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venerdì 7 agosto 2009

Bona vacanza

Nel momento della pubblicazione di questo post, io sto viaggiando. Se tutto va bene sono in auto sull'autostrada da Roma a Lecce, e se tutto continuerà ad andare bene, arriverò al mio paesino, Melissano, in provincia di Lecce. Ci vogliono circa 7 ore di viaggio per coprire la distanza.
Di tanto in tanto ho bisogno di tornare al mio paese, mi pare la chiamino sindrome di Ulisse, sicuramente nel mio caso una forma lieve, anche se a volte mi piace chiamarla sindrome di Dracula perché mi è necessario toccare la terra delle campagne che circondano il mio paese per prendere vigore.
Ad ogni modo è curioso il modo di manifestarsi di questa sindrome. Ad un certo punto penso in dialetto e non posso fare a meno di parlare in dialetto. Di solito mi controllo ma a volte è inevitabile.

Bona vacanza a ciunca legge 'ste parole e me raccumannu, statibe ncorti e nnu strafaciti.

Durante le vacanze non avrò il computer con me e non mi dispiace, ma voi continuate pure a inviare i vostri numerosi commenti al mio blog, al mio rientro li pubblicherò tutti!

Ernesto De Martino nel suo studio etnografico del 1959 la chiamava la terra del rimorso[*], per via della taranta il cui spirito domina da sempre la mia terra. La taranta, demone temuto eppure desiderato, ragno mitico, strumento di tentazione delle divinità e di liberazione delle vittime. Il suo morso ricorrente scatenava energie sopite, liberava da catene antiche, costringeva a ritmi spasmodici, lasciava spossati. La libertà senza freni di poche ore valeva, e voleva, il morso di un ragno. La taranta non è solo una danza, è molto di più, è la storia di queste terre, è il sangue che le alimenta. [*] E. De Martino. La terra del rimorso. Il Sud, tra religione e magia. Il Saggiatore, Net, 2002.

9 commenti:

  1. Ciao Antonio :) ! Solo ora leggo della tua vacanza.
    Sai danzare la Tarantola? E' una musica molto coinvolgente. Io per la mia vacanza me ne sono stata accorta (anche troppo) e non ho esagerato (proprio per niente). Non sono stata nel luogo di nascita perché ho venduto la casa e non mi rassegno ad andare a pagamento, da turista: non sono ancora pronta. La mia ex casa si trova oltre l'abitazione di mia madre e il mio breve viaggio si ferma lì da lei.La mia ex-casa la intravedo da una certa distanza. Il giardino è molto cambiato: hanno tagliato il filare di ciliegi che segnava il confine...a loro piace spoglio. Per il momento non voglio vedere di più per cui mi fermo unicamente a casa di mia mamma. Non so se supererò mai la mia sindrome di Ulisse che una volta ho espresso in poche righe e in terza persona come inizio di una serie di mini racconti, che ti cito:
    "Appartenenza-

    L’unica profonda sensazione di appartenenza di cui Nara ha esperienza si verifica spontaneamente ogni qualvolta imbocca la strada in direzione della sua casa di Polesinin.
    Sente che una grande pace si profonde fra tutti i campi arati della vasta landa quasi disabitata, dove l’aria è pregna di luce, di colore, di rumori che dilatano in un ambiente denso di umidità.
    E’ un posto dove l’energia vitale può essere scambiata: la può rilasciare alle zolle, le quali, attraverso procedimenti misteriosi, possono restituirgliela quasi purificata.
    Sente che a questo ambiente può affidarsi. Sente le resistenze allontanarsi e le paure scomparire. Il ritmo della natura è in armonia con il ritmo del suo cuore e può finalmente abbandonarsi poiché qui c’è uno spazio riservato a lei da sempre e, forse, per sempre."

    Pare che con l'ultimo episodio, la possibilità di uno spazio riservato a Nara sia svanito. Rimane quello del sentimento. E rimane il cambiamento che però non cancella. Acquisirò, se questo governo non varerà leggi impossibili che possano impedire il mio progetto -spero di no - un casolare individuato in una bella zona di campagna e che potrà essere di proprietà della mia famiglia entro fine anno. Questa prospettiva mi riconcilia sullo stile di vita semplice e tranquillo in cui vorrei passare il resto della mia vita, ma so che la luce, gli odori, i colori e le atmosfere non saranno quelle che ho sempre riconosciuto come naturali e mie.

    Che bella la tua Puglia! Ci sono stata in vacanza sei volte. Le prime cinque quando il turismo di massa era all'inizio, erano gli anni settanta. Non abbiamo visitato il Salento purtroppo, ma ho sempre sognato di arrivare un giorno a Santa Maria di Leuca. Ogni angolo d'Italia è una meraviglia e non vorrei mai e poi mai andarmene da questo paese...credo bene che certi mascalzoni vorrebbero impossessarsene!!!

