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venerdì 26 febbraio 2021

Non essere morte


 
Non essere morte
se vuol dire che mi trascuri
che mi sveglio e si sveglia
con me solo la spina acuminata
dell’assenza. Voglio che tu sia
carezza, sospensione prima
di un abbraccio, corrente.
Trascinami verso di te
come facevi con le parole
sobria brillandole una a una:
sono ‑
proprio ‑
contenta -
che -
tu -
sia -
qui -
Come dentro le tue mani ospitali
le mie inezie si tramutavano
in doni grandi.
Sei uno sciame di nulla?
Semini luce?
Sei nella direzione dei gerani rossi?
Sei me?
 
Prendimi teneramente
nella memoria scalza
nella tua anima di filo forte
nell’invisibile rete:
anch’io
anch’io
senza significati,
sedia impagliata,
teiera,
rubinetto che sgocciola
anch’io
tutto.
È subito il tempo della vita?
Cosa vuol dire mai?
Mandami in sogno parole lunghe
lunghissime
che manchi il tempo
per pronunciarle.
Mandami parole.
Che bacino le labbra.
 
Pensa, la relazione di ora
questa nuova faccia
dell’amore,
la chiamano lutto.
 
Chandra Livia Candiani
da La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, Einaudi 2014.

venerdì 20 settembre 2019

spine e raffiche di dolcezza


E infine aranci imbandierati e carichi,
spine e raffiche
di dolcezza nei fichi d’India, uomini
traballanti sui carri
vuoti
per caricare il tufo dalle cave,
col cane morto di sonno.

E stagioni dal becco sottile
di cicogna, che si spulciano il petto,
che prendono pietre da terra
e le buttano più in là.

Vittorio Bodini, La luna dei Borboni, 1952

giovedì 13 dicembre 2018

Di duol ci satolliamo ambi

     Io, pensando tra me, l’estinta madre
Volea stringermi al sen: tre volte corsi,
Quale il mio cor mi sospingea, ver lei,
E tre volte m’usci fuor delle braccia,
Come nebbia sottile, o lieve sogno.
Cura più acerba mi trafisse, e ratto,
Ahi, madre, le diss’io, perchè mi sfuggi
D’abbracciarti bramoso, onde anco a Dite,
Le man gittando l’un dell’altro al collo,
Di duol ci satolliamo ambi, e di pianto?
Fantasma vano, acciò più sempre io m’anga,
Forse l’alta Proserpina mandommi?
     O degli uomini tutti il più infelice,
La veneranda genitrice aggiunse,
No, l’egregia Proserpina, di Giove
La figlia, non t’inganna. È de’ mortali
Tale il destin, dacchè non son più in vita,
Che i muscoli tra sè, l’ossa, ed i nervi
Non si congiungan più: tutto consuma
La gran possanza dell’ardente foco,
Come prima le bianche ossa abbandona,
E vagola per l’aere il nudo spirto.
Ma tu d’uscire alla superna luce
Da questo bujo affretta; e ciò, che udisti,
E porterai nell’anima scolpito,
Penelope da te risappia un giorno.

Omero - Odissea, Libro XI, vv. 265-290
Traduzione di Ippolito Pindemonte (1822)

venerdì 6 novembre 2015

Il valore degli sconfitti

"Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce.
A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.
A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.

In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare.
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.
E’ un esercizio che mi riesce bene.
E mi riconcilia con il mio sacro poco."

(PS del 14/11/2017 - Il testo è di Rosaria Gasparro. E' attribuito in rete a Pier Paolo Pasolini, quando ho pubblicato il post l'ho fatto senza verificare le fonti. Leggi qui.)




"Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…"
Dai Dialoghi con Pasolini, settimanale Vie Nuove, n. 42, 28 ottobre 1961.
Pier Paolo Pasolini


giovedì 29 ottobre 2015

Ogni volta che mi credo

Ogni volta che mi credo
intelligente vedo
che c'è altri che ha già detto
ciò che avrò modo
di dire dopo
per ciò più non lo dico,
per ciò io mi nascondo
ah, amico mio
v'è tanta gente intelligente a questo mondo!
                                                         [1918]
Fernando Pessoa, in Il mondo che non vedo. Poesie: Poesie ortonime. BUR, 2009.

lunedì 28 settembre 2015

E' morto un comunista



XII

Pensammo una torre.
Scavammo nella polvere.

