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lunedì 30 gennaio 2012

L'oggettivazione della tecnica

"Penso che un uomo senza utopia, senza sogno e senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci, sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio: una specie di cinghiale laureato in matematica pura." Fabrizio De André.

Questa lunga crisi economica poteva essere una buona occasione per avviare una seria discussione sul modello di sviluppo economico che le società affluenti si sono date dagli anni '50, o almeno su una visione dell'economia neoliberista che negli ultimi trent'anni è restata senza controparti dialettiche con cui confrontarsi, sui problemi ambientali di una crescita economica illimitata che non si interroga sulla qualità della propria stessa crescita. In barba alla legge fisica che a ogni azione segue una reazione uguale e contraria, la crisi provocata da un capitalismo finanziario che ha avuto briglia sciolta nell'alveo culturale neoliberista viene affrontata con lo strumentario della cultura liberista. Forse il neoliberismo degli anni '80, partorito dalla coppia Reagan-Thatcher e aiutato nelle sue aspirazioni finanziarie da qualche sciagurata riforma di Clinton, è stato il figlio degenere del liberismo e in quest'ultimo possiamo trovare diversa caratura morale ma ad ogni modo, in questo ritorno al padre, se così vogliamo dire, resta qualche perplessità, almeno sul piano storico, se non stia venendo meno quella "astuzia della Ragione" di cui parlava Hegel.

La situazione italiana di oggi è nota a tutti, la storia recente ci vede passare repentinamente (e fortunatamente) da un governo impresentabile - e mi fermo qui - a un governo "tecnico" composto da persone competenti e rispettabili. Inutile sottolineare il salto di stile, "etico ed estetico", come dice Marco Revelli, ma è estremamente utile, per quanti si richiamino ancora a una cultura di sinistra, sottolineare la distanza di questo governo da quella cultura, se ancora esiste. Non dico niente di nuovo, la linea politica ed economica di Monti era nota da tempo e in qualche modo l'aveva anticipata quando nel 1994 scrisse l'ormai famoso articolo indirizzato al primo governo Berlusconi (resterà per me sempre un mistero come Monti abbia potuto pensare che Berlusconi potesse incarnare il pensiero liberista, o qualunque altro pensiero!)
Non mi aspettavo certo che Monti svestisse i rispettabili panni del conservatorismo della destra storica per abbracciare il pensiero di sinistra ma neanche mi aspettavo che quest'ultima svestisse i propri panni. Ed è questo il punto. Monti e il suo governo rappresenta nella situazione politica italiana di oggi un elemento di necessità aggravato dal fatto di non avere alternative ragionevoli. Sarebbe bello e naturale poter andare alle urne, come molti hanno invocato, ma oltre alla situazione economica, con il rischio default ancora attuale che non consente vuoti di governo, bisogna prendere atto che è difficile immaginare non la vittoria di questo o quel partito ma la formazione di una qualche maggioranza intorno a un programma. Se poi volessimo una maggioranza di centro-sinistra, come vorrei io, beh allora l'immaginazione dovrebbe essere aiutata da qualche psicofarmaco.

Data la genealogia del governo "tecnico" Monti, una necessità senza chiare alternative, si sta infiltrando nella politica di sinistra, una visione di oggettività dell'economia liberista, una sorta di oggettivazione della tecnica che a questo punto non sarebbe "né di destra né di sinistra" ma opererebbe semplicemente per risanare la situazione economica avviando un nuovo programma di sviluppo. La tecnica non ha connotati politici, l'unico scopo della tecnica è funzionare, come insegna Umberto Galimberti, ma possiamo dire la stessa cosa per quella che Platone ha definito la tecnica regia, ovvero la politica? Se l'unico scopo della tecnica, anche politica, è funzionare questo significa necessariamente perdere i connotati ideologici di destra e di sinistra? Insomma se oggi si decidesse di votare per concedere al re il diritto di veto ci sarebbe ancora una separazione dei votanti a destra e a sinistra del podio presidenziale in base alla propria decisione di voto o ci si mescolerebbe indistintamente? Queste domande sono rivolte a chi si dichiara di sinistra perché adesso il pensiero politico ed economico di destra ha un esponente di tutto rispetto (finalmente per quanti si dicono di destra) ed è Mario Monti. Invece a sinistra ci si trova compressi su un pensiero politico che non appartiene né alla nostra tradizione né alle nostre prospettive di futuro. La situazione internazionale ha contribuito a disinnescare gli strumenti critici della sinistra parlamentare (i pochi ancora rimasti in seno al PD) e inibisce ogni tentativo di indirizzare l'azione del governo Monti verso una politica redistributiva o addirittura verso un cambiamento di registro dello sviluppo economico.

