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sabato 16 maggio 2009

Perdóno per Paletta!

Un paio di giorni fa il Presidente della Repubblica ha dichiarato all'assemblea annuale delle Fondazioni europee «Si diffonde una retorica pubblica che non esita, anche in Italia, ad incorporare accenti di intolleranza e xenofobia». Il signor B. fa sapere che non si riferisce a lui. Che tipo! si sente così al centro dell'attenzione che crede che ce l'abbiano con lui anche quando non è così.

E' il momento di uscire allo scoperto! Chiedo perdono per averci messo due giorni ma la faccenda è delicata, rischia di aprire l'ennesimo scontro istituzionale e non posso più tacere.

Ebbene sì, il Capo dello Stato si riferiva me.

Rivelo i fatti. Durante un'amichevole partita a briscola in cui io e il Presidente giocavamo in coppia contro altri due giocatori non mi sono accorto che dovevo tenere l'asso in mano e riservarlo per un lancio successivo, così, preso dalla mia foga giovanile ho perso l'asso e mi sono fatto sfuggire un "Porca paletta!". Il Presidente si è subito rabbuiato in volto e mi ha fatto sapere di aver da poco ricevuto un appello dall'isola di Paletta nell'arcipelago delle Utopie, lì la gente versa in condizioni disperate e chiede sostegno al nostro paese. Nell'imbarazzo ho spiegato che la mia esclamazione non si riferiva agli abitanti di Paletta ma giustamente il Presidente mi ha richiamato ad un linguaggio più attento e meno disinvolto. Sinceramente pensavo che la cosa finisse lì ma il Capo dello Stato ha ritenuto opportuno richiamare la mia scellerata esclamazione in un consesso pubblico perché fosse di esempio per tutto il paese. Il Presidente non si è riferito direttamente a me perché è un signore molto educato, purtroppo però la sua discrezione ha fatto pensare che la dichiarazione si riferisse al governo.

Spero che questo chiarimento, doveroso ma che mi è costato fatica, porti serenità nel governo che ha così tante campagne pubblicitarie da organizzare e soprattutto rassicuri il Signor B. che adesso è tanto impegnato a ricostruire la sua immagine di bel giovanottone rampante sulle riviste più impegnate del paese.


Devo ammetterlo! E' meglio di una vignetta di Vauro.

giovedì 14 maggio 2009

Il mio papi è più ricco del tuo!

Una nota di Palazzo Chigi fa sapere che La Repubblica sta conducendo una campagna denigratoria nei confronti del premier dettata da invidia e odio. Questa è davvero carina, dà una chiara idea della dimensione psicologica dello staff del Presidente, o almeno quella dell'affettuoso animale domestico che ha redatto la nota! La dimensione psicologica del destinatario dell'invidia è già tristemente nota.
Fa venire in mente quei battibecchi tra bambini dove, in un gioco di rimpalli, il padre di ciascuno è più importante di quello dell'altro. Sono giochi innocenti, di bambini, sebbene a mio avviso già rivelano il futuro imbecille che da grande potrebbe persino arrivare a fare il Presidente del Consiglio o, se non ha fortuna, un cortigiano fedele.

Mi sembra di sentire ancora uno di quegli scambi concitati, tutto giocato sull'evocazione del sentimento di invidia nel compagno di giochi. Tuttavia da grande ho perso quell'innocenza che avevo da bambino e il mio ricordo di quei battibecchi è sicuramente falsato. Sarà anche colpa dell'irriverenza del Signor G.:

- Il mio papà ha tante automobili e ne compra sempre di nuove.
- Il mio papà ne ha solo una e gli basta.
- Il mio papà è sempre circondato da donne.
- Il mio papà non ha bisogno di frequentare ragazzine per sentirsi sempre giovane.
- Il mio papà conosce un sacco di gente importante e tutti gli obbediscono.
- Il mio papà ha una sana struttura psichica e non ama circondarsi di mentecatti.
- Il mio papà può comprarsi tutto quello che vuole.
- Il mio papà non è ricco e mi ha insegnato che le cose più importanti non si comprano.
- Tu invidi il mio papà.
- No, ma compatisco te per avere avuto un padre come il tuo.

