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venerdì 21 marzo 2014

La retorica dei 34enni

"Caro mio padre, adunque, -
soggiuns'io - com'è d'uopo, in su le spalle
a me ti reca, e mi t'adatta al collo
acconciamente: ch'io robusto e forte
sono a tal peso: e sia poscia che vuole:
ch'un sol periglio, una salute sola
fia d'ambedue." Virgilio, Eneide, Libro II, tra il 29 e il 19 a.C.

Enea, Anchise e Ascanio,
Gian Lorenzo Bernini, 1618-1619.

"Gli sprechi sulle pensioni ci sono stati, il grande spreco sulle pensioni c'è stato e purtroppo è quello che ci portiamo noi addosso, noi tre su questo tavolo almeno per ragioni anagrafiche, cioè il meccanismo precedente di retribuzione delle pensioni per cui oggi noi quando paghiamo il nostro caro INPS non paghiamo per la nostra futura pensione ma paghiamo per le attuali e questo [...] non ha soluzione, cioè ci dobbiamo mettere l'anima in pace." Serena Sileoni (Istituto Bruno Leoni), Ottoemezzo, 9° minuto,19 marzo 2014.

***

"Mamma sono stanco", disse il bambino rientrando dal lavoro. "Suvvia Marco, perché ti lamenti? Sono giorni che torni a casa con la stessa storia. Cosa sta succedendo? C'è qualcosa che non va al lavoro?", chiese la mamma preoccupata. "No, al lavoro va tutto bene, ma io...ecco, io non vorrei lavorare". La preoccupazione della mamma aumentò, "Marcolino, che c'è? Perché non vuoi lavorare? Tutti lavorano", Marco lasciò cadere la cartella piena di disegni per la nuova pubblicità di biancheria intima per bambini e sbuffando disse: "Lo so ma io vorrei giocare". La mamma si avvicinò al figlio con tenerezza, prese le sue mani e a voce bassa, quasi sospirando, disse "Dai Marco non ricominciamo questa storia, ne abbiamo già parlato. Ricorda quello che dice sempre papà, tu hai la fortuna di lavorare in un settore creativo che non richiede neanche tanto sforzo fisico, pensa a quanti bambini della tua età fanno lavori veramente faticosi." Marco era consapevole della sua fortuna. Fin da piccolissimo era stato impegnato nel campo della pubblicità che per quanto stressante non si può dire che richieda grande fatica e poi si guadagna bene. Appena nato si guadagnava da vivere con gli spot del latte in polvere, sua madre gli dava il biberon davanti alla telecamera e lui ciucciava la tettarella che era una bellezza. Quella campagna pubblicitaria ebbe un gran successo e la vendita del latte artificiale della Latsmon andò alle stelle. Per non parlare delle campagne promozionali per l'allattamento naturale, quante ne aveva fatte! Appena l'operatore dava l'azione si attaccava a qualsiasi seno gli venisse offerto. Sembrava che fossero il ciak e le luci delle telecamere a mettergli appetito. Poi era passato alla pubblicità dei pannolini e crescendo a quella dei giocattoli. Adesso che aveva già otto anni lavorava come grafico in una azienda stimata, aveva un buon stipendio e un contratto a tempo determinato di cinque mesi e mezzo. Roba da fare invidia. Gli capitava di tanto in tanto di pensare ai suoi coetanei o quelli più piccoli di lui che attiravano clienti nei supermercati o quelli che lavoravano nelle vetrine dei negozi come manichini, tutto il giorno immobili con addosso pochi vestiti, e poi c'era il lavoro che odiava di più, in quei penosi programmi televisivi dove i bambini cantano, ballano e fanno finta di essere spontanei quando si vede benissimo che sono spossati dalle prove. Pensando a tutti quei lavori Marco sapeva di essere privilegiato, ma nonostante questo mostrava ancora l'intemperanza tipica dell'età.
