Da oggi questo blog si arricchisce della collaborazione di AndreaG, è un piacere per me dargli il benvenuto. La collaborazione nasce intorno ad una proposta di Andrea in un commento ad un precedente post ma questo non significa che Andrea non possa scrivere anche di altro se lo desidera. La nostra idea è scrivere intorno allo stupro della lingua, lo faremo come più ci piace, in maniera scanzonata, seria o semiseria, magari proponendo un nuovo vocabolario. Non pretendiamo di raggiungere le vette della bellissima iniziativa di Zagrebelsky imitando il "Lessico del populismo e della volgarità", ad ogni modo sono convinto che riusciremo a dare qualche contributo e soprattutto che ci divertiremo.
PS (9-12-2010) : La redazione torna ad essere composta da me soltanto. AndreaG non ha superato la sindrome della pagina bianca. Pazienza!
"Concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo." José Saramago
lunedì 5 luglio 2010
sabato 3 luglio 2010
Lei è un cretino, s'informi!
Dopo i momenti di mestizia è terapeutico fare quattro salti da giullare. A sollevarsi da pensieri neri non manca materiale, salvo essere irrimediabilmente seri, allora non c'è cura che tenga, siete destinati alla tristezza perpetua!
I rimedi per uscire dalla tristezza ci sono per tutti, se apprezzi l'anamorfosi linguistica e provi un indicibile piacere a scovare metasignificati puoi vedere un film di Totò, se sei un sadico della distorsione del linguaggio puoi seguire sui giornali le avventure del signor ghe pensi mì o le mirabolanti dichiarazioni del suo sodale legale, con rispetto parlando, o le picaresche imprese del ministro che preso dalla sacra foia della scalata al governo si scaglia contro i "cialtroni del sud". Ma fai attenzione, perché il divertimento sia assicurato non fare l'errore di informarti troppo altrimenti potresti scoprire che ai cialtroni del sud i soldi li ha portati via proprio il governo del ministro infoiato. Se sei un amante del genere macchietta puoi vedere il Tg1, alcuni dicono che gli editoriali dell'Augusto direttore facciano rivoltare le budella per le risate anche se altri pensano che le faccia rivoltare per altri motivi.
E' consigliabile non mescolare i metodi per divertirsi perché se mescoli Totò con altro potresti ricordare, per le inspiegabili associazioni della mente, quella frase fulminante: "Lei è un cretino: si specchi, si convinca" e se non cogli la forza liberatoria del principe De Curtis rischi di rovinarti la giornata. In effetti questa frase di Totò ha risvolti davvero desolanti, quasi da pessimismo cosmico leopardiano. Prendete per esempio quella del titolo del post "Lei è un cretino, s'informi!", che è sempre sua, l'espressione si presenta come un invito al cretino a uscire dalla sua condizione attraverso l'informazione, viene mostrata una via d'uscita. E invece no! L'altra frase, "Lei è un cretino: si specchi, si convinca", ci fa capire che il cretino è inesorabilmente vincolato al suo stato e non può uscirne in alcun modo. Non gli resta che prenderne atto, per cui quel "s'informi" non è altro che un pietoso invito al cretino a cercare in giro conferma della sua triste situazione. Morale, se siete fiduciosi nel trionfo della ragione umana il divertimento è rovinato!
Quindi d'estate è meglio uscire di casa per distrarsi, andare in giro per sagre e feste. Ho sentito della sagra dello gnocco nelle campagne avellinesi che quest'anno sarà particolarmente frequentata. E' addirittura atteso il ministro delle pari opportunità che ha anticipato la sua intenzione di parlare a braccio della natura velatamente maschilista della sagra e chiederà agli organizzatori più sensibili una declinazione al femminile della festa. Quando la proposta del ministro si è diffusa tra la gente la popolazione maschile del piccolo paese si è scatenata in manifestazioni di esultanza incontenibili.
