Vent'anni fa cadeva il muro che divideva in due una città, specchio di un mondo diviso, un mondo separato da un muro alto non più di tre metri e mezzo.
Il muro cadde, le sue pietre si spostarono altrove, parte andarono ai confini del benessere, dove oggi abita il benavere, lì fu realizzato un muro che lasciava fuori una umanità affamata di pane e diritti, l'altra parte del muro si annidò dentro ciascuno di noi dove il muro poteva essere al riparo dal vento di cambiamento che invochiamo.
I muri sono ancora in piedi, adesso. Quello che cadde vent'anni fa, e che doveva cadere, era una prova generale di una umanità che non sa rinunciare ai suoi muri. Salvo pensare che la libera circolazione di merci inutili sia sufficiente a testimoniare della caduta dei muri.
"Concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo." José Saramago
lunedì 9 novembre 2009
giovedì 5 novembre 2009
Delirio di numeri e vite a scadenza
Stando alle nozioni di matematica residue nella mia memoria, la distanza tra un numero naturale ed il suo successivo è sempre uguale a 1. Naturalmente non mi è mai venuto in mente di mettere in discussione questo fatto, non ne ho la competenza, però da un po' di tempo mi è sorto qualche dubbio!
Per esempio mi viene da pensare che forse la distanza tra 0 e 1 sia molto più grande della distanza tra 1 e 2, inoltre man mano che si procede per i successivi intervalli la distanza tra un numero naturale ed il suo successivo diventa sempre più piccola. Sarà perché mi diverto a fare incroci poco onesti tra le discipline più disparate? Sarà perché confondo i vari ambiti del pensiero o sarà semplicemente perché sono un ignorante in matematica. Comunque sia, mi piace pensare che la cosa non sia poi così peregrina, è come assumere una visione topografica o prospettica dell’asse dei numeri naturali, ponendosi sul punto 0. Si obietterà che la matematica corregge l’errore prospettico dovuto ad una certa posizione piuttosto che un’altra e rende i suoi principi validi indipendentemente dal punto di osservazione. Io non posso che essere d’accordo, ma in definitiva quell’errore prospettico è il risultato dell’evoluzione del nostro sistema percettivo o più semplicemente di una visione sociale e politica (nel senso ampio del termine) e probabilmente eliminarlo del tutto può comportare qualche rischio.
Ignorando per un po’ la mia ignoranza in matematica e pensando a quello che accade in ambito sociale non sarebbe difficile comprendere questa mia ‘fantasia’, eppure non è così facile trovare chi possa seguirmi nel delirio che a me sembra di una chiarezza cristallina.
Pensateci un attimo! Se uno perde il suo lavoro, possiamo dire che siamo nel caso di passaggio da uno stato 1 ad uno stato 0, mentre se a qualcuno tolgono qualcosa dal suo stipendio potremmo dire che passa da 2 a 1 o da 100 a 99, o da 51 a 50. Bene, in questi casi secondo voi quali sono le distanze più ampie da colmare? Quali sono le priorità da assegnare nella lotta al ripristino dello stato che si perde o nella lotta per conquistare uno stato? Io non ho dubbi, nella lotta contro la perdita di uno stato prima viene il caso di passaggio da 1 a 0, poi quello da 2 a 1, dopo ancora quella da 51 a 50 ed infine, molto dopo, viene quello da 100 a 99.