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  2. Carissima Nou, sono contento di leggere questo tuo lungo intervento ad un post di due anni fa. Allora non avevo molti scambi, anzi quasi nessuno. Ma non è questo il motivo per cui sono contento. Noto che il cosiddetto “mondo” dei blog vive solo di presente, le cose scritte 5 o 10 giorni fa sono già “vecchie” e raramente vengono considerate degne di riflessioni, tutto si consuma nell’arco di pochissimi giorni e poi esaurisce il suo effetto. Si vive in un punto adimensionale senza passato e questo non è che una metafora di qualcosa di molto più tragico che meriterebbe molta attenzione. Il tuo commento da profondità temporale… ma lasciamo perdere le mie speculazioni d’occasione!
    Qualche volta mi sono lanciato nella pizzica pizzica, così si chiama il ballo dalla Terra d’Otranto e più precisamente del Salento ma non mi dico esperto. Il ballo origina dalla danza delle tarantolate da non confondere con la tarantella con la quale condivide solo l’etimo, ha avuto molte contaminazioni - parlo di quelle antiche perché le attuali contaminazioni sono inquinamenti - assumendo anche i connotati di una danza erotica in un corteggiamento rituale, in alcuni posti anche di lotta rituale tra due contendenti in amore. Lasciati consigliare qualche lettura in proposito, a parte l’irrinunciabile opera di Ernesto De Martino che cito nel post (guarda questo video) ci sono i lavori di Paolo Pellegrino e di Pierpaolo De Giorgi che, preferendo una lettura estetica e mitologica, si muovono in antitesi all’approccio storicistico di De Martino, o almeno credono di farlo! E’ tanta la letteratura sull’argomento e ultimamente si parla tanto di taranta, spessissimo in proporzione inversa alla sua conoscenza.
    Cara Nou, la sindrome di Ulisse non si supera, non si pone neanche il concetto del suo superamento senza concepire il proprio annullamento, sarebbe per un albero concepire il superamento delle proprie radici. So che, a differenza degli alberi, noi umani ci poniamo anche di questi obiettivi ma come immaginerai facilmente mi capita di avere più stima per gli alberi di quanta non ne abbia per molti umani.
    Ti auguro di riuscire a portare a termine il tuo progetto anche se, come dici, “la luce, gli odori, i colori e le atmosfere non saranno quelle” delle tua esperienza. Noi abitiamo la memoria, cara Nou, è quella nostra casa.
    Lasciami chiudere con un atto d’amore. E’ vero, è bella la mia Puglia, amo il mio Salento, la sua storia contadina, lo spirito di diffidente accoglienza della mia gente, lo spirito di chi in qualche modo sa di abitare sulla soglia del finis terrae, così si chiama Santa Maria di Leuca, dove da uno scoglio puoi affacciarti all’incrocio di due mari. Uno spirito che è cambiato e continuerà a cambiare ma che ancora abita nella sua vecchia casa.

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  3. Complice il tuo viaggio, il parlare della tua terra (il Salento, che ho visitato malamente non riuscendo a soffermarmi sulle cose e sulle persone come avrei voluto), complici i commenti di Nounours(e) e tuo, mi si è risvegliata la "sindrome" da poco sopita ma mai vinta. Del resto sono Ulisse dall'età di diciannobve anni ... forse da sempre!
    Ciao

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  4. Caro Garbo, è bello ritrovarsi con te e Nou in questo post che quasi avevo dimenticato di aver scritto. Mi spiace che tu abbia visitato troppo velocemente il Salento e mi fa "piacere" aver risvegliato la tua sindrome appena sopita. "Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti", diceva l'immenso Ungaretti, caro Garbo, quando senti quel sangue scorrere c'è ben poco da vincere.

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  5. Sono un'ignorante di prima categoria: me lo dico e anche se mi vien detto non mi offendo perché lo so! Non sapevo di questa frase di Ungaretti in cui dice che sente il sangue dei suoi morti scorrere nelle vene; io mi sento oltre al sangue lo spirito di tutti: i miei e i loro. Di tutti quelli che hanno sudato sangue per sopravvivere e per lasciarci la bellezza del territorio con i suoi paesaggi. Di questo sono sicura: che sono piena d'amore per questi predecessori, per la loro energia che trapassa la durata della vita.
    Se "spegnamo" le cellule della memoria (ora, fra l'altro, pare che la memoria non risieda solo nel cervello) se non vogliamo vedere e sentire non potremo nemmeno captare tutta questa enorme e benefica energia che ci viene lasciata in eredità...e poi, lo sai Antonio che ho questa idea fissa del tempo-non tempo.