XXIV

Da noi discendete. Da ciò che fummo.
La rosa non ci sarebbe.
Se ci cancelli, s'apre un abisso.

Pietro Ingrao, Da L'accaduto. In Il dubbio dei vincitori, 1986.


EXIT

E un tratto mi perdo, mi sporgo:
da un ciglio stupefatto
i gridi, e duelli, le catene
del conflitto,
l'impallidire degli eventi
l'ondularsi inconoscibile della distanza.
Rari suoni ormai dal labbro, prima del silenzio.

Pietro Ingrao, Da Prediche serali. In L'alta febbre del fare, 1994.

venerdì 24 aprile 2015

70 anni ma ne dimostra di più

"A Kim, e a tutti gli altri". Dedica di Italo Calvino per Il sentiero dei nidi di ragno, 1947.


Canto degli ultimi partigiani

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell'acqua della fonte
La bava degli impiccati.

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull'erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l'aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d'uomini
Mordere l'aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d'uomini.

Ma noi s'è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l'hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

Franco Fortini, da Una volta per sempre, 1966.




"I'm in the wrong sector of the right side". Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, 1968.

venerdì 6 giugno 2014

Scegli la tua natura

Sempre natura, se fortuna trova
discorde a sé, com'ogne altra semente
fuor di sua regïon, fa mala prova.

E se 'l mondo là giù ponesse mente
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.

Ma voi torcete a la religïone
tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch'è da sermone;

onde la traccia vostra è fuor di strada.

Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, VIII, vv. 139-148.


Tilda Swinton

Enrico Procentese.

Roma pride 2014

mercoledì 27 novembre 2013

La decadenza

Languore

Sono l’Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti dove danza
il languore del sole in uno stile d’oro.

Soletta l’anima soffre di noia densa al cuore.
Laggiù, si dice, infuriano lunghe battaglie cruente.
O non potervi, debole e così lento ai propositi,
o non volervi far fiorire un po’ quest’esistenza!

O non potervi, o non volervi un po’ morire!
Ah! Tutto è bevuto! Non ridi più, Batillo?
Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Niente più da dire!

Solo, un poema un po’ fatuo che si getta alle fiamme,
solo, uno schiavo un po’ frivolo che vi dimentica,
solo, un tedio d’un non so che attaccato all’anima!

Paul Verlaine, in Poesie, trad. di L. Frezza, Rizzoli, 1974



martedì 8 ottobre 2013

Profezia

Profezia, (1964) di Pier Paolo Pasolini
Da Alì dagli occhi azzurri, Garzanti, Milano 1996.

                                                                           A Jean-Paul Sartre, che mi ha raccontato
                                                                           la storia di Alì dagli Occhi Azzurri


                            Era nel mondo un figlio
                            e un giorno andò in Calabria:
                            era estate, ed erano
                            vuote le casupole,
                            nuove, a pandizucchero,
                            da fiabe di fate color
                            della fame. Vuote.
Come porcili senza porci, nel centro di orti senza insalata, di campi
senza terra, di greti senza acqua. Coltivate dalla luna, le campagne.
Le spighe cresciute per bocche di scheletri. Il vento dallo Jonio
                            scuoteva paglia nera
                            come nei sogni profetici:
                            e la luna color della fame
                            coltivava terreni
                            che mai l’estate amò.
                            Ed era nei tempi del figlio
                            che questo amore poteva
                            cominciare, e non cominciò.
                            Il figlio aveva degli occhi
                            di paglia bruciata, occhi
                            senza paura, e vide tutto
                            ciò che era male: nulla
                            sapeva dell’agricoltura,
                            delle riforme, della lotta
                            sindacale, degli Enti Benefattori,
                            lui - ma aveva quegli occhi.

