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giovedì 22 gennaio 2009

Lettere corrisposte

10 novembre 2008

Con gratitudine alla Presidenza della Repubblica per la risposta a questa lettera.


Alla cortese attenzione del
Presidente della Repubblica Italiana
Giorgio Napolitano

Illustrissimo Signor Presidente,
ho deciso di scriverLe per sottoporre alla Sua attenzione la situazione di molti lavoratori che negli ultimi giorni si sono mobilitati, anche con pubbliche manifestazioni, in difesa del loro lavoro. Mi riferisco, in particolare, al settore della ricerca negli Enti pubblici perché ne faccio parte, sebbene il problema sia molto più ampio toccando i più svariati ambiti lavorativi di molti cittadini di questo Paese.
Il problema della ricerca in Italia è annoso e in diverse occasioni Lei ha sollecitato maggiore attenzione alla ricerca, sottolineando come si tratti di “una priorità, che dovrebbe riflettersi nella politica sia della spesa pubblica sia degli investimenti privati”. Lei è perfettamente consapevole delle dimensioni del fenomeno della cosiddetta precarietà e delle ferite sociali che questo fenomeno comporta. Con questa lettera non intendo quindi parlarLe di numeri, per i quali avrà le Sue fonti, bensì dello stato d’animo di migliaia di persone, uomini e donne spesso definiti giovani ma che altrettanto spesso così giovani non sono più e di come la nostra società, ed in particolare le istituzioni che ne incarnano lo spirito pubblico, possa a volte presentarsi loro come un posto poco accogliente.
Come Lei sa, il precedente Governo, guidato dal professor Prodi, aveva fissato in due leggi finanziarie la progressiva stabilizzazione dei lavoratori precari del pubblico impiego, tra cui figurano molti ricercatori. L’attuale maggioranza non ritiene di dover dare seguito a quell’impegno, richiamandosi al dettato costituzionale ed alla necessità di superare un concorso per poter essere assunti nel settore pubblico. Il principio è sacrosanto ed il richiamo alla Costituzione è tanto più apprezzabile per la sua provenienza. Tuttavia, molti ricercatori hanno effettivamente superato qualcuno dei pochi concorsi pubblici indetti e altrettanti avrebbero volentieri partecipato a concorsi pubblici, qualora fossero stati indetti, anziché passare attraverso decine di forme contrattuali nell’ultimo decennio della loro vita. Ad ogni modo, dalle recenti dichiarazioni del ministro della Funzione Pubblica, sembra che neanche per tutti i “capitani di ventura” che hanno superato un concorso si possa prefigurare quel processo di stabilizzazione tracciato dal precedente Governo. Il rischio, a parere del ministro, è mortificarne l’indole avventuriera! Ora, senza dover scomodare Montesquieu riguardo all'asserzione di costituzionalità e su chi dovrebbe pronunciarla, mi pare legittimo e auspicabile da parte di una forza di governo attenersi ai principi fondanti della res publica ma, pur non avendo una formazione giuridica, qualche lettura e una certa impostazione etica, mi fanno ricordare un principio non scritto ma fondamentale per la vita stessa e la credibilità delle istituzioni pubbliche che è la continuità istituzionale. Pertanto una visione, forse semplice ma certamente coerente della faccenda, mi farebbe pensare che sono percorribili due strade: o si sancisce l'inapplicabilità di una norma, secondo le modalità stabilite dalle regole vigenti nel momento in cui quella norma è stata emanata, o se ne da seguito. Ma riconosco la mia impreparazione in materia e spero che le iniziative dell’attuale Governo sul tema del precariato tengano in debita considerazione tutte le possibili conseguenze e, trattandosi di un intervento nel tessuto sociale, soprattutto quelle non immediatamente quantificabili.