    Sono addolorata per le donne morte a Barletta. Ho provato alla notizia molta rabbia assieme allo sgomento per una società che fa morire le persone in questo modo.
    Provo un senso di impotenza e la rabbia, l'indignazione mi fanno star male fisicamente.

    Ora invio senza chiedermi se sono intervenuta a modo o meno, perché altrimenti mi restano troppe cose che vorrei esprimere e non dico mai.

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  6. Quando torno in Sicilia, nella casa dei miei, che non è la casa che mi ha visto nascere, ma mi ci sono trasferito ancora in un’età in cui i sogni, le aspirazioni e le speranze sono ancora vergini; mi capita di immergermi nella soffitta, vera e propria miniera del passato, dove ritrovo intatte intere collezioni di riviste del passato che sfoglio avido, dove ritrovo libri che costano non lire ma soldi, trovo monete antiche di varie epoche, brocche, anfore, giare, bambole di ogni forma e foggia, la macchinina di latta a pedali del nonno (e quando parlo di nonno parlo di uno che ha fatto la prima guerra mondiale), il cavallo a dondolo del prozio, il mio vestito di Zorro, una collezione di Tex Willer che data almeno due generazioni, le lettere d’amore che lo zio Camillo inviava alla zia Carmen, in carta pregiatissima ... ancora profumate, le scatole di latta dei biscotti, scatole di te e di caffé.
    La soffitta, ma la casa tutta tramandava e trasudava vita, storia familiare (sulla cucina trovavi il passaggio intonso di mille cibi e un odore di cose buone, legna da ardere e buoni cibi si spandeva sempre nell’aria), ti diceva chi eri, da dove venivi e probabilmente anche dove potevi andare. C’era un tramandare tradizioni, usi, costumi, c’era una scansione delle stagioni, c’erano i prodotti tipici per ogni stagione, c’erano le primizie che poi finivano, c’era un clima diverso per ogni stagione, c’erano delle cose da fare differenti, c’erano piccoli doni in natura che addolcivano la vita dei bambini e degli adulti, c’era il piacere di stare insieme a sentire storie di famiglia e storie del mondo ... vere o fantastiche.
    C’era una commistione tra uomini e animali molto più fitta che ci ricordava che in fondo siamo animali anche noi (mentre adesso cerchiamo di rendere quanto più umani possibile, snaturandoli, quei poveri animaletti domestici che teniamo per compagnia).
    Oggi viviamo in case asettiche, con donne asettiche che non tramandano più alcuna cultura domestica, sono donne dello spik & span, di quelle che detergono ogni passaggio umano, ogni traccia, ogni cultura, di quelle che fanno brillare la casa come se non fosse abitata da nessuno.
    Le case non hanno più soffitta, non c’è un angolo dei ricordi (concreto intendo, abbiamo solo ricordi freddi, digitali, su un pc), se ti siedi su un divano devi stare attento a non lasciare impronte, se bevi dell’acqua devi stare attento a non rovesciarla, stiamo attenti a non macchiare le tovaglie e la cucina è detersa come se non ci fosse mai passato nessuno.
    Le case, i nostri appartamenti, sono poco più che dormitori, con angoli cottura (e non più cucine degne di questo nome), con forni a microonde per scaldare ciò che abbiamo acquistato precotto in rosticceria o in gastronomia, i macellai fanno già gli arrosti pronti, così che non devi più stare ad affannarti sui fornelli, mangiamo robe che negli anni hanno sempre e lo stesso monotono sapore e non ci chiediamo neppure più perché.
    (segue)