                            Ogni oscuro contadino
                            aveva abbandonato
                            quelle sue casupole nuove
                            come porcili senza porci,
                            su radure color della fame,
                            sotto montagnole rotonde
                            in vista dello Jonio profetico.
                            Tre millenni passarono
non tre secoli, non tre anni, e si sentiva di nuovo nell’aria malarica
l’attesa dei coloni greci. Ah, per quanto ancora, operaio di Milano,
lotterai solo per il salario? Non lo vedi come questi qui ti venerano?
                            Quasi come un padrone.
                            Ti porterebbero su
                            dalla loro antica regione,
                            frutti e animali, i loro
                            feticci oscuri, a deporli
                            con l’orgoglio del rito
                            nelle tue stanzette novecento,
                            tra frigorifero e televisione,
                            attratti dalla tua divinità,
                            Tu, delle Commissioni Interne,
                            tu della CGIL, Divinità alleata,
                            nel sicuro sole del Nord.

                            Nella loro Terra di razze
                            diverse, la luna coltiva
                            una campagna che tu
                            gli hai procurata inutilmente.
                            Nella loro Terra di Bestie
                            Famigliari, la luna
                            è maestra d’anime che tu
hai modernizzato inutilmente. Ah, ma il figlio sa: la grazia del sapere
è un vento che cambia corso, nel cielo. Soffia ora forse dall’Africa
e tu ascolta ciò che per grazia il figlio sa. Se egli poi non sorride
                            è perchè la speranza per lui
                            non fu luce ma razionalità.
                            E la luce del sentimento
                            dell’Africa, che d’improvviso
                            spazza le Calabrie, sia un segno
                            senza significato, valevole
                            per i tempi futuri! Ecco:
                            tu smetterai di lottare
                            per il salario e armerai
                            la mano dei Calabresi.

                            Alì dagli Occhi Azzurri
                            uno dei tanti figli di figli,
                            scenderà da Algeri, su navi
                            a vela e a remi. Saranno
                            con lui migliaia di uomini
                            coi corpicini e gli occhi
                            di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sè i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
                            Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
                            a milioni, vestiti di stracci
                            asiatici, e di camicie americane.
                            Subito i Calabresi diranno,
                            come da malandrini a malandrini:
                            «Ecco i vecchi fratelli,
                            coi figli e il pane e formaggio!»
                            Da Crotone o Palmi saliranno
                            a Napoli, e da lì a Barcellona,
                            a Salonicco e a Marsiglia,
                            nelle Città della Malavita.
                            Anime e angeli, topi e pidocchi,
                            col germe della Storia Antica
                            voleranno davanti alle willaye.

                            Essi sempre umili
                            Essi sempre deboli
                            essi sempre timidi
                            essi sempre infimi
                            essi sempre colpevoli
                            essi sempre sudditi
                            essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
                            essi che si costruirono
                            leggi fuori dalla legge,
                            essi che si adattarono
                            a un mondo sotto il mondo
                            essi che credettero
                            in un Dio servo di Dio,
                            essi che cantavano
                            ai massacri dei re,
                            essi che ballavano
                            alle guerre borghesi,
                            essi che pregavano
                            alle lotte operaie...

                            … deponendo l’onestà
                            delle religioni contadine,
                            dimenticando l’onore
                            della malavita,
                            tradendo il candore
                            dei popoli barbari,
                            dietro ai loro Alì
dagli Occhi Azzurri - usciranno da sotto la terra per uccidere –
usciranno dal fondo del mare per aggredire - scenderanno
dall’alto del cielo per derubare - e prima di giungere a Parigi
                            per insegnare la gioia di vivere,
                            prima di giungere a Londra
                            per insegnare a essere liberi,
                            prima di giungere a New York,
                            per insegnare come si è fratelli
                            - distruggeranno Roma
                            e sulle sue rovine
                            deporranno il germe
                            della Storia Antica.
                            Poi col Papa e ogni sacramento
                            andranno su come zingari
                            verso nord-ovest
                            con le bandiere rosse
                            di Trotzky al vento...


giovedì 18 luglio 2013

Auguri Madiba

Invictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un capo all'altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia anima invincibile.

