano non si chiedeva altro, come se fosse indispensabile sciogliere il nodo prima di poterci vivere.



martedì 29 dicembre 2020

Stasera il vento



Stasera il vento fa la voce grossa, vuole aprire le porte e a volte ci riesce. Stasera il vento vuole sedersi a tavola a raccontare storie senza inizio. Stasera il vento toglie il trucco alle strade del paese e scopre le rughe ai muri.




Stasera il vento è in guerra con i giorni e un esercito di nuvole gli obbedisce 
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