Visto che siamo in tema di letture psicologiche mi sovviene una pubblicità che un mio amico disegnatore mi ha detto che girava in Francia qualche tempo fa.
La pubblicità riguardava un'auto di piccola cilindrata. La scena si apre con un fermo immagine sull'auto in questione. L'immagine sfuma, siamo in un ampio parcheggio di una clinica privata. Nei parcheggi riservati ai pazienti della clinica arrivano auto enormi: 4x4, Land Rover, Mercedes e Jaguar lussuosissime e infine Ferrari e Lamborghini. Dopo qualche secondo arriva l'auto che viene pubblicizzata, si dirige al parcheggio riservato al primario della clinica. Il dottore scende dall'auto, dà un'occhiata alle auto dei suoi pazienti e sospira profondamente guardando la discreta targa all'ingresso della sua clinica:
La chirurgie esthétique. Spécialisé pour l'allongement du pénis.


giovedì 7 maggio 2009

E' tempo di bilanci

Questo è il 50° post di questo blog!
L'ho aperto per gioco il 23 gennaio di quest'anno. Ci sono 4 post con data precedente alla sua apertura ma li ho inseriti perchè era vuoto e non sapevo cosa scriverci in quel momento.
Dopo circa 3 mesi ho due lettori fissi, Marina e Riccardo (che ringrazio per l'apprezzamento), ci sono 5 commenti, 4 dei miei lettori, il 5° è mio. C'è mia zia Matilde che vorrebbe registrarsi come lettrice fissa ma non sa come fare. Sicuramente ho altri due lettori, Vito e Franco, che però non mi danno soddisfazione e dicono sempre di non avere tempo da perdere dietro le mie elucubrazioni. Inoltre, ho avuto alcuni riscontri da altri amici che di tanto in tanto gli hanno dato un'occhiata.
Un successone! Facendo una prudente proiezione tra 62.500 anni i lettori assidui saranno mezzo milione e quelli sporadici diverse centinaia di migliaia. Sarà allora che tutti insieme faremo sentire la nostra voce e finalmente metteremo in discussione il potere di Berlusconi.

martedì 5 maggio 2009

Il re sobrio e l’etica del boudoir

L'Avvenire fa sentire la sua autorevole voce sui temi etici che questi giorni impegnano il dibattito della politichetta.

"Non ci è piaciuto quel clima da scambio di 'favorini' veri, falsi o presunti tra amici e amiche. E ci ha inquietato lo spargersi, tra alzatine di spalle e sorrisetti irridenti o ammiccanti, di un'altra manciata di sospetti sulle gesta del presidente del Consiglio. Il sospetto per chi gestisce la cosa pubblica può essere persino peggiore della verità più scomoda. E comunque, prima o poi arriva il momento del conto. [...] La stoffa umana di un leader, il suo stile e i valori di cui riempie concretamente la sua vita non sono indifferenti: non possono esserlo. Per questo noi continuiamo a coltivare la richiesta di un presidente che con sobrietà sappia essere specchio, il meno deforme, all'anima del Paese".