Nella feroce stretta delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma non chino.

Oltre questo luogo d'ira e di lacrime
Si profila il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi sia la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

William Ernest Henley (1849-1903).



Tanti auguri capitano.

domenica 30 giugno 2013

(L'infinito) viaggiare in Salento

Terra d'Otranto
Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d'un dado.

Vittorio Bodini, Foglie di tabacco (1945-47)

In quel Tu non conosci sento l'eco di Tu non ricordi. In Bodini la casa dei doganieri di Montale diventa il Sud e noi, gente del Sud, diventiamo i numeri dei dadi, che il calcolo più non torna.

***

sabato 25 maggio 2013

Ciao don Gallo

Un prete partigiano che ha speso tutta la vita per dire che il sacro che altri vedevano in cielo era qui, sulla terra. Quel sacro del cielo era qui, insieme a quello di una terra desolata.



Don Gallo, nessuno ti farà santo ma in qualche angolo nascosto della tua Genova, bella e terribile, riderai di questo come l'ultima delle tue preoccupazioni.

***

SE IL TUO DIO
Se il tuo Dio è bambino di strada
umiliato, maltrattato, assassinato,
bambina, ragazza, donna violentata, venduta, usata,
omosessuale che si dà fuoco senza diritto di esistere,
handicappato fisico, mentale, compatito,
prostituta dell’Africa, dei Paesi dell’est,
che tenta di sfuggire la fame e la miseria creata dai nostri stessi Paesi,
transessuale deriso e perseguitato,
emigrato sfruttato e senza diritti,
barbone senza casa né considerazione,
popolo del Terzo mondo al di sotto della soglia di povertà,
ragazza mai baciata, giovane senza amore,
donna e uomo cancellati in carcere,
prigioniero politico che non svende i suoi ideali,
ammalato di Aids accantonato,
vittima di sacre inquisizioni,
roghi, guerre, intolleranze religiose,
indigeno sterminato dall’invasione cattolica dell’America,
africano venduto come schiavo a padroni cristiani,
ebreo, rom, omosessuale o altro dissidente
sterminato ad Auschwitz e negli altri lager nazisti
o nei gulag sovietici,
morto sul lavoro sacrificato alla produzione,
palestinese, maya o indigeno derubato della sua terra,
vittima della globalizzazione;

se il tuo Dio ti spinge a condividere con loro
ciò che hai e ciò che sei,
a difendere i diritti degli omosessuali e degli handicappati,
a rispettare quelli che hanno altre religioni e opinioni,
a stare dalla parte degli ultimi
a preferire loro all’oppressore
che vive nei fasti di palazzi profani o sacri,
viaggia con aerei privati,
viene ricevuto con gli onori militari
e osannato dalle folle;

se egli considera la terra e i beni
non come privilegio di alcuni, ma come proprietà di tutti,
se ama ricchi e oppressori
strappando loro le ingiustizie che li divorano come cancro
togliendo il superfluo rubato
e rovesciando i potenti dai loro troni sacri o profani,
se non gli piacciono le armi, le guerre e le gerarchie,
se non fa gravare, come i farisei,
pesi sugli altri che lui stesso non può portare,
se non proibisce il preservativo che ostacola la diffusione dell’Aids,
se ha rispetto per chi vive delle gravidanze non desiderate,
se non impone alle donne le sue convinzioni sull’aborto
ma sta loro vicino con amore e solidarietà,
se non è maschilista e non discrimina le donne,
se non toglie alle persone non sposate il diritto di amare,
se non consacra la loro subordinazione,
se non impone nulla, ma favorisce la libertà di coscienza,
se rispetta gli altri dei e le altre dee,
se non pensa di essere il solo vero Dio,
se non è convinto di avere la verità in tasca e cerca con gli altri;
se è umile, tenero, dolce, a volte smarrito e incerto,
se si arrabbia quando è necessario
e butta fuori dal tempio commercianti e sacri banchieri,
se ama madre terra, piante, animali, fiori e stelle;