In un bellissimo saggio-articolo, pubblicato su il Manifesto, Alberto Asor Rosa ha delineato con analitica precisione la dinamica che ci ha portato all'attuale situazione politica. Quello che lui, molto più autorevolmente di me, vede emergere come "una colossale pulsione neocentrista", io lo attribuisco a un processo culturale strisciante di oggettivazione della pratica tecnica tanto da illudersi di perdere i connotati ideologici e politici che la caratterizzano. Insomma, non c'è una tecnica medica di destra e una tecnica medica di sinistra, non c'è una tecnica ingegneristica di destra o di sinistra. Se anche la politica è una tecnica perché dovrebbe continuare a esserci una politica di destra o di sinistra? E' questa la tremenda domanda che sento aleggiare da quando si è insediato Monti e da quando ho assistito alla sua inesorabile (e per certi versi apprezzabile) efficacia.

Sono convinto che l'azione del governo Monti stia evitando, o sia riuscita a evitare, una situazione economica molto peggiore in Italia, sono contento che questo governo abbia riportato al centro della politica la maestà della legge e il rigore delle istituzioni, sono particolarmente contento della seria lotta all'evasione fiscale che sta intraprendendo questo governo ma sono anche convinto che l'assenza di una componente dialettica forte in politica sia un elemento pericoloso, perché larghi strati sociali non avrebbero espressione, e deleterio per il discorso politico stesso, perché verrebbe a mancare il motore delle idee. Peraltro la politica che perde i sui connotati di destra o di sinistra è una gigantesca mistificazione, oltre a una catastrofe. Contrariamente al messaggio oggi dominante che una politica "né di destra né di sinistra" è la nostra unica salvezza io sono convinto che non esiste una politica "né di destra né di sinistra" e che il tentativo di realizzarla sarebbe una disgrazia. La politica, nella sua forma tecnica, che ambisce a una oggettivazione di natura "scientifica" è un gigantesco imbroglio. Se oggettività significa prescindere da un sistema valoriale, se significa indipendenza dal giudizio e dall'assiologia, se significa prescindere da elementi ideologici di discriminazione e scelta, ebbene allora l'oggettività è una chimera, tutti ne parlano, nessuno l'ha vista. Non è possibile prescindere da sistemi valoriali nelle scienze sociali come la politica e l'economia.

L'approccio liberista del prof. Monti non è l'unico approccio esistente e applicabile, neanche in situazioni di emergenza come quella dettata dalla crisi economica. Un approccio, quello di Monti, in sintonia con l'attuale spirito economico europeo e vincolato dalle paure inflazionistiche della Germania. La storia della Grande Depressione degli anni '30 successiva alla crisi del 1929 ha insegnato che fu un'altra scuola economica a portare gli USA fuori da quella crisi, mentre nella vecchia Europa la storia prese una piega tragicamente diversa. Bisogna prestare attenzione alla storia, potrebbe insegnarci molte cose sul futuro. Probabilmente all'epoca le condizioni non erano del tutto simili a quelle attuali ma economisti del calibro di Paul Krugman e eminenti sociologi come Luciano Gallino continuano a richiamarsi a quel pensiero. Non credo si tratti di sprovveduti che non capiscono l'urgenza della situazione e che non vedono come l'unica strada possibile sia quella del rigore e del mercato libero da ogni possibile vincolo politico e sociale.

Stiamo vedendo all'opera una cultura delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni che non sembra avere controparti, almeno in parlamento. Di fronte all'ondata liberista è necessario fare due operazioni, la prima è tracciare una chiara distinzione tra liberalizzazioni e privatizzazioni, cosa mai sottolineata abbastanza, e la seconda è agire chirurgicamente per capire quali siano le implicazioni sociali e politiche delle une e delle altre senza concedere nulla al credo salvifico nel mercato e nella mitica "mano invisibile". Sull'interessante rapporto tra economia e teologia consiglio la lettura di questo articolo di Roberto Esposito che ricorda come prima Max Weber e poi Walter Benjamin abbiano riconosciuto il pericoloso intreccio tra economia e fede religiosa. Se Weber vede nell'etica protestante la genesi dello spirito del capitalismo, Benjamin vede nel capitalismo non un derivato della religione ma una religione esso stesso. E' di questo che stiamo parlando, di una religione che, in barba alla professione di fiducia nell'oggettività tecnica o scientifica, si nutre di fede nella bontà di certi provvedimenti senza considerare i dati che sono a nostra disposizione.