Le statistiche ci dicono che nelle società cosiddette sviluppate, quale è quella italiana, la vita media delle persone si è allungata, ne consegue un naturale ed inevitabile spostamento delle attività vitali verso le età più avanzate. In particolare, si decide di formare un nucleo familiare in età più matura rispetto a qualche decennio fa, l’età media in cui si decide di mettere al mondo un figlio è sensibilmente aumentata, l’idea di avere una casa propria, se non è oggetto di derisione, diventa sempre più un’utopia e quant’altro possiamo immaginare. Lo stato delle cose è esattamente questo, le statistiche non mentono e la politica non può che prendere atto di questa situazione. I demografi ci informano che l’Italia sta invecchiando e che nel giro di un secolo gli italiani potrebbero non essere più la maggioranza degli abitanti nella nostra penisola. Da qui ad un secolo, molto probabilmente, non saremo qui a vedere se i demografi avevano ragione, e sinceramente non credo che questo sia il vero problema della futura società che abiterà questo lembo di terra. Parafrasando il grande Montaigne, potrei dire che noi siamo italiani per la stessa ragione per cui siamo perigordini o tedeschi. Certamente però possiamo fin da oggi farci delle domande sulle potenzialità che le persone che vivono e che vivranno in questo paese riusciranno ad esprimere e quanta energia vitale, invece, non troverà mai espressione nel modello di società che, direttamente o indirettamente, ci vede testimoni, interpreti e, nostro malgrado, costruttori.
Si attribuisce a Disraeli l’affermazione “ci sono tre generi di bugie: le bugie, le maledette bugie e le statistiche”, non so dire se il Primo Ministro inglese fosse ostile alla disciplina statistica, ma condivido la critica riguardo l’intrinseca insufficienza dei puri dati statistici a descrivere le dinamiche di un organismo complesso quale è la società umana senza che gli stessi dati siano integrati in una cornice interpretativa che ne spieghi l’intima natura. L’oggettiva descrizione delle dinamiche sociali dovrebbe indirizzarci ad una analisi profonda delle loro cause e dei possibili effetti, effetti che meritano ancor più attenzione vista la loro naturale dilazione temporale che in molti casi pone a dura prova le nostre capacità cognitive affidandole al campo delle congetture, se non delle vere e proprie scommesse sul futuro.
A me sembra che dalle pieghe dei dati sociali che le statistiche mettono a nostra disposizione emerga qualcosa di più complesso e più difficilmente quantificabile. Le persone della mia età, viaggio sui quaranta, non sono oggi più giovani delle persone che qualche decennio fa avevano la stessa età. Al di là di ogni augurabile progresso sociale e tecnologico, sono fermamente convinto che la nostra natura più intima sia molto meno mutevole dei nostri stili di vita. In realtà le persone della mia età sono oggi costrette ad essere e sentirsi giovani. Del resto senza le forze assicurate dalla giovinezza non si può fare fronte alle continue riorganizzazioni del proprio stile di vita, senza le energie della gioventù non è facile ripartire da zero continuamente ed instaurare nuove relazioni professionali magari cambiando per l’ennesima volta il proprio domicilio, figuriamoci poi come sia possibile costruire nuove amicizie e affetti, che sono molto più impegnativi. In questa condizione di neotenia socialmente indotta, una nutrita schiera di nuovi Dorian Gray, che hanno dovuto sostituire il cinismo all’estetismo di fine ottocento, vivono facendo attenzione a non guardare fino in fondo il proprio ritratto. Il rischio è noto! Giorni fa, una mia amica durante una riunione per decidere gli slogan da scrivere per una manifestazione in risposta alle politiche del Governo sul tema del precariato proponeva “i figli mai nati dei precari ringraziano”, fu lei stessa a ritenere il messaggio troppo forte e a non volerlo scrivere. Questo episodio mi ha fatto tornare in mente una vecchia pubblicità di Emergency dove su uno sfondo completamente nero c’era scritto “i medici di Emergency vi risparmiano le immagini che quotidianamente devono vedere”, facendo le debite differenze, per le situazioni ben più drammatiche con cui i medici di Emergency devono misurarsi, mi pare che lo spirito di quella mia amica fosse esattamente lo stesso salvo una variazione, se la pubblicità di Emergency risparmiava la visione della realtà di guerra agli altri, nel caso della mia amica qualcosa di intimo la induceva a risparmiare anche se stessa la piena ammissione dei fatti.