Se c’è da difendere delle posizioni (almeno in ambito lavorativo), le distanze tra un numero e quello successivo non possono essere considerate tutte uguali, ecco perché penso che la distanza tra 0 e 1 sia molto più grande della distanza che c’è tra ogni altro numero ed il suo successivo e che le distanze diventano sempre meno ampie man mano che i numeri crescono. Ecco, questo tipo di approccio, per esempio, non dovrebbe costare alcuna fatica alle organizzazioni sindacali che nascono proprio per difendere il lavoro e invece curiosamente assisto ad una sorta di approccio che potremmo definire troppo matematico. Si potrebbe avanzare la critica che il problema è che le organizzazioni sindacali sono nate quando il lavoro era una categoria irrinunciabile per la produzione e che la loro lotta si esprimeva tutta nella conquista di migliori condizioni di lavoro, mentre adesso che in alcuni settori il lavoro diventa una categoria alla quale la produzione può rinunciare più facilmente, perché non più direttamente connessa con il lavoro in senso stretto, ai sindacati viene meno la loro missione, ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano.
Dicevo delle 'correzioni prospettiche' che mi riesce difficile comprendere quando sono i sindacati a pensare che la distanza tra un numero naturale qualsiasi e il suo successivo sia sempre uguale a 1 (forse si tratta di un problema di banale lettura lineare laddove basterebbe un approccio non lineare! mah, ci devo pensare). Nell'istituto dove lavoro, dopo le prime 200 persone mandate a casa a giugno, altre 25 persone hanno un contratto in scadenza domani e nessuna certezza sull’eventuale rinnovo (che Tremonti vada a dire a loro che la crisi è ormai alle spalle! mi piacerebbe concedermi battute facili ma non è il caso, dico solo che per molti può essere più preoccupante avere qualcosa alle spalle che poterla guardare in faccia). Naturalmente i sindacati confederali oggi hanno manifestato per la scadenza dei contratti e per il loro rinnovo. Una bella manifestazione sotto il Ministero dell’Ambiente, che notoriamente ha a capo persone sensibile ai problemi dei lavoratori e soprattutto per le tematiche ambientali! Il volantino della manifestazione diceva “per avere riposte positive sul precariato e sulle vertenze contrattuali”. Nella mia testa anche le vertenze contrattuali riguardavano il precariato, sempre per via di quella visione prospettica che dicevo dei numeri. Invece, ascoltando i discorsi della gente che manifestava ho capito che le vertenze contrattuali riguardavano materia di decurtazione di salario accessorio, mentre il tema del precariato era decisamente in secondo piano, qualcosa di cui non si poteva non parlare, per questioni di decoro, ma che tutto sommato non è più così rilevante (dopo un’ondata di assunzioni a tempo indeterminanto nel mio istituto, tra cui c’è stata anche la mia - grazie ad una norma approvata dal governo Prodi ed osteggiata fino alla fine dal governo Berlusconi - i sindacati possono rivendicare la loro brava vittoria e qualche caduto sul campo rientra negli effetti attesi!!!). Per carità, il salario accessorio è tema nobilissimo e manifestare per opporsi alla sua decurtazione, ritenuta ingiusta, è cosa legittima ma, data l’attuale situazione, non credo sia una priorità e ritengo non dovrebbe essere in cima alle priorità di un sindacato (25 contratti scadono domani, altri 170 scadranno a fine dicembre), per lo meno del mio, la CGIL che storicamente ha sempre avuto una visione del lavoro che potrei definire di sinistra (si può usare ancora la parola sinistra facendo capire cosa intendo?). Al limite non sarebbe un problema far viaggiare i due temi uno a fianco all’altro, magari facendo in maniera seria qualche proposta forte tipo “ok, decurtatecelo pure ‘sto benedetto salario accessorio ma che i fondi siano dedicati solo ed esclusivamente al rinnovo dei contratti in scadenza della gente che va a casa”, invece il problema è che il tema che io considero prioritario è passato in secondo piano e che la proposta che io faccio risulterebbe una bestemmia da non pronunciare neanche per scherzo. Il sindacato dirà che per avere un numero alto di manifestanti si dovevano mettere insieme i diversi argomenti, ma se questa era la strategia è stata fallimentare perché a manifestare, ops! a parlare di salario accessorio, erano non più di una cinquantina di persone (non male per un istituto dove i dipendenti che vedranno decurtato il loro salario accessorio sono intorno al migliaio!).