se è povero tra i poveri,
se annuncia a tutti il vangelo di liberazione degli oppressi
e ci libera da tutte le religioni degli oppressori;

allora qualunque sia il suo nome, il suo sesso, la sua etnia
il colore della pelle, nera, gialla, rossa o pallida,
qualunque sia la sua religione, animista, cattolica, protestante,
induista, musulmana, maya, valdese, shintoista,
ebrea, buddista, dei testimoni di Geova,
Chiesa dei santi degli ultimi giorni,
di qualsiasi Chiesa o setta
non m’importa
egli sarà anche il mio Dio
perché manifestandosi negli ultimi
è Amore con l’universo delle donne e degli uomini,
nello spazio e nel tempo
e con la totalità dell’essere,
amore cosmico
che era, sta e viene
nell’amore di tutte le donne e di tutti gli uomini,
nei loro sforzi per la giustizia, la libertà, la felicità e la pace.

Don Andrea Gallo
(Da “Il vangelo di un utopista”)

giovedì 4 aprile 2013

Se non puoi essere un pino...

"Abbiamo conquistato il cielo come gli uccelli e il mare come i pesci, ma dobbiamo imparare di nuovo il semplice gesto di camminare sulla terra come fratelli." Martin Luther King, 15.1.1929 – 4.4.1968


Se non puoi essere un pino in cima alla collina,
sii una macchia nella valle, ma sii la migliore,
piccola macchia accanto al ruscello;
sii un cespuglio, se non puoi essere un albero.

Se non puoi essere un cespuglio, sii un filo d’erba,
e rendi più lieta la strada;
se non puoi essere un luccio, allora sii solo un pesce persico-
ma il persico più vivace del lago!

Non possiamo essere tutti capitani, dobbiamo essere anche un equipaggio,
C’è qualcosa per tutti noi qui.
Ci sono grandi compiti da svolgere e ce ne sono anche di più piccoli,
e quello che devi svolgere tu è li, vicino a te.

Se non puoi essere un’autostrada, sii solo un sentiero,
se non puoi essere il sole, sii una stella;
non è grazie alle dimensioni che vincerai o perderai:
sii il meglio di qualunque cosa tu possa essere.

Douglas Malloch, 5.5.1877 – 2.6.1938


Martin Luther King citò molte volte e in numerose variazioni le parole di questa poesia, tanto da esserne considerato erroneamente l'autore. Del resto neanche l'attribuzione a Douglas Malloch è certa, diverse fonti dicono che il suo autore resta anonimo.

domenica 3 marzo 2013

A chi sperava

Qualche giorno prima delle elezioni sono andato al cinema a vedere Viva la libertà, l'ultimo film di Roberto Andò con un grande Toni Servillo e un grande Valerio Mastrandrea. In quel film il personaggio Giovanni Ernani (Servillo), recita una poesia di Bertolt Brecht durante un comizio.

A chi esita

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può più mentire.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d'ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha travolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto ? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

Bertolt Brecht, Poesie di Svendborg. In Bertolt Brecht. Poesie 1933-1956. Einaudi, 1977.


Oggi leggo e rileggo questa poesia e penso e ripenso a quanti hanno creduto che la politica fosse il modo per costruire un paese più giusto, più ospitale, più a misura d'uomo. Penso a quanti avevano e forse continueranno ad avere ideali di sinistra (così dicevano coloro che pensavano che l'uguaglianza fosse condizione imprescindibile della giustizia e del benessere).
Cosa ne è stato di quelle passioni, di quelle aspirazioni? Si sono perdute negli angoli delle stanze del potere? Siamo forse tutti morti? Siamo anche noi morti come i partiti che di volta in volta abbiamo scelto come zolle di terra alla deriva? Ricadono su di noi le colpe dei partiti come quelle dei padri sui figli? Noi che abbiamo desiderato solo un lavoro onesto e che abbiamo sempre sperato di essere buoni cittadini, dobbiamo sentirci in colpa per le responsabilità di chi indegnamente si è fatto carico dei nostre aspirazioni?
Eravamo già orfani da molto tempo e non vediamo più terra in questo mare.

sabato 2 marzo 2013

Abuso di metafisica

L'altro ieri ho letto una poesia di Álvaro de Campos, uno degli eteronimi di Fernando Pessoa. La poesia è Tabaccheria. Mentre passeggiavo su una spiaggia di sabbia d'oro scorgo questo diamante. Era lì, tra parentesi, un inciso quasi secondario.