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  7. Viviamo con condizionatori che ci mantengono costante la temperatura interna alle nostre case, abolendo di fatto il caldo e il freddo, e le nostre abitazioni assomigliano sempre di più a quei loculi che ci accoglieranno dopo il nostro trapasso.
    Mio nonno sapeva fare un buon vino, già mio padre non ne era più capace, diceva sempre: “Ah, il nonno si che faceva un buon vino!”, ma lui era capace di riconoscere il vino buono, non di farlo, a me non ha tramandato come si fa il buon vino; per questo è con estrema naturalezza che poi ci propongono quegli orribili vini in tetra-pak, dove il vino non trasuda, non invecchia, ma rimane sempre uguale a se stesso come quando è stato incartonato e finché non scade.
    Forse ciò di cui abbiamo tanta nostalgia è questo mondo che alcuni di noi hanno intravisto, intuito, presagito, ma che non hanno vissuto (ecco che spunta fuori il pericolo di “inzuccheramento sentimentale” di un’età contadina intravista ma non pienamente vissuta, non tramandata; forse c’è molto di più di questo, forse è l’afflato stesso con la terra che ti ha dato i natali, la ricerca di odori, suoni, colori, sapori o contatti fisici che i tuoi sensi primigenii assorbirono avidi e che pensi di trovare soli li e non altrove.
    Una volta, pur sapendo che tutto è caduco e transitorio, si facevano le cose per l’eternità, pensiamo al Partenone di Atene, è un’idea eterna, una bellezza assoluta, plasmata nella pietra che sfida il tempo, e bene o male è ancora li apoteosi e paradigma di bellezza, la casa di Barletta si reggeva a malapena in piedi, la scuola di Sant’Angelo dei Lombardi è crollata sugli stessi figli di chi doveva curarne la stabilità, la città de L’Aquila si è sfarinata letteralmente con un terremoto che in Giappone sarebbe stato definito appena “solletico”, e mi pare che di esempi ciascuno possa trovarne quanti ne vuole (con questo mi collego alla chiusura di Nounours(e)).
    E chiudo con Ungaretti, caro Antonio, il sangue dei miei morti che scorre non è solo una tipologia o un rh, non solo globuli rossi e piastrine, deve essere cultura che score e trapassa da individuo ad individuo, da una generazione all’altra ... fantascienza in una società in cui la cultura dominante è quella dell’eterno presente, dell’adolescenza ad oltranza, dove gli anziani sono vecchi rincoglioniti, i genitori copiano i figli, e ciò che conta davvero (la padronanza della tecnologia) è maggiormente in mano ai giovanissimi mentre i vecchi sono solo un inutile fardello o tuttalpiù delle fonti di denaro o di potere a cui attingere.

    Ciao ad entrambi.

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  8. Carissimi, regalo ad entrambi questo straordinario documento. Non so se sia stata una decisione del poeta interrompere i suoi versi, mi pare molto difficile, ad ogni modo la poesia continua così:
    Non mi rimane più nulla da profanare, nulla da sognare.
    Ho goduto di tutto, e sofferto.
    Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
    Alleverò dunque tranquillamente una prole.
    Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo la vita.

    Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie, ho in vista la morte.


    GIUSEPPE UNGARETTI
    Lucca in L’allegria, Prime, 1919.

    Cara Nou, sei fortunata a non conoscere questi versi oppure ad averli dimenticati perché solo così puoi avere lo stupore di leggerli per la prima volta.
    Caro Garbo, il tuo viaggio nella memoria, così pieno di volumi, odori e sapori e il ritorno al presente merita tanta riflessione, ondate della memoria che bagnano continuamente questo blog. Condivido con te la triste fotografia del presente ma devo ricordare che anche Leopardi parlava del suo presente come del "tristissimo secolo". Dobbiamo capire troppe cose sul tempo, persino prima di poter dire che esiste!

    Mi ripeto ma mi piace questa nostra "soffitta" a due anni di distanza dal presente.
    Un saluto a voi, amici che non conosco.

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  9. Antonio ti ringrazio per la segnalazione del documento di G. Ungaretti, l'ho apprezzato molto. Sono anche felice che il caso abbia favorito così ampia riflessione sul tuo post. E' stato un bell'incontro nella soffitta della memoria.
    Garbo mi ha riportato alla soffitta della mia casa paterna. Era una soffitta padana con oggetti in uso da quelle parti come brocche di latta smaltate, cornici di stampe a soggetto religioso, un fucile da caccia, degli stivali da cavallerizzo, un lettino di bambino, vecchi materassi di brattee di mais, piumoni. Anche lì si trovava una collezione di Tex Willer oltre a numerosi Capitan Miki.La raccolta più intrigante per me era La storia del bandito Giuliano di cui ricordo con sicurezza che arrivava in fascicoli all' edicola e che la donna del bandito si chiamava Ortensia (un po' poco :)]. Sarà stato il 1955, un po' presto per me per capire bene il racconto, ma i miei genitori me lo lasciavano leggere perché la lettura mi piaceva e così mi distraevo imparando bene a leggere -così dicevano-: era quello il tempo più felice per la mia famiglia ancora giovane e unita.
    Avrò presto un'altra soffitta che chiamano sottotetto, ma che è un'ampia soffitta, ben aerata da numerose finestrelle, che conto di frequentare sia fisicamente che con i miei percorsi della memoria. Parlo di una casa che racchiude la storia di tre generazioni di un'altra famiglia, la quale ha deciso di lasciare. Non cambierò nulla finché la struttura resisterà, continuerò semplicemente ad averne cura. Mancano un paio di mesi all'appuntamento e mi sento trepidante. L'abbiamo visitata solo una volta, non abbiamo trattato sul prezzo per timore di perderla: siamo dei compratori anomali! Al momento mi sembra ancora un sogno, poi...vi racconterò.
    Ciao e grazie ad entrambi.
    Nou

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