Gli insanabili amanti della matematica possono seguire l'interessante festival dei numeri primi che quest'anno si terrà ad Arcore e ospiterà uno stand dove i sostenitori dei numeri liberi possono finalmente dimostrare che la definizione di numeri primi è stata finora saldamente in mano a una lobby di matematici oscurantisti che ha occupato tutte le case editrici e le università occultando ogni traccia di pensiero alternativo.
Infine l'appuntamento più atteso dell'anno nella capitale: la fiera della tetratricotomologia. I più raffinati intellettuali di sinistra si incontrano per discutere di tematiche del tutto ipotetiche. Quest'anno i massimi esperti della spaccatura del capello in quattro si confronteranno sul ruolo dell'opposizione nei paesi in cui può capitare che un megalomane dissociato diventi primo ministro in maniera quasi democratica.
Si tratta di eventi epocali, imperdibili!
I rimedi per uscire dalla tristezza ci sono per tutti, se apprezzi l'anamorfosi linguistica e provi un indicibile piacere a scovare metasignificati puoi vedere un film di Totò, se sei un sadico della distorsione del linguaggio puoi seguire sui giornali le avventure del signor ghe pensi mì o le mirabolanti dichiarazioni del suo sodale legale, con rispetto parlando, o le picaresche imprese del ministro che preso dalla sacra foia della scalata al governo si scaglia contro i "cialtroni del sud". Ma fai attenzione, perché il divertimento sia assicurato non fare l'errore di informarti troppo altrimenti potresti scoprire che ai cialtroni del sud i soldi li ha portati via proprio il governo del ministro infoiato. Se sei un amante del genere macchietta puoi vedere il Tg1, alcuni dicono che gli editoriali dell'Augusto direttore facciano rivoltare le budella per le risate anche se altri pensano che le faccia rivoltare per altri motivi.
E' consigliabile non mescolare i metodi per divertirsi perché se mescoli Totò con altro potresti ricordare, per le inspiegabili associazioni della mente, quella frase fulminante: "Lei è un cretino: si specchi, si convinca" e se non cogli la forza liberatoria del principe De Curtis rischi di rovinarti la giornata. In effetti questa frase di Totò ha risvolti davvero desolanti, quasi da pessimismo cosmico leopardiano. Prendete per esempio quella del titolo del post "Lei è un cretino, s'informi!", che è sempre sua, l'espressione si presenta come un invito al cretino a uscire dalla sua condizione attraverso l'informazione, viene mostrata una via d'uscita. E invece no! L'altra frase, "Lei è un cretino: si specchi, si convinca", ci fa capire che il cretino è inesorabilmente vincolato al suo stato e non può uscirne in alcun modo. Non gli resta che prenderne atto, per cui quel "s'informi" non è altro che un pietoso invito al cretino a cercare in giro conferma della sua triste situazione. Morale, se siete fiduciosi nel trionfo della ragione umana il divertimento è rovinato!
Quindi d'estate è meglio uscire di casa per distrarsi, andare in giro per sagre e feste. Ho sentito della sagra dello gnocco nelle campagne avellinesi che quest'anno sarà particolarmente frequentata. E' addirittura atteso il ministro delle pari opportunità che ha anticipato la sua intenzione di parlare a braccio della natura velatamente maschilista della sagra e chiederà agli organizzatori più sensibili una declinazione al femminile della festa. Quando la proposta del ministro si è diffusa tra la gente la popolazione maschile del piccolo paese si è scatenata in manifestazioni di esultanza incontenibili.
Gli insanabili amanti della matematica possono seguire l'interessante festival dei numeri primi che quest'anno si terrà ad Arcore e ospiterà uno stand dove i sostenitori dei numeri liberi possono finalmente dimostrare che la definizione di numeri primi è stata finora saldamente in mano a una lobby di matematici oscurantisti che ha occupato tutte le case editrici e le università occultando ogni traccia di pensiero alternativo.