Di una ideologia delle privatizzazioni parla Pierfranco Pellizzetti, un'ideologia che spesso ignora i risultati degli "esperimenti" delle privatizzazioni, parlo dell'esperienza di Parigi in cui l'acqua torna a essere bene pubblico perché la gestione privata è stata fallimentare, dei casi in cui le tariffe della gestione privata dell'acqua o di altri beni e servizi sono più costose senza significativi miglioramenti del servizio, della catastrofica esperienza di privatizzazione delle ferrovie britanniche. Insomma parafrasando una celebre locuzione latina, sia fatto libero mercato e perisca il mondo!
Delle pericolose implicazioni delle liberalizzazioni del governo Monti scrive in un bell'articolo Stefano Rodotà. Se sul fronte dell'acqua si prende atto con piacere del dietrofront del governo, resta tuttavia la preoccupazione per quel patto tra economia e società di cui a suo tempo scrissi in questo post, un patto tra mercato e democrazia delineato dall'articolo 41 della Costituzione che l'azione di governo sta mettendo in discussione nei fatti. La riforma di quell'articolo, che a suo tempo chiese espressamente Tremonti, sta passando in maniera implicita con Monti. Insomma se è difficile cambiare la Costituzione formale allora sia cambiata quella materiale.

Sul fronte delle riforme costituzionali si da poca o nessuna attenzione al fatto che questo governo e questo parlamento stanno introducendo il pareggio di bilancio in Costituzione, già approvato in un primo passaggio alla Camera quasi all'unanimità (646 favorevoli, 11 astenuti, nessun contrario), quindi anche con i voti della lungimirante sinistra. In altre note avevo già espresso preoccupazione riguardo agli effetti di quella riforma e avere conferma di quelle preoccupazioni le fa aumentare di più. Come scrive Marco Revelli, il pareggio di bilancio «è una bestialità inaccettabile, per quanto ci venga chiesta dall'Europa, dalla Bce. Significa mettere al bando il keynesismo, ovvero ciò che è stato una delle più accreditate teorie di politica economica e che può continuare a essere una possibile opzione se si vuole mettere in moto una ripresa. Significa scolpire in eterno nel nostro patto costituzionale un dogma cui tutti i governi dovranno rimettersi al di là di qualsiasi specificità contingente che potrebbe rendere opportuno un diverso approccio. Credo che se mai dovesse entrare in Costituzione il pareggio di bilancio dovremmo batterci e fare di tutto perché ne esca il più presto possibile.» In MicroMega 8/2011, pag. 135.

Quello che è stato considerato inaccettabile con Marchionne è passato sotto silenzio con Monti, parlo della sospensione del contratto nazionale per le ferrovie. La proposta di privatizzare i servizi idrici dopo il voto referendario rivela un atteggiamento che considero estremamente pericoloso, proposta poi rientrata ma che non sarebbe stata neanche formulata se nel DNA di questo governo non ci fosse quell'ideologia liberista che considera il mercato quale migliore strumento per decidere i prezzi delle merci, di cui farebbero parte anche i beni comuni! Lo stesso dicasi per la proposta di abolizione dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. L'assetto industriale italiano è tale che non si riconoscono effetti significativi di freno alle assunzioni dall'articolo 18, come sottolineò Carlo Clericetti qualche tempo fa, eppure personaggi dalla carriera fulminante come Michel Martone non perdono occasione di illustrare l'impennata che avrebbero le assunzioni con l'abolizione di quell'articolo dallo Statuto dei Lavoratori.
Riguardo gli ultimi provvedimenti segnalo soltanto come il nostro paese abbia un disperato bisogno di spostare il trasporto merci dalla gomma alla ferrovia, per ragioni ambientali e per ragioni strategiche, e invece troviamo una maggiore libertà di spostamento dei TIR sulle autostrade e una riduzione dei controlli ambientali. Da tutto questo emerge ancora una volta quale sia la distanza tra i dati disponibili, qualcuno oserebbe dire oggettivi, e l'agire politico che per quanto possa definirsi tecnico o scientifico è sempre frutto di una scelta inscritta all'interno di un sistema di valori, o forse dovremmo parlare di un sistema di fede.

