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martedì 17 settembre 2019

Sussurri e asfodeli

Tempo fa qualcuno a radio 3 disse che la differenza tra macerie e ruderi è che le prime tacciono mentre i secondi parlano della loro storia. Forse è così ma prima di tacere le macerie sussurrano. Hanno voce fioca, la possono ascoltare orecchie attente a discernere parole tra frinire di cicale e stormire di foglie. Quello che resta della Masseria Itri, una masseria fortificata dei primi anni del '500, a pochi km da Gallipoli, parla ancora ma sono rimaste poche orecchie ad ascoltare la fremente attività contadina tra quelle mura che dovevano resistere agli assalti dei saraceni che venivano dal mare, visibile dalla torre. Oggi ci chiediamo come potessero reggere quelle fortificazioni così fragili e basse. Quelli che un tempo erano muri alti e invalicabili oggi sono bassi e cadenti, fanno tornare alla memoria un passo del Corvaglia che in Finibusterre scrive "Il muro si difendeva così dalle scalate; ma, più che dell'irto delle spine, si giovava della sua stessa debolezza, essendo forte come certi uomini, da cui bisogna star lontani, perché rovinano addosso a chi li tocca."
Gli archi sorretti dal vento sono un miracolo e gli asfodeli, piante sacre ai greci e ai romani, crescono oggi come ieri, custoditi nella loro antica funzione dal mio dialetto che li chiama "cannilore", come le candele accese in gloria dei defunti di ieri e di oggi, di chi in vita non è stato stato né buono né cattivo ma solo uomo o donna in cerca di un posto dove riposare.


lunedì 16 settembre 2019

Dove tutto è segno d'altro

Dove tutto è segno d'altro
Diana Efesina è fico d'India
di mammelle spinose,
retaggio di domani la dolcezza.


venerdì 6 settembre 2019

Titoli e nuvole

Ho conosciuto emerite capre laureate con lode e persone straordinarie senza titoli scolastici e affamate di conoscenza. Queste ultime sono persone che nella loro vita non diranno mai che con la cultura non si mangia. Non hanno l’atteggiamento arrogante e altezzoso, tipico degli ignoranti che presumono di sapere. Sono curiosi, amano capire, coltivano il dubbio per conoscere e non per concepire complotti a loro danno mettendo in discussione cose di cui ignorano l’abc. Parlano poco e prima di parlare si informano, studiano. La vita di queste persone ha avuto strade che hanno impedito di avere titoli scolastici e spesso ne parlano con il dolore dell’occasione perduta. Se solo avessero potuto farlo avrebbero studiato, è sempre stato il loro desiderio ma non potevano andare a scuola. Hanno studiato quando il tempo glielo ha concesso. Le capre titolate invece hanno potuto studiare senza troppo impegno perché avevano le spalle coperte e di sapere non gli importava più di tanto. L’importante è il titolo. Una volta preso il titolo le capre titolate vivono di rendita e tornano analfabeti.

Studiare è una cosa seria e il fine dello studio è l’acquisizione di strumenti per comprendere la realtà che ci circonda. Non è il titolo. La realtà continua a cambiare e la necessità di studiare continua dopo l’acquisizione di qualunque titolo. Il titolo è importante, molto importante, perché certifica un percorso di studio ma capita che per alcune persone avere o non avere un titolo accademico sia un incidente di percorso. Non dovrebbe accadere né averlo per essere nati per caso in una famiglia agiata, né non averlo per le condizioni opposte. Eppure capita. Capita ancora.

Con la nomina di Teresa Bellanova al ministero dell’Agricoltura torna a soffiare il vento sulla girandola dei titoli accademici. Non ha titoli, ha solo la terza media. Come se il problema fossero i titoli e non quello che sta dietro i titoli, quello che i titoli dovrebbero rappresentare: la competenza. Parlare di titoli senza parlare di competenze e soprattutto senza parlare di fame di conoscenza rivela l’aspetto più deleterio del titolo, quello del simulacro, quasi fosse l’erede del titolo nobiliare che una volta acquisito eleva il suo portatore al di sopra di chi non lo possiede. Sono nato nella terra di Di Vittorio, ancora più a sud per la verità, e ancora ho il suo modello nella testa e non solo. Un uomo che non ha potuto frequentare la scuola ma che fin da bambino ha sempre desiderato studiare e che ha sempre studiato per capire la realtà che lo circondava e per cercare di trasformarla. Quello è e rimane il mio modello.

Teresa Bellanova non ha nel suo curriculum un titolo di laurea ma, per quanto ne so, nella sua vita ha acquisito le competenze per ricoprire cariche importanti. Prima ha acquisito le competenze, poi ha ricoperto le cariche. L’ordine è fondamentale. Non so dire se sarà un buon ministro dell’Agricoltura, lo spero, ma sono convinto che nella sua vita ha acquisito gli strumenti per farlo e sono contento della sua nomina.

giovedì 1 agosto 2019

rivendico lo sdegno e il disprezzo


rivendico lo sdegno e il disprezzo
per chi non vale la terra
sugli stivali di gomma di mio padre
incrostati di lavoro e fango
pane del giorno dopo
rivendico lo sdegno e il disprezzo
per chi non vale la polvere
sulle mani di mia madre
pioggia di tempo sui mobili
bagnati di umili giornate
rivendico lo sdegno e il disprezzo
per le urla sguaiate senza argomenti
per l'esibizionismo untuoso da spiaggia
per la burbanza spacciata da modestia
per i tronfi servitori dello stato
che si muovono come ne fossero padroni
reclamano ignoranza e la chiamano sincerità
vomitano promesse e svendono paradisi
largiscono futuro a prezzi stracciati
voi che seminate niente e arroganza
coltivate frutti velenosi
non avete parentela con mio padre
che allevava vigne e ulivi
figli generosi di dolore e attesa
voi che cucinate pietanze putride
e le vendete al prezzo dei figli
non avete parentela con mia madre
che cucinava il cuore e la bocca
con mani antiche di pazienza
io non ho nessuna parentela con voi
che non conoscete il contegno sacro
dei miei nonni quando pestavano l’uva
per fare il vino di mille cene prima del sacrificio
non ho nessuna parentela con voi
che non conoscete le donne genuflesse
ai piedi del dio dell’olio dei vivi e dei morti
e ignorate la liturgia di chi pianta ulivi
per le generazioni di domani
che dileggiano il peso delle nuvole
non temono i segni che annunciano pioggia
e non capiscono più la lingua delle piante 
non ho più parentela con me
e con il tempo che mi irride
per me rivendico lo sdegno e il disprezzo
che qui attendo altri domani
impiccato sempre allo stesso ieri

mercoledì 17 luglio 2019

Il giorno che i morti persero la strada di casa

"Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari.
Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.

Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire."

Il giorno che i morti persero la strada di casa, da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri.

martedì 16 luglio 2019

Eclisse


Ho coltivato il cuore a sale e maggese,
campo aperto concimato di vento.
Negli occhi ho seminato  tramonti
per il raccolto della stagione feroce
quando il sole torna sui suoi passi
e preghiera di cicale si alza al Dio assente.