Ho letto l'editoriale dell'Avvenire con molto interesse e l'ho trovato condivisibile dalla prima all'ultima parola. Anche il mio grillo parlante l'ha letto e quando ha finito di leggerlo mi ha raccontato questa storia:
"In un paese molto lontano qualche tempo fa ho visto un re che aveva insegnato ai suoi sudditi che tutto ciò che desiderano nella loro vita era vedere trasmissioni divertenti in televisione. Trasmissioni che non facessero pensare troppo e che distraessero dai problemi della vita. Il re diceva a tutti che prima o poi sarebbero stati ricchi come lui e le folle lo applaudivano compiacenti. Il re aveva un folto seguito e tutti erano convinti che con lui al potere sarebbero stati felici. Il re non si curava della collettività e quando fu al massimo del suo consenso oltraggiava i fondamenti della vita sociale e ignorava le regole del buon governo, ingiuriava i suoi oppositori e faceva scempio dell’azione legislativa per volgerla al suo personale interesse. Il re giocava con le parole, raccontava barzellette e menzogne e tutti erano contenti. Il re non temeva rovesciamenti perché aveva tra i suoi alleati i sacerdoti del tempio che, al sicuro tra promesse e sorrisi, rinunciavano alla loro memoria più antica in nome di favori e finanziamenti. Il re incontrava i sacerdoti del tempio, abbracciava il loro capo ed assicurava al tempio il primato desiderato. Il re prometteva che non avrebbe messo le mani nelle tasche del suo popolo anche se, con il favore dei sacerdoti del tempio, non esitava a mettere a forza un sondino nel naso di quanti non potevano accettare la devastazione della propria persona.
Il re regnava incontrastato nella terra dell’etica pubblica dove i fiori stentavano a crescere perché il suolo era stato contaminato dalle sue sementi avvelenate.
Ma un giorno il re superò il limite invalicabile, entrò nel regno del privato con la stessa alterigia con cui cavalcava dissennatamente nel regno del pubblico. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. I sacerdoti del tempio non perdonarono tanta tracotanza. Il re non aveva capito che poteva continuare a fare strage in quel territorio che aveva già conquistato ma non doveva toccare il territorio del privato. Quel territorio tra l'altro non era più così vasto come un tempo perchè ormai i sacerdoti del tempio ne rivendicavano solo le zone confinanti con le camere da letto. Il discrimine etico era diventato così facile da riconoscere che il re non avrebbe mai dovuto varcarlo.
Fu così che l’etica delle mutande fece dire ai sacerdoti del tempio che il re era empio."

Il mio grillo mi ha poi spiegato di apprezzare molto il richiamo alla sobrietà del re ma non riesce proprio a togliersi dalla testa l'idea che l'indignazione, come una sorta di meccanismo a molla, scatti solo quando si evoca una camera da letto!
Se l’immoralità della filosofia del boudoir del divino marchese meritava una smentita, quale migliore terreno dell’etica del boudoir?

venerdì 1 maggio 2009

Guarda bene...

Guarda bene! In mezzo a quella folla dovresti esserci anche tu.

Pellizza da Volpedo, Quarto Stato, 1901.

Non facciamoci ingannare dagli abiti nuovi che indossiamo. Se non riusciamo a scorgerci in quella folla allora cerchiamo i nostri genitori, se non loro i nostri nonni, se guardiamo bene potremmo vedere anche i nostri figli o i figli di persone a noi care.
In quella folla ci sono i migranti, i precari, i disoccupati, c'è chi desidera una vita degna di essere vissuta senza oppressioni. Alcuni avranno cambiato vesti, indosseranno abiti eleganti per appuntamenti importanti, altri continueranno a vestire abiti lisi, molti non avranno altro che la loro pelle ma tutti ci faranno sentire il rumore dei loro passi.
Chi ha dimenticato quella folla parlerà del sacrosanto diritto alla sicurezza rovesciandone i termini. Quando ero bambino, e anche adesso, mi sentivo sicuro perché intorno avevo gente che mi amava, non è mai accaduto né mai accadrà il rovescio. I discorsi rovesciati della sicurezza sono ingannevoli perché ci rendono prigionieri nelle nostre case, perché soffocano una voce che da dentro ci dice che eravamo con quella folla, che possiamo tornare con loro, che in fondo stiamo ancora camminando con loro. Una voce che riempie di paura chi non vuole più vedersi in quella folla, chi si è impegnato perché tutto questo fosse messo in un angolo del passato che non ha più alcuna voglia di visitare.
Eppure se proviamo a mettere da parte quella folla, a dimenticarla, quella folla tornerà. Che lo si voglia o no, quella gente tornerà e noi torneremo con loro.
Se non sapremo scorgerci in mezzo a quella folla allora ci sentiremo sempre insicuri. Non possiamo chiudere le orecchie al rumore di quei passi perché quel rumore viene dalla nostra mente, e non ci sarà alcuna legge che potrà metterci al riparo da quella voce.
Se non sapremo vederci in uno di quei volti allora non ci sarà voce che possa raggiungerci perché avremo reciso la voce che ci è più vicina.

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