A questo punto, affrontando la faccenda in maniera pragmatica, come le persone serie e adulte che oggi manifestavano, mi chiedo se non sia una buona soluzione per compensare la decurtazione del mio salario accessorio quella di cancellarmi dal sindacato.
Devo fare un po’ di conti.
Per esempio mi viene da pensare che forse la distanza tra 0 e 1 sia molto più grande della distanza tra 1 e 2, inoltre man mano che si procede per i successivi intervalli la distanza tra un numero naturale ed il suo successivo diventa sempre più piccola. Sarà perché mi diverto a fare incroci poco onesti tra le discipline più disparate? Sarà perché confondo i vari ambiti del pensiero o sarà semplicemente perché sono un ignorante in matematica. Comunque sia, mi piace pensare che la cosa non sia poi così peregrina, è come assumere una visione topografica o prospettica dell’asse dei numeri naturali, ponendosi sul punto 0. Si obietterà che la matematica corregge l’errore prospettico dovuto ad una certa posizione piuttosto che un’altra e rende i suoi principi validi indipendentemente dal punto di osservazione. Io non posso che essere d’accordo, ma in definitiva quell’errore prospettico è il risultato dell’evoluzione del nostro sistema percettivo o più semplicemente di una visione sociale e politica (nel senso ampio del termine) e probabilmente eliminarlo del tutto può comportare qualche rischio.
Ignorando per un po’ la mia ignoranza in matematica e pensando a quello che accade in ambito sociale non sarebbe difficile comprendere questa mia ‘fantasia’, eppure non è così facile trovare chi possa seguirmi nel delirio che a me sembra di una chiarezza cristallina.
Pensateci un attimo! Se uno perde il suo lavoro, possiamo dire che siamo nel caso di passaggio da uno stato 1 ad uno stato 0, mentre se a qualcuno tolgono qualcosa dal suo stipendio potremmo dire che passa da 2 a 1 o da 100 a 99, o da 51 a 50. Bene, in questi casi secondo voi quali sono le distanze più ampie da colmare? Quali sono le priorità da assegnare nella lotta al ripristino dello stato che si perde o nella lotta per conquistare uno stato? Io non ho dubbi, nella lotta contro la perdita di uno stato prima viene il caso di passaggio da 1 a 0, poi quello da 2 a 1, dopo ancora quella da 51 a 50 ed infine, molto dopo, viene quello da 100 a 99.
Se c’è da difendere delle posizioni (almeno in ambito lavorativo), le distanze tra un numero e quello successivo non possono essere considerate tutte uguali, ecco perché penso che la distanza tra 0 e 1 sia molto più grande della distanza che c’è tra ogni altro numero ed il suo successivo e che le distanze diventano sempre meno ampie man mano che i numeri crescono. Ecco, questo tipo di approccio, per esempio, non dovrebbe costare alcuna fatica alle organizzazioni sindacali che nascono proprio per difendere il lavoro e invece curiosamente assisto ad una sorta di approccio che potremmo definire troppo matematico. Si potrebbe avanzare la critica che il problema è che le organizzazioni sindacali sono nate quando il lavoro era una categoria irrinunciabile per la produzione e che la loro lotta si esprimeva tutta nella conquista di migliori condizioni di lavoro, mentre adesso che in alcuni settori il lavoro diventa una categoria alla quale la produzione può rinunciare più facilmente, perché non più direttamente connessa con il lavoro in senso stretto, ai sindacati viene meno la loro missione, ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano.