Le intemperanze di Marco non erano affatto rare, molti bambini dell'età di Marco o più piccoli mostravano gli stessi problemi e la riluttanza al lavoro chiedeva programmi assidui di educazione e informazione nelle scuole e in televisione. Sui giornali non si parlava d'altro ma era una rivoluzione che aveva bisogno di tempo per essere completamente accettata. Dopotutto non era passato tanto tempo che la società si era riorganizzata perché ognuno lavorasse per sé e la generazione di Marco era la prima a non dipendere più dai genitori. Nel lungo periodo di transizione si chiudeva un occhio ma poi i tempi sono diventati maturi per passare al completo distacco e ognuno doveva guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro. Certo si è dovuto fare i conti con i vincoli biologici, non si può pretendere che un neonato si metta a cercare lavoro da solo però sono state stabilite delle royalties per i genitori come procacciatori degli impieghi dei propri figli fino a quando non sono del tutto autonomi.
La parola rivoluzione può far pensare ad un cambiamento improvviso ma sono dovuti passare molti anni prima di avviare la riorganizzazione sociale. Riforme su riforme del lavoro, delle pensioni, del sistema educativo. Uno sforzo collettivo immane, campagne di informazione e talk show dedicati alla riorganizzazione sociale, stando attenti a non annunciarla mai chiaramente, altrimenti ci sarebbe stato il rischio di mandare tutto all'aria. Si sa, quando tocca cambiare radicalmente le cose o si ha la fortuna che capiti un evento catastrofico che giustifica tutto oppure bisogna armarsi di pazienza e fare le cose con calma. Una goccia al giorno e ci si abitua a tutto.
Prima della riorganizzazione c'era una promiscuità tra le generazioni che era diventata ormai insostenibile. Fino a una certa età i figli dipendevano dai genitori in tutto e per tutto. I genitori li nutrivano, li mandavano a scuola, spendevano per loro una quantità immane di risorse. Poi i figli crescevano e quando trovavano lavoro andavano via da casa dei genitori. Con il frutto del loro lavoro i figli pagavano i contributi previdenziali che tornavano nelle tasche dei genitori che ormai non erano più in grado di lavorare, così come del resto avevano fatto i loro genitori con la generazione precedente. Un circolo vizioso inconcepibile e inefficiente!
Questo sistema promiscuo che qualcuno chiamava pomposamente patto intergenerazionale aveva mandato in rovina le casse pubbliche. Fu per questo che lentamente si arrivò alla conclusione che ognuno avrebbe accantonato i contributi previdenziali solo per la propria pensione senza commistioni tra generazioni. Il passo successivo divenne subito evidente, ognuno avrebbe dovuto lavorare per sé così avrebbe goduto del guadagno del proprio lavoro senza sfruttare altri soggetti e senza il rischio di creare uno scompenso nel bilancio. Fu indubbiamente la soluzione ottimale, anche se rimaneva ancora qualche problema di adattamento, come nel caso di Marco, e molto restava ancora da fare. Restava da riorganizzare tutte le altre spese sociali, come la sanità, l'educazione, la luce pubblica, la realizzazione delle strade, la loro manutenzione e tutto il resto. Diverse ipotesi erano al vaglio, come quella di eliminare tutte le spese pubbliche ma la nostra tradizione sociale precludeva strade così poco etiche, tuttavia era inaccettabile che una persona pagasse per la sanità se non si ammalava o pagasse per le strade pubbliche se girava poco in auto. Erano allo studio sistemi di tassazione differenziata in relazione all'effettivo utilizzo dei beni pubblici. Del resto era palese a tutti l'ingiustizia subita da una persona sana come un pesce che sborsava denaro per le cure di chi si ammalava in continuazione. Il problema andava risolto anche se c'erano le resistenze di quanti ancora si intrattenevano in espressioni desuete come patto intragenerazionale, i soliti anziani attaccati alla rendita di posizione, ma per fortuna c'erano i giovani che guardavano lontano.
La riorganizzazione sociale richiese molto tempo ma erano già stati fatti passi da gigante e il futuro è sempre stato dalla parte dei giovani.

4 commenti:

