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venerdì 25 giugno 2010

Potessimo essere soli...

Alla maturità di quest'anno hanno chiesto "Siamo soli nell'Universo?"...domanda interessante.
Se avessi dovuto scrivere quel tema oggi, a più di 23 anni di distanza dai miei 18 anni, mi chiedo se i professori mi avrebbero giudicato maturo. Già! perché oggi non avrei esitato a rispondere secco "no, non siamo soli nell'Universo, purtroppo!" e avrei parlato di molti abusivi che popolano la terra (io ne vedo tanti nel mio paese), che sarebbe anche terminologicamente corretto definire extraterrestri. Sarebbe stato inutile fare un elenco di nomi che avrebbero insozzato il mio foglio, avrei fatto solo qualche richiamo, poche allusioni, dei rimandi, un riferimento appena accennato.
Sì, avrei sicuramente parlato degli extraterrestri che vivono tra noi perché il grande mistero oggi non è se c'è un altro pianeta abitato ma se c'è un angolo vuoto su questo pianeta dove andare a piangere.
Chissà se sarei stato giudicato maturo, penso proprio di no!

mercoledì 23 giugno 2010

Del successo del capitalismo!

Prima della crisi economica non era raro sentire parlare apertamente del successo del modello capitalistico. Adesso chi lo fa si camuffa da ministro dell’economia!

La verità è che quando parliamo di modello capitalistico non abbiamo in mente qualcosa di preciso. Le categorie del successo o dell’insuccesso sono decisamente riduttive e non certo adatte per fare un bilancio di un modello economico, storico e sociale complesso dalle mille sfaccettature. E’ fuor di dubbio che gli aspetti essenziali che etichettiamo come capitalismo, ossia il diritto di organizzazione dei fattori produttivi (Terra, Lavoro, Capitale) e del libero scambio delle merci abbiano comportato una crescita della ricchezza ed uno sviluppo delle libertà che, in un contesto di povertà diffusa, non trovano espressione ma è altrettanto vero che l’analisi di un fenomeno storico non può prescindere dal contesto in cui quel fenomeno si sviluppa. Una valutazione atemporale del capitalismo è utile al giudizio che si può formulare intorno a questo sistema economico quanto la dialettica di Hegel è utile per distinguere la Ragione dal Destino, con tutto il rispetto per il filosofo tedesco.

Il capitalismo nel corso della storia ha mutato molte facce e si è dimostrato sufficientemente flessibile da sopravvivere alle sollecitazioni esterne (come il comunismo) ed a quelle interne (come le crisi economiche e finanziarie). Nonostante una certa fiducia sulla continuità del capitalismo non sia del tutto infondata resta prudente considerare che le vicende passate non possono dare la certezza che in futuro le cose andranno nella stessa maniera, salvo non si voglia guidare un’auto guardando solo lo specchietto retrovisore!

Mi risulta impossibile considerare il capitalismo soltanto nei suoi aspetti strettamente economici e di mercato senza considerare il contesto sociopolitico in cui si realizza. Molti sono pronti ad associare capitalismo e democrazia ma trascurano di sottolineare che la relazione non è biunivoca, nel senso che le democrazie note hanno strutture economiche capitalistiche ma non è vero il contrario. La storia ci ha mostrato che il sistema capitalistico si adegua bene alle più svariate forme di governo e ai più diversi indirizzi ideologici, il Cile di Pinochet era capitalista almeno quanto la Cina di Deng Xiaoping. Pertanto quando parliamo di capitalismo è utile chiarire di che tipo di capitalismo stiamo parlando e in quale contesto politico si dispiega. Se il successo del capitalismo è misurato sulle basi esclusivamente funzionali di un concetto mercatistico allora diventa plausibile l’irriguardosa analogia che un coltello ben affilato funziona molto bene per tagliare il pane ma altrettanto bene per tagliare la gola ad un uomo. Il successo del capitalismo non può evitare di confrontarsi con le fragili basi epistemologiche della teoria economica di cui Nicholas Georgescu-Roegen ci ha informati[1] o con le implicazioni etiche trascurate da una economia letta solo secondo criteri ingegneristici di funzionalità, come ci ha insegnato Amartya Sen[2].

La realizzazione di una sorta di patto tra mercato e democrazia risale al New Deal di Roosevelt, dopo la crisi del '29. Il patto divenne elemento costitutivo dell'ordinamento di molti paesi dal secondo dopoguerra. Nel nostro paese quel patto tra mercato e democrazia risuona nelle parole dell’articolo 41 della Costituzione: “L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.” Questo articolo, insieme al meraviglioso articolo 3, che andrebbe citato come fosse un atto d’amore (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”), dipinge il quadro all’interno del quale si deve giudicare del successo o dell’insuccesso di un sistema economico.

Il capitalismo non è un edificio filosofico alla ricerca della verità ma certamente non può neanche fare a meno di confrontarsi con un principio di realtà in cui manifestamente si presentano i limiti fisici delle risorse e dove le vecchie categorie dello spazio e del tempo sono ancora le forme a priori e non prodotti di mercato come ogni altro oggetto. Per quanto riguarda il primo aspetto si è già detto tanto e si rischierebbe di passare per ambientalisti a sottolinearlo eccessivamente, che il capitale naturale sia trattato come reddito dai guru dell’economia poco importa se l’economia funziona lo stesso! Il secondo aspetto menzionato è invece un prodotto tutto interno al sistema capitalistico ed è quel processo noto come globalizzazione per quanto riguarda lo spazio e di finanziarizzazione per quanto riguarda il tempo. Anche della globalizzazione si è detto abbastanza, ed enfatizzare troppo aspetti inerenti l’equità dello sviluppo o la soppressione delle entità statali sull’altare delle ineffabili multinazionali è diventato quasi un esercizio per giovanotti da centro sociale. La finanziarizzazione invece, ultima effige del proteo capitalista, “è il ricorso sistematico all’indebitamento, che scarica sul futuro le incertezze del presente, ovvero: la mercatizzazione del futuro.”[3] (chi non ama i giri di parole può sintetizzare dicendo: "Si vendono pure i debiti questi pezzenti