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lunedì 2 febbraio 2009

Basta bontà

Non avevo ancora finito di scrivere questa lettera quando ho letto su Repubblica.it la ricetta di Maroni per i clandestini.

Che dire? Secondo me non la legge!


Egr. Avv. Maroni,

Le scrivo in merito all’orribile episodio accaduto a Nettuno, dove un immigrato indiano è stato dato alle fiamme da tre ragazzi in cerca di “una forte emozione”, come hanno dichiarato ai carabinieri. A tal proposito Lei ha dichiarato "E' più grave del razzismo, perchè denota la mancanza di principi fondamentali del vivere civile non è una questione di ordine pubblico, è un qualcosa che chiama in causa la società intera". Non si può non essere d’accordo con Lei sulla necessità di riconoscersi in un tessuto comune e sul richiamo alle responsabilità della società intera, sebbene mi resti qualche perplessità sull’esistenza di un ordine di gravità delle possibili cause di un tale gesto. Il razzismo non è certamente un valore, se invece è un disvalore non è certamente preferibile all’assenza di valori. Ad ogni modo a me questo discorso sui valori sembra piuttosto scivoloso, oltre che dispensatorio se non lo si circoscrive. Non è mia intenzione farlo in una lettera che probabilmente non verrà letta, tuttavia mi preme dare un’altra chiave di lettura a questa vicenda, opposta alla Sua, ma che tuttavia può dare maggiore efficacia e sincerità alle Sue parole ed al richiamo alla responsabilità di tutti.
La lettura che propongo è in verità banale, eppure così impegnativa da essere puntualmente elusa, così autenticamente vincolante alle responsabilità che ciascuno di noi ha nella società in cui vive da essere sempre messa in sordina. La mia lettura è che i vecchi valori, quelli della solidarietà, della gentilezza, della cortesia, dell’accoglienza (per nominarne solo alcuni) sono semplicemente sostituiti da valori altrettanto vecchi, e forse ancor più dei primi, che sono quelli della forza, della sopraffazione e della violenza, anche verbale, e in ambito politico soprattutto verbale. Questa lettura è già stata magistralmente esposta da Miriam Mafai nel suo articolo “La cultura della violenza” sul sito internet de la Repubblica, ma io voglio aggiungere qualcos’altro, anche alla luce delle dichiarazioni del Presidente Napolitano su questa vicenda. Il Presidente parla di “episodi raccapriccianti che vanno ormai considerati non come fatti isolati ma come sintomi allarmanti di tendenze diffuse che sono purtroppo venute crescendo. Rivolgo perciò un forte appello a quanti hanno responsabilità istituzionali, culturali, educative perché si impegnino fino in fondo per fermare qualsiasi manifestazione e rischio di xenofobia, di razzismo, di violenza".
Sebbene non si possano escludere le manifestazioni di follia, sono assolutamente convinto che certi atteggiamenti debbano essere spiegati in un contesto sociale, piuttosto che richiamarsi ad un vago innatismo. Ad ogni modo la politica può e deve occuparsi solo del contesto sociale, e qui non intendo riferirmi alla “disperazione, la miseria, il degrado (banale e consueta spiegazione sociologica)” ma, come dice Mafai, all’atmosfera culturale che ciascuno di noi respira e che ciascuno di noi contribuisce a creare quotidianamente. Allora diventa vincolante per ciascuno di noi chiedersi se le nostre azioni, le nostre parole abbiano contribuito, e se sì in che modo, alla creazione di questo mutamento di valori. E’ assolutamente necessario chiedersi se ci sono state occasioni in cui abbiamo appoggiato atteggiamenti in cui la forza diventa arbitro delle ragioni, o se in alcuni casi abbiamo semplicemente omesso di stigmatizzare dichiarazioni che inneggiano alla prepotenza. E’ facile esonerarsi da queste domande invocando la libertà di pensiero e di parola. E’ facile richiamare, con un sorriso innocente, la vivacità dello scontro politico, ma questo non elude che la libertà, tanto più invocata quanto meno conosciuta, ha come esigente immagine speculare la responsabilità del suo esercizio. E francamente pare argomento debole invocare la pure enorme distanza tra i gesti criminali di tre balordi ed il comportamento quotidiano di milioni “persone perbene”, sarebbe come non riconoscere la derivazione di un albero dal suo seme.
Non mancheranno neanche in questa occasione interviste a persone sbigottite che candidamente dichiareranno “sembrava un ragazzo normale”, ma allora chiediamocelo una volta per tutte anche a rischio di dover scoprire che non è la domanda giusta: che normalità stiamo costruendo? Signor Ministro, l’odore acre della carne bruciata di quel signore indiano sale nelle nostre narici e le nostre orecchie sono piene delle sue urla e delle risa di quei tre balordi così normali. Non basta un generico richiamo alla responsabilità della società intera per far cessare quelle urla come quelle di tante altre vittime dei valori che oggi hanno corso, è necessario che ciascuno di noi, nel suo piccolo, dia un contributo cominciando dal non considerare gli immigrati come presunti delinquenti, dicendo chiaro e forte che l’essere cittadini italiani non è un titolo preferenziale per vivere in Italia ma lo è la partecipazione alla realizzazione di quei “principi fondamentali del vivere civile” che Lei richiama e che non si devono mai dare per scontati.
Lei Signor Ministro può dare un contributo che raggiunge molte persone, ne ha gli strumenti, sta a Lei usarli.
Cordiali saluti.
Antonio Caputo, Roma

Articolo di Miriam Mafai su Repubblica.it

1 commento:

  1. che dire sulla tristezza di questa vicenda?
    io sono sempre piu' convinta che molto di quanto stiamo vivendo in questi anni sia la conseguenza diretta della "polverizzazione" delle responsabilita', a tutti i livelli ed in tutti i contesti. Ognuno e', in piccolissima parte, responsabile, e quindi nessuno e' responsabile.
    e la societa' e' responsabile in toto, in quanto somma di individui.

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