Infine l'appuntamento più atteso dell'anno nella capitale: la fiera della tetratricotomologia. I più raffinati intellettuali di sinistra si incontrano per discutere di tematiche del tutto ipotetiche. Quest'anno i massimi esperti della spaccatura del capello in quattro si confronteranno sul ruolo dell'opposizione nei paesi in cui può capitare che un megalomane dissociato diventi primo ministro in maniera quasi democratica.
Si tratta di eventi epocali, imperdibili!
giovedì 1 luglio 2010
Lettera morta
Trent’anni da Ustica, di più dall’Italicus e piazza della Loggia, più ancora dalla madre di tutte le stragi, piazza Fontana, e altre più giovani e tutte senza colpevoli, stragi che ricorderemo quando saranno passati trent’anni anche per loro, e neanche allora mancherà un miserabile in cerca di visibilità a rovesciare anni di lavoro difficile in una battuta che in una bettola sarebbe coperta dai fischi.
Presidente Napolitano qualche giorno fa ascoltavo le sue parole sulla strage di Ustica, con le sue parole ha spazzato via le sciagurate ricostruzioni di un infelice, ascoltavo il suo invito a cercare la verità, e l’ho ringraziata per quelle parole eppure mi sono accorto di essere distante, provavo uno strano sentimento di fiacchezza, quasi una trascuratezza che non sapevo spiegarmi. Allora mi sono voltato a guardare indietro e forse ho capito il motivo di quella stanchezza.
Degli anniversari portiamo memoria, i nostri nonni ce lo hanno insegnato bene il dovere della memoria, loro che non sapevano cosa riservava la storia del giorno dopo vollero vedere la Storia e per farlo impararono a confondere la volpe e il leone. Non fu difficile farlo per chi era nato nel paese di Machiavelli, non fu difficile se altri prima di loro confondevano già da molto tempo i serpenti e le colombe. “Ah ma quando ci saremo noi, sarà tutta un’altra storia! Finalmente comincerà la Storia.” Molti anni passarono perché quella storia cominciasse in quest’angolo di mondo e molti nomi bisognò cambiare e la pelle e i vestiti ma la forza era la stessa e i sogni, ah i sogni, non erano cambiati. Correva l’anno 1996, annus mirabilis, quando tra le strade in piazza la festa si faceva sentire e le speranze facevano a gara con i sogni per raggiungere il cielo. Fu davvero un anno straordinario ma ancora non potevamo sapere che quell’anno era straordinario perché era un anno come gli altri, era un anno ordinario, a quel tempo ci mancava la storia per capirlo.
Quell’anno gli armadi rimasero chiusi ed erano tanti gli armadi che era impossibile non vederli ma ci convincemmo che la guida di un paese doveva costare persino un armadio chiuso, era un costo doloroso ma andava pagato. Quell’anno però non sapevamo ancora che quel convincimento ci avrebbe consumato e i sogni che ci erano stati insegnati stavano morendo. Quell’anno cominciammo ad accorgerci che quella che consideravamo speranza era ormai illusione. Nel 1996 morì l’illusione del quando ci saremo noi. Quando siamo stati davvero noi? Ebbene, ci siamo stati noi e oggi non possiamo più dire "quando ci saremo noi".
E’ difficile governare un paese e spesso la verità mal si concilia con la Storia, allora è necessaria la menzogna e necessario è anche chi chiede la verità, ma ci perdoni Signor Presidente se saremo poco attenti alle desiderate esortazioni, noi non possiamo rimandare oltre la sepoltura del cadavere della nostra illusione, da troppo tempo vegliamo quel corpo e questa interminabile veglia ci toglie molte energie e tocca seppellirlo prima di non riuscire più a distinguere i vermi che se ne nutrono. Ecco perché ascoltavo le sue parole ed ero distante Signor Presidente, perché l’ora della sepoltura è passata da troppo tempo e prima o poi si deve pur smettere di portare il lutto.
Adesso ci è rimasta solo una terribile fame di verità e neanche un cane all’orizzonte che porti un osso da dividere.
Le porgo sinceri saluti con rispetto e stima.