Nelle sere di luna piena
cadono frutti acerbi,
gonfi di giorni e spine.
Rosa bianca che attendi il mattino
da qualche distanza nel buio
stasera vedremo lo stesso cielo.

mercoledì 10 luglio 2019

Il finale della commedia borghese

Balzac fu osservatore acuto dell'epopea borghese. La sua opera è una summa della commedia umana, come egli stesso chiamò il suo corpo di scritti, nell'ascesa della classe borghese. Se si vuol capire come il denaro possa essere il motore "che move il sole e l'altre stelle" della borghesia allora Balzac è autore irrinunciabile. Con il Robinson Crusoe di Defoe comincia a delinearsi l'homo economicus e il minuzioso calcolo di efficienza e ottimizzazione delle risorse ma è con Balzac che vediamo la degenerazione di questo processo che, se all'inizio aveva lo scopo di elevarsi dalle angherie della sorte e della natura, alla fine avrà come solo scopo il continuo, asintotico, maniacale miglioramento delle prestazioni raggiunte. Balzac è lontano dalla matematizzazione dell'accumulo eppure vede con chiarezza profetica l'esito dell'affannosa affermazione tramite l'equivalente generale del denaro. Significativamente lo vede in un'opera che resta incompiuta perché la trama stava diventando sempre più complicata. I piccoli borghesi è un'opera metaletteraria perché più che nello sviluppo il suo valore è nell'essere rimasta incompiuta. L'artificioso e serpentino succedersi di eventi, l'accatastarsi di sorprese, colpi di scena e di espedienti meschini doveva interrompersi bruscamente. Balzac non ci pensa troppo, l'intreccio è diventato una matassa inestricabile, Balzac non sa come continuare, interrompe e comincia un'altra opera ma I piccoli borghesi continuano a dire che l'esito di quella storia non poteva essere altro che una brusca interruzione. I piccoli borghesi finiscono nel solo modo in cui potevano finire, annichiliti nel nulla costruito con le loro stesse mani attraverso la penna del loro autore. Lo scrittore passa ad altro e i personaggi di quell'opera finiscono nel nulla. Alla morte di Balzac altri tenteranno di completare l'opera ma saranno goffe caricature dell'affresco di Balzac e saranno presto dimenticate.
I personaggi di I piccoli borghesi sono incastonati in un flusso di eredità, investimenti, spese, acquisti di titoli e immobili, passaggi di cambiali e proprietà. Il carattere stesso dei personaggi è definito dalla storia e dalla geografia dei loro possedimenti, dai passaggi di proprietà e di carriere che rendono necessaria e inevitabile la stessa esistenza dei personaggi. La borghesia, con i suoi interminabili e affannosi traffici, con le sue ansie di affermazione, appare l'esito di una qualche razionalità superiore. Con Marx è l'esito del conflitto storico tra classi, con Balzac, che Marx ammirava, la borghesia è il quadro razionale di un meccanismo che assicura la circolazione della ricchezza. Il meccanismo trascende la stessa razionalità del divenire storico in cui le classi hanno un ruolo attivo e i personaggi appaiono mere pedine di una macchina il cui movimento è assicurato dalla circolazione del denaro. Con Balzac si potrebbe riscrivere la celebre provocazione di Richard Dawkins in Il gene egoista: «Noi siamo macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di moneta». Dawkins non parlava della moneta ma dei geni ma la metafora con Balzac funziona benissimo.
La critica che Aristotele indirizza alla  crematistica ci dice che stiamo parlando di meccanismi antichi ma le rivoluzioni borghesi di molti secoli dopo determinano la diffusione della classe sociale che fa della "ricchezza che non ha alcun limite" il senso dell'esistenza. Molti si sono accorti delle degenerazioni di Mammona, soprattutto quel Marx che umanisticamente vagheggiò dell'emancipazione dai bisogni ma come spesso accade nella storia i sogni diventano incubi e il tentativo di raddrizzare il legno storto dell'umanità ha originato tragedie peggiori del male che si voleva curare. Pur tra mille incidenti e brusche virate della storia è stato costruito un tessuto di principi che garantisse la civile convivenza, l'eguaglianza e la solidarietà. Le classi popolari, un tempo fuori dalla storia, sono assurte a protagonisti della storia diventando borghesi ma i discendenti della famiglia Phellion sono stati rapidamente messi in minoranza. Sono i "professoroni" che si appellano a principi stantii. Ora è il tempo dei Théodose de La Peyrade, dei Thuillier e delle Brigitte. Le antiche pulsioni hanno prevalso e si è finiti presto nelle mani di banchieri del popolo di ogni risma. E le classi popolari? Le classi popolari, colpevoli e vittime di questo rivolgimento, dopo aver partorito il proprio divoratore sono state nuovamente espulse dalla storia. Espulse da truffatori e arrivisti che indossano gli abiti del popolo, da vecchi e nuovi aristocratici che restano invisibili e continuano a prosperare sulle miserie del mondo.
I mascalzoni del popolo che beneficiano del disagio sociale sono fantocci perfetti per vincere, sia pure temporaneamente, la sfiducia che serpeggia nel tessuto sociale e lo sfibra. Sfiducia nella politica, nella scienza, nelle istituzioni, sfiducia alimentata ad arte per rivolgere la rabbia dei penultimi contro gli ultimi e distrarre l'attenzione già poco coltivata nelle classi popolari dai problemi che strangolano la società. I finti amici del popolo, imbottiti di miliardi e supponenza, diventano presidenti degli Stati Uniti, diventano ministri degli interni plenipotenziari, mangiano alle sagre popolari e fanno affari con le lobby delle armi e del petrolio, promettono la riduzione delle tasse e avvelenano l'atmosfera dei figli del popolo con fumi tossici di anidride carbonica e di odio. I finti amici del popolo si mettono alla guida di macchine complesse senza aver passato l'esame della scuola guida perché sono convinti che basta essere giovani e figli del popolo per fare bene gli interessi del popolo. La classe borghese progressista ha dimenticato il ruolo che ha avuto nelle rivoluzioni borghesi, si è allontanata dal popolo e il popolo, l'informe Proteo, l'ha sfiduciata. Il popolo ha sfiduciato una parte di sé stesso come in una malattia autoimmune in cui i confini tra corpo estraneo e corpo aggredito non sono più distinguibili e la cura è un'impresa non sempre possibile.
La colpevole, fugace e intermittente fiducia del popolo va da un Masaniello all'altro che, al grido "Viva 'o Re 'e Spagna, mora 'o malgoverno", guida la rivolta di...

domenica 23 giugno 2019

Vestimi di fiori...