Per quanto riguarda il fronte della pratica democratica occorre dire che le situazioni di emergenza comportano spesso un decisionismo che non apprezzeremmo in altre circostanze, in politica si tratta in definitiva di una sospensione, a vari livelli e gradi, della pratica democratica o di una loro costrizione in tempi così ristretti che di fatto si tratterebbe di un rispetto puramente formale di quella pratica. Se l'emergenza è riconosciuta e il decisionismo viene da persona autorevole allora è meno soggetto a una critica. Questo è quanto sta accadendo con il governo Monti. Vista la durata di questa emergenza economica che, almeno al momento, non mostra segni di arretramento, e vista l'autorevolezza di Monti (se possibile ancora più accresciuta considerando il precedente inquilino di Palazzo Chigi) la sinistra saprà riconoscere il momento in cui quella sospensione della pratica democratica non è più tollerabile?

La sinistra dovrebbe saper cogliere gli elementi critici della storia, gran parte della sua tradizione si fonda su questo assunto. Questa lunga crisi economica doveva essere una buona occasione per riformulare un discorso sul progresso e sullo sviluppo. La sinistra avrebbe dovuto cogliere l'occasione per spostare il baricentro della propria riflessione su uno sviluppo ad alta intensità di lavoro anziché ad alta intensità di capitali. Ho sperato in una sinistra che cogliesse l'occasione per mettere in discussione la status sociale dei beni materiali per innalzare quello dei beni relazionali. Ho sperato che si avviasse un serio discorso su una crescita economica che fosse rispettosa della qualità della vita e dell'ambiente, che si avviasse un serio confronto con i limiti di sostenibilità del nostro pianeta. Continuo a sperare in una sinistra che sappia dare valore e voce alle esperienze locali di democrazia partecipata, di consumo responsabile e di filiere corte, di gestione dei beni comuni e via e via e via.... Invece vedo un pensiero unico, vedo l'oggettivazione della tecnica (di destra) e la scomparsa della sinistra.
Mi chiedo se c'è ancora una sinistra, immune da culti della personalità e che non soffra di labirintite verbale, in grado di trovare la forza di far pesare le proprie posizioni. Siamo ancora capaci di mettere in discussione la crescita economica per uno sviluppo a misura d'uomo e di donna? Preferirei dire a misura di bambini o di vecchi ma mi accontenterei di un mondo a misura d'uomo e non di macchine e moneta.
Da qui dobbiamo partire, o ripartire, se è ancora possibile immaginare una carta geografica del mondo che comprenda Utopia - una utopia che, se rimandata, si manifesterà da sola in tutta la sua terribile concretezza.

Mi rendo conto che ho parlato di destra e di sinistra senza mai definirle, l'ho fatto a suo tempo in questo post, in maniera disordinata e il mio scoramento non mi consente di mettere ordine in quegli appunti, tra l'altro è già tardi.

domenica 29 gennaio 2012

Consumo etico

A Pomigliano la Fiat sposta alcuni operai dalla vecchia fabbrica, che chiuderà, a quella nuova che produrrà la Panda ma "ad oggi su circa mille lavoratori assunti dalla Fip, la società gruppo Fiat creata ad hoc per la produzione della Panda, nemmeno uno risulta iscritto alla Fiom Cgil". A dirlo è Franco Tavella, segretario generale della Cgil Campania. La notizia è di qualche giorno fa ma mi è tornata in mente ieri vedendo la pubblicità della nuova Panda, dove si lancia un appello alla creatività e all'impegno per un'Italia migliore!


La Fiat discrimina i lavoratori iscritti alla CGIL nonostante rappresentino la maggioranza dei lavoratori. A questo siamo arrivati. Le stesse cose avvenivano quando l'avventura sindacale era alle sue origini. Forse sarebbe utile far riflettere su questo sindacalisti lungimiranti come Angeletti e Bonanni.

Adesso si pone un problema etico in relazione al consumo responsabile, quello che si chiama consumerismo. Se un italiano dovesse acquistare un'auto nuova dovrebbe comprare una Fiat per aiutare la fabbrica a mantenere i suoi lavoratori o un'altra marca per punire le politiche del lavoro della Fiat?
Pensateci bene è un dilemma senza soluzione certa per ogni singolo individuo. Diverso sarebbe il discorso di una qualche associazione di automobilisti o di consumatori che ponesse le condizioni di promozione - o di scoraggiamento - per l'acquisto di una marca al rispetto di certi parametri sociali e ambientali.
Questo dovrebbe essere il ruolo delle cosiddette associazioni consumatori che invece di essere degli istituti di consulenza legale dovrebbero avere l'ambizione di farsi soggetti politici attivi (attori della polis - che di politicanti ne abbiamo già tanti). Queste associazioni dovrebbero agire sulla domanda per indirizzare l'offerta verso una produzione rispettosa dei diritti dei lavoratori e dell'ambiente.
Ma questo forse è chiedere troppo.

venerdì 27 gennaio 2012

giovedì 26 gennaio 2012

Facili profezie!