(Mangia cioccolata, bambina;
mangia cioccolata!
Bada che non c'è altra metafisica al mondo se non la cioccolata.
Bada che le religioni tutte non insegnano più della confetteria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolata con la stessa verità con cui la mangi tu!
Ma io penso e, quando tolgo la carta d'argento, che è carta stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.)

Da Tabaccheria di Álvaro de Campos. In Fernando Pessoa, Un'affollata solitudine. Poesie eteronime. A cura di Piero Ceccucci. Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati. BUR rizzoli, 2012.

***

Questa poesia casca a pennello in questi giorni, perché per un motivo o per l'altro sto facendo un uso smodato di metafisica e come dice il poeta poche righe più in là "la metafisica è una conseguenza dell'essere indisposti."

In rete ho trovato una versione integrale della poesia tradotta da Antonio Tabucchi.

martedì 19 febbraio 2013

Frantumi

Sento un suono, Dove?, Non riesco a capirlo, Dove sei?, Ovunque, Cosa significa? Nulla, Ma non vuol dire niente, E' tutto quello che può voler dire, E la guida, dov'è?, Non c'è guida qui o altrove, nessuna curva del cielo disegna il giorno e l'orizzonte, Qui è buio, ma ci vedo benissimo, Certo, vedi quello che desideri, Cosa vuoi dire?, Se te lo spiegassi non lo capiresti, Non sono cieco, Non per sempre, Eppure c'è luce!, Non più di quella che riesci a vedere, Non ti seguo, Non devi, ti perderesti, Ma non so dove sono, Per questo dici che è la tua strada, Ti sbagli, Lo spero, Quel bambino ci dirà dove andare, La sua crudele innocenza inquieta, Preferiresti il deserto?, Non lo so, Forse non siamo noi a camminare su questa strada ma è la strada a scorrere sotto i nostri piedi, Serve capirlo per muoversi da un punto all'altro?, No, serve a capire chi siamo, forse, Ricordi quello specchio andato in frantumi?, Sì, Non è mai andato in frantumi, non è mai stato intero, è sempre stato in frantumi, anzi quei frantumi sono sempre stati interi, Schegge intere?, Sì, Come fai ad esserne sicuro?, Non lo sono, Lo senti questo suono?, Sì, Riesci a capire da dove viene? No, ma sono certo che saremo salvi fino a quando non capiremo, Capiremo solo alla fine? Forse, o forse capiremo che non c'era niente da capire.


Tutte le fedi sono false, tutte le fedi sono vere:
la verità è uno specchio infranto, disperso
in miriadi di frammenti; e ognuno crede
che il suo piccolo frammento possieda il tutto.
Richard Francis Burton (1821-1890)

domenica 27 gennaio 2013

La crociata dei ragazzi



La crociata dei ragazzi

In Polonia, nel Trentanove,
una battaglia grande ci fu
che fece rovina e deserto
di tanti paesi e città.

La sorella ci perse il fratello,
la moglie il marito soldato,
tra fuoco e macerie i figliuoli
i genitori non trovano più.

Di Polonia non venne più nulla,
né notizie ai giornali né lettere.
Ma nei paesi dell’Est
una storia strana raccontano.

Nevicava, quando in quei posti
si sentì che la gente parlava
d’una crociata di ragazzi
che in Polonia era cominciata.

Trottavano sugli stradali
ragazzi affamati attruppati,
e dai villaggi bombardati
altri portavano con sé.

Dalle battaglie volevano
fuggire, da tutti quegli incubi
e finalmente un giorno,
venire a una terra di pace.

Avevano un piccolo capo
che li aveva guidati fin là.
Ma una gran pena aveva in cuore:
la strada non la sapeva.