Vestimi di fiori, i colori nasconderanno le mie rughe. Seguirò i solchi che il tempo ha lasciato sulla strada per cucire l'abito che desideri. Non sono più bella come un tempo quando passavano poche carrozze. Sei ancora bella, i petali dei fiori servono per dirlo. Non farmi arrossire sotto questo sole di giugno che mi si scioglie il trucco, abbonda con la ginestra per coprire quella crepa, si è aperta giusto l'altro ieri. Non preoccuparti, pochi lo noteranno o nessuno, la gente è distratta. Meno male, la distrazione è un belletto a buon mercato di questi tempi.

Infiorata di Genzano, 2019

Ancora poche ore e un nugolo di bambini passeranno sul tuo vestito. Attendo da tempo la gioiosa distruzione di quei marmocchi. Sei dispiaciuta? Che domande! Non serve rispondere, loro sono bambini, io il tappeto dei loro passi indiscreti. Non sanno quello che fanno. Non serve saperlo, sono figli del Dio bambino che ci danza addosso fino a cadere ubriaco dei giorni che invochiamo.

Infiorata di Genzano, 2019

Possiamo immaginare un finale diverso? Sì, possiamo immaginarlo, dobbiamo, perché solo così sappiamo vivere ma avremo sempre solo questo finale perché solo così possiamo morire. Ci rivedremo ancora? Chissà! L'anno prossimo si ripeterà lo stesso rito, io sarò di nuovo qui, e tu?

venerdì 14 giugno 2019

Sugli emetici

"La prima classe vomita dove vuole, la seconda sulla terza, la terza su sé stessa", così Majakovskij descriveva il suo viaggio verso l'America nel 1925 sul piroscafo Espagne, 18 giorni sull'oceano Atlantico, navigazione complicata. La considerazione di Majakovskij mi fa pensare ai numerosi personaggi della storia e dell'attualità la cui sola qualità è di essere dei potenti emetici, quei farmaci che stimolano il vomito. La prima classe continua a vomitare dove vuole, come la seconda sulla terza e la terza su sé stessa ma in più parte della seconda viene convinta di poter vomitare sulla prima e parte della terza viene illusa di essere seconda. Se dovessi riassumere le qualità di certi capobastone direi questo. Con questa qualità si può persino arrivare al governo di un paese e alla guida di un popolo convinto che le classi non esistono più.

martedì 11 giugno 2019

Passerai colomba


Passerai colomba
le porte chiuse del dolore
per venire di notte alla luce fioca di una parola
a cercare il tuo principe bambino,
chiederai ragione delle lame di luce e pulviscolo
che dalle serrande trafiggono pomeriggi di clessidre ferme,
chiederai ragione della polvere danzante
che ragione non ha,
su altri mondi lasceremo orme e sguardi,
di altre stagioni coloreremo le attese.
Esausti di risate sul letto di casa,
grande di lunghe pedalate e interminabili giochi,
non avrò risposte per dissetare domande
che ci culleranno
fino al risveglio che non avremo.

giovedì 6 giugno 2019

L'esperimento

Nell'agosto del 1971 nel dipartimento di psicologia dell'università di Stanford Philip Zimbardo condusse un esperimento destinato a rimanere nella storia. Zimbardo era interessato al comportamento degli individui che fanno parte di un gruppo e che hanno un ruolo definito nel contesto del gruppo. In altre parole Zimbardo si chiedeva se il contesto possa condizionare il comportamento di un soggetto facendo assumere tratti estremi e antisociali. Nel panorama della psicologia sociale non era una novità la teoria che gli individui di un gruppo coeso possano perdere l'identità personale e il senso di responsabilità, Zimbardo volle testare la teoria sul piano sperimentale.
Zimbardo concepì il cosiddetto esperimento carcerario. Tramite un annuncio sul giornale universitario furono cercati volontari disponibili a partecipare ad un esperimento. L'annuncio era indirizzato agli studenti dell'università di Stanford e ai volontari sarebbe stato riconosciuto un compenso per tutta la durata dell'esperimento, prevista di due settimane. Di quanti risposero all'annuncio furono arruolati 24 soggetti maschi, scelti tra i più equilibrati, maturi, e meno inclini a comportamenti devianti. L'esperimento consisteva nella simulazione dei comportamenti carcerari con l'assegnazione casuale del ruolo di "guardie" e "detenuti". Quindici "guardie" avrebbero dovuto far rispettare l'ordine a nove "detenuti". Furono disposti i turni e le mansioni. Nel seminterrato dell'istituto fu riprodotto in maniera fedele un carcere di cui Zimbardo sarebbe stato il direttore, comprese le celle di punizione per chi non avesse rispettato le regole stabilite. I prigionieri furono obbligati a indossare divise con un numero impresso, davanti e dietro, un berretto di plastica, e una catena alla caviglia. Dovevano ovviamente attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi kaki, occhiali a specchio che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, avevano manganello, fischietto, manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l'ordine pur senza dare loro impressione che sarebbero stati consentiti abusi.
Le guardie dovevano solo assicurare il mantenimento dell'ordine circa i turni da rispettare per i pasti, per il riposo, per la passeggiata. Tutti erano perfettamente consapevoli che si trattava di un esperimento, potremmo dire un gioco, eppure dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza. Molti tra quelli che interpretavano il ruolo di guardie iniziarono a intimidire i detenuti, a umiliarli cercando in ogni modo di spezzarne il legame di solidarietà. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica fu contrastato un tentativo di evasione dal carcere. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi di disgregazione individuale e collettiva, avevano un comportamento depresso e passivo, avevano evidenti disturbi emotivi. D'altra parte le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. Visto lo sviluppo degli eventi l'esperimento doveva essere interrotto, dopo solo sei giorni dal suo inizio. Lo stesso Zimbardo si rese conto che il ruolo di direttore del carcere stava influendo sul suo comportamento perché i maltrattamenti erano per lui solo uno dei risultati possibili di un esperimento e in definitiva si traducevano in un appunto sul suo quaderno. Quei maltrattamenti avrebbero dovuto indurlo a intervenire, a mitigare quello che doveva essere una simulazione ma anche lui aveva un ruolo, quel ruolo che secondo la teoria che voleva testare è causa della deindividualizzazione di un soggetto e in definitiva della sua deumanizzazione. Prendere atto di questa trasformazione, grazie anche a un colloquio con la sua compagna, fu per Zimbardo decisivo per l'interruzione dell'esperimento.
Zimbardo riportò l'esperimento carcerario nel libro L'effetto Lucifero. Cattivi si diventa? (Raffaello Cortina, 2008). Nel 2001 venne girato il film The Experiment - Cercasi cavie umane che racconta i fatti dell'esperimento. Nel 2010 venne girato un remake del film.