Contrariamente alla diffusa retorica della giovinezza, che oggi ha l’aria di essere un meccanismo di difesa più che uno slogan ideologico o un fatto anagrafico, io sono convinto che poter invecchiare sia un valore, un processo che arricchisce una vita e la porta a compimento, meta sempre più lontana per quanti non possono realizzare un progetto di vita di per sé arduo, come è atteso, ma che è continuamente minato da ostacoli sempre più numerosi, sempre mutevoli e soprattutto quasi mai dipendenti dal proprio impegno. Alle persone della mia età, che oggi hanno la ventura di lavorare nel settore della ricerca, ma la stessa cosa può dirsi per molti altri settori lavorativi, non è permesso invecchiare. Questa è la dimensione tragica, nel senso greco del termine, dell’instabilità lavorativa. Per quanto paradossale possa sembrare, ho a volte la sensazione che i ‘giovani’ della mia età non chiedano altro che poter finalmente cominciare ad invecchiare! Non per arrendersi, sia chiaro, o per ridurre il proprio impegno professionale ma per cominciare ad intravedere un barlume di senso e di compiutezza nella propria esistenza, per dare una organizzazione narrativa alla propria biografia, direbbe il sociologo Richard Sennett.
L’attuale Governo avrà senz’altro dei solidi motivi per proporre i tagli alla ricerca, per arrestare i processi di stabilizzazione nel pubblico impiego. E’ evidente che spesso le esigenze più squisitamente politiche sono sacrificate sull'altare dell'economia e che quasi sempre le esigenze economiche si risolvono in problemi di carattere contabile con i quali tocca pur fare i conti, tuttavia non è sempre comprensibile il criterio che regola i rapporti tra politica ed economia. Di tanto in tanto si afferma il cosiddetto primato della politica ma, abbastanza paradossalmente, questo richiamo si fa più forte proprio per correre in aiuto dell’economia. La recente situazione dell’Alitalia e l'attuale crisi dei mercati finanziari sono casi emblematici di questa situazione. In particolare, per le sue dimensioni, la crisi finanziaria vede impegnati molti governi di paesi sviluppati per salvare il sistema creditizio in nome di una crescita economica che altrimenti subirebbe dei duri contraccolpi. Si tratta certamente di una importante scommessa sul futuro dell’economia mondiale. In linea di principio, con molte riserve sulle modalità, questi provvedimenti sono condivisibili, ma non è forse il futuro dei lavoratori della ricerca e dei lavoratori in generale la più importante forma di investimento per il futuro ed il benessere di un paese? Allora per quale strana alchimia semantica in un caso la politica affronta di buon grado i sacrifici di un intervento pubblico, mentre nell’altro agisce richiamandosi ad una contabilità che cerca di pareggiare il bilancio il giorno dopo?
Quale che sia la visione etica di ciascuno di noi, non è possibile concepire una qualunque società senza pensare alle relazioni che i suoi membri instaurano tra loro, senza un contesto di reciproca fiducia tra i soggetti, senza una idea di progetto comune per un futuro che sia migliore del passato e del presente, senza concepire condizioni di solidarietà collettiva. Nessuna società, degna di questo nome, è possibile senza queste vere e proprie virtù che riecheggiano, da un punto di vista laico, una dimensione sacrale di lunga tradizione. Quale che sia la nostra formazione non si può concepire alcun modello sociale senza le vecchie virtù, ormai sempre più desuete, almeno in ambito pubblico. Virtù, certamente desuete ma non ancora completamente fuori corso, che si ritirano sempre più dall’ambito pubblico per trovare angusta espressione nell’ambito familiare o ancor peggio per rimanere inespresse nel nucleo più intimo dell’individuo, dove tuttavia premono per trovare una via d’uscita che spesso provoca quel malessere di cui non sempre si riconosce l’origine.