Antonio Caputo
Questa lettera è stata appena spedita all'indirizzo del Quirinale https://servizi.quirinale.it/webmail/missiva.asp, diversamente da altre circostanze non aspetto una risposta, purtroppo!
Presidente Napolitano qualche giorno fa ascoltavo le sue parole sulla strage di Ustica, con le sue parole ha spazzato via le sciagurate ricostruzioni di un infelice, ascoltavo il suo invito a cercare la verità, e l’ho ringraziata per quelle parole eppure mi sono accorto di essere distante, provavo uno strano sentimento di fiacchezza, quasi una trascuratezza che non sapevo spiegarmi. Allora mi sono voltato a guardare indietro e forse ho capito il motivo di quella stanchezza.
Degli anniversari portiamo memoria, i nostri nonni ce lo hanno insegnato bene il dovere della memoria, loro che non sapevano cosa riservava la storia del giorno dopo vollero vedere la Storia e per farlo impararono a confondere la volpe e il leone. Non fu difficile farlo per chi era nato nel paese di Machiavelli, non fu difficile se altri prima di loro confondevano già da molto tempo i serpenti e le colombe. “Ah ma quando ci saremo noi, sarà tutta un’altra storia! Finalmente comincerà la Storia.” Molti anni passarono perché quella storia cominciasse in quest’angolo di mondo e molti nomi bisognò cambiare e la pelle e i vestiti ma la forza era la stessa e i sogni, ah i sogni, non erano cambiati. Correva l’anno 1996, annus mirabilis, quando tra le strade in piazza la festa si faceva sentire e le speranze facevano a gara con i sogni per raggiungere il cielo. Fu davvero un anno straordinario ma ancora non potevamo sapere che quell’anno era straordinario perché era un anno come gli altri, era un anno ordinario, a quel tempo ci mancava la storia per capirlo.
Quell’anno gli armadi rimasero chiusi ed erano tanti gli armadi che era impossibile non vederli ma ci convincemmo che la guida di un paese doveva costare persino un armadio chiuso, era un costo doloroso ma andava pagato. Quell’anno però non sapevamo ancora che quel convincimento ci avrebbe consumato e i sogni che ci erano stati insegnati stavano morendo. Quell’anno cominciammo ad accorgerci che quella che consideravamo speranza era ormai illusione. Nel 1996 morì l’illusione del quando ci saremo noi. Quando siamo stati davvero noi? Ebbene, ci siamo stati noi e oggi non possiamo più dire "quando ci saremo noi".
E’ difficile governare un paese e spesso la verità mal si concilia con la Storia, allora è necessaria la menzogna e necessario è anche chi chiede la verità, ma ci perdoni Signor Presidente se saremo poco attenti alle desiderate esortazioni, noi non possiamo rimandare oltre la sepoltura del cadavere della nostra illusione, da troppo tempo vegliamo quel corpo e questa interminabile veglia ci toglie molte energie e tocca seppellirlo prima di non riuscire più a distinguere i vermi che se ne nutrono. Ecco perché ascoltavo le sue parole ed ero distante Signor Presidente, perché l’ora della sepoltura è passata da troppo tempo e prima o poi si deve pur smettere di portare il lutto.
Adesso ci è rimasta solo una terribile fame di verità e neanche un cane all’orizzonte che porti un osso da dividere.
Le porgo sinceri saluti con rispetto e stima.
Antonio Caputo
***
Questa lettera è stata appena spedita all'indirizzo del Quirinale https://servizi.quirinale.it/webmail/missiva.asp, diversamente da altre circostanze non aspetto una risposta, purtroppo!
venerdì 25 giugno 2010
Potessimo essere soli...
Alla maturità di quest'anno hanno chiesto "Siamo soli nell'Universo?"...domanda interessante.