L'esperimento di Philip Zimbardo appartiene a una lunga tradizione della psicologia sociale che ha tra i suoi padri nobili Stanley Milgram (Obbedienza all'autorità. Uno sguardo sperimentale) e le sue radici nel pensiero di Hannah Arendt (La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme). Perché ricordare oggi l'esperimento di Zimbardo? Innanzitutto perché i risultati di quell'esperimento mostrano in maniera possente come la contingenza, il contesto, il ruolo che ciascuno di noi vive in una determinata circostanza, fase storica, società possa trasformarci in qualcosa che mai avremmo pensato di essere [Un tempo si sarebbe messo in evidenza l'approccio storicista di Zimbardo e si sarebbe aperta una discussione infinita tra situazionisti e strutturalisti ma non è più tempo per queste sottigliezze, NdR]. I risultati di quell'esperimento mostrano che l'individuo è una entità tutt'altro che incrollabile e definita una volta per tutte, si tratta piuttosto di un'entità soggetta a fluttuazioni determinate da dinamiche sociali complesse e imprevedibili. Non c'è bisogno di ricorrere alle categorie della sociopatia per scoprire che ciascuno può assumere comportamenti riprovevoli in determinate situazioni. I soggetti di Zimbardo erano di buona estrazione sociale, di cultura medio-alta, erano tutti studenti di Stanford, nessuno aveva disordini del comportamento, eppure nei giorni dell'esperimento diventarono qualcosa di cui si sarebbero pentiti. Successivamente all'esperimento sia le "guardie" sia i "detenuti" ebbero bisogno di diverse sedute per tornare alla normalità e cercare di dimenticare quei maledetti sei giorni.
Ma c'è un altro motivo per cui ripenso all'esperimento di Zimbardo ed perché è mia forte convinzione che da un po' di anni ormai sia in corso un gigantesco esperimento in Italia ad opera di seminatori seriali di odio che traggono profitto elettorale dalla costruzione di un clima di paura. Gente senza la curiosità scientifica di Zimbardo ma guidata unicamente dal proprio arrivismo approfitta degli effetti di una crisi economica che in Italia sta durando da più anni che in altri paesi, approfitta delle crisi di portata mondiale per costruire il proprio ruolo di direttore del carcere assoldando "guardie" in giro per il paese pronte a vessare i "detenuti". In questo caso non c'è la libera volontà di aderire all'esperimento, i ruoli sono assunti di volta in volta in base alle stesse contingenze che contribuiscono a modificare il carattere degli individui. Elementi essenziali per cadere in un ruolo o nell'altro sono le diverse condizioni socioeconomiche di partenza, la sensazione di minaccia di perdere lo status raggiunto a fatica, la disponibilità di servizi sociali, l'esistenza o meno di una rete sociale. Sono indubbiamente importanti altri fattori come il livello di istruzione ma ritengo che questi fattori siano secondari. Più importante di tutto mi sembra l'attività catalizzatrice di soggetti che progettano in maniera sistematica come evocare le più basse pulsioni del corpo sociale indirizzando la rabbia delle "guardie" verso i "detenuti". I "detenuti" cambiano di volta in volta, non sempre sono i deboli, a volte sono i forti, purché lontani! A volte sono i migranti, altre volte i "burocrati di Bruxelles", o il gotha di Bildemberg, non importa, il meccanismo è lo stesso. C'è un nemico fuori che sta minacciando la pace e l'armonia dentro. Sono solleticati quegli stessi meccanismi che nella storia hanno sovrinteso sentimenti di solidarietà e coesione tra i popoli e hanno contribuito alla nascita degli Stati. Cosa c'è di male a dire uniamoci a corte, siam pronti alla morte? Su questo inganno semantico lavorano i vari strateghi della comunicazione che invocano il sovranismo di borgata che oggi impera in Italia. Cosa c'è di male! C'è che a lanciare il grido "alle armi" non sono sempre persone capaci e disinteressate, guidate da ideali di emancipazione e progresso, "armate" degli strumenti della ragione, dell'argomentazione, della dialettica che risponde alle domande in maniera ragionevole ricorrendo a tesi, dimostrazioni, ipotesi, risultati attesi e rischi connessi. Spesso ci sono autentici chiacchieroni che se ne infischiano altamente delle elementari regole dell'argomentazione e delle prove dei fatti. Ecco cosa c'è di male. C'è l'assurda, inconcepibile eppure reiterata difficoltà di riconoscere il ciarlatano che interpreta il pifferaio magico di turno prima di essere trascinati verso la rovina.
Quando questo esperimento finirà, perché finirà, molti italiani avranno bisogno di parecchio tempo per riprendersi dal torpore in cui sono caduti. Quanti hanno dovuto, loro malgrado, attendere il risveglio della maggioranza dei loro concittadini avranno poco tempo per prepararsi al successivo esperimento di deumanizzazione.

giovedì 16 maggio 2019

Camminano le donne

Camminano le donne,
con il culo grosso e il seno di malva,
mostrano la strada ai figli di nessuno
e tengono per mano un dolore da crescere.
Camminano le donne
sulle parole che lastricano strade sconosciute
e i sentieri nudi di storie antiche.
Camminano le donne,
con le spalle larghe,
partoriscono il mondo
nella borsa della spesa
e si mordono le labbra al sole
di tavole imbandite di pane e rose.

giovedì 9 maggio 2019

A domanda rispondo

“Quindi, secondo voi, gli elettori della Lega, che sono il 35% degli italiani, sono un misto di stupidi, razzisti, fascisti, evasori fiscali e trogloditi?” Salvini, ieri sera a Otto e mezzo

Andiamo con ordine.
1) Stupidi. Carlo Maria Cipolla sosteneva che gli stupidi sono distribuiti in tutte le categorie sociali, da quelle meno istruite ai premi Nobel. Non si vede ragione per cui gli stupidi non debbano esserci anche nella Lega e soprattutto nulla di quanto ha scritto Carlo Maria Cipolla esclude ipotesi su eventuali fenomeni di concentrazione degli stupidi in un solo partito pur rimanendo equamente ripartiti nelle rispettive categorie sociali. La storia è generosa di casi simili.
2) Razzisti, fascisti. Li metto insieme per comodità, spesso i razzisti sono fascisti e quasi sempre i fascisti sono razzisti. Razzismo e fascismo costituiscono un fondo inconscio e primigenio, quasi un rigurgito dell'evoluzione biologica di quando vivevamo in clan e tribù. Le forme di convivenza civile delle società complesse dovrebbero emancipare da questi retaggi ma è anche vero che la complessità non gestita adeguatamente può far riaffiorare conflitti e antiche soluzioni. Peggio quando la complesstità è gestita da chi trae vantaggio da sentimenti di rabbia e paura alimentandoli per proprio tornaconto con sistematicità chirurgica.
3) Evasori fiscali. In Italia abbiamo il record dell'evasione fiscale. Un esercito di parassiti sociali che vivono sulle spalle dei pochi che pagano le tasse. Preoccupanti stime dicono che a pagare lo stato sociale è un quarto della popolazione, il resto o è sotto soglia e va aiutato oppure è un parassita e va eliminato. Ovvio che in un paese simile una proposta come la flat tax che fa pagare poco gli evasori è vista con favore.
4) Trogloditi. Un po' vale quanto detto al punto 2. Senza la continua coltivazione della buona educazione, della cultura e dei dispositivi di civile convivenza, ovvero della politica non è peregrino pensare che diventi altamente probabile, se non sicura, una regressione allo stato del troglodita. Se qualcuno coltiva uno stato prepolitico di conflitto tribale con un nemico al giorno appellandosi a criteri che nulla hanno a che fare con lo stato di diritto allora la regressione allo stato di troglodita diventa anche un obiettivo scientemente perseguito.

