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mercoledì 2 giugno 2010

Il majority stress

«Niente è più ripugnante della maggioranza: giacché essa consiste in alcuni forti capi, in bricconi che si adattano, in deboli che si assimilano, e nella massa che trotta dietro senza sapere minimamente quello che vuole.» Johann Wolfgang Goethe

«Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati.» Berthold Brecht

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"Perché mai, come diceva Simone de Beauvoir, un uomo non si metterebbe mai a scrivere un libro sulla situazione particolare di essere un maschio? Da una domanda come questa muove Franco La Cecla, professore in varie università europee e statunitensi, nel proporre una antropologia del maschio (Modi bruschi. Antropologia del maschio, Eleuthera)." Così comincia la recensione di Gianni Vattimo al libro di Franco La Cecla. La de Beavouir non aveva torto e sul perché mi sono fatto un’idea che cercherò di esporre in estrema sintesi.

Ogni essere vivente è caratterizzato da un insopprimibile desiderio di affermazione, sarà un istinto o una pulsione come pensava Freud, il bisogno di riconoscimento di Hegel, il conatus di Spinoza, chiamatelo come vi pare. Che tale spinta sia oggetto di riflessione cosciente o meno è un dettaglio evolutivo per niente irrilevante. Quando entra in gioco il fattore coscienza le cose si complicano anche se molti umani danno per scontato il fattore coscienziale e proprio per questo non ne fanno gran uso.

Che lo sviluppo psichico di un soggetto sia un lento e continuo processo di ricerca di soluzioni alle domande che insorgono nel contesto esperito è nozione abbastanza generica da non temere smentita, quello che è controverso sono le modalità di questo sviluppo. Parto dalla premessa che una percezione è tale in quanto emergenza di differenze, difformità o incongruenze, elementi che si staccano da uno sfondo psichico che fornisce il contesto alle attività cognitive. Le "emergenze" a loro volta modificano lo sfondo che accoglie nuove "emergenze". Questo processo di continua modifica dello sfondo psichico è in definitiva il modo in cui si costruisce un paesaggio mentale attraverso il quale entriamo in contatto con quanto ci circonda e lo conosciamo. Per quanto ne so questo tipo di approccio è riconducibile al transazionismo o transazionalismo, in altre parole un evento psicologico deriva dall'attiva partecipazione all'evento stesso, da una transazione continua tra ambiente e organismo. Non vorrei farmi prendere la mano che poi divago e scivolo nel costruttivismo ma questo approccio è interessante perché spiega l'unicità degli sfondi psichici negli individui o quanto meno l'estrema improbabilità che ve ne siano due uguali. Data la comune storia evolutiva degli esseri umani, è ragionevole considerare quei fattori comuni che, ad una scala maggiore di quella individuale, comportano la formazione di alcuni modelli generali di sfondo psichico ma è altrettanto interessante capire come si formino paesaggi psichici differenti e quale sia il ruolo del contesto sociale nella formazione dei paesaggi psichici. Da parte mia penso che un'attenzione particolare meritino gli elementi di dominanza nella formazione dei paesaggi psichici.

Se lo sviluppo di un soggetto avviene in contesti sociali in cui è manifesto uno o più elementi di dominanza in cui il soggetto stesso non si riconosce (maschio / bianco / eterosessuale / cattolico / dotato di visione stereoscopica / etc. etc.) insorgono inevitabilmente domande e istanze di confronto con la collettività da parte del soggetto che a questo punto si riconosce facente parte di una minoranza. Domande che insorgono appunto in seguito alla percezione di una differenza. Per usare l'espressione di prima potrei dire che si tratta di emergenze che si stagliano nel paesaggio psichico del soggetto e lo modificano. Il soggetto che si riconosce in uno status di minoranza, che tra l'altro può essere dominata o discriminata, deve coscientemente rifondarsi nel proprio contesto, in altre parole è costretto a valutare il suo modo di essere e la sua esperienza sul piano coscienziale, e lo deve fare giorno per giorno. Questo soggetto è continuamente impegnato nella realizzazione di un proprio modello psichico di riferimento che nessuno gli ha fornito e che gli viene continuamente contestato, insomma è costretto ad esercitare quelle proprietà di autoanalisi e di autocostruzione che, a mio avviso, hanno un rischio elevatissimo di atrofia sotto la certezza dell’appartenenza ad un gruppo dominante. Questo processo di continua rifondazione va ben oltre i processi di sviluppo e di autoriconoscimento adolescenziali comuni a chiunque e va ben oltre l'età dell'adolescenza. Il soggetto che esperisce l’appartenenza ad una minoranza non può dare nulla per scontato come può succedere a chi fa parte di un gruppo maggioritario o dominante, non può assuefarsi al proprio paesaggio psichico.
L’esito di questa continua rifondazione non è per niente scontato, è un processo faticoso e la fatica può condurre a forme depressive di vario tipo oppure ad una condizione di autoconsapevolezza e maturità interiore che è molto difficile, se non impossibile, notare nei soggetti che si riconoscono in qualche maggioranza. Da qui nasce, per paradosso, la fragilità del dominante.

