Qui si tessono altri cieli, tele di ragno reggono muri cadenti e cardi fanno guardia a fortezze inesistenti. Tra una pozza e l'altra, deriva di ignoti continenti, passano i fantasmi con il cuore in mano e una bestemmia rimasta tra i denti.
"Concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo." José Saramago
martedì 14 novembre 2023
venerdì 7 luglio 2023
Il canto delle cicale
Quest'anno Balbec è affollata come piace a me. L'albergo è vuoto e a guardare bene l'albergo non c'è, anche se due chiacchiere strampalate con il direttore m'avrebbero sicuramente divertito ma soprattutto neanche l'ombra di quelle noiosissime fanciulle infiorate. Siamo io e la torre che più mi avvicino più si allontana, perché la torre è nebbia tra vero e immagine, la torre è il miraggio della mia immagine allo specchio. Sfugge solo a chi vuole vederla sul serio. A chi non vuole cogliere altro che la sua superficie essa si dà, si dà tra i ginepri, il mirto e il lentisco, tra i fiori di timo la si può persino toccare, si dà come si darebbe un piacere la sera che il mattino dopo è già dimenticato. Io e la torre, Drogo di queste lande con il riverbero di un chi va là tra le pieghe del vento che qui è di casa.
Qui il canto delle cicale copre il pianto della scavatrice,
la terra è rossa di rabbia,
fuoco di artificio di festa patronale.
La nostra specialità è pisciare controvento
e offrire ai vacanzieri di passaggio
una terra sdentata dicendo:
prendila, è vergine.
Poi porto a casa purbacchia e carusella
e mi perdono anche la memoria che mi troveranno addosso.
4 luglio - Ritorneranno giorni locomotiva che trascinano vagoni di giorni e anni, passaggi di date da decifrare, combinazioni di numeri senza messaggi. Continua a correre il treno, i vagoni vuoti da tempo, così dicono, i suoi passeggeri sono scesi dal treno in corsa, sono saliti in altri treni, molti nel mio. Un salto e di nuovo in corsa, neanche il tempo di un respiro. Il mio treno è affollato, solo posti in piedi, i viaggiatori si scambiano occhi e silenzi. Passa ancora il treno che dicono vuoto, scende una bambina, indossa una veste bianca, in mano ha una girandola, negli occhi il mare. Guarda i treni che continuano a correre e sorride.
lunedì 5 dicembre 2022
Archetipi
La pioggia dell'altro ieri notte ha riempito la ora*, non completamente ma abbastanza per risvegliare l'appetito della nostra Cariddi, creatura primordiale, gorgonica bellezza di una terra che apre le sue fauci e divora le acque che mamma bambina rivestiva della meraviglia di chi si risveglia con un lago ai suoi piedi e una tavola legata a riva bastava per farne una barca. Si rideva in famiglia pochi anni fa della tragedia sfiorata per salvare una capra tra le urla di chi la voleva salva e le bestemmie di chi per salvarla stava per annegare.
La ora è l'anima primordiale del mio paese, limo di fertilità dopo aver sommerso tutto. Oggi mostra la nostra vergogna, come una madre che rimprovera i figli in piazza, così dopo la pioggia forte la ora raccoglie carcasse di frigoriferi, lavatrici e spazzatura di ogni sorta e la ammucchia davanti alla sua bocca per soffocare la parola, per impedire di urlare ma mostra tutto, chiaramente, anche tacendo lo fa a gran voce, perché tutto si veda e tutti ne proviamo vergogna, quel poco che ne resta.
Faceva paura la ora, nell'età innocente si cresceva con le raccomandazioni di starne lontani, garanzia di un bisogno di guardare dentro l'abisso. Solo l'innocenza poteva smettere l'abito della paura e indossare quello della gioia quando la valle si colmava d'acqua. Lo spettacolo sarebbe durato poco tempo, qualche giorno, forse ore e la ora avrebbe inghiottito tutto. L'abito della paura e quello della gioia, non erano forse i due risvolti dello stesso abito dell'innocenza?
Non fa più paura la ora, il mostro primordiale non è più l'archetipo dell'oltre confine. Non fa più paura la sua bocca rifatta, come in quegli interventi estetici per rifare le labbra a vecchie signore che rivogliono indietro gli anni buttati via insieme ai calendari. Ai confini del paese oggi c'è solo un fenomeno carsico. Regimentato!
Il vecchio mostro vive nella memoria dei suoi ultimi figli. Quei figli cui manca la paura contadina della ora, faccia triste del rispetto, manca la tremenda bellezza del suo ignoto tortuoso dedalo sotterraneo, spaventoso a immaginarsi, spaventoso perché solo immaginato, manca l'innocenza nuda che sapeva cambiarsi d'abito di buon mattino, dopo una notte di pioggia battente.