Se avessi dovuto scrivere quel tema oggi, a più di 23 anni di distanza dai miei 18 anni, mi chiedo se i professori mi avrebbero giudicato maturo. Già! perché oggi non avrei esitato a rispondere secco "no, non siamo soli nell'Universo, purtroppo!" e avrei parlato di molti abusivi che popolano la terra (io ne vedo tanti nel mio paese), che sarebbe anche terminologicamente corretto definire extraterrestri. Sarebbe stato inutile fare un elenco di nomi che avrebbero insozzato il mio foglio, avrei fatto solo qualche richiamo, poche allusioni, dei rimandi, un riferimento appena accennato.
Sì, avrei sicuramente parlato degli extraterrestri che vivono tra noi perché il grande mistero oggi non è se c'è un altro pianeta abitato ma se c'è un angolo vuoto su questo pianeta dove andare a piangere.
Chissà se sarei stato giudicato maturo, penso proprio di no!
Se avessi dovuto scrivere quel tema oggi, a più di 23 anni di distanza dai miei 18 anni, mi chiedo se i professori mi avrebbero giudicato maturo. Già! perché oggi non avrei esitato a rispondere secco "no, non siamo soli nell'Universo, purtroppo!" e avrei parlato di molti abusivi che popolano la terra (io ne vedo tanti nel mio paese), che sarebbe anche terminologicamente corretto definire extraterrestri. Sarebbe stato inutile fare un elenco di nomi che avrebbero insozzato il mio foglio, avrei fatto solo qualche richiamo, poche allusioni, dei rimandi, un riferimento appena accennato.
Sì, avrei sicuramente parlato degli extraterrestri che vivono tra noi perché il grande mistero oggi non è se c'è un altro pianeta abitato ma se c'è un angolo vuoto su questo pianeta dove andare a piangere.
Chissà se sarei stato giudicato maturo, penso proprio di no!
mercoledì 23 giugno 2010
Del successo del capitalismo!
Prima della crisi economica non era raro sentire parlare apertamente del successo del modello capitalistico. Adesso chi lo fa si camuffa da ministro dell’economia!
La verità è che quando parliamo di modello capitalistico non abbiamo in mente qualcosa di preciso. Le categorie del successo o dell’insuccesso sono decisamente riduttive e non certo adatte per fare un bilancio di un modello economico, storico e sociale complesso dalle mille sfaccettature. E’ fuor di dubbio che gli aspetti essenziali che etichettiamo come capitalismo, ossia il diritto di organizzazione dei fattori produttivi (Terra, Lavoro, Capitale) e del libero scambio delle merci abbiano comportato una crescita della ricchezza ed uno sviluppo delle libertà che, in un contesto di povertà diffusa, non trovano espressione ma è altrettanto vero che l’analisi di un fenomeno storico non può prescindere dal contesto in cui quel fenomeno si sviluppa. Una valutazione atemporale del capitalismo è utile al giudizio che si può formulare intorno a questo sistema economico quanto la dialettica di Hegel è utile per distinguere la Ragione dal Destino, con tutto il rispetto per il filosofo tedesco.
Il capitalismo nel corso della storia ha mutato molte facce e si è dimostrato sufficientemente flessibile da sopravvivere alle sollecitazioni esterne (come il comunismo) ed a quelle interne (come le crisi economiche e finanziarie). Nonostante una certa fiducia sulla continuità del capitalismo non sia del tutto infondata resta prudente considerare che le vicende passate non possono dare la certezza che in futuro le cose andranno nella stessa maniera, salvo non si voglia guidare un’auto guardando solo lo specchietto retrovisore!
Mi risulta impossibile considerare il capitalismo soltanto nei suoi aspetti strettamente economici e di mercato senza considerare il contesto sociopolitico in cui si realizza. Molti sono pronti ad associare capitalismo e democrazia ma trascurano di sottolineare che la relazione non è biunivoca, nel senso che le democrazie note hanno strutture economiche capitalistiche ma non è vero il contrario. La storia ci ha mostrato che il sistema capitalistico si adegua bene alle più svariate forme di governo e ai più diversi indirizzi ideologici, il Cile di Pinochet era capitalista almeno quanto la Cina di Deng Xiaoping. Pertanto quando parliamo di capitalismo è utile chiarire di che tipo di capitalismo stiamo parlando e in quale contesto politico si dispiega. Se il successo del capitalismo è misurato sulle basi esclusivamente funzionali di un concetto mercatistico allora diventa plausibile l’irriguardosa analogia che un coltello ben affilato funziona molto bene per tagliare il pane ma altrettanto bene per tagliare la gola ad un uomo. Il successo del capitalismo non può evitare di confrontarsi con le fragili basi epistemologiche della teoria economica di cui Nicholas Georgescu-Roegen ci ha informati[1] o con le implicazioni etiche trascurate da una economia letta solo secondo criteri ingegneristici di funzionalità, come ci ha insegnato Amartya Sen[2].