Concludendo la risposta alla domanda di Salvini è sì! Chi vota Lega è "un misto di stupidi, razzisti, fascisti, evasori fiscali e trogloditi", con l'aggravante che la riduzione dell'elettorato a questa condizione è perseguita in maniera mirata solleticando gli istinti più beceri che ognuno di noi porta con sé, quale eredità di un passato che a guardare bene abbiamo davanti.

mercoledì 1 maggio 2019

1° maggio di festa

Propongo alcuni dati per riflettere in questo giorno dedicato al lavoro. I dati sono di fonte Eurostat, l'istituto europeo di statistica, e sono aggiornati al 2016. Eurostat adotta criteri di raccolta ed elaborazione dei dati omogenei per tutti gli Stati membri ed è utile, ai fini di questa nota, il confronto con gli altri Stati Europei. Vedremo dopo i dati INAIL che fornisce informazioni più aggiornate e più preoccupanti.
Nei grafici ci sono anche Norvegia e Svizzera che non fanno parte dell'Unione Europea. Le barre azzurre rappresentano il numero di incidenti con esito mortale del 2016, il trattino rosso rappresenta i valori del 2010. Nel 2016 l'Italia occupava il secondo posto per numero di incidenti mortali sul lavoro. Prima dell'Italia c'era la Francia, dopo di noi c'erano Germania, Spagna, Regno Unito, Polonia, etc. In Italia il numero di morti è diminuito dal 2010 al 2016, da oltre 700 a meno di 500.

Per la verità non c'è da stupirsi che i Paesi più grandi occupino le prime posizioni in questa triste classifica. Germania, Francia, Italia, Spagna, Regno Unito e Polonia messe insieme costituiscono più del 70% della popolazione europea. Per una lettura corretta quindi gli incidenti mortali devono essere espressi in rapporto alla popolazione oppure in rapporto a un numero di lavoratori.
Nel grafico seguente gli Stati sono ordinati secondo il numero di incidenti mortali ogni 100.000 lavoratori. La linea tratteggiata rossa rappresenta la media dei 28 Stati Europei nel 2010, quella blu la media nel 2016. L'Italia occupa una posizione intermedia ma quello che conta è che Paesi come Germania e Regno Unito, che già contavano meno morti in assoluto, si allontanano ancora di più dall'Italia perché contano un numero molto inferiore di morti sul lavoro ogni 100.000 lavoratori. Anche Spagna e Polonia ne hanno meno di noi. Solo la Francia continua ad averne più dell'Italia.
Insieme alla Francia siamo, tra i grandi Paesi europei, i soli ad avere più morti sul lavoro della media europea e sebbene le cose siano migliorate dal 2010 restiamo ben al di sopra della media europea. E' interessante notare che la Svizzera, spesso portata a modello nell'ambito del lavoro, abbia un numero di morti sul lavoro di poco inferiore a quello dell'Italia.

I dati più recenti pubblicati da INAIL non fanno ben sperare che la situazione sia migliorata. Al contrario, le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale nel 2018 sono state 1133 (+10,1% rispetto al 2017). Per quanto riguarda il primo trimestre del 2019 le morti sul lavoro sono state 212, dato invariato rispetto al primo trimestre dell’anno scorso.

In sintesi, considerando i dati dal 2013, abbiamo la non invidiabile media di più 1100 morti all'anno, più di 3 morti al giorno sul lavoro. Ogni santo giorno più di tre morti sul lavoro. Tre persone escono di casa per andare al lavoro e non torneranno più. Non è una novità, purtroppo. Chiunque governi deve riflettere su questi dati, compresi quelli che giocano al piccolo statista e tagliano i fondi antinfortuni di INAIL pensando di rilanciare così l'economia.


Buona festa del lavoro e dei lavoratori!



Buona festa del lavoro.

mercoledì 24 aprile 2019

Aspettando il 25 aprile.

Il giorno che si celebra, commemora, festeggia la Liberazione d'Italia dalla dittatura fascista sarebbe divisivo?
Sì, è divisivo.
Da una parte ci sono i democratici, quelli che ritengono imprescindibile il metodo democratico e costituzionale per una vita civile di pacifica convivenza e di rispetto reciproco. Dall'altra parte ci sono i nostalgici, a vario titolo, di una qualche forma di oppressione dei diritti e delle libertà.
Sì, il 25 aprile è divisivo perché fa riconoscere gli autentici democratici da quelli che si servono in maniera strumentale della democrazia e magari ricoprono cariche istituzionali ma restano i figli frustrati di un passato in cui avrebbero assunto il ruolo di oppressori e al massimo avrebbero concesso alla gente del popolo il privilegio di osannarli.
Aspettando il 25 aprile penso a questo e mi chiedo che posto avrebbero occupato ottanta anni fa quanti oggi negano il valore della Liberazione d'Italia.
Quando la libertà di espressione e i diritti venivano calpestati quale ruolo avresti avuto? Saresti stato con chi diceva che bastavano un migliaio di morti per sedere al tavolo della storia o con chi a quel tavolo ha sempre avuto gli ultimi posti? Da quale parte della storia saresti stato? Avresti immaginato e desiderato un tavolo dove ognuno avrebbe avuto il suo posto o un tavolo per pochi potenti eletti da una qualche volontà superiore? Queste sono le domande cui ogni italiano è chiamato a rispondere il 25 aprile. 
Non affrettarti a rispondere, prendi tempo per riflettere. In molti casi non basta una vita per rispondere sinceramente alle domande. Se non hai vissuto quelle condizioni in prima persona e rispondi immediatamente è solo perché sei superficiale, oppure un cretino, qualunque sia la tua risposta, e non ti rendi conto di quale "privilegio di anagrafe" ti è toccato a non essere nato sotto il giogo di una qualche dittatura per dover rispondere in fretta a quelle domande. Approfitta del tuo privilegio provando a metterti nei panni di chi è nato prima di te ma sappi che la loro "scelta" era più difficile della tua e se tu oggi scegli, perché per te oggi è una scelta a tutti gli effetti, di stare dalla parte degli oppressori allora la tua è una scelta criminale persino più grave di quella operata da chi è vissuto sotto una dittatura. In quei casi la scelta è sempre contaminata da processi che somigliano alla turbolenza di un torrente che trascina i detriti lungo due rami diversi nel suo violento fluire. Gli esseri umani spesso sono i detriti della Storia ma sono detriti pensanti, dotati di volontà e di responsabilità. Qualunque sia stato il ramo del torrente che hanno percorso e che percorreranno sono chiamati a risponderne, davanti alla propria e all'altrui coscienza. Nessuno dei nati nel dopoguerra può dire con assoluta certezza quale sarebbe stata la sua risposta alle domande se fosse vissuto durante la dittatura ma sa certamente quale risposta può dare oggi perché vive in una società che si richiama ai valori democratici, anche se si tratta di una democrazia incompiuta. Chi oggi rivendica di stare dalla parte opposta a quella che ha sancito la nascita dello stato repubblicano e antifascista è un criminale in pectore, certamente un potenziale oppressore, con l'aggravante di aver gettato alle ortiche il privilegio d'anagrafe di cui continua a godere.