* Ora... vora... voragine.
martedì 11 ottobre 2022
I fiori del cappero
“Io so per esperienza quanta bellezza portò seco Satana, quando cadde. Nessuno ha mai detto che gli angeli caduti fossero gli angeli brutti.“ Graham Greene, Il potere e la gloria.
Povera gente, se non avessero Dio con cui
prendersela non avrebbero nessuno cui chiedere conto delle loro fatiche.
Celebro messa con il vino di campagna, aceto nelle città e a volte prendo l’uno
per l’altro. Abituato a mandare giù tutto neanche me ne accorgo, ché il corpo e
il sangue di Cristo può avere le sue sante ragioni per essere di malumore e certo
che deve averne di ragioni a vedere questa gente che attende la pioggia e poi
ne arriva troppa, magari insieme alla grandine che distrugge tutto e sì che gli
tocca invocare il sole come prima hanno chiamato l’acqua.
Come possono non prendersela con Dio se da lui
vengono le promesse? Non doveva promettere fiumi di latte a questa gente
abituata al vino guasto. Doveva dire “seguitemi anche se non so dove vi porto,
ovunque sia ci arriveremo insieme.” Gli avrebbero chiesto “perché seguirti
allora?” e lui avrebbe risposto “perché non avete nient’altro!”. Forse è
proprio così che è andata ma poi hanno voluto credere ad altro. Si sa come
succede tra gente ignorante. Dici una cosa e se ne capisce un’altra ed è quello
che è successo visto il riverbero dell’incomprensione anche nelle alte sfere. Sono
stati scritti poemi e divine commedie sul cammino ultraterreno quando qui crescevano
i capperi e le mani per raccoglierli erano sempre di meno e facevano sempre più
male.
Anch’io ho avuto le mie sviste. Ho studiato teologia
per riconoscere Dio in un rospo nero e indurito al sole lungo una scala santa,
aveva il volto del demonio e non vedere la somiglianza con quello che cercavo
era la mia superbia. Ho studiato il pensiero dei senza Dio per capire che la
rivolta era la preghiera di chi si sentiva abbandonato da Dio. Ho educato i
miei occhi a vedere la luce che viene giù come acqua di temporale. Le cose e
gli uomini non sono mai soltanto quello che dicono di essere.
Oh l’amore, va nominato con parsimonia, quasi pudore, come di una porta spalancata che lascia vedere segreti di famiglia che non si vuole far conoscere. La mia missione è parlare dell’amore e non ho mai conosciuto un Proteo più mutevole, sempre disposto a cambiare volto e abiti. Oggi si veste di acredine, in serata di odio, domani sarà di nuovo affetto e colpa e col passare delle ore il volto gli si infiamma d’ira e bastano pochi minuti perché abbia il volto sereno della buona morte. Quello è brutto come il peccato, si dice. Beata innocenza! Le cose non sono mai solo quello che sembrano.
Ho studiato a lungo per riconoscere i peccati e
imparare a raccoglierli uno ad uno, prima che si aprissero, come fa il cappero con
i suoi fiori. Hai mai visto i fiori dei capperi? Se non li hai mai visti non
puoi capire la loro bellezza. È quasi un abuso chiedere a questa gente di
pregare. Questa gente sgrana rosari di pietra per costruire case e ripari disseminati
nelle campagne, perle unite da muri a secco in una collana di misteri che
nessun libro di preghiere può svelare.
martedì 6 settembre 2022
Dialoghi
Apoteosi del ready made object, l’artista diventa ready made garbage. Rifiuto tra i rifiuti, scarto abbandonato al margine della strada in attesa che un mezzo lo porti via in qualche discarica, lontano dai nostri sensi avvizziti. Un cumulo di rifiuti abbandonati dove non dovrebbero essere. Fabrizio Manco li vede e comincia il dialogo. La ritualità creativa di Fabrizio gli impone di celebrare la sua performance, perché Fabrizio è come il sacerdote che deve celebrare messa, indipendentemente dalla presenza di fedeli che vi assistano. È privilegio di pochi intimi essere destinatari delle foto o dei video delle sue performance estemporanee. Foto e video che spesso lui stesso realizza.