  1. Visto che hai usato il metodo del racconto letterario, aggiungo una nota che nei fatti è una memoria ...
    Ricordo che nel 77, avevo cominciato a lavorare come insegnante precario in una scuola. C'era una bella segretaria bionda in quella scuola, passavo spesso dalla segreteria con qualche scusa, e nel chiacchierare del più e del meno, mi disse che stava per andare in pensione. Non capivo, e dissi appena "ma ?!" Lei mi spiegò che aveva già un bel po' di anni di contributi perché aveva cominciato a lavorare da giovane, e poiché era sposata poteva godere di un beneficio di altri 5 anni di abbuono contributivo. Continuavo a guardare il suo bel viso e la procacità del suo seno, alla fine presi un po' di coraggio e gli chiesi: "ma quanti anni hai"? Era una domanda scortese, ma nel contesto ci stava. Con un sorriso lieve rispose: "34".
    Quelle cose ci sono state ed avevano poco a che fare con la solidarietà.
    Il debito di oggi è in gran parte una eredità. Quello che accadde in circa 40 anni di governo democristiano, si sapeva, e continuava ad accadere. Gli andava bene perché votavano tutti bene e per i soliti e senza tanti scossoni, il risultato era sempre lo stesso.
    Oggi, dopo che tutte vacche sono diventate magre, si vuole affossare ogni minimo elemento di solidarietà. Il sistema contributivo per tutti i giovani che non possono mettere da parte contributi perché disoccupati o precari sarà una catastrofe. Occorre, per giustizia sociale, avviarsi ad un sistema retributivo almeno per la copertura di una parte base di pensione da considerare come minimo di sopravvivenza. Ma queste discussioni non riesco a farle con nessuno, sono tutti sazi del dibattito televisivo.

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  2. Mi ha colpito la lieve ed arguta ironia con cui tratti uno dei temi epocali del nostro tempo, sullo sfondo possiamo anche intravedere il nuovo egoismo dominante, il rigurgito di narcisismo, che è presente ormai in molti eventi che regolano la vita collettiva di noi italici e che ha come capostipite addirittura Caino quando dice: “Sono forse io il custode di mio fratello?” e come contraltare Enea (di cui tu citi uno dei passi più belli dell’intera opera virgiliana) che si carica sulle spalle il vecchio genitore.
    La solidarietà intergenerazionale credo che si sia definitivamente infranta nell’immaginario collettivo, così come la solidarietà fra i popoli, siamo sempre più infastiditi dagli sbarchi, o da persone con un altro colore di pelle o che parlano un altro idioma, che sempre più numerosi tengono campo visivo nelle nostre citta, che in questi tempi di crisi (in cui loro sono state le prima vittime) sempre più spesso ritroviamo nelle vie cittadine a tendere la mano o a venderci la rosa in un ristorante.
    L’ideale di solidarietà che potremmo chiamare “mediterraneo”, per distinguerlo da quello scandinavo ad esempio, con la Svezia che sottrae il 60% circa del reddito ai suoi cittadini, che in ogni caso è molto più elevato del nostro, ma che poi glielo distribuisce in servizi o addirittura in “stipendi”, ferie pagate comprese, per tutti i bambini che frequentano le scuole, traeva la sua linfa ideologica dall’organizzazione della famiglia contadina patriarcale, dove nella fa miglia allargata ci si aiutava l’un l’altro e dove ci si aiutava reciprocamente anche fra vicini e fra concittadini.
    Questo modello, consolidatosi nel dopoguerra è perdurata con qualche difficoltà fino agli anni ’70, in cui possedevamo un sistema educativo e sanitario fra i migliori al mondo; quando la famiglia patriarcale si è dissolta nella famiglia nucleare, quando anche la famiglia nucleare si è dissolta nel divorzio e in “ciascuno per sé e Dio per tutti!”, allora si è iniziato ad erodere lentamente un sistema basato sul fatto che chi lavora e produce mantiene chi non lavora ancora e chi ha smesso di lavorare.
    Oggi non è raro incontrare discorsi come quelli che citi tu: “Ma se io non mi ammalo mai, perché dovrei pagare perla sanità?”, “se non ho figli perché dovrei pagare per la scuola?”, molto di ciò che passa per razzismo, slogan come “prima gli italiani”, sono in realtà un’espressione di questo nuovo egoismo ed elementarismo.
    La stessa mafia è cambiata, dalla mafia contadina che si accreditava come chi difendeva i deboli e risanava dai torti e dalle angherie subite (non l’ha mai fatto, ma lo lasciava credere, in realtà era la prima a sfruttare gli altri), ad una mafia dove tutto ciò che conta è la “famiglia”, il clan, e dove tutto il resto sono solo utili idioti o carne da macello.
    (segue)