lunedì 22 aprile 2019

Sbirciare nell'orinatoio

Vi siete mai chiesti perché gli orinatoi nei bagni dei maschi sono affiancati mentre niente di simile c'è per i bagni femminili? Le donne coltivano l'intimità. I maschi invece, quelli meno avvezzi a questo esercizio e più votati alla competizione, fanno anche dell'orinatoio una linea di trincea dove misurarsi! Uno sguardo di lato, furtivo e veloce, appena il tempo per capire se la propria dotazione è regolare e magari capire se c'è nei paraggi un maschio alfa. Ecco, chi ha spirito di osservazione può vedere quanto dico nella foto pubblicata da Morisi, curatore della comunicazione social di Salvini.
Da notare la sbirciatina dei sodali allo strumento del maschio alfa che nell'orinatoio dell'obiettivo fotografico riversa la propria immagine, escreto metabolico maleodorante di una società malata.
Dei due sbirciatori ammaliati quello meno barbuto è Morisi.

domenica 21 aprile 2019

Avvolti di pelle

Avvolti di pelle
e stracci di mezze verità
danziamo a piedi scalzi
per un minuto
che toglie il fiato.

Dura un soffio penare
per una scheggia di eternità
appesa a quell'ultima parola
ancora da dire,
abito vuoto nell'armadio,
tessuto di straziante attesa.

sabato 20 aprile 2019

Oggi Dio tace

Oggi Dio tace,
nelle chiese è silenzio
e smarrimento.
Nei campi emorragici di papaveri
attendiamo la nostra deposizione.
Torneremo il terzo giorno,
per un altro non vederci.

venerdì 19 aprile 2019

Un mese fa

Cosa vendono le stazioni? Vendono partenze, arrivi, saluti, avvisami. Non vendono più scrivimi quando arrivi. Vendono fai attenzione alla valigia. Vendono ancora attese e speranze a buon mercato, ritardi a prezzi stracciati, vendono tempo rinviato che si scalda al sole bizzarro di marzo che tira scherzi a chi si considera salvo dall'inverno. Cosa vendono le stazioni?

venerdì 12 aprile 2019

Note

Che una forma di pensiero assoluto sia il pilastro della teologia di Ratzinger non è mistero per nessuno che abbia seguito il suo magistero. Un estratto dell'articolo di ieri ne chiarisce in maniera icastica i connotati.
"Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita. Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana."
A un pensiero laico, allenato a quell'ars discutidora che è la democrazia, non sfuggono le pericolose conseguenze di simili affermazioni né le terribili origini con le annesse degenerazioni. Chi decide della posizione dei valori per stabilire il più alto in nome del quale è possibile (o doveroso) sacrificare anche la "vita fisica"?
Quanto all'origine del collasso morale che l'ex pontefice attribuisce ai movimenti del '68 mi resta la triste impressione di una miopia non solo storica, per molti versi incomprensibile. Se da un lato corre l'obbligo di ricordare che l'esortazione "si non caste, tamen caute" fu pronunciata dal pio arcivescovo Adalberto di Brema durante il Sinodo di Pasqua dell'ormai lontano 1049, dall'altro lato è inevitabile notare che il collasso morale di cui Ratzinger parla riguarda la dimensione sessuale. Una dimensione della moralità certamente importante ma angusta se la riflessione del filosofo morale deve avere come orizzonte minimo la convivenza tra i viventi, ma qui ci avventureremmo nel campo più impegnativo dell'etica pubblica.
...
Tempo fa, a tempo perso, per ragionare disordinatamente sulla crisi morale la presi piuttosto larga. Senza peraltro mai nominare quella crisi, che può stare comodamente dentro la crisi della modernità, ragionavo sull'arte contemporanea ma il soggetto e i suoi termini temporali erano e sono pretestuosi e convenzionali, giacché l'arte è sempre contemporanea e ogni epoca è nata dalla crisi dei valori sostenuti nelle precedenti epoche.
L'articolo di Ratzinger di ieri poteva essere la riflessione di un uomo maturo sulla crisi della nostra epoca. La sua età e la sua cultura, nonché l'attenzione che gli viene rivolta, potevano essere importanti fattori per una riflessione seria sulla crisi del nostro tempo. Peccato, è stata l'enesima occasione persa.

Un occhio guardava


Un occhio guardava,
l'altro vedeva.
La mano incerta raccontava
immagini di declivi montani
e solitaria vegetazione.
Il cielo aspettava.


mercoledì 10 aprile 2019

Ogni sera lancio la luna

Ogni sera lancio la luna
con la fionda delle ore,
la vedo correre
lungo la parabola del buio.
Cade infine
dove l'occhio si arrende
e il fiato,
vecchia Selene,
non ci basta.

Avvicinati luna

Avvicinati luna,
svelami il destino che conosco,
lo canterò sul pentagramma delle tue rughe
e fuggirò spaventato dalla rivelazione
di mille e mille sere prima...

Scrivo parole
come quando bambino mi grattavo
la crosta dalle ginocchia,
non aspettavo che cadesse.

Il tempo è come capelli troppo lunghi,
di tanto in tanto tocca sforbiciarli.

lunedì 8 aprile 2019

Nei campi ventosi e assolati


Nei campi ventosi e assolati
ti parlerò del cardo e dell'asfodelo,
ti mostrerò la malinconica bellezza
degli araldi dei regni purpurei
dove il papavero sposa la rosa bianca
e la pietra si veste di memoria.

Cammineremo nell'antro dell'oracolo
tacendo le profezie che conosciamo.
A tempo debito attraverseremo
i sentieri tortuosi delle mani,
per ora colmiamo gli occhi di altrove,
lo sappiamo, a volte mentire è atto d'amore.

Il marchio di Caino ci segna la fronte
di cercatori d'ombra e altri tesori.
Abiteremo dimore senza nome
tra mille lacrime di tarassaco
per ritrovarci un giorno o l'altro
dove gemmano il cardo e l'asfodelo.

