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martedì 24 novembre 2009

La misura viene da sola

Eraclitosecondo misura si accende e secondo misura si spegne”.


Recentemente è stato pubblicato il rapporto "Measurement of Economic Performance and Social Progress" commissionato dal presidente francese Sarkozy ad un gruppo di autorevolissimi personaggi, soprattutto economisti ma anche psicologi e filosofi della politica.
I classici strumenti di misura delle performance economiche, come il PIL, sono considerati insufficienti o fuorvianti da tempo e da molti e scopo della commissione di esperti, coordinati da Joseph E. Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi, è individuare strumenti di misura più idonei alla valutazione del benessere che, come è noto, non dipende soltanto dalle condizioni materiali.

Questo rapporto, uscito a settembre scorso, sta già animando diversi dibattiti ed è sicuramente destinato a segnare una pietra miliare nel discorso sul cosiddetto sviluppo sostenibile perché focalizza l’attenzione su quelle dimensioni cosiddette “soggettive” (psicologiche ed emozionali) fino ad ora trascurate da un sistema culturale che si concentra sulle dimensioni considerate “oggettive”. Sarebbe interessante stabilire quali siano i criteri di 'oggettivazione', ovvero come le cose cui, da soggetti, assegniamo valore diventino oggetto. Insomma, diciamo che la distinzione mi sta abbastanza stretta, ma non è il caso di approfondire, giusto una breve nota in fondo.

Nel rapporto, come il titolo stesso lascia intendere, si passano in rassegna diversi strumenti di misura del progresso, considerandone le dimensioni economiche, ambientali e sociali. Non è argomento nuovo, si parla di sostenibilità ambientale da tanto tempo e la sua connessione con il concetto di sviluppo economico – tutto dedicato alla crescita - è nota da altrettanto tempo. Quale sia stata l’applicazione concreta di queste critiche lo sappiamo tutti, la crisi economica in corso, risultato dell'overdose neo-liberista, ne è un esempio. Può darsi che proprio l’attuale contingenza storica porti a comprendere la portata pratica di queste idee, chissà. Non mancano gli elementi che potrebbero spingere verso un mutamento del paradigma economico della crescita quantitativa - i tempi sono maturi, si dice nel rapporto - ma al riguardo mi concedo il pessimismo della ragione e l'ottimismo della speranza di gramsciana memoria, perché il paradigma da cambiare ha solide radici nel principio di accumulazione originaria (Marx, nel I libro del Capitale, lo chiamava il peccato originale dell’economia politica) che la dimensione globale del nostro sviluppo acuisce a dismisura.

Il rapporto della commissione istituita da Sarkozy è, a mio giudizio, estremamente debole dal punto di vista ambientale, poiché sembra mettere tra parentesi la finitezza delle risorse ambientali. Inoltre, trattandosi di un lavoro scritto da insigni economisti, è sorprendente che non sia neanche citato Georgescu-Roegen che mise in discussione le basi dell'economia riscrivendola in chiave ecologica. Indipendentemente da queste pecche che possono essere considerate il risultato di una mediazione in una compagine di autori molto composita, il rapporto ha il pregio di rivolgere l'attenzione agli aspetti che definisce soggettivi, ovvero al sistema di preferenze che i soggetti esprimono nel loro vivere quotidiano e riconosce la necessità di considerare tali aspetti nella valutazione del benessere umano. Per questo motivo, e per l’autorevolezza dei suoi autori, il rapporto può rappresentare un passo decisivo nello sviluppo di un modo diverso di concepire l’economia e il benessere, che non sia solo limitato al godimento dei beni materiali, considerati oggettivi.

Il termometro del PIL non è un buon termometro, allora dobbiamo cercare altri termometri. Vero! ma non è solo cambiando il termometro che la febbre passerà. Certo, sapere che la nostra temperatura è prossima ai 42° è sicuramente una spinta maggiore a prendere provvedimenti anziché sapere che è di 37°, ma se non disponiamo di antibiotici e di un letto caldo la febbre non passerà.

Benvengano nuovi indicatori e nuovi termometri ma bisogna soprattutto disegnare il futuro ricordando cosa davvero desideriamo, ridando dignità e senso a quelle valutazioni soggettive che l'economia attuale ignora (non le ignorava alla sua origine, ascolta Stefano Zamagni). Il discorso dell'oggettivazione è centrale a mio avviso; un'economia che si occupa solo di parametri oggettivi è inadeguata per studiare le comunità umane, dove i soggetti sono portatori i valori etici e le scelte che fanno risultano nell'ottimizzazione dell'utilità economica solo in rare occasioni. In quali contesti culturali e formativi qualcosa diventa oggettivo? In quali condizioni si dimentica che qualcosa che è fondamentale per il benessere non è da valutare perché è soggettiva? Bisogna rispondere a queste domande e cambiare quelle condizioni, tanto oggettive quanto assurde.
Per fare questo è necessario considerare una dimensione progettuale che ridisegni il nostro contesto socio economico, i nuovi indicatori daranno la misura dell’efficacia del nuovo disegno, altrimenti gli indicatori resteranno soltanto un nuovo termometro, bello, preciso, ma inutile. Disegnare il futuro è compito della politica (sic!), intesa come tecnica sociale di organizzazione delle attività umane. Non sono sicuro che l'uomo possa essere capace di ‘scegliere’ a scala globale un paradigma diverso dell’attuale economia, un paradigma che inglobi gli aspetti etici, come Amartya Sen auspica. E’ tristemente interessante notare come molti aspetti di uno sviluppo economico che riteniamo a misura d’uomo trovino espressione a scala locale e perdano forza passando alla scala globale. Ho una mia teoria al riguardo, fatte salve rare e pregevoli eccezioni fondamentalmente l’uomo è ancora un animale a piccola scala e le ‘prove tecniche’ di globalizzazione rivelano la sua inadeguatezza ad una dimensione globale. Riflettendoci attentamente ci accorgiamo che in termini economici è l’individuo isolato ad aver assunto una dimensione globale, un bel non sense!

