La parola efficienza è il mito di una società - o civiltà della tecnica - assuefatta alla menzogna e all'autoinganno. Il termine si declina in molti modi e sue varianti sono la produttività, la competitività - tutti termini usati con frequenza proporzionalmente inversa alla loro forza esplicativa.
In sè il concetto di efficienza è bellissimo, come al solito è l'uso che se ne fa che lo rende sospetto. Naturalmente la sua definizione varia in relazione al campo di applicazione ma in buona sostanza è un rapporto tra una produzione e le risorse utilizzate, siano queste risorse il tempo, o il denaro o che altro serve per la produzione. Insomma si dice che una produzione è efficiente quando comporta il minimo utilizzo di tempo, di energia, di risorse. Date queste premesse, come non essere contenti di perseguire l'efficienza? Sarebbe una bestemmia, e infatti ci vuole un blasfemo per avanzare qualche perplessità! Perplessità sull'uso spudoratamente strumentale - e idiota - del termine, sia chiaro.
Il bellissimo concetto di efficienza resta bellissimo quando si considerano attentamente le grandezze da cui deriva proprio perché si tratta di un rapporto. E' proprio questa caratteristica che, se trascurata, rappresenta il vizio del concetto. Io non ho nulla in contrario all'incremento dell'efficienza nell'utilizzo di energia o nelle attività economiche, anzi sono convinto che gli sprechi vadano ridotti al minimo, ma quello che non sopporto è quando ci si riempie la bocca di questo nuovo Dio senza considerare che in natura i rapporti non esistono, esistono solo gli "oggetti" che noi mettiamo in rapporto e guarda caso questi oggetti presentano soglie, limiti, capacità portanti; gli oggetti in natura sono de-limitati, possono temporaneamente non apparire tali ma solo temporaneamente. Il rapporto invece è un concetto matematico che ha la curiosa proprietà di celare quei limiti. Faccio un esempio, se cambio la mia vecchia auto che fa 12 km con un litro di benzina con una che ne fa 24 con lo stesso litro ho aumentato l'efficienza dei miei movimenti in auto ma se con la nuova auto faccio il doppio della strada che facevo prima consumerò la stessa quantità di carburante. L'efficienza non rivela che il consumo di carburante è rimasto uguale, né ne rivelerebbe gli aumenti, perché nel rapporto che la costituisce è aumentata sia la quantità di carburante sia la strada percorsa. Infatti, il problema è proprio questo, quando si fa un discorso di miglioramento dell'efficienza e, parallelamente, di incremento dei consumi nelle società obese è chiaro che siamo di fronte al tentativo disperato di conciliare una schizofrenia insanabile.
Benvengano i miglioramenti di efficienza che sono assolutamente da perseguire ma che non siano una sorta di meccanismo di rimozione di ciò che proprio non ci entra nella testa: in natura si ha a che fare con grandezze finite e metterle in rapporto non le rende illimitate. E' vero che in natura si hanno grandezze che sono in relazione tra loro ma questo non è da confondere con il rapporto che è un'operazione mentale.
L'efficienza non può migliorare all'infinito, non nel mondo reale. Il rapporto tra due grandezze non può prescindere dalla natura delle grandezze e invece è proprio questo che si fa quando si parla di efficienza.
Volendo fare un altro esempio su una variante del termine efficienza, pensate a quando si parla di produttività, questa non è altro che la quantità di beni prodotti per unità di tempo impiegato a produrli. Se nella stessa unità di tempo si producono più beni la produttività aumenta. Per quanto si possano immaginare dei margini per aumentare la produttività mi riesce difficile pensare che questo rapporto possa aumentare indefinitamente, e infatti sono convinto che non sia possibile eppure ci sono numerose strategie perché la produttività aumenti in maniera considerevole e da questo punto di vista il mondo imprenditoriale è ricco di idee! Ai tempi di Marx si pensava al miglioramento tecnologico che permetteva di far fare alle macchine il lavoro degli operai, oggi che la crisi incombe si imboccano altre strade. Un modo per esempio è quello di far scrivere un "accordo"* ai dirigenti di una fabbrica automobilistica, per assurdo si potrebbe pensare alla Fiat di Marchionne, un accordo che preveda "l'utilizzo di 18 turni settimanali, ma anche 120 ore di straordinario obbligatorio (solo 40 nel contratto), la riduzione delle pause sulle catene da 40 a 30 minuti, la possibilità per l'azienda di «comandare» lo straordinario anche durante la mezz'ora di pausa mensa; di poter recuperare i ritardi di produzione anche se dovuti a problemi di forniture; di non pagare la malattia quando si supera una certa soglia «media» di assenze tra tutti i lavoratori. In più, deroghe al contratto nazionale, ma anche alla legge." (leggi qui) Infine, si dice che se gli operai non sono disposti ad accettare queste condizioni la fabbrica chiude perché "delocalizza" e se ne va a produrre dove la manodopera costa quattro soldi e rivende le auto prodotte dove costano care perché quei pezzenti che le producono non possono permettersele. E' il mercato globalizzato, bellezza! A questo punto l'operaio capisce di essere con l'acqua alla gola perché rischia di perdere il lavoro e accetta l'accordo e se un sindacato, mettiamo per ipotesi la Fiom-Cgil, si rifiuta di firmare quel sindacato diventerà bersaglio dell'ira dell'operaio. Con il tempo, anche quel sindacato arriverà a più miti consigli. Risultato: la produttività aumenta e ci siamo tolti dalle palle la seccante dialettica tra le parti sociali!