Qui ogni anno torna la guerra tra pietre e fiori,
l'aria si riempie di voci, la bocca di sale,
la primavera è spudorato memento mori.

sabato 6 aprile 2019

Brevi note per un'antropologia del maschio

Dai a un maschio un compito elementare e se lo considera avvilente rifiuterà di compierlo con sprezzo o malcelata indifferenza. Se si tratta di qualcosa di inevitabile, come una funzione corporale, allora porterà a termine l'impresa senza mettere attenzione come per una cosa cui è costretto ma che non gl'importa più di tanto. Il maschio è fatto per compiti più impegnativi, che richiedono forza, spirito, intelligenza. Lui è votato ai compiti straordinari, quelli ordinari lo umiliano. I mestieri ordinari li lascia ad altri. Chi sono gli altri? Domanda complessa, porterebbe lontano! Il maschio si occupa di cose straordinarie. Non di solo pane, il pane è vile materia, il maschio si leva verso le alte vette dello spirito. Lui punta al companatico!

Ma rendi il compito elementare una sfida e il maschio ritroverà la tenzone che lo sveglia dal suo torpore spirituale. Rendi anche la più umile funzione corporale un terreno di agonismo e il maschio si misurerà con le più fini doti di precisione di cui la natura l'ha generosamente fornito. Chiamerà a raccolta le recondite potenze della mente e delle sue forti membra per dare il meglio di sé di fronte al mondo e alla storia evolutiva che l'ha portato a occupare sì tanto podio. La sfida chiama il maschio al ruolo che gli compete, il ruolo  attivo, non è più passivo e succube delle incombenze fisiologiche del corpo che lo costringono a umiliarsi di fronte all'universo mondo, bensì è partecipe di un confronto con le avversità cosmiche che ignorano il suo primato e sol per questo lo insidiano e lo minacciano.

Del resto lo diceva già il maestro di color che sanno, il maschio è attivo, se invece si sottomette ai richiami della natura è passivo come gli altri. Chi sono gli altri? Domanda complessa, porterebbe lontano! Il maschio è attivo si diceva, e allora come fare a rendere una umile funzione corporale una attività degna di tanto merito? Una sfida è quello che ci vuole, perché il maschio deve avere un obiettivo da raggiungere, un podio su cui salire. Nulla di semplice si addice alla sua tempra, non può essere un obiettivo semplice ma una misura della sua bravura, altrimenti anche gli altri sarebbero in grado di raggiungere quell'obiettivo. Chi sono gli altri? Domanda complessa, porterebbe lontano! Sì, una sfida con sé stesso, con le proprie energie, fino a toccare l'estremo limite delle proprie capacità.


Ecco che una semplice pisciata può diventare un terreno di elevazione dello spirito, basta invitare il maschio a centrare l'obiettivo, sempre che non riesca a cogliere il senso dell'invito fatto da altri - chi sono gli altri? Domanda complessa, porterebbe lontano! - e si ostini a centrare il pallino nero del bersaglio!

martedì 26 marzo 2019

Qui sono le anime annegate

Qui sono le anime annegate
in attesa di salire a più alto cielo
in terra furono vite disperate
prima che il tempo distogliesse il velo.

...

Dante mi perdoni, vero?

lunedì 25 marzo 2019

giovedì 21 marzo 2019

Nei giorni sanguinanti

Nei giorni sanguinanti
di ferite aperte dalle lame del prima e del dopo
lungo gli oltraggiosi sentieri equinoziali
fiorisce il ghiaccio e la rosa.

Il dolore mette foglie nuove,
un profumo d'assenza abita i campi,
solcati di luce e formiche in fila.


PS Marzo è fitto di giornate celebrative. Ieri era la giornata internazionale della felicità. Oggi, tra le altre, si celebra la giornata mondiale della poesia. Non è casuale l'accostamento tra la primavera e la poesia all'ombra di un malinteso che vuole la primavera evento lieto e la poesia portatrice di letizia. Poesia è poiesis, creazione, atto che scaraventa nel mondo la materia dormiente. La primavera, circolare nella sua corsa astrale, è una ri-creazione, una pausa vertiginosa nella quale si viene facilmente trascinati. E' il sacrificio ri-corrente di chi vuole eternare quell'atto violento che è poiesis. Ogni sacrificio ha le sue vittime tra equivoci e semantici inganni, come quello che vuole la sagra della primavera di Stravinskij dimentica della sua originaria radice che è il sacrificio della primavera e dei dormienti che non si risvegliano.

mercoledì 20 marzo 2019

L'ode per l'eroe

Dell’eroe indomito aveva il piglio
Fiero il petto forte il cipiglio
“Mi volete processare, io me la rido”
Dice al nemico con alto grido

Due giorni dopo consulta l’avvocato
e a più miti toni riporta il latrato
“vi prego, salvatemi dalle spire al collo
l’ho fatto per voi, io non mollo”

Pareva un leone ed è un leprotto,
a dirla tutta il capitano è un cagasotto.


PS. Non è neanche nuova, su fb la proposi a gennaio, in occasione del voto alla Camera dei Deputati per salvare il soldato Salvini.

lunedì 11 marzo 2019

Ci voltammo dall’altra parte del sangue

Ci voltammo dall’altra parte del sangue
dove i venti soffiavano attesa e tempesta.
Tra le crepe dei muri si annidavano voci
di aria filtrata e odore disinfettante.

L’avremmo strappato a morsi un altro giorno
se quei volti non ti avessero sorriso.
Non ci mancava il fegato di morire per errore.
Il mondo continua a girare come niente fosse
e niente accade al mondo che non sa degli abissi.

Viaggiatori clandestini di un granello di sabbia
attraversammo la notte scambiandoci i silenzi,
all'alba ti aspettava il cavallo di carta pesta
per portarti dove cominciò la sua corsa.

Confitti nella carne custodisco i tuoi occhi,
ansimante dopo neanche mezzo giro di valzer.


domenica 3 marzo 2019

Parole

Ci sono parole di sapore intenso, parole che mastico lentamente in ogni angolo della bocca. Sono parole aghi di bussola per trovare sentieri perduti nelle notti senza stelle, magneti che scrivono i campi di forza da percorrere. Sono parole altare, per inginocchiarsi e pregare chi le ha pronunciate, mappe per camminare le strade di ieri e di domani, luoghi da abitare in silenzio per non disturbare i muri intrisi di voci. Parole che arrivano dagli altrove dove le parole creano parole. Parole con il crepacuore, sole e abbandonate agli angoli di strade desolate, invase dai rifiuti lasciati dopo feste roboanti, parole forti come certe donne che chiudono dolori antichi in scrigni incastonati di sorrisi e tarsie di sogni, parole fragili di vetro soffiato da vento caldo e lungo tramonto nelle piazze imbiancate di calce dove vecchie sentinelle ruminano tempo, sputano malasorte e hanno parole buone per parlare con i morti, volti solcati da canali secchi d'acqua dove impetuose scorrono storie di miracoli e di prodigiosa povertà. Ci sono parole intrise di umidità notturna appese ad asciugare al filo di un sibilo assordante. Parole strozzatura di clessidra per contare il tempo nella notte, grano a grano, in attesa di un'alba che non lascia scampo.