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| Fabrizio Manco, Ugento (LE), 01 settembre 2022. |
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| Fabrizio Manco, Rubbish for art, 05 settembre 2022. |
mercoledì 6 luglio 2022
Su tutti gli schermi
giovedì 16 giugno 2022
Ritorni
Oggi il mare ha il colore del mare. Non sempre il mare ha il suo colore. A
volte si colora di assenza e di distanza, le onde non sanno dove andare
in un continuo rigurgito tra fondo e superficie. Noi lo diciamo
ntraujatu, più inclini a comprendere i sentimenti del mare che le
condizioni meteorologiche. Oggi invece il mare si è vestito del suo
abito più elegante, un abito color mare, così vero da sembrare finto con
un orizzonte fotomontaggio che dall'isola di Sant'Andrea bastano due
bracciate per arrivare a riva dove affiorano le emergenze del tempo,
scritte in un alfabeto Braille che solo il viandante cieco può
comprendere, con dita rese sensibili dall'esercizio. Qui, nella macchia
spinosa, invento sentieri, con grande disappunto delle mie gambe, mai
disabituate alle sbucciature che collezionavo da bambino. Il profumo di
erbe buone da mangiare si mescola alle voci dei rovi che cantano inni di
benedizione e segnano chi passa. Ce ne vuole di tempo per capire che il
luogo del mondo dove sei veramente a casa è quello dove sei pietra e
sei vento, è quello dove il sangue si fa terra e acqua. Più tempo ancora
serve per capire che non sempre è quel luogo dove vorresti vivere ma è
certamente quello dove vorresti morire.
È entrata in casa, ha volteggiato, è andata via ed è ritornata più volte. Ha riempito casa di cinguettii e ci ha salutato. Mio padre, più razionale di me, dice che l'ha mandata mamma. 🌹
non ho vestiti:
indosserò abiti
frusti di luce.
Con il 1501 comincia il XVI secolo. Con il 1801 inizia il XIX secolo. Se dico che la peste che ha visto Boccaccio è del XIV secolo siamo nel secolo che va dal 1301 al 1400. Spesso, più giovane, questo mi ha creato qualche confusione di collocazione temporale dei fatti. Certamente non aiutato dalla mia naturale tendenza a mescolare passato, presente e futuro nel gioco mortale ingaggiato con il tempo, puerile risposta alle ignobili licenze che lui si prende con me. Questo disorientante conteggio delle soglie del tempo ricorre anche nei compleanni festeggiati nel sud. Chi compie 69 anni è quasi sicuro che dica che "entra nei 70", trascurando il numero 69 come un accidente di trascurabile importanza! Sarà la metafisica del numero tondo. Sarà la fretta di vivere per non rischiare di fermarsi prima di un immaginario traguardo. Non so dire. Da un anno papà dice che oggi entrerà negli 80. Faccio gli auguri a chi sono stato prima di nascere e a quello che sarò se avrò fortuna. Oggi papà varca la soglia degli 80, a breve mamma lascerà quella dei 70. 🌹
Alla controra gli occhi partoriscono luce. La terra grida le doglie del giorno, nascono muri di pietra e strade bianche.
Qui passano i morti, lucertole tra i sassi, nell'ora stanca del riposo dopo l'affanno. In paese camminano volti nuovi senza faccia, i vecchi non sono più vecchi, giovani con visi rugosi sfrecciano in auto. Nessuno ricorda i piedi. Oltre il muretto non ci sono più giardini.
Le pietre hanno smesso di parlare, le mani hanno smesso di ascoltare. La terra trattiene i suoi profumi.
Erano zappe le mani e forconi gli occhi per sollevare giorni e notti. Con altri passi mi muovo nelle stanze antiche, spolverando ritratti e bugie. Farfalle di rame volano in casa mentre fumi e rumori mi danno la nausea. Tronchi secchi di alberi secolari mi parlano ancora. La litania delle cicale chiama su questa terra arida l'ultima benevolenza del Dio assente.
Voci mi scorrono nel sangue.
lunedì 15 novembre 2021
Altre geometrie
![]() |
| Assi cartesiani o dell'esattezza disponibile |
U jentu osci scata nfacce
comu nu cattu rrabbiatu
caccia l'ugne mpacciutu
Cerchi a mantagnata
cu lu ncarizzi nu picca
Te rispunne 'vabbanne
ci nu boi te scaranfu'
mina polvere intra l'occhi
e se ne fuce.
E sciurnate te jentu forte
sapune te lumìa susu i tisciti
quannu ti rusichi
e la carne te usca
finu intra l'osse
...
E poi c'è il vento caldo che soffia sulla faccia e i lenzuoli che sbattono senza tregua sui terrazzi, bandiere di quotidiane guerre senza vincitori, i cumuli di foglie che vorticano agli angoli della strada, il cielo è un ricordo, incerto se fermarsi o correre via, un passante scambia un saluto con una foto che sorride sul sagrato della chiesa, il tempo dondola sui rami... ordinario novembre.