Una d’undici anni menava
un bambino di quattro anni
Come una mamma farebbe; ma non
fino a una paese di pace.

Marciava nel gruppo un piccolo ebreo
col suo bavero di velluto;
lui, avvezzo al pane più bianco,
da coraggioso s’era battuto.

E due fratelli venivano avanti,
che erano grandi strateghi
per assalire fattorie
deserte, lasciate alla pioggia.

E c’era uno, grigio, sottile,
che andava da solo pei campi
con una colpa tremenda: veniva
da un’ambasciata dei nazi.

E un musicista tra loro
che in un negozio distrutto aveva trovato un tamburo
ma, per non farli scoprire,
non lo poteva suonare.

E anche c’era un cane:
per ammazzarlo l’avevano preso
ma gli era mancato il coraggio
e ora mangiava con loro.

E c’era una scuola ed un piccolo
maestro che si sgolava.
Sulla corazza di un carro, uno scolaro
sillabava, di «pace», «p» e «a».

E al fragore di un freddo torrente
anche un concerto ci fu:
nessuno li avrebbe sentiti
e il tamburo allora suonò.

E anche c’era un amore,
lei dodici, lui quindici anni.
In un cortile di macerie, lei
i capelli gli pettinava.

L’amore non poté resistere,
il freddo che venne fu troppo.
Come le piante possono fiorire
se cade tanta neve?

E anche una guerra ci fu,
perché un’altra banda comparve,
ma la guerra fu presto finita,
ché non c’era ragione di farla.

Ma mentre ancora infuriava
intorno a un casello distrutto,
si dice che uno dei gruppi
a un tratto fu a corto di viveri.

E quando gli altri lo seppero
mandarono uno dei loro
con un sacco di patate; perché
chi non mangia la guerra non fa.

E ci fu anche un processo,
e ardevano due candele.
E fu un’inchiesta penosa.
Il giudice venne condannato.

E il funerale ci fu di un ragazzo
che portava il colletto di velluto.
Lo calarono due tedeschi
e due polacchi nella fossa.

C’erano protestanti, cattolici e nazi
per consegnarlo alla terra.
E alla fine un piccolo socialista
parlò del futuro dei vivi.

Così c’erano fede e speranza,
ma non c’era né carne né pane.
Chi non gli dette un tetto
non mi venga ora a dire che rubavano.

E nessuno dia colpa a quei poveri
che non li invitarono a tavola.
Per cinquanta ragazzi, farina
ci voleva, non solo bontà.

Pareva che andassero a sud.
Il sud è dove il sole
all’ora di mezzogiorno
proprio ti sta davanti.

Trovarono anche un soldato
tra gli aghi dei pini, ferito.
Lo curarono per sette giorni
perché gli indicasse la via.

Lui disse: «A Bilgoray!».
Tremava tutto di febbre,
l’ottavo giorno morì
e così anche lui seppellirono.

Sebbene coperti di neve
c’erano frecce e cartelli.
Non mostravano più la via giusta,
qualcuno li aveva scambiati.

Non era uno scherzo malvagio,
era per ragioni di guerra:
cercando così Bilgoray
nessuno mai ci arrivò.

Erano in cerchio intorno al loro capo.
Lui guardava nell’aria di neve.
Accennò con la piccola mano
e disse: «Dev'essere laggiù».

Una notte videro un fuoco
ma non gli andarono incontro.
Tre carri armati, una volta,
passarono e dentro c’erano uomini.

E una volta giunsero presso
a una città, e le girarono attorno,
camminando soltanto di notte
finché la città non passò.

Dove una volta c’era la Polonia
del sud, furono visti nella neve
della tormenta, quei cinquantacinque,
per un’ultima volta.

Quando io chiudo gli occhi
li vedo come vagano
dalle rovine di una fattoria
alle rovine di un’altra.

Su di loro, lassù nelle nuvole,
vedo altri cortei, nuovi, grandi!
Vanno a fatica contro i venti freddi,
i senza patria, i senza meta,

cercando una terra di pace,
senza il tuono, senza l’incendio,
non come quella che lasciano.
E immenso diventa il corteo.