La realizzazione di una sorta di patto tra mercato e democrazia risale al New Deal di Roosevelt, dopo la crisi del '29. Il patto divenne elemento costitutivo dell'ordinamento di molti paesi dal secondo dopoguerra. Nel nostro paese quel patto tra mercato e democrazia risuona nelle parole dell’articolo 41 della Costituzione: “L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.” Questo articolo, insieme al meraviglioso articolo 3, che andrebbe citato come fosse un atto d’amore (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”), dipinge il quadro all’interno del quale si deve giudicare del successo o dell’insuccesso di un sistema economico.
Il capitalismo non è un edificio filosofico alla ricerca della verità ma certamente non può neanche fare a meno di confrontarsi con un principio di realtà in cui manifestamente si presentano i limiti fisici delle risorse e dove le vecchie categorie dello spazio e del tempo sono ancora le forme a priori e non prodotti di mercato come ogni altro oggetto. Per quanto riguarda il primo aspetto si è già detto tanto e si rischierebbe di passare per ambientalisti a sottolinearlo eccessivamente, che il capitale naturale sia trattato come reddito dai guru dell’economia poco importa se l’economia funziona lo stesso! Il secondo aspetto menzionato è invece un prodotto tutto interno al sistema capitalistico ed è quel processo noto come globalizzazione per quanto riguarda lo spazio e di finanziarizzazione per quanto riguarda il tempo. Anche della globalizzazione si è detto abbastanza, ed enfatizzare troppo aspetti inerenti l’equità dello sviluppo o la soppressione delle entità statali sull’altare delle ineffabili multinazionali è diventato quasi un esercizio per giovanotti da centro sociale. La finanziarizzazione invece, ultima effige del proteo capitalista, “è il ricorso sistematico all’indebitamento, che scarica sul futuro le incertezze del presente, ovvero: la mercatizzazione del futuro.”[3] (chi non ama i giri di parole può sintetizzare dicendo: "Si vendono pure i debiti questi pezzenti!"). Giorgio Ruffolo ci dice che “La finanziarizzazione, sovvertendo il rapporto tra economia dei beni ed economia dei segni, minaccia di coinvolgere le società del nostro tempo in uno strano gioco del parapendio in cui non si sa bene se è l’ombrello a volteggiare attorno alla terra o la terra attorno all’ombrello.”[4]
Sulla eventuale caduta futura del parapendio non so dire, ma sta di fatto che le varie crisi del sistema capitalistico sono state sempre superate grazie all’intervento di quello Stato tanto inviso alle logiche (!?) di mercato, con tanti saluti all’autoregolamentazione. Del resto le conseguenze economiche e sociali della flessibilità, tanto utile al mercato, non ricadono forse sullo Stato?[5] Ma allora quando parliamo di successo del capitalismo siamo sicuri che sia proprio del capitalismo il successo di cui parliamo? O non è forse di quel patto tra mercato e democrazia contenuto nell’articolo 41 della Costituzione che Tremonti vuole riformare con il plauso di Berlusconi? Inoltre, se il successo è misura della bontà, e dubito fortemente che sia così (perché mescoleremmo aspetti etici con aspetti quantitativi), non è utile chiedersi qual è la scala spazio-temporale del successo e quali siano le conseguenze di questo successo su altre scale?