Come vedete, nonostante le mie dannate perplessità, le strategie per aumentare la produttività non mancano, basta avere chiaro in testa l'obiettivo da raggiungere senza farsi sviare da sviolinate vecchio stile che ormai non incantano più nessuno. I sindacati del futuro, poniamo sempre per ipotesi Uil, Cisl e Ugl, queste cose le hanno capite e non stanno lì a sottilizzare creando conflitti tra i lavoratori e con il governo; questi sindacati non stanno lì a sindacare sulle proposte delle aziende o del governo, loro gli accordi li firmano, se sono accordi devono essere per forza buoni!
C'è chi pensa che il rapporto tra questi sindacati e il governo sia malsano, una sorta di prostituzione da alto bordello, ma sono i soliti disfattisti ancorati a valori ormai scaduti.
* Se non sei uno stupratore della lingua non usi la parola accordo prima che l’accordo ci sia, usi le parole proposta, trattativa, negoziato, vertenza che lasciano intendere un processo in itinere per trovare un accordo. L'accordo viene dopo essere giunti ad un accordo.
Ennesimo caso di stupro in branco della lingua.
"Concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo." José Saramago
lunedì 14 giugno 2010
domenica 13 giugno 2010
Il paese della fiesta
«Il chirurgo acchiappò il collo a Fabrizio. - Che stai a 'fa solo soletto?
Lo scrittore non ebbe nemmeno la forza di reagire.
- Niente.
- Mi hanno detto che hai letto una poesia grandiosa. Peccato, ero al cesso, me la sono persa.
Ciba di accasciò sul tavolo.
- Ti vedo abbattuto. Che è successo?
- Rischio di fare una figura di merda planetaria.
Bocchi si sedette sulla sedia accanto alla sua e si accese una sigaretta, prendendo grandi boccate.
I due rimasero in silenzio per un po'. Poi il chirurgo sollevò la testa verso il cielo e cacciò fuori una nuvola di fumo. - Che palle, Fabrizio. Ancora con 'sta storia?
- Quale storia?
- Quella delle figure di merda. Da quanto ci conosciamo?
- Da troppo tempo.
Bocchi non si offese. – Dal liceo non sei cambiato di una virgola. Sempre ossessionato da 'ste figure di merda. Come se ci fosse qualcuno che sta sempre a giudicarti. Te lo devo spiegare io? Tu fai lo scrittore e a certe cose dovresti arrivarci da solo.
Fabrizio si girò spazientito verso il suo compagno di scuola. – Cosa? Di che parli?
Bocchi sbadigliò. Poi gli prese la mano. – Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n’è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. Ma non li vedi a questi? – Indicò la massa che applaudiva Chiatti. – Ci copriamo di letame felici come maiali in un porcile. Guarda me, per esempio -. Si alzò in piedi barcollando. Allargò le braccia come a mostrarsi a tutti, ma gli girò la testa e si dovette sedere di nuovo. – Io mi sono specializzato a Lione con il professor Roland Château-Beaubois, ho la cattedra a Urbino, sono un primario. Guarda come sto ridotto. Secondo i vecchi parametri sarei una figura di merda ambulante, un essere infrequentabile, un cafone impaccato di soldi, un tossico, un personaggio spregevole che si fa ricco sulle debolezze di quattro carampane, eppure non è così. Sono amato e rispettato. Vengo invitato pure alla festa della Repubblica al Quirinale e in ogni cazzo di trasmissione medica. Scusa, ma andando sul personale... Quel programma che hai fatto in televisione non era una grezza?
Ciba provò a difendersi. - Veramente...
- Lascia perdere, era una grezza.
Fabrizio fece un cenno d'assenso.
- E quella storia con quella, la figlia... Non mi ricordo, vabbe' era una figura di merda.
Ciba fece una smorfia di dolore. - Vabbe' adesso basta.