E dentro il buio del crepuscolo
non mi pare già più quel che era.
Altri piccoli visi vi scorgo,
spagnuoli, francesi, orientali.

In Polonia, in quel mese di gennaio,
un cane per caso fu preso.
C’era un cartello appeso
al suo collo smagrito,

e c’era scritto: «Aiutateci,
abbiamo perduta la strada.
Siamo cinquantacinque.
Il cane vi guiderà.

Se non potete venire,
lasciatelo andar via.
Non gli sparate. Dove
siamo, lui solo lo sa».

Era una scrittura infantile.
La lessero quei contadini.
Un anno e mezzo da allora è passato.
Il cane moriva di fame.

Bertolt Brecht (Augsburg 1898 - Berlino 1956)
In: POESIE 1933-1956, Einaudi, 1977.

giovedì 24 gennaio 2013

Parole a matita

Disegno di Francesca Quatraro

Libere parole

Vorrei afferrare le parole
Lanciarle come sassi
Giù dal monte
In libertà
Le parole sono fuoco
Sono aria e granito
Sono anima che si espande.
Piangono le parole e ridono,
tagliano e feriscono.
Sanno le parole!
Sono
La realtà
Che si fa.

Franca Fusetti alias Nou

***

Già tempo fa ho "rubato" a Nou una perla per metterla in questo blog, lo rifarò.
Tempo fa Nou mi ha regalato un volumetto con le sue poesie. Ho sostato a lungo sui suoi acquerelli in versi ad osservare il faccione della luna che sorride sul delta del Po, l'ombra lunga del melograno che attende visitatori desiderosi di riposo, ho seguito con tenerezza una bambina seduta sul manubrio di una bicicletta e scopre di non essere più leggera come l'aria, mi sono soffermato in silenzio sulle note cupe dell'ultimo dolore che rende vana la parola. Libere parole è forse la meno descrittiva delle poesie di Nou ma leggendola viene in mente l'immagine di una bambina in cima ad un cocuzzolo che lancia in aria le parole. Io e Vito abbiamo cercato a lungo un'immagine che fosse vicina a quello che la poesia evoca e quando abbiamo trovato in rete il disegno di Francesca Quatraro ce ne siamo innamorati. I deliziosi disegni a matita di Francesca, che ringrazio per la sua disponibilità, sono stati una scoperta straordinaria, un sollievo per l'anima. Visitate il suo sito, guardate i suoi disegni. Sono sicuro che Nou troverà in quei disegni qualcosa del suo adorato Chagall.

Nou non scrive solo poesie, scrive anche racconti che ho letto come ascoltavo i racconti che da piccolo raccontavano i "grandi" riuniti nelle sere d'estate sul ciglio della strada a prendere il fresco. Nel mio paesino c'erano poche automobili che disturbavano quei racconti, quasi nessuna. Dei racconti di Nou quello che preferisco è Ognissanti ma la versione che amo l'ha scritta in dialetto veneto e per quanto sia lontano dal mio dialetto salentino mi ha investito come un treno, forse perché la matrice contadina abbraccia i diversi dialetti.
Per chi viene da una cultura contadina quella matrice è stata lingua comune ben prima che nascesse l'italiano.

lunedì 14 gennaio 2013

Circoli virtuali

Tempo fa ho deciso di aprire un circolo. Un circolo virtuale, come è virtuale questo blog. Del circolo avrebbero fatto parte pochi intimi che la mattina avrebbero ricevuto nella posta elettronica una poesia o qualcosa di simile con poche righe di introduzione. Una sorta di buongiorno in versi.
In alcune occasioni al buongiorno sono seguite delle gradite risposte. Ne è nata un'antologia che ho deciso di pubblicare in questo blog e che è disponibile in questo sito.

Il circolo si sarebbe potuto chiamare Poetry in the morning ma non ha avuto un nome fino a quando ho deciso di chiuderlo o almeno di non considerarlo più una mia creatura.

Le cose virtuali sono fatte così, oggi ci sono domani non più, grosso modo come noi.
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