E' prevista a breve la commercializzazione di automobili il cui abitacolo è attrezzato con particolari diffusori di suoni e odori e con sistemi di proiezione che faranno vivere l'esperienza di guidare a tutta birra una cabriolet al fianco di Thelma e Louise in un paesaggio montano con vedute panoramiche quando tutto intorno il traffico è congestionato. Naturalmente la guida sarà affidata a sensori che calcoleranno la distanza tra i veicoli e la loro velocità per evitare spiacevoli interruzioni dell'esperienza virtuale, il nostro avatar ne risentirebbe.

Così scrivevo qualche tempo fa in questo post del luglio 2009, dove immaginavo questa e altre progressive sorti.

In un frammento successivo, del marzo 2011, divagavo senza troppa sistematicità sulle possibilità incompiute.

So di poterlo fare! Nell'apertura di possibilità accessibili c'è la tensione del nostro agire ma sempre più spesso l'agire resta timido tentativo di accesso e la visita non avviene.
Ci dotiamo di oggetti per comunicare, muoverci, visitare mondi lontani. La tecnologia più avanzata è al servizio delle possibilità ma poi non sappiamo cosa dire, non sappiamo dove andare, diamo uno sguardo distratto a quei mondi possibili e restiamo soddisfatti della possibilità di poter agire.
Ma facciamo realmente qualcosa? O restiamo immobili, sulla soglia di quelle possibilità, contenti unicamente della possibilità di agire?


Quello che scrivevo, tra il serio e il faceto, voleva far pensare all'imbecillità che fa da sfondo alla nostra quotidianità. Ebbene, un po' di tempo fa qualcuno ha preso quel modello di imbecillità per farne un messaggio promozionale della solita auto disegnata per quegli strani animali urbani, esseri vagamente umani che in realtà sono protesi delle loro auto e di altri gadget commerciali. La vera soddisfazione è sapere che potresti farlo!


Questa pubblicità andava qualche tempo fa, adesso non la vedo più. Grazie a Ernesto perché me l'ha fatta ritornare alla memoria e a Sandro Perotti che ha scritto questo bel post di settembre scorso, dove ho potuto ritrovare il video.

martedì 24 gennaio 2012

Il pesce nella bolla

Ho sempre trovato crudele mettere un pesce in una bolla d'acqua. Lo trovo triste e sicuramente a nessuno piacerebbe stare in una bolla d'acqua e girare, girare in continuazione.
Chissà cosa prova un pesce in una bolla d'acqua? Magari penserà che il mare è tutto lì, che tutto quanto c'è da vedere è a portata di mano, o di pinna! Probabilmente il pesce pensa che la sua bolla sia il mondo intero e tutto sommato vive felice perché lo può visitare come desidera. Strano? No, non è così strano. Anche per molti esseri umani è così. Vivono in una bolla, si guardano intorno e pensano che il mondo sia tutto lì.