- E che ti è successo? Nulla di nulla. Quante copie in più hai venduto con tutte queste teoriche figure di merda? Una cifra. E tutti dicono che sei un genio. Quindi lo vedi che vieni a me? Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e che ti rendono più umano e simpatico. Se non esistono più regole etiche ed estetiche le figure di merda decadono di conseguenza.»
Da Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci, Einaudi, 2009, pp. 186-187.
Lo scrittore non ebbe nemmeno la forza di reagire.
- Niente.
- Mi hanno detto che hai letto una poesia grandiosa. Peccato, ero al cesso, me la sono persa.
Ciba di accasciò sul tavolo.
- Ti vedo abbattuto. Che è successo?
- Rischio di fare una figura di merda planetaria.
Bocchi si sedette sulla sedia accanto alla sua e si accese una sigaretta, prendendo grandi boccate.
I due rimasero in silenzio per un po'. Poi il chirurgo sollevò la testa verso il cielo e cacciò fuori una nuvola di fumo. - Che palle, Fabrizio. Ancora con 'sta storia?
- Quale storia?
- Quella delle figure di merda. Da quanto ci conosciamo?
- Da troppo tempo.
Bocchi non si offese. – Dal liceo non sei cambiato di una virgola. Sempre ossessionato da 'ste figure di merda. Come se ci fosse qualcuno che sta sempre a giudicarti. Te lo devo spiegare io? Tu fai lo scrittore e a certe cose dovresti arrivarci da solo.
Fabrizio si girò spazientito verso il suo compagno di scuola. – Cosa? Di che parli?
Bocchi sbadigliò. Poi gli prese la mano. – Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n’è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. Ma non li vedi a questi? – Indicò la massa che applaudiva Chiatti. – Ci copriamo di letame felici come maiali in un porcile. Guarda me, per esempio -. Si alzò in piedi barcollando. Allargò le braccia come a mostrarsi a tutti, ma gli girò la testa e si dovette sedere di nuovo. – Io mi sono specializzato a Lione con il professor Roland Château-Beaubois, ho la cattedra a Urbino, sono un primario. Guarda come sto ridotto. Secondo i vecchi parametri sarei una figura di merda ambulante, un essere infrequentabile, un cafone impaccato di soldi, un tossico, un personaggio spregevole che si fa ricco sulle debolezze di quattro carampane, eppure non è così. Sono amato e rispettato. Vengo invitato pure alla festa della Repubblica al Quirinale e in ogni cazzo di trasmissione medica. Scusa, ma andando sul personale... Quel programma che hai fatto in televisione non era una grezza?
Ciba provò a difendersi. - Veramente...
- Lascia perdere, era una grezza.
Fabrizio fece un cenno d'assenso.
- E quella storia con quella, la figlia... Non mi ricordo, vabbe' era una figura di merda.
Ciba fece una smorfia di dolore. - Vabbe' adesso basta.
- E che ti è successo? Nulla di nulla. Quante copie in più hai venduto con tutte queste teoriche figure di merda? Una cifra. E tutti dicono che sei un genio. Quindi lo vedi che vieni a me? Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e che ti rendono più umano e simpatico. Se non esistono più regole etiche ed estetiche le figure di merda decadono di conseguenza.»
Da Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci, Einaudi, 2009, pp. 186-187.
venerdì 11 giugno 2010
Fogli di poesia
Ieri passeggiando per Roma con alcuni amici ho incontrato un signore piuttosto trasandato vicino alla statua del Pasquino...per farmi capire dovrei dire un barbone ma, che io ricordi, non aveva la barba lunga! Quel signore mi ha parlato di un notariato dove periodicamente deposita le sue poesie, il notariato è al Borghetto Flaminio e mi ha detto che lì un notaio è autorizzato a dare i suoi componimenti a chi andasse a chiederli. Aveva un foglio con una sua poesia in mano e me lo ha dato per pochi spiccioli. Non mi ha fornito indicazioni precise sull'indirizzo del notariato ma mi ha assicurato che chiedendo in giro non dovrebbe essere difficile trovarlo.
Per invitare quanti volessero recarsi al notariato per rilevare quelle poesie riporto la poesia in romanesco che mi è stata donata.
La voce romana
Un tipo se stava a divertì
a scombinà tutto a la riversa
fosse l'interpretazione sua de na controversia
quanno immantinente 'n mezzo ar pubblico
se fece avanti 'n giudizio
mo rimetti tutto a posto:
defilato non ne volle più sapere.
Forse questi versi non saranno entusiasmanti ma a me piacciono e mi piaceva soprattutto ascoltare quel signore mentre parlava di un notariato molto importante che nella mia mente assumeva i contorni del castello di Kafka. Mi piaceva che quel signore fosse lì, con il suo foglietto, con una poesia che aveva composto per essere venduta per pochi spiccioli.