Data la lunga storia del concetto di sviluppo sostenibile, le innumerevoli controversie al riguardo e sostanzialmente lo scollamento tra economia reale e quella auspicata, non è illegittimo un prudente scetticismo sulla capacità di questo nuovo rapporto di incidere sull’economia del futuro. Considerando il quadro politico attuale e gli indirizzi programmatici in tema economico ed ambientale dei diversi partiti (a destra e a sinistra giocano a chi è più liberista!) non si vedono discorsi che facciano pensare ad un punto di svolta, neanche con l’attuale crisi in corso, neanche con la buona volontà di guardare oltreoceano all’America di Obama. Al di là dei correttivi auspicati al vecchio sistema economico non mi pare di sentire molti distinguo riguardo alla ripresa del PIL trimestrale degli USA. Se il PIL cresce sono tutti felici e quindi tra chi ha dato e chi ha avuto “scurdammoce o passato” diceva una canzone napoletana!

La domanda è sempre la stessa: che fare? Gli strumenti di misura ci sono, quello che manca è la misura. Ma, come diceva mio nonno, se non c'è prima o poi arriverà da sola.

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Il termine ‘misura’ può essere declinato in diversi modi. Può essere declinato in termini di misurazione di una grandezza ma può essere declinato anche in termini di soglia, di limite. Le due declinazioni si intrecciano tra loro perché entrambe implicano un raffronto con una ‘norma’ o una ‘unità’ di qualche tipo, ma spesso il loro intreccio è oggetto di rimozione. Eppure se non si riconosce la fondamentale differenza tra le diverse accezioni del termine ‘misura’ non potremmo concepire espressioni come ‘la misura è colma’, ‘oltrepassare la misura’, oppure un’espressione che mi è molto cara perché era solito ripeterla mio nonno: “La misura se non ce l’hai viene da sola”. In definitiva, nell’accezione squisitamente tecnica la misura è un atto, un procedimento. Nell’accezione che potremmo dire morale è qualcosa di sostantivo. Nonostante questo si assiste al paradosso che l’atto della misurazione è abbastanza facile da comprendere, si dice abbia criteri ‘oggettivi’, mentre la misura in senso morale è molto più difficile perché di natura ‘soggettiva’. Tutti sappiamo che le cosiddette misure oggettive non sono prive di inganni o di errori, poiché anche l’atto della misurazione non può essere immune dal sistema valoriale in cui si è sviluppato, pertanto la sua oggettività risiede tutta nel rivolgersi ad oggetti, ma degli oggetti che ci circondano ne selezioniamo alcuni e ne trascuriamo altri, quindi il blasonato concetto di oggettività implode sul soggetto che lo formula e quello che resta è una condivisione più o meno consapevole dell’attenzione rivolta agli oggetti. Tornando alle dimensioni soggettive che sfuggono all’attuale valutazione economica è abbastanza strano che la gente quando parla delle sue esigenze più profonde parla di quelle cose considerate ‘soggettive’ che non sarebbero valutabili, eppure le valuta eccome, nel senso che vi è assegnazione di valore, solo che quel valore non potrà mai essere oggetto di scambio.

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Buona parte della filosofia oggi rivolge la sua attenzione prevalentemente verso l’essente finito. L’economia, giocattolo per pigri, sospesa tra scienza e prassi, è rimasta l’unica disciplina erede di una certa teologia che guarda verso l’infinito. Il mito della crescita illimitata rappresenta la forma più misera di infinito che sia riuscita a concepire e coltivare. “La parola crescita è una parola perversa. Gli economisti hanno preso in prestito le parole crescita e sviluppo dalla biologia e hanno utilizzato la metafora dell’organismo naturale per spiegare la struttura economica. Hanno però dimenticato di utilizzare l’analogia fino in fondo: in natura gli organismi crescono, si sviluppano, poi iniziano il declino e finalmente muoiono. Gli economisti invece hanno inventato l’immortalità per l’organismo economico. Ma una crescita infinita in un pianeta finito è impossibile.” (Serge Latouche, L’economia a dismisura d’uomo, Micromega, 6/2006).
La religione degli uomini doveva pur trovare asilo da qualche parte! Forse il lavoro di Stiglitz, Sen e Fitoussi tenta di riportare l'economia tra le cose terrene.

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