Oggi ho ripensato a questo quando ho sentito le dichiarazioni del sottosegretario al lavoro Michel Martone a proposito dell'età media dei laureati in Italia. Leggo nell'articolo di Repubblica: "Dobbiamo dire ai nostri giovani - dice il vice della Fornero - che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo. Essere secchione è bello, almeno hai fatto qualcosa."
Inutile dire che la dichiarazione ha sollevato molte polemiche. Il sottosegretario avrebbe chiarito il senso del suo pensiero dicendo che ha peccato di sobrietà pur avendo toccato un problema reale.  Il problema è sicuramente reale, basta una banalissima tabella di raffronto dell'età media di laureati tra paesi europei per accorgersi delle differenze, ma quello che è mancato a Martone non è la sobrietà quanto la profondità di analisi di fenomeni sociali complessi. No, non è una questione di sobrietà quanto piuttosto di superficialità o di sindrome del pesce nella bolla, per usare la metafora che ho introdotto.
Quel che è peggio è che la scarsità di mezzi analitici è spesso compensata con osservazioni da bar dello sport, pensando magari di aver centrato il punto. "Little knowledge is a dangerous thing", diceva Alexander Pope. Sapevamo che questo è un governo di tecnici e probabilmente un tecnico è tale perché ha una buona conoscenza del proprio ambito specifico ma non sarebbe certo pretendere troppo se si chiedesse al tecnico di allargare i propri orizzonti culturali, magari considerando quelle discipline che dedicano la loro attenzione alle dinamiche sociali, ne avrebbe sicuramente giovamento. Farlo aiuterebbe, se non a trovare risposte, a formulare domande, che solitamente sono più interessanti delle risposte. Domande del tipo, perché ci si laurea tardi in Italia? Non sarà che sta cadendo la fiducia nell'istruzione superiore per trovare un lavoro degno di questo nome? Non sarà che lo status di studente rinvia quello di lavoratore? Quello sì uno status da sfigato in Italia! Quali sono le ragioni sociali e politiche dell'innalzamento dell'età media di laureati in Italia? Quali le dinamiche temporali e le eventuali responsabilità? Responsabilità del sistema universitario, delle famiglie, della politica, del mondo del lavoro.
Torna in mente una celebre citazione di Claude Lévi-Strauss: «Lo scienziato non è una persona che dà le risposte giuste, è una persona che pone le domande giuste.» Ecco, mi sarei aspettato da un membro di questo come di qualsiasi altro governo che sentisse l'urgenza di porsi delle domande più che sottostare alla foga di dare risposte da bettola. Già in precedenza, in questo post, ho avuto modo di porre delle domande al prof. Martone, tra gli altri, chissà se avrà mai avuto modo di leggerle? Può darsi, dopotutto, oltre ad essere sottosegretario e docente universitario, è anche un blogger.

Tanto per sgombrare il campo da banali accuse di "autodifesa". Visto che il sottosegretario "apprezza" chi decide di fare un istituto tecnico professionale, ebbene, ho frequentato un istituto tecnico professionale, grazie al lavoro di mio padre ho avuto la fortuna di non dover lavorare per laurearmi e l'ho fatto che avevo 24 anni, cum laude, come si dice nell'ambiente accademico, ma non mi ha mai, dico mai, sfiorato il pensiero che il valore di una persona potesse essere deciso dal tempo che ci mette a laurearsi o dalla media di voti agli esami o dal titolo di studio. Per mia fortuna sono fermamente convinto che una persona sia la propria storia, dettata da mille contingenze, e non un banalissimo libretto universitario. Ho visto delle persone straordinarie laurearsi tardi e con medie risicate e ho visto dei perfetti idioti laurearsi a pieni voti, qualcuno ha fatto persino carriera universitaria.

sabato 21 gennaio 2012

Il fine umorista

"C'è stato un attacco eccessivo diretto contro il nostro governo e al presidente del consiglio a cui si addebitavano le responsabilità dello spread e dell'andamento delle borse. Per questo abbiamo deciso di farci da parte e lo abbiamo fatto con eleganza"..."La cura del governo tecnico non ha dato alcun frutto; ci aspettiamo di essere richiamati al governo perché noi siamo stati democraticamente eletti."
Silvio Berlusconi, 20 gennaio 2012 all'uscita dal tribunale di Milano dove è indagato per aver corrotto Mills, già condannato in appello per essere stato corrotto da Berlusconi.

Ho sempre trovato penose le barzellette di quest'uomo e spiace dire che la peggiore iattura per un comico è non far ridere altri che i suoi domestici, per convenienza. Però devo ammettere che quella che ha raccontato ieri mostra un raffinatissimo umorismo.

giovedì 19 gennaio 2012

Momenti magici

Che bel paese, di tanto in tanto ci fa dono di un eroe, ma ancora più importante ci regala qualcuno che attiri gli strali di un popolo provato dalla crisi economica e dalle contratture dell'inverno. Sono momenti importanti per tirarsi un po' su che la normalità altrimenti fiaccherebbe un paese nella morsa del gelo. Poi, vuoi mettere? Un presentatore elegante che invita un eroe in tv ti regala un momento magico, un modello al quale somigliare, mentre quell'altro, il vile, quello no, non è possibile somigliare a quello, è escluso. Quello non si invita nei salotti buoni, con le poltrone in pelle, i braccioli comodi e tanti ospiti importanti. Quello lì sta bene dove sta perché non è nemmeno riuscito a mettere il record del saluto sotto costa. E non si dimentichi di intervistare  la superstite, meglio se di bella presenza, che la televisione ha le sue esigenze, fa niente se ogni giorno racconta una versione diversa, si sa, il dramma del momento non aiuta la memoria.