Questo episodio mi ha fatto ricordare qualcosa avvenuta molti anni fa. Nel 1987, quando ero appena iscritto all'Università, tra noi giovani matricole si parlava di un tipo strano che vendeva le sue poesie per cento lire agli angoli delle strade di Lecce. Si diceva fosse balbuziente ed era facile incontrarlo sulle scale dell'ateneo, a pochi passi da Porta Napoli. Qualcuno diceva fosse molto bravo, altri pensavano fosse solo un contadino un po' sciroccato. Io passavo tutte le mattine per l'ateneo per andare a prendere il pulman che mi portava a Villa Tresca, dove si tenevano le lezioni ma non ho mai avuto la fortuna di incontrare quel tipo strano.
Quel tipo strano di cui parlavamo, giovani e ignoranti come pecore, era Antonio Leonardo Verri, un poeta e romanziere che ha animato la vita letteraria della provincia di Lecce dalla fine degli anni '70.
Adesso che so chi era quel tipo strano non è più possibile incontrarlo mentre distribuisce le sue poesie per le strade di Lecce per cento lire perché nel 1993 un incidente stradale lo ha portato via prima che riuscisse a chiudere il mondo in un libro.
Cominciate, poeti, a spedire fogli di poesia
ai politici, gabellieri d'allegria,
a chi ha perso l'aria di studente spaesato
a chi ha svenduto lo stupore di un tempo
le ribalte del non previsto,
ai sindacalisti, ai capitani d'industria
ai capitani di qualcosa,
usate la loro stessa lingua
non pensate, promettete
..."disarmateli" se potete!
(al diavolo le eccedenze, poeti
le care eccedenze, le assenze anche,
i passeri di tristezza, i rapimenti
i pendoli fermi, i voli mozzi, i sigilli
le care figure accostate al silenzio
gli addentellati, i germogli, gli abbagli ...
al diavolo, al diavolo ...)
Disprezzate i nuovi eroi, poeti
cacciateli nelle secche del mio gazebo oblungo
(ricco di umori malandrini, così ben fatto!)
fatevi anche voi un gazebo oblungo
chiudeteci le loro parole di merda
i loro umori, i loro figli, il denaro
il broncio delle loro donne, le loro albe livide.
Spedite fogli di poesia, poeti
dateli in cambio di poche lire
insultate il damerino, l'accademico borioso
la distinzione delle sue idee
la sua lunga morte,
fatevi poi dare un teatro, un qualcosa
raccontateci le cose più idiote
svestitevi, ubriacatevi, pisciate all'angolo del locale
combinate poi anche voi un manifesto
cannibale nell'oscurità
riparlate di morte, dite delle baracche
schiacciate dal cielo torvo, delle parole di Picabia
delle rose del Sud, della Lucerna di Jacca
della marza per l'innesto
della tramontana greca che viene dalla Russia
del gallipolino piovoso (angolo di Sternatia)
dell’osteria di De Candia (consacratela a qualcosa!).
Osteggiate i Capitoli Metropolitani, poeti
i vizi del culto, le dame in veletta, "i venditori di tappeti"
i direttori che si stupiscono, i direttori di qualcosa,
i burocrati, i falsi meridionalisti
(e un po' anche i veri) i surrogati
le menzogne vendute in codici, l'urgenza dei giorni sfatti,
non alzatevi in piedi per nessuno, poeti
...se mai adorate la madre e il miglio stompato
le rabbie solitarie, le pratiche di rivolta, il pane.
Ecco. Fate solo quel che v'incanta!
Fate fogli di poesia, poeti
vendeteli e poi ricominciate.
Fatevi disprezzare, dissentite quanto potete
fatevi un gazebo oblungo, amate
gli sciocchi artisti beoni, i buffoni
le loro rivolte senza senso
le tenerezze di morte, i cieli di prugna
le assolutezze, i desideri da violare, le risorse del corpo
i misteri di donna Catena.
Fate fogli di poesia, poeti
vendeteli per poche lire!
Antonio Leonardo Verri (Caprarica di Lecce, 22 febbraio 1949 – 9 maggio 1993)
Per invitare quanti volessero recarsi al notariato per rilevare quelle poesie riporto la poesia in romanesco che mi è stata donata.
La voce romana
Un tipo se stava a divertì
a scombinà tutto a la riversa
fosse l'interpretazione sua de na controversia
quanno immantinente 'n mezzo ar pubblico
se fece avanti 'n giudizio
mo rimetti tutto a posto:
defilato non ne volle più sapere.