Le chiedo Signor Presidente, nel contesto di perenne instabilità che molti lavoratori vivono è ancora possibile parlare di fiducia, di lealtà o di qualunque altra qualità morale che costituisca un collante sociale? Si tratta di qualità che non hanno alcun significato in un contesto in cui il movimento è fine a se stesso senza fornire un senso al movimento stesso, qualità che chiedono simmetrie relazionali in cui nessuna energia, nessun investimento umano debba andare perduto. Simmetrie che si riflettono anche nella capacità delle istituzioni di riconoscere il valore delle persone e delle loro legittime aspirazioni. Molti ‘giovani’ ricercatori del settore pubblico vivono la loro condizione professionale in una sorta di distonia morale e a fronte del loro impegno sono compressi in un orizzonte di senso claustrofobico. All’impegno profuso nella loro attività professionale non corrisponde alcun riconoscimento di lungo termine. E allora cosa rimane per ricucire questa lacerazione? Come si può fronteggiare questa vera e propria schizofrenia morale, in cui alle esigenze morali interiori non corrisponde uno spazio pubblico idoneo per la loro espressione? Come si può superare la discrasia senza ridurre il significato stesso delle cose della vita a nulla di veramente importante, richiudendosi così in un cinismo che, nel momento in cui si rivolge verso gli altri e non più solo verso se stessi, perde la sua qualità ironica per diventare spirale di malessere?
La retorica della comunicazione facile ci presenta spesso come fannulloni poco avvezzi al rischio, tuttavia non ho mai incontrato colleghi che avessero intrapreso la strada della ricerca senza una autentica passione per il proprio lavoro. Per quanto riguarda la nostra attitudine al rischio, Le assicuro Signor Presidente che siamo perfettamente consapevoli dell’incertezza del domani, conosco tanta gente che ha avuto molte occasioni per sperimentarla, ciò che è duro accettare è il rischio che “nozze e tribunali e are” non abbiano più nulla da dare alle “umane belve”, se non la coscienza del fallimento di quell’immenso ‘esperimento’ politico di porre paletti alla naturale instabilità dell’esistere. La precarietà del lavoro celebra forse il fallimento di questo sforzo, oppure, come molti dicono, annuncia una nuova era? Sono in molti a cantare la fine del lavoro, in pochi a vederne il trionfo della natura sulla politica. Signor Presidente, addebitare la mancata realizzazione di un progetto di vita a scarso impegno è cosa ovvia, altrettanto ovvio è considerare la possibilità di incontrare sul proprio cammino avversità che non dipendono dal nostro controllo, ciò che a mio avviso non è ovvio, né accettabile, è costruire una società in cui l’impegno dell’individuo non ha valenza alcuna e gli imprevisti sono la sola variabile determinante del destino delle persone. Da un punto di vista puramente esistenziale sarà anche così, tuttavia sarebbe fatale dimenticare che le nostre società, e la tecnica regia che le dovrebbe governare, sono proprio il tragico tentativo di arginare quel caos cui l’uomo non potrebbe, né saprebbe, resistere. Portare quel caos all’interno del sistema sociale come unica variabile di stato getterebbe i singoli individui, e la società che costituiscono, nell’angoscia più alienante.
Signor Presidente, avrei potuto parlerLe delle tante attività istituzionali che molti ricercatori precari svolgono in diversi enti pubblici in sede nazionale ed internazionale, avrei potuto fare un asettico elenco degli accordi che il nostro Paese onora grazie al lavoro di persone che non sanno se ciò che hanno fatto fino ad oggi era un investimento per il futuro o un altro lungo intermezzo della loro vita. Un paese può anche sopportare il rallentamento di quelle attività, per quanto importanti esse siano, il tempo consentirà certamente di superare i momenti di crisi, ma gli individui che stanno dietro quelle attività non possono dire la stessa cosa. Per questo ho preferito soffermarmi su aspetti sicuramente meno visibili, poco istituzionali, ma non per questo meno rilevanti per uno Stato il cui benessere è anche il risultato del benessere dei suoi cittadini.
Signor Presidente faccio appello ai valori di cui Lei è garante, ai Suoi valori, alla Sua autorevolezza perché rivolga ancora un invito a chi regge le sorti del paese, delineandone il futuro, affinché ogni decisione sia presa alla luce di una attenta riflessione sulle reali conseguenze.
Fiducioso della Sua sensibilità La saluto con affetto e stima.

Roma, 16/10/2008
Antonio Caputo

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