![]() |
| Oggi il mare ha tanto da dirgli, nessuna parola, solo onde e tempo che ribollono sugli scogli. |
Forse le foglie cadute formano un disegno. Forse l'autunno parla una lingua che non conosciamo. Dopotutto basterebbe cercare i punti, unirli, combinare le forme con un qualche senso che sia compatibile con la nostra stessa esistenza o che non strappi la rete di utili menzogne. Follia forse, ma non è quello che facciamo per tutto il tempo che ci è dato vivere?
- e ndo annavo? Na vorta de sti tempi annavo a raccoje l'olive ma mo nu je la faccio.
- come nu je la fai? Sei giovane.
- eh giovane sì!
martedì 7 settembre 2021
martedì 9 marzo 2021
Mappe
venerdì 15 gennaio 2021
Dialoghi di/versi
Passeggiando con un amico nelle campagne salentine ho proposto un gioco: uno scrive un verso, l'altro risponde con un altro verso, senza vincoli di tempo. Si risponde o meno secondo la disposizione del momento. Un verso ciascuno, come le mosse di una partita a scacchi. La scacchiera è whatsapp o, meglio, la scacchiera è il paesaggio geografico e emotivo e whatsapp è solo il mezzo di questo scambio epistolare. Una bandierina apre il primo verso. Una bandierina chiude l'ultimo, apposta da chi considera concluso lo scambio.
Niente di nuovo sotto il sole. La tradizione è lunga, a partire dalle ottave in rima per passare ai renga giapponesi e alle gare di stornelli salentini ma il gioco che propongo non ha regole se non quelle menzionate. Non c'è rima o metrica che non sia quella dettata dalle suggestioni suscitate dalle passeggiate, vere o virtuali, e soprattutto non c'è alcuna tenzone ma uno scambio di vedute. Non sono a conoscenza di esperimenti letterari di questo tipo tra i poeti, intendo quelli veri.
Quelle che seguono sono le passeggiate tra me e Fabrizio. I titoli sono l'iniziale dell'autore del primo verso e la data di inizio. Sono state ricopiate così come sono state scritte, senza badare alla punteggiatura o altro. Continueremo con questo gioco fino a quando non si deciderà di smettere.
Il gioco ha una sua portata terapeutica che in qualche modo richiama la diaristica psicoanalitica che molto spazio ha avuto nella letteratura del novecento. Qui più che cercare sé stessi in un diario si tratta di farlo in un dialogo. Un dialogo diverso dal solito.
lunedì 4 gennaio 2021
Scherzi
A pochi passi da Macondo ogni tanto qualcuno spariva senza una ragione. Da un giorno all'altro non si faceva più vedere. Puff, come fosse un gioco di magia. Fino a ieri girava per il paese, salutava tutti, si informava delle ultime novità e poi niente, come se nessuna notizia potesse più interessare. Nei primi mesi di assenza gli abitanti del villaggio pensavano che si trattasse di uno scherzo e per non dare soddisfazione diventavano tristi e piangevano, convinti che questo avrebbe persuaso la persona scomparsa a smetterla con quel comportamento infantile e a ritornare a casa. Ma lo scherzo una volta fatto non prevedeva ritorni e serviva molto tempo, a volte diversi anni, per capire che le persone lo facevano per ritrovare chi aveva fatto prima di loro lo stesso scherzo e che il solo modo per ritrovarle era combinare lo stesso scherzo agli altri. A pochi passi da Macondo c'era un villaggio abitato da gente sempre pronta a fare scherzi.
***
Vieni via con me. Non posso, il mio posto è qui. Avremmo lo stesso cielo e la stessa luna. Lo so, il cielo è lo stesso ma il mio compito qui non è ancora finito. Finirà mai? Non lo so. Saremo mai davvero in un luogo che ci appartiene? Noi apparteniamo al luogo dove sono i nostri morti. È così.
sabato 2 gennaio 2021
Dilemmi
Per quanto ci si sforzasse non si riuscì mai a stabilire se il paese finiva dove cominciava la campagna o la campagna finisse dove cominciava il paese. È certo che la campagna aveva bisogno di uomini e donne per essere coltivata e un villaggio non poteva mancare nelle sue prossimità ma cosa venisse prima, se il paese o la campagna, era un problema più difficile da sciogliere del fatidico uovo o la gallina. Non era questo un problema che assillava chi era nato qui ma chi veniva da lontano non si chiedeva altro, come se fosse indispensabile sciogliere il nodo prima di poterci vivere.
martedì 29 dicembre 2020
Stasera il vento
Stasera il vento è in guerra con i giorni e un esercito di nuvole gli obbedisce


















