Già! La fragilità del dominante dovuta ad una sorta di majority stress. Perché se il cosiddetto minority stress - studiato su soggetti omosessuali ma che meriterebbe di essere esteso a tutte le categorie sociali minoritarie - comporta una fragilità per fattori prevalentemente estrinseci al soggetto, lo stress cui è sottoposto il soggetto dominante, senza peraltro saperlo, è tutto intrinseco al suo angusto paesaggio psichico. Questo esile individuo, che spesso si affatica per mostrare una forza che non gli appartiene per davvero, che arranca in tutti i modi per reggere con i denti una convinzione che non ha mai veramente elaborato, che si sente minacciato al primo soffio di vento, che si ammanta di una normalità tanto rassicurante quanto ridicola, questo soggetto non può vedere scosse le poche certezze che ha trovato precostituite, certezze che non sono state da lui fondate e mai si è sognato di mettere in discussione se non in quella fase comune a tutti che è l’adolescenza che nel suo caso è stata un'occasione perduta o, peggio, dimenticata. Ça va sans dire che questo soggetto deve muoversi necessariamente in branco per sentirsi sicuro delle sue posizioni - sia chiaro, che il branco abbia un riconoscimento istituzionale o meno non è rilevante per i meccanismi psichici ma è una faccenda relativa solo alla condizione economica del soggetto.

Per questo le minoranze di tutti i tipi, che non siano tentate dal diventare maggioranza, devono essere comprensive nei confronti delle rispettive maggioranze, aiutandole a trovare un ambito di minoranza (e ce n'è per tutti) in cui potersi riconoscere, un paesaggio in cui imparare a porre domande a sé stessi e scoprire che le domande superano di gran lunga le risposte. Ma, mi raccomando, è opportuno farlo con delicatezza, senza fare troppo male a quelle deboli creature. Si sa che svegliare di soprassalto i sonnambuli può avere conseguenze fatali!

***

«Ma i moralisti han chiuso i bar / E le morali han chiuso i vostri cuori / E spento i vostri ardori / è bello, ritornar normalità / è facile tornare con le tante / stanche pecore bianche. / Scusate, non mi lego a questa schiera: / morrò pecora nera.», Francesco Guccini, Canzone di notte n. 2, 1976.

«Sà cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi troverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c'è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un'isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sà che mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza...e quindi...», Nanni Moretti, Caro Diario, 1993.

«Vaffanculo alla maggioranza!», Roberto Benigni, Il mostro, 1994.

2 commenti:

  1. Ciao Antonio, ho fatto un giro nel passato e vi ho trovato questa perla. penso che il post sia incluso nella raccolta che mi hai inviato e che devo ancora stampare, ma lo farò presto. sapere attorno al paesaggio psichico mi affascina, già avevo ragionato sul tema dando per scontato che la psiche si formasse sì da stimoli esterni ma soprattutto dalle innate attitudini.

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  2. Carissima Nou, grazie per il tuo apprezzamento. Sì, questo post è in quella raccolta. Devi sapere che questo post l'ho scritto nel mio taccuino che ero letteralmente infuriato, l'ho scritto sulla scia di un paio di fatti di cronaca successi in quei giorni. Si trattava di aggressioni a ragazzi omosessuali a Roma e Milano, quei fatti li ho linkati dove dico: "Da qui nasce, per paradosso, la fragilità del dominante." Si tratta sicuramente di sublimazione della rabbia ma rileggendolo sono convinto che partirei dalle stesse premesse e arriverei alle stesse conclusioni anche riflettendoci serenamente.
    Per quanto riguarda quello che dici, sulla psiche, gli stimoli esterni o le innate attitudini, chi viene prima? cosa conta di più?Sarebbe troppo facile tirare in ballo l'equilibrio, è una risposta buona per tutto, quindi non dice niente. Mi limito a dire che forse abbiamo bisogno di rivedere il concetto di io, riconoscendo i dualismi per quello che sono, strumenti analiticamente utili ma insoddisfacenti quando dobbiamo ricomporre i pezzi. Quando si ha a che fare con una persona si ha a che fare con la sua storia, con il suo mondo, fatto di esperienze, di altre persone ognuna con la propria storia. Tutto questo gioco di infiniti rimandi fa il paesaggio psichico di ciascuno. In questo caso il dualismo-cesura tra interno (innato) ed esterno (ambiente) vacilla, vacilla così tanto che viene da pensare se non sia una elementare costruzione mentale per rendere la vita più semplice...o più banale!
    Un abbraccio.

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