Non si tratta solo di osservare che il capitalismo non soddisfa le esigenze esterne alla sfera produttiva ma, ebbene sì, si tratta ancora di misurarsi con le contraddizioni interne ad un capitalismo che si alimenta di un processo di produzione senza senso che si autoamplifica.
Diciamo la verità, Marx si sarà fatto prendere la mano dalla Storia, o forse voleva essere lui a prenderla per mano, ma sulle contraddizioni del capitalismo ci aveva preso in pieno.
[1] N. Georgescu-Roegen, Bioeconomia. Verso un'altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile. Bollati Boringhieri. 2003.
[2] A. K. Sen, Etica ed economia. Laterza, 2002.
[3] G. Ruffolo, Il capitalismo ha i secoli contati. Einaudi, 2008. p. 228.
[4] G. Ruffolo, op. cit., p. 242.
[5] L. Gallino, Contro la precarietà. Il lavoro non è una merce. Laterza, 2007.
La verità è che quando parliamo di modello capitalistico non abbiamo in mente qualcosa di preciso. Le categorie del successo o dell’insuccesso sono decisamente riduttive e non certo adatte per fare un bilancio di un modello economico, storico e sociale complesso dalle mille sfaccettature. E’ fuor di dubbio che gli aspetti essenziali che etichettiamo come capitalismo, ossia il diritto di organizzazione dei fattori produttivi (Terra, Lavoro, Capitale) e del libero scambio delle merci abbiano comportato una crescita della ricchezza ed uno sviluppo delle libertà che, in un contesto di povertà diffusa, non trovano espressione ma è altrettanto vero che l’analisi di un fenomeno storico non può prescindere dal contesto in cui quel fenomeno si sviluppa. Una valutazione atemporale del capitalismo è utile al giudizio che si può formulare intorno a questo sistema economico quanto la dialettica di Hegel è utile per distinguere la Ragione dal Destino, con tutto il rispetto per il filosofo tedesco.
Il capitalismo nel corso della storia ha mutato molte facce e si è dimostrato sufficientemente flessibile da sopravvivere alle sollecitazioni esterne (come il comunismo) ed a quelle interne (come le crisi economiche e finanziarie). Nonostante una certa fiducia sulla continuità del capitalismo non sia del tutto infondata resta prudente considerare che le vicende passate non possono dare la certezza che in futuro le cose andranno nella stessa maniera, salvo non si voglia guidare un’auto guardando solo lo specchietto retrovisore!
Mi risulta impossibile considerare il capitalismo soltanto nei suoi aspetti strettamente economici e di mercato senza considerare il contesto sociopolitico in cui si realizza. Molti sono pronti ad associare capitalismo e democrazia ma trascurano di sottolineare che la relazione non è biunivoca, nel senso che le democrazie note hanno strutture economiche capitalistiche ma non è vero il contrario. La storia ci ha mostrato che il sistema capitalistico si adegua bene alle più svariate forme di governo e ai più diversi indirizzi ideologici, il Cile di Pinochet era capitalista almeno quanto la Cina di Deng Xiaoping. Pertanto quando parliamo di capitalismo è utile chiarire di che tipo di capitalismo stiamo parlando e in quale contesto politico si dispiega. Se il successo del capitalismo è misurato sulle basi esclusivamente funzionali di un concetto mercatistico allora diventa plausibile l’irriguardosa analogia che un coltello ben affilato funziona molto bene per tagliare il pane ma altrettanto bene per tagliare la gola ad un uomo. Il successo del capitalismo non può evitare di confrontarsi con le fragili basi epistemologiche della teoria economica di cui Nicholas Georgescu-Roegen ci ha informati[1] o con le implicazioni etiche trascurate da una economia letta solo secondo criteri ingegneristici di funzionalità, come ci ha insegnato Amartya Sen[2].