venerdì 22 febbraio 2019

Impastatrice

Impastatrice
Antico Regno V Dinastia
2510 a.C. - 2350 a.C.
Il dolore va impastato bene, come si fa il pane. Serve pazienza, forza e metodo. Se non impasti bene la cottura lo rovina, le bolle nell'impasto fanno scoppiare la crosta, il pane resta duro in alcuni punti, morbido in altri. Impasta bene che il fornaio è passato nel cuore della notte, "temperaaa". Questa notte sarà breve. È ancora buio, tra le mani si sollevano onde di acqua e farina, come anni e destini travolti nel fortunale tra le dita. Impasta bene che deve lievitare. Lo metterai sotto una coperta, nel letto, dove dormi, come un bambino da tenere al caldo, battezzato d'acqua, cresimato con un segno di croce. Il fornaio passerà tra poco per ritirare il bambino che hai cresciuto questa notte, passerà per infornare il pane. Domani ne mangeremo tutti.

mercoledì 13 febbraio 2019

Alleanze

L'erba cresce alta fino a che non arriva la falce che la taglia e fa pulizia. Allo stesso modo la morte fa pulizia delle nostre teste alte, cresciute come erba. Il contadino stipula un'alleanza con la morte facendo il suo stesso mestiere nel tentativo di farsi passare per un aiutante, "vedi faccio il tuo stesso lavoro ti risparmio la fatica", in questo modo scongiura la falce dalla propria testa, la allontana. Il contadino resta vivo fino a quando riesce a tenere pulita la sua campagna, dopo...
Pensare che l'attività del contadino sia una perenne lotta contro la morte è un'idea romantica e inzuccherata per chi non ha mai preso in mano una falce, è piuttosto un'alleanza perché l'una non possa fare a meno dell'altro, almeno per un po' di tempo, fino a quando il contadino si prende cura della sua terra. Non sappiamo più stipulare patti con la mietitrice, non sappiamo più curare un giardino. Non sappiamo più morire. Di riflesso non sappiamo più vivere.

mercoledì 6 febbraio 2019

Grazie

poi ascolti l'adagietto della quinta di Mahler e di tutto il chiacchiericcio non resta nulla, ti ritrovi, granello di sabbia, in preda al vento, nel mezzo dell'intima tragedia che tutto questo sia bello, terribilmente bello, bello da piangere


A distanza di 10 anni dalla sua apertura, dopo molti conflitti e incertezze sul suo futuro, dopo quasi 1000 post, il mio blog resta il solo social dove mi è possibile scambiare qualche idea che vada oltre il "mi piace". Siamo in pochi, come i denti in bocca ma buoni, come dice Guccini, sempre pronti a masticare il mondo. Vi ringrazio amici che non ho mai conosciuto.

domenica 27 gennaio 2019

La continua memoria

Antonio Gramsci diceva che la storia insegna ma non ha scolari. Oggi è grande lo scoramento per una società piena di livore e rabbia, che si fa guidare da gentaglia che non sa coltivare la forza della gentilezza e che alimenta il rancore, la frustrazione, la forza bruta e lo fa per un tornaconto elettorale che non porterà lontano. Oggi è grande lo scoramento che il giorno della memoria può sembrare una presa in giro, una vuota celebrazione, e invece è proprio per questo che è ancora più urgente tornare sui vecchi orrori e pensarli in continuità con quelli di oggi, con la sistematica coltivazione dell'odio per i migranti, per i reietti, per i diseredati.

giovedì 17 gennaio 2019

Pozione

Due lacrime appena e sguardi attenti, quanti ne hai, in un calderone di sogni e succo di tempo, mescola lento al fuoco dei desideri. Lascia riposare al buio per una notte e una vita, poi bevi in un solo fiato. Non accadrà nulla ma il sacro sortilegio dell'intruglio ti farà dare un nome al nulla che è tuo soltanto, di quel nome sarà piena la stanza da intossicarti di felicità, per un quarto d'ora.

martedì 15 gennaio 2019

La vòra

Dalle mie parti le vòre rappresentano luoghi che hanno un significato simbolico, non solo geologico. Luoghi che ingoiano e generano metafore. Le vòre sono voragini che si aprono nella roccia calcarea, aperture di un percorso nascosto, un fluire sotterraneo e invisibile che corre fino al mare, sono memoria di corsi d'acqua antichi che si nascondono alla vista eppure continuano a scorrere. Sono ingressi di avelli inferi che conducono nel ventre della terra, dove tutto nasce, dove tutto finisce. Nel mio paese c'è una delle vòre più grandi nel Salento, raccoglie le acque piovane dei paesi confinanti, un avvallamento che si riempie d'acqua fino a formare un lago che dura fino a che la vòra non lo inghiotte. Un tempo, raccontava mia mamma che lì vicino è nata e cresciuta, quando la vòra si riempiva i bambini facevano festa. Appena finita la pioggia e il sole faceva ritorno portavano giù tavole, porte che si improvvisavano zattere per salirci sopra, le tavole venivano legate a una corda che gli adulti assicuravano a terra. Chi poteva credere che c'era un lago lì, sotto casa, fatto apposta per giocarci? Mamma diceva che si portava giù il taulieri, la tavola che serviva per impastare il pane, e nel mio immaginario u taulieri si caricava di significati, in quelle occasioni la tavola dove si faceva il pane diventava barca, un'arca per salvare le nuove generazioni da un diluvio passeggero. Ci sono ancora arche per salvare il pane di domani?
La vòra è piena e non piove più, forza, portiamo giù i taulieri, prendi le corde, sbrigati. Durerà pochi giorni quel lago, forse poche ore, che la vòra inghiotte tutto e non resterà niente di quel lago, tornerà la campagna di sempre con la terra limacciosa che asciugherà in pochi giorni, con le viti e gli alberi di ulivo che porteranno memoria anche di questa inondazione.
La vòra era un luogo selvaggio da temere, un mostro che poteva trascinare nell'abisso profondo della terra, una divinità tremenda eppure era anche fonte di gioia, di arrembaggi pirati alla conquista di mari lontani. La vòra salvava il paese dalle inondazioni delle piogge forti e continua a salvarlo ancora oggi che le pioggie si sono fatte più intense e imprevedibili.
Oggi la vòra è stata regimentata, quell'abisso è stato domato da muri perimetrali che lo rendono più sicuro. Quando piove tanto continua a riempirsi. La vòra continua a raccogliere le acque reflue dei paesi intorno a Melissano ma oggi i bambini non fanno più festa quando smette di piovere, perché l'acqua non è più solo acqua, l'acqua porta a galla altro e quando la vòra inghiotte l'acqua restano le carcasse dei mostri che l'acqua ha trascinato con sé. Non li vuole la vòra quei mostri. Non può inghiottirli. La vòra non li vuole i mostri che abbiamo dentro casa e che a fine vita avvelenano le campagne, dove vengono abbandonati...
Inutile maledire gli autori di questo scempio, si sono maledetti da soli. Non si può trattare madre terra in questo modo senza essersi già maledetti.

(la foto della vòra allagata di febbraio scorso è di Fausto Scarlino, le altre sono mie di pochi giorni fa)





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