L'altra notte ho fatto un sogno. Ho sognato una conversazione telefonica piuttosto concitata tra Gino Strada ed un pezzo grosso del ministero della difesa. Ad un certo punto Strada ha perso la pazienza e ha urlato "Smettetela di sperperare soldi in giocattoli di guerra, cazzo". Che tipo strano quel Gino Strada, dovrebbe imparare a controllarsi di più!

domenica 15 gennaio 2012

Polemiche e invettive

Frammenti, sfoghi. Scritti a partire dal 2009, roba tratta da cahiers de doléances di cui non so che farmene.
Non saprei come introdurre questi frammenti, diciamo che l'opera di Cattelan lo fa benissimo.

***

giovedì 12 gennaio 2012

I tecnici e la tecnica

Ieri sera leggevo un articolo molto interessante di Pietro Modiano pubblicato sul numero 06/2011 di Limes interamente dedicato alla crisi dell'euro e dell'Europa. Oggi, volendo cercare informazioni sull'autore, sono stato molto contento di trovare l'intero articolo on line a questo indirizzo del sito Linkiesta, così mi sarà più facile proporre qualche frammento, anche se consiglio la lettura dell'intero articolo di Modiano. Nell'articolo, che su Limes si intitola "Ma il problema è L'Italia o il suo debito pubblico?", viene fornita una panoramica delle tendenze della nostra finanza pubblica alla luce della recente crisi del debito sovrano. Modiano prende in esame recenti pubblicazioni del Fondo Monetario Internazionale (settembre 2011) e della Banca d'Italia (novembre 2011) che riprende a sua volta dati elaborati dalla Commissione Europea. I dati riportati nei documenti citati fanno emergere che le prospettive di riduzione del nostro debito pubblico, su un orizzonte temporale 2010-2030, sono migliori rispetto a quelle della Francia e, per certi aspetti, anche a quelle della Germania. Questa conclusione può sembrare sorprendente alla luce delle notizie che siamo soliti leggere ed ascoltare da un po' di tempo ma questo è quello che dicono i dati tecnici.
Di seguito estrapolerò solo alcuni passaggi dell'articolo di Modiano che ritengo significativi per via delle domande che mi hanno suscitato.

sabato 7 gennaio 2012

C'era solo una stonatura

"In questo mondo in cui ogni oggetto, al minimo accenno di guasto o invecchiamento, alla prima ammaccatura o macchiolina, veniva immediatamente buttato via e sostituito con un altro nuovo e impeccabile, c'era solo una stonatura, solo un'ombra: la Luna. Vagava per il cielo, spoglia tarlata e grigia, sempre più estranea al mondo di quaggiù, residuo d'un modo d'essere ormai incongruo.
Antiche espressioni come lunapiena mezzaluna ultimo quarto continuavano a essere usate ma erano soltanto modi di dire: come la si poteva chiamare «piena» quella forma tutta crepe e brecce che pareva sempre sul punto di franare in una pioggia di calcinacci sulle nostre teste? E non parliamo di quando era tempo di luna calante! Si riduceva a una specie di crosta di formaggio mordicchiata, e spariva sempre prima del previsto. A lunanuova, ci domandavamo ogni volta se non sarebbe più tornata a mostrarsi (speravamo che sparisse così?) e quando rispuntava, sempre più somigliante a un pettine che sta perdendo i denti, distoglievamo gli occhi con un brivido.
Era una vista deprimente. Andavamo nella folla che con le braccia ingombre di pacchetti entrava e usciva dai grandi magazzini aperti giorno e notte, percorrevamo con lo sguardo le scritte luminose che rampando sui grattacieli avvertivano momento per momento dei nuovi prodotti lanciati sul mercato, ed ecco la vedevamo venire avanti, pallida in mezzo a quelle luci abbaglianti, lenta, malata, e non potevamo scacciare il pensiero che ogni cosa nuova, ogni prodotto appena comprato poteva guastarsi sbiadire andare a male, e ci veniva meno l'entusiasmo a correre in giro per far compere e a sgobbare sul lavoro, e ciò non era senza conseguenze sul buon andamento dell'industria e del commercio.
Così ci si cominciò a porre il problema di cosa farne, di questo satellite controproducente: non serviva più a nulla; era un rottame da cui non si poteva recuperare più niente."
Italo Calvino, Da Le figlie della Luna, in Altre storie cosmicomiche.