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  3. La politica, cambiata anch’essa tanto da diventare irriconoscibile (basti confrontare le lotte comuniste e socialiste fino agli anni ’70, con ciò che dicono e fanno i partiti che si dichiarano eredi di quelle lotte politiche (il PD e la sinistra), ha dato il colpo di grazia ad ogni solidarietà, persino chi ne fa ancora una bandiera non esce dagli slogan o dall’ideologia e non sa proporre niente di concreto e che possa funzionare.
    Le scuole sono diventate ricettacolo di amici di partito nelle alte sfere, quelle amministrative e di donne insegnanti (forse perché il maschio ha, o ha avuto in passato, più chanches di una donna a parità di titoli ed è più facilitato nel trovare qualche lavoro più gratificante e remunerato, o forse la donna accetta di più il suo sacrificio per la famiglia) costrette ad accontentarsi di uno stipendio fra i più bassi in Europa, che accettano in cambio del tempo libera da dedicare alla famiglia, ancora appannaggio appunto delle donne stesse, che sono l’unico modello di solidarietà funzionante rimasto.
    Gli enti assistenziali sono diventati ricettacolo di amici del partito che semplicemente sono stati premiati per la loro fedeltà con stipendi ed emolumenti faraonici, enormemente gonfiati senza che si pretenda da loro un’attività e un’efficienza adeguata al loro compenso, o anche solo che si limitino a non fare danni: tanti inutili parassiti appesi all’albero della pubblica amministrazione come le palle all’albero di Natale.
    Poi ci sono gli enti assistenziali privati, che addirittura giocano in borsa con i contributi dei loro assistiti e si dedicano all’alta finanza con ciò che dovrebbe essere la loro pensione, col rischio di ridurre un’intera categoria in mutande.
    Quando stringiamo le spalle e sbandieriamo come un atto di giustizia il fatto che riteniamo persino giusto che i bambini dei genitori che non possono pagare la retta per la mensa siano al massimo nutriti a panini, quando giustifichiamo tutto questo col dire sono figli di extracomunitari o di miliardari che si fingono poveracci pur di vivere alle spalle della collettività, vuol dire che la solidarietà è definitivamente defunta, e non la ritroveremo negli insegnamenti di una religione ormai sterile o di vaghe ideologie ugualitariste che cercano di imporre per legge ciò che non è più spontaneo o sentito.
    Ciao

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  4. Ho sempre provato fastidio di fronte alle retoriche polarizzazioni del noi contro loro e l'opposizione vecchi contro giovani è una delle retoriche più insidiose, se non altro perché non c'è regime totalitario che io conosca, di destra o di sinistra, che nel suo furore rivoluzionario non si sia richiamato a valori giovanilistici, regimi che puntualmente volgevano nel conservatorismo più bieco! Le storture di cui parli tu Francesco ci sono, ci sono state e sono quelle che hanno portato a quella distribuzione assurda delle pensioni di cui parlavo in questo post. Quelle storture andavano rimediate ma spesso il rimedio è peggio del male e le storture che ci aspettano in futuro sono quelle che dici tu. Ad ogni modo ciò che c'è di falso nell'affermazione della Sileoni è che i contributi versati da me oggi servono a pagare la mia pensione in futuro, non è così, quei contributi servono a pagare le attuali pensioni ed è giusto che sia così. Ciò che è cambiato è il metodo di calcolo della pensione, da retributivo a contributivo, ma il sistema pensionistico rimane prevalentemente senza copertura patrimoniale. Sicuramente il sogno della Sileoni e degli ultraliberisti come lei è un sistema pensionistico di natura assicurativa, così ognuno accantona la propria pensione in quegli enti privati che cita Garbo e che giocano i contributi in borsa, trionfo del mercato caro alla Sileoni! Un sistema simile non farà altro che recidere sempre più i legami sociali e come sottolinei tu Garbo il percorso è ormai tutto in discesa perchè il futuro è dei giovani, appunto!
    Consentire a persone come la Sileoni di fare uso del loro armamentario retorico, falso, insidioso e ingannevole significa avvelenare quello che resta della società, non accorgersi in anticipo che questi virus sono deleteri significa ritrovarseli al governo, magari sotto le mentite spoglie di un partito che si dice progressista (non uso la parola sinistra che Renzi non sa dov'è di casa). Altro che solidarietà scandinava, ci riempiamo la bocca di "abbasso le tasse, abbasso le tasse". Non mi pare di sentire discorsi che vadano in direzione di efficientamento dei servizi con le attuali tasse, no, la promessa è quella di metterti in tasca i soldi e ridurre i servizi e visto che hai i soldi in tasca veditela da solo e non rompere i coglioni con lo stato sociale, questo è l'ideale di Sileoni e altri suoi coevi.
    Un saluto a tutti e due.

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