La realizzazione di una sorta di patto tra mercato e democrazia risale al New Deal di Roosevelt, dopo la crisi del '29. Il patto divenne elemento costitutivo dell'ordinamento di molti paesi dal secondo dopoguerra. Nel nostro paese quel patto tra mercato e democrazia risuona nelle parole dell’articolo 41 della Costituzione: “L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.” Questo articolo, insieme al meraviglioso articolo 3, che andrebbe citato come fosse un atto d’amore (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”), dipinge il quadro all’interno del quale si deve giudicare del successo o dell’insuccesso di un sistema economico.
Il capitalismo non è un edificio filosofico alla ricerca della verità ma certamente non può neanche fare a meno di confrontarsi con un principio di realtà in cui manifestamente si presentano i limiti fisici delle risorse e dove le vecchie categorie dello spazio e del tempo sono ancora le forme a priori e non prodotti di mercato come ogni altro oggetto. Per quanto riguarda il primo aspetto si è già detto tanto e si rischierebbe di passare per ambientalisti a sottolinearlo eccessivamente, che il capitale naturale sia trattato come reddito dai guru dell’economia poco importa se l’economia funziona lo stesso! Il secondo aspetto menzionato è invece un prodotto tutto interno al sistema capitalistico ed è quel processo noto come globalizzazione per quanto riguarda lo spazio e di finanziarizzazione per quanto riguarda il tempo. Anche della globalizzazione si è detto abbastanza, ed enfatizzare troppo aspetti inerenti l’equità dello sviluppo o la soppressione delle entità statali sull’altare delle ineffabili multinazionali è diventato quasi un esercizio per giovanotti da centro sociale. La finanziarizzazione invece, ultima effige del proteo capitalista, “è il ricorso sistematico all’indebitamento, che scarica sul futuro le incertezze del presente, ovvero: la mercatizzazione del futuro.”[3] (chi non ama i giri di parole può sintetizzare dicendo: "Si vendono pure i debiti questi pezzenti!"). Giorgio Ruffolo ci dice che “La finanziarizzazione, sovvertendo il rapporto tra economia dei beni ed economia dei segni, minaccia di coinvolgere le società del nostro tempo in uno strano gioco del parapendio in cui non si sa bene se è l’ombrello a volteggiare attorno alla terra o la terra attorno all’ombrello.”[4]
Sulla eventuale caduta futura del parapendio non so dire, ma sta di fatto che le varie crisi del sistema capitalistico sono state sempre superate grazie all’intervento di quello Stato tanto inviso alle logiche (!?) di mercato, con tanti saluti all’autoregolamentazione. Del resto le conseguenze economiche e sociali della flessibilità, tanto utile al mercato, non ricadono forse sullo Stato?[5] Ma allora quando parliamo di successo del capitalismo siamo sicuri che sia proprio del capitalismo il successo di cui parliamo? O non è forse di quel patto tra mercato e democrazia contenuto nell’articolo 41 della Costituzione che Tremonti vuole riformare con il plauso di Berlusconi? Inoltre, se il successo è misura della bontà, e dubito fortemente che sia così (perché mescoleremmo aspetti etici con aspetti quantitativi), non è utile chiedersi qual è la scala spazio-temporale del successo e quali siano le conseguenze di questo successo su altre scale?
Non si tratta solo di osservare che il capitalismo non soddisfa le esigenze esterne alla sfera produttiva ma, ebbene sì, si tratta ancora di misurarsi con le contraddizioni interne ad un capitalismo che si alimenta di un processo di produzione senza senso che si autoamplifica.
Diciamo la verità, Marx si sarà fatto prendere la mano dalla Storia, o forse voleva essere lui a prenderla per mano, ma sulle contraddizioni del capitalismo ci aveva preso in pieno.
[1] N. Georgescu-Roegen, Bioeconomia. Verso un'altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile. Bollati Boringhieri. 2003.
[2] A. K. Sen, Etica ed economia. Laterza, 2002.
[3] G. Ruffolo, Il capitalismo ha i secoli contati. Einaudi, 2008. p. 228.
[4] G. Ruffolo, op. cit., p. 242.
[5] L. Gallino, Contro la precarietà. Il lavoro non è una merce. Laterza, 2007.
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