Dicevo delle 'correzioni prospettiche' che mi riesce difficile comprendere quando sono i sindacati a pensare che la distanza tra un numero naturale qualsiasi e il suo successivo sia sempre uguale a 1 (forse si tratta di un problema di banale lettura lineare laddove basterebbe un approccio non lineare! mah, ci devo pensare). Nell'istituto dove lavoro, dopo le prime 200 persone mandate a casa a giugno, altre 25 persone hanno un contratto in scadenza domani e nessuna certezza sull’eventuale rinnovo (che Tremonti vada a dire a loro che la crisi è ormai alle spalle! mi piacerebbe concedermi battute facili ma non è il caso, dico solo che per molti può essere più preoccupante avere qualcosa alle spalle che poterla guardare in faccia). Naturalmente i sindacati confederali oggi hanno manifestato per la scadenza dei contratti e per il loro rinnovo. Una bella manifestazione sotto il Ministero dell’Ambiente, che notoriamente ha a capo persone sensibile ai problemi dei lavoratori e soprattutto per le tematiche ambientali! Il volantino della manifestazione diceva “per avere riposte positive sul precariato e sulle vertenze contrattuali”. Nella mia testa anche le vertenze contrattuali riguardavano il precariato, sempre per via di quella visione prospettica che dicevo dei numeri. Invece, ascoltando i discorsi della gente che manifestava ho capito che le vertenze contrattuali riguardavano materia di decurtazione di salario accessorio, mentre il tema del precariato era decisamente in secondo piano, qualcosa di cui non si poteva non parlare, per questioni di decoro, ma che tutto sommato non è più così rilevante (dopo un’ondata di assunzioni a tempo indeterminanto nel mio istituto, tra cui c’è stata anche la mia - grazie ad una norma approvata dal governo Prodi ed osteggiata fino alla fine dal governo Berlusconi - i sindacati possono rivendicare la loro brava vittoria e qualche caduto sul campo rientra negli effetti attesi!!!). Per carità, il salario accessorio è tema nobilissimo e manifestare per opporsi alla sua decurtazione, ritenuta ingiusta, è cosa legittima ma, data l’attuale situazione, non credo sia una priorità e ritengo non dovrebbe essere in cima alle priorità di un sindacato (25 contratti scadono domani, altri 170 scadranno a fine dicembre), per lo meno del mio, la CGIL che storicamente ha sempre avuto una visione del lavoro che potrei definire di sinistra (si può usare ancora la parola sinistra facendo capire cosa intendo?). Al limite non sarebbe un problema far viaggiare i due temi uno a fianco all’altro, magari facendo in maniera seria qualche proposta forte tipo “ok, decurtatecelo pure ‘sto benedetto salario accessorio ma che i fondi siano dedicati solo ed esclusivamente al rinnovo dei contratti in scadenza della gente che va a casa”, invece il problema è che il tema che io considero prioritario è passato in secondo piano e che la proposta che io faccio risulterebbe una bestemmia da non pronunciare neanche per scherzo. Il sindacato dirà che per avere un numero alto di manifestanti si dovevano mettere insieme i diversi argomenti, ma se questa era la strategia è stata fallimentare perché a manifestare, ops! a parlare di salario accessorio, erano non più di una cinquantina di persone (non male per un istituto dove i dipendenti che vedranno decurtato il loro salario accessorio sono intorno al migliaio!).
A questo punto, affrontando la faccenda in maniera pragmatica, come le persone serie e adulte che oggi manifestavano, mi chiedo se non sia una buona soluzione per compensare la decurtazione del mio salario accessorio quella di cancellarmi dal sindacato.
Devo fare un po’ di conti.
mercoledì 4 novembre 2009
Proposta per la parete perfetta
E' di questi giorni la polemica sul crocifisso da esporre o meno sulle pareti delle scuole dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo. Mi pare che il livello del dibattito nell'ambiente politico sia abbastanza ridicolo per non aggiungere nulla di serio. Nel coro di idiozie che ho sentito rilevo che il commento apparentemente meno idiota è stato quello di Bersani: "qualche volta il buonsenso finisce di essere vittima del diritto" (sull'affermazione che si tratti di un "simbolo inoffensivo" consiglio di rivedere un po' di storia dell'Europa moderna!). Che dire poi quando la parola su questi temi passa alle gerarchie vaticane? poveretti, hanno una interiorità così minuscola che tentano in ogni modo di portare all'esterno ciò che non possono permettersi di ospitare nel loro intimo. Sulla gran parte dei giornali si legge che la sentenza rischia di "cancellare la nostra cultura"! Sfido io, è così fragile che non ci vuole niente, signori miei, a cancellare la vostra cultura! Se permettete la mia è fatta di altra pasta.