Forse questi versi non saranno entusiasmanti ma a me piacciono e mi piaceva soprattutto ascoltare quel signore mentre parlava di un notariato molto importante che nella mia mente assumeva i contorni del castello di Kafka. Mi piaceva che quel signore fosse lì, con il suo foglietto, con una poesia che aveva composto per essere venduta per pochi spiccioli.
Questo episodio mi ha fatto ricordare qualcosa avvenuta molti anni fa. Nel 1987, quando ero appena iscritto all'Università, tra noi giovani matricole si parlava di un tipo strano che vendeva le sue poesie per cento lire agli angoli delle strade di Lecce. Si diceva fosse balbuziente ed era facile incontrarlo sulle scale dell'ateneo, a pochi passi da Porta Napoli. Qualcuno diceva fosse molto bravo, altri pensavano fosse solo un contadino un po' sciroccato. Io passavo tutte le mattine per l'ateneo per andare a prendere il pulman che mi portava a Villa Tresca, dove si tenevano le lezioni ma non ho mai avuto la fortuna di incontrare quel tipo strano.
Quel tipo strano di cui parlavamo, giovani e ignoranti come pecore, era Antonio Leonardo Verri, un poeta e romanziere che ha animato la vita letteraria della provincia di Lecce dalla fine degli anni '70.
Adesso che so chi era quel tipo strano non è più possibile incontrarlo mentre distribuisce le sue poesie per le strade di Lecce per cento lire perché nel 1993 un incidente stradale lo ha portato via prima che riuscisse a chiudere il mondo in un libro.
![]() |
| Antonio Leonardo Verri |
Cominciate, poeti, a spedire fogli di poesia
ai politici, gabellieri d'allegria,
a chi ha perso l'aria di studente spaesato
a chi ha svenduto lo stupore di un tempo
le ribalte del non previsto,
ai sindacalisti, ai capitani d'industria
ai capitani di qualcosa,
usate la loro stessa lingua
non pensate, promettete
..."disarmateli" se potete!
(al diavolo le eccedenze, poeti
le care eccedenze, le assenze anche,
i passeri di tristezza, i rapimenti
i pendoli fermi, i voli mozzi, i sigilli
le care figure accostate al silenzio
gli addentellati, i germogli, gli abbagli ...
al diavolo, al diavolo ...)
Disprezzate i nuovi eroi, poeti
cacciateli nelle secche del mio gazebo oblungo
(ricco di umori malandrini, così ben fatto!)
fatevi anche voi un gazebo oblungo
chiudeteci le loro parole di merda
i loro umori, i loro figli, il denaro
il broncio delle loro donne, le loro albe livide.
Spedite fogli di poesia, poeti
dateli in cambio di poche lire
insultate il damerino, l'accademico borioso
la distinzione delle sue idee
la sua lunga morte,
fatevi poi dare un teatro, un qualcosa
raccontateci le cose più idiote
svestitevi, ubriacatevi, pisciate all'angolo del locale
combinate poi anche voi un manifesto
cannibale nell'oscurità
riparlate di morte, dite delle baracche
schiacciate dal cielo torvo, delle parole di Picabia
delle rose del Sud, della Lucerna di Jacca
della marza per l'innesto
della tramontana greca che viene dalla Russia
del gallipolino piovoso (angolo di Sternatia)
dell’osteria di De Candia (consacratela a qualcosa!).
Osteggiate i Capitoli Metropolitani, poeti
i vizi del culto, le dame in veletta, "i venditori di tappeti"
i direttori che si stupiscono, i direttori di qualcosa,
i burocrati, i falsi meridionalisti
(e un po' anche i veri) i surrogati
le menzogne vendute in codici, l'urgenza dei giorni sfatti,
non alzatevi in piedi per nessuno, poeti
...se mai adorate la madre e il miglio stompato
le rabbie solitarie, le pratiche di rivolta, il pane.
Ecco. Fate solo quel che v'incanta!
Fate fogli di poesia, poeti
vendeteli e poi ricominciate.
Fatevi disprezzare, dissentite quanto potete
fatevi un gazebo oblungo, amate
gli sciocchi artisti beoni, i buffoni
le loro rivolte senza senso
le tenerezze di morte, i cieli di prugna
le assolutezze, i desideri da violare, le risorse del corpo
i misteri di donna Catena.
Fate fogli di poesia, poeti
vendeteli per poche lire!
Antonio Leonardo Verri (Caprarica di Lecce, 22 febbraio 1949 – 9 maggio 1993)
mercoledì 9 giugno 2010
La folgorazione di Tremonti...
Una delle più belle definizioni del concetto di libertà che io conosca l'ha fornita Montesquieu che nella sua opera più importante, Lo spirito delle leggi, scriveva «In uno Stato, vale a dire in una società nella quale esistano delle leggi, la libertà non può consistere che nel poter fare ciò che si deve volere e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere. Bisogna mettersi bene in mente che cosa sia l’indipendenza e che cosa sia la libertà. La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono; e se un cittadino potesse fare ciò che esse proibiscono, non sarebbe più libero poiché tutti gli altri avrebbero anch’essi questo stesso potere.» (libro XI, cap. 3) Più avanti scriveva «E’ però una esperienza eterna che ogni uomo che ha in mano il potere è portato ad abusarne procedendo fino a quando non trovi dei limiti… Perché non si possa abusare del potere, bisogna che per la disposizione delle cose il potere freni il potere.» (libro XI, cap. 6)
Indubbiamente il concetto di libertà del barone de Montesquieu, padre del concetto della separazione dei poteri, è molto complesso e presenta un intreccio di potenza (intesa come potenzialità, possibilità), vincoli e volontà - potere, dovere, volere - che mette a dura prova chi non è esercitato al pensiero filosofico, è comprensibile quindi l'affanno di chi usa la parola libertà non essendo esercitato neanche al pensiero. Come suggeriva Francesco Guccini nella Canzone di notte n.2, "per chi non è abituato, pensare è sconsigliato"!
Su Repubblica.it leggo che Berlusconi torna all'attacco della Costituzione e dice che non è possibile governare con queste regole; ma se la cosa lo stressa tanto non ha che da seguire il consiglio che ogni buon geriatra gli darebbe, si riposi, vada altrove, dove le regole gli aggradano di più.
Nello stesso articolo leggo che «Il premier è anche tornato sul progetto, caro a Tremonti, di cambiare l'articolo 41 della Costituzione per azzerare le autorizzazioni necessarie ad aprire un'impresa: "Vogliamo arrivare a un nuovo sistema in cui non si debbano chiedere più permessi, autorizzazioni, concessioni o licenze", ha detto, definendo i controlli previsti dalla Carta "una pratica da Stato totalitario, da Stato padrone che percepisce i cittadini come sudditi".»
Ma cosa dice l'articolo 41 della Costituzione? Eccolo:
"L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali."
Lasciando perdere Berlusconi che ormai è finito e considerando Tremonti che, oltre ad essere il successore di Berlusconi, è considerato il ministro dell'economia più intelligente d'Europa, segno del mutamento degli standard intellettuali nel vecchio continente, quando si dice azzerare le autorizzazioni delle attività produttive da parte dello Stato non si intende semplicemente alleggerire le pratiche burocratiche ma si intende minare quel patto tra mercato e democrazia che i Costituenti hanno voluto sancire per l'attività economica in questo paese. In altre parole la riforma interverrebbe nel sistema capitalistico di questo paese togliendo quei "lacci e lacciuoli" che lo Stato pone al mercato, lo stesso Stato tanto inviso ai sacerdoti del libero mercato, salvo ricorrervi per salvarsi in tempi di crisi (è la celebre scuola economica del liberismo a fasi alterne). Ma gli unici vincoli che si vedono nell'art. 41 della Costituzione che Tremonti vorrebbe cambiare sono quelli che stabiliscono l'utilità sociale di una attività produttiva.
Con la crisi economica molti hanno pensato che l'economia dovesse e potesse imboccare una strada diversa da quella che aveva portato alla crisi, una strada che privilegiasse la produzione di qualità della vita piuttosto che della quantità di beni, insomma qualcosa che mettesse al centro dell'attività economica quei fini sociali di cui parla l'art. 41 della Costituzione.
Anche il ministro Tremonti, quando ha saputo dai giornali della crisi economica e i suoi consiglieri più fidati gli hanno rivelato che non si trattava di una burla, è stato folgorato come Saulo sulla strada di Damasco e, colpito dalla sindrome del "l'avevo detto io", ci ha abituato ad un sofferto atteggiamento ieratico, a continue citazioni dalle sacre scritture, a pennellate di colbertismo mescolato non shakerato con liberismo, a profetici richiami al rigore fiscale ed altre travagliate manifestazioni acute di riformismo economico. Per molti è diventato l'araldo del mutamento del paradigma liberomercatista, l'eroe della trasformazione dell'economicismo miope, l'acerrimo critico del capitalismo liberista, il combattente furioso contro sprechi e consumi. I più maliziosi pensano ancora che il ministro sia privo di una visione di insieme e di un disegno preciso della dimensione storica e collettiva di uno Stato ma sono le solite sediziose voci della sinistra che non riesce a vedere che il ministro ha operato una vera e propria rivoluzione del proprio pensiero, passando da teorico della finanza creativa a paladino della poveva gente, semmai sono i fatti ad avergli remato contro.
Dopo la proposta di voler cambiare l'articolo 41 della Costituzione anch'io manifesto qualche incertezza sulla autenticità della conversione del ministro e devo purtroppo ammettere che la folgorazione che ha avuto non è esattamente quella che io avrei sperato!
Indubbiamente il concetto di libertà del barone de Montesquieu, padre del concetto della separazione dei poteri, è molto complesso e presenta un intreccio di potenza (intesa come potenzialità, possibilità), vincoli e volontà - potere, dovere, volere - che mette a dura prova chi non è esercitato al pensiero filosofico, è comprensibile quindi l'affanno di chi usa la parola libertà non essendo esercitato neanche al pensiero. Come suggeriva Francesco Guccini nella Canzone di notte n.2, "per chi non è abituato, pensare è sconsigliato"!
Su Repubblica.it leggo che Berlusconi torna all'attacco della Costituzione e dice che non è possibile governare con queste regole; ma se la cosa lo stressa tanto non ha che da seguire il consiglio che ogni buon geriatra gli darebbe, si riposi, vada altrove, dove le regole gli aggradano di più.
Nello stesso articolo leggo che «Il premier è anche tornato sul progetto, caro a Tremonti, di cambiare l'articolo 41 della Costituzione per azzerare le autorizzazioni necessarie ad aprire un'impresa: "Vogliamo arrivare a un nuovo sistema in cui non si debbano chiedere più permessi, autorizzazioni, concessioni o licenze", ha detto, definendo i controlli previsti dalla Carta "una pratica da Stato totalitario, da Stato padrone che percepisce i cittadini come sudditi".»
Ma cosa dice l'articolo 41 della Costituzione? Eccolo:
"L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali."
Lasciando perdere Berlusconi che ormai è finito e considerando Tremonti che, oltre ad essere il successore di Berlusconi, è considerato il ministro dell'economia più intelligente d'Europa, segno del mutamento degli standard intellettuali nel vecchio continente, quando si dice azzerare le autorizzazioni delle attività produttive da parte dello Stato non si intende semplicemente alleggerire le pratiche burocratiche ma si intende minare quel patto tra mercato e democrazia che i Costituenti hanno voluto sancire per l'attività economica in questo paese. In altre parole la riforma interverrebbe nel sistema capitalistico di questo paese togliendo quei "lacci e lacciuoli" che lo Stato pone al mercato, lo stesso Stato tanto inviso ai sacerdoti del libero mercato, salvo ricorrervi per salvarsi in tempi di crisi (è la celebre scuola economica del liberismo a fasi alterne). Ma gli unici vincoli che si vedono nell'art. 41 della Costituzione che Tremonti vorrebbe cambiare sono quelli che stabiliscono l'utilità sociale di una attività produttiva.
Con la crisi economica molti hanno pensato che l'economia dovesse e potesse imboccare una strada diversa da quella che aveva portato alla crisi, una strada che privilegiasse la produzione di qualità della vita piuttosto che della quantità di beni, insomma qualcosa che mettesse al centro dell'attività economica quei fini sociali di cui parla l'art. 41 della Costituzione.
Anche il ministro Tremonti, quando ha saputo dai giornali della crisi economica e i suoi consiglieri più fidati gli hanno rivelato che non si trattava di una burla, è stato folgorato come Saulo sulla strada di Damasco e, colpito dalla sindrome del "l'avevo detto io", ci ha abituato ad un sofferto atteggiamento ieratico, a continue citazioni dalle sacre scritture, a pennellate di colbertismo mescolato non shakerato con liberismo, a profetici richiami al rigore fiscale ed altre travagliate manifestazioni acute di riformismo economico. Per molti è diventato l'araldo del mutamento del paradigma liberomercatista, l'eroe della trasformazione dell'economicismo miope, l'acerrimo critico del capitalismo liberista, il combattente furioso contro sprechi e consumi. I più maliziosi pensano ancora che il ministro sia privo di una visione di insieme e di un disegno preciso della dimensione storica e collettiva di uno Stato ma sono le solite sediziose voci della sinistra che non riesce a vedere che il ministro ha operato una vera e propria rivoluzione del proprio pensiero, passando da teorico della finanza creativa a paladino della poveva gente, semmai sono i fatti ad avergli remato contro.
Dopo la proposta di voler cambiare l'articolo 41 della Costituzione anch'io manifesto qualche incertezza sulla autenticità della conversione del ministro e devo purtroppo ammettere che la folgorazione che ha avuto non è esattamente quella che io avrei sperato!
lunedì 7 giugno 2010
Ci sarà allegria anche in agonia
Camminando per via Garibaldi a Genova si possono ammirare palazzi rinascimentali meravigliosi. Le famiglie più ricche della Superba gareggiavano tra loro in sontuosità e bellezza per ospitare nei loro palazzi i dignitari di corte. All’interno di quei palazzi sono conservati capolavori e alcuni, come i palazzi Rosso, Bianco e Tursi hanno pinacoteche straordinarie. Quasi tutti i palazzi di via Garibaldi e molti disseminati per Genova sono stati riconosciuti patrimonio dell’Umanità dall’Unesco e le chiese di questa città conservano tesori d'arte magnifici. Imboccando via Garibaldi da piazza delle Fontane Marose e proseguendo verso via Cairoli si apre uno scenario di arte unico al mondo.
Poi scarti a sinistra, per uno dei tanti vicoli leggermente in discesa che partono da via Garibaldi e ti immergi nel cuore della città vecchia, tra stradine strette, dove basta aprire le braccia per toccare i muri che le costeggiano.
Qui il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, come cantava De André. Tra questi carruggi ti accorgi che il patrimonio dell'umanità poco distante, per quanto bello è un patrimonio senza umanità perché l'umanità la trovi qui, in questo intreccio di viottoli dove incontri i dannati della terra che parlano le lingue di Babele e popolano le città di mare, crocevie del mondo.
A via della Maddalena Princesa si nasconde nell'uscio di casa se fai una foto e chiederle scusa non basta per far svanire dal suo viso la paura. Una targa su un muro di via del campo ti ricorda che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. A pochi passi da qui una porta socchiusa lascia intravedere un letto e un sorriso, sulla porta c'è scritto un invito e una richiesta di aiuto: difendi la tua lucciola di quartiere. Nancy è seduta in un angolo di strada: "avvicinati, non ti mangio", "lo so, barcollo perché ho bevuto un bicchiere di troppo", "hai fatto bene", ha pochi denti ormai ma è sempre generosa e ti invita a tornare per averle dato una monetina, "torna quando vuoi bella gioia".
Mazzini chiede l'elemosina lungo i moli e sotto i portici Paganini suona un violino scordato. Nella casbah dietro al porto, tra danze di topi, ti guardano passare mille occhi sospettosi, occhi che fanno paura, come la vita.
Tra questa gente col fiato pesante e i denti anneriti ti riconosci, a volte puoi illuderti di non somigliargli affatto ma se guardi fino in fondo ti accorgi che è un inganno. Qui, insieme a loro, stai scontando cinquemila anni più le spese. Qui, tra gente avvolta nella propria storia, chiusa come questi carruggi, il dolore degli altri cerca continuamente la sua metà.
Qui, in bilico tra la diffidenza del domani e la memoria di un altrove troppo lontano, puoi salvarti l'anima o prendere la coltellata che chiedi.
Tra questi vicoli la meraviglia è perdersi.
Poi scarti a sinistra, per uno dei tanti vicoli leggermente in discesa che partono da via Garibaldi e ti immergi nel cuore della città vecchia, tra stradine strette, dove basta aprire le braccia per toccare i muri che le costeggiano.
Qui il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, come cantava De André. Tra questi carruggi ti accorgi che il patrimonio dell'umanità poco distante, per quanto bello è un patrimonio senza umanità perché l'umanità la trovi qui, in questo intreccio di viottoli dove incontri i dannati della terra che parlano le lingue di Babele e popolano le città di mare, crocevie del mondo.
A via della Maddalena Princesa si nasconde nell'uscio di casa se fai una foto e chiederle scusa non basta per far svanire dal suo viso la paura. Una targa su un muro di via del campo ti ricorda che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. A pochi passi da qui una porta socchiusa lascia intravedere un letto e un sorriso, sulla porta c'è scritto un invito e una richiesta di aiuto: difendi la tua lucciola di quartiere. Nancy è seduta in un angolo di strada: "avvicinati, non ti mangio", "lo so, barcollo perché ho bevuto un bicchiere di troppo", "hai fatto bene", ha pochi denti ormai ma è sempre generosa e ti invita a tornare per averle dato una monetina, "torna quando vuoi bella gioia".
Tra questa gente col fiato pesante e i denti anneriti ti riconosci, a volte puoi illuderti di non somigliargli affatto ma se guardi fino in fondo ti accorgi che è un inganno. Qui, insieme a loro, stai scontando cinquemila anni più le spese. Qui, tra gente avvolta nella propria storia, chiusa come questi carruggi, il dolore degli altri cerca continuamente la sua metà.
Tra questi vicoli la meraviglia è perdersi.
Iscriviti a:
Post (Atom)