Come diceva lui dei classici "un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire". Le cosmicomiche di Calvino vanno lette almeno una volta all'anno. In quei brevi racconti c'è la più disincantata e disillusa critica della società consumistica ma anche della scienza, della storia e della cultura umana. Monumenti passeggeri eretti da naufraghi cosmici. Le leopardiane cosmicomiche sono decisamente un classico, come tutta l'opera di Calvino dove la più intricata complessità è avvolta nella più impalpabile leggerezza.

"La gru era stata fatta progettare e costruire dalle autorità, decise a nettare il cielo da quell'ingombro antiestetico. Era un buldozer dal quale si alzava una specie di pinza da granchio; venne avanti sui suoi cingoli, basso e tarchiato, proprio come un granchio; e quando si trovo nel punto predisposto per l'operazione sembrò diventare ancor più piatto, per aderire al terreno con tutta la sua superficie. L'argano girò rapido; innalzò il braccio nel cielo; mai s'era pensato che si potesse costruire una gru dal braccio così lungo. La benna s'aperse, dentata; ora, più che a una pinza di granchio, somigliava alla bocca d'uno squalo. La Luna era proprio lì; ondeggiò come se volesse scappare, ma quella gru sembrava calamitata: si vide la Luna come aspirata finirle proprio in bocca. Le mandibole si richiusero con un secco: crac! Per un momento ci sembrò che fosse andata in briciole come una meringa, invece restò tra le valve della benna, mezza dentro mezza fuori. Era diventata di forma oblunga, una specie di grosso sigaro tenuto tra i denti. Venne giù una pioggia color cenere.
La gru ora si sforzava d'estirpare la Luna dalla sua orbita e di trascinarla giù. [...]
L'alba trovò il cimitero delle automobili con un rottame in più: quella Luna naufragata là in mezzo quasi non si distingueva dagli altri oggetti buttati via; aveva lo stesso colore, la stessa aria condannata, lo stesso aspetto di cosa che non si riesce a immaginare come potesse essere da nuova. Intorno, per il cratere dei detriti terrestri, echeggiò un mormorio: la luce dell'alba rivelava un brulicare di vita che s'andava risvegliando. Tra le carcasse sventrate dei camion, tra le ruote stravolte, le lamiere accartocciate, avanzavano degli esseri barbuti.
In mezzo alle cose buttate via dalla città viveva una popolazione di persone buttate via anch'esse, messe al margine, oppure persone che s'erano buttate via di loro volontà, o che s'erano stancate di correre per la città per vendere e comprare cose nuove destinate subito a invecchiare: persone che avevano deciso che solo le cose buttate via erano la vera ricchezza del mondo. Attorno alla Luna, lungo tutta la distesa dell'anfiteatro stavano ritte o sedute queste figure allampanate, dai visi incorniciati da barbe o dai capelli incolti."
Italo Calvino, Da Le figlie della Luna, in Altre storie cosmicomiche.

Una volta gli chiesero cosa sarebbe rimasto delle nostre città e della nostra storia, lui ci pensò un attimo e rispose secco, i topi.

lunedì 2 gennaio 2012

Antropologia dei botti

Sorprende spesso vedere con quale sprezzo del pericolo si affrontino situazioni che da un punto di vista freddamente razionale sarebbe meglio evitare, semplicemente perché il probabile danno è più alto del possibile beneficio. Ma l’uomo, si sa, non è animale esclusivamente razionale (per fortuna) e allora spesso ci si chiede: perché si affrontano tali situazioni? Cosa spinge ad imprese che possono costare la vita?

La spiegazione che trovo più fondamentale e soddisfacente è quella che più di ogni altra denota la differenza tra l’uomo e gli altri esseri viventi. Per quanto ci è dato sapere l’uomo è l’unico animale che sa di dover morire e molte delle sue imprese, così apparentemente irrazionali, così preziosamente inutili, non sono altro che una sfida alla morte. Ciò che sta al fondo di molte imprese umane, per quanto diverse esse siano, è proprio questa matrice comune.

La sfida alla morte caratterizza l’alpinista estremo e caratterizza anche chi spara i botti di capodanno, quei botti così pericolosi da essere più simili a bombe che a fuochi d’artificio. Ma, sebbene il nocciolo sia comune, c’è tuttavia una differenza sostanziale tra le due figure. Mentre l’alpinista estremo sfida la propria morte quello che spara botti sfida la morte altrui. In un caso siamo di fronte ad un eroe, nell’altro caso siamo di fronte ad un coglione, anche un po' delinquente.
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