Come contributo al dibattito aggiungo solo una bozza di proposta per la parete perfetta nelle scuole.

Naturalmente la proposta può essere modificata, ma solo ed esclusivamente per addizione di altri simboli. Su questo punto nessuna deroga.
***
Post Scriptum al post. Da non dimenticare le religioni considerate scomparse.

Tra l'altro il primo simbolo di questa seconda serie è il tridente di Shiva e in India questo culto non è affatto scomparso. Per quanto riguarda gli altri simboli (sono consapevole che non tutti siano propriamente dei simboli ma melius abundare) se ci pensate attentamente vedrete che non hanno fatto altro che trasformarsi negli attuali simboli religiosi.
Come contributo al dibattito aggiungo solo una bozza di proposta per la parete perfetta nelle scuole.
Naturalmente la proposta può essere modificata, ma solo ed esclusivamente per addizione di altri simboli. Su questo punto nessuna deroga.
***
Tra l'altro il primo simbolo di questa seconda serie è il tridente di Shiva e in India questo culto non è affatto scomparso. Per quanto riguarda gli altri simboli (sono consapevole che non tutti siano propriamente dei simboli ma melius abundare) se ci pensate attentamente vedrete che non hanno fatto altro che trasformarsi negli attuali simboli religiosi.
Un post di Andrea Bonanni su questa vicenda, per quanto sintetico, merita attenta riflessione. Per una lettura serena consiglio l'articolo di Rodotà, che non ha l'aria di essere un fanatico anticlericale. La Chiesa non è solo il Vaticano, per fortuna, e sull'argomento si possono leggere posizioni molto interessanti (leggi qui, qui e qui).
Per finire, un po' di storia delle religioni non guasterebbe in Italia o altrove, forse un argomento terribilmente serio come il discorso religioso salirebbe di livello.
martedì 3 novembre 2009
coi ginocchi piagati
Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da argenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello a Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d’oro
e l’albero della conoscenza
Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto
perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l’assenzio
di una sopravvivenza negata.
Alda Merini, da "La Terra Santa" 1984
"I poeti sono specchi delle gigantesche ombre che l'avvenire getta sul presente...forza che non è mossa ma che muove. I poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo." Percy Bysshe Shelley
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da argenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello a Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d’oro
e l’albero della conoscenza
Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto
perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l’assenzio
di una sopravvivenza negata.
Alda Merini, da "La Terra Santa" 1984
***
"I poeti sono specchi delle gigantesche ombre che l'avvenire getta sul presente...forza che non è mossa ma che muove. I poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo." Percy Bysshe Shelley
lunedì 2 novembre 2009
Il lungo riposo
Il silenzio avvolge i muri,
edere abbracciano archi austeri.
L'aria rarefatta di fiamme e fiori
si fende al grido di un bambino
richiamato da un tacito sguardo.
Qui il tempo trova riposo
e si ferma anche per noi vivi
che giriamo per stradine strette
affiancati da cipressi e visi.
Voci mute chiedono ascolto
di storie nascoste
tra le pieghe del tempo.
L'aria umida entra nelle ossa
e cancella le boriose movenze
dei nostri corpi prepotenti;
la luce querula di una cappella
è un sudario di quiete.
Una donna più in là
avvolge di colori profumati
ricordi svaniti,
rubati dalla morte,
sovrana di questo regno
senza sudditi
e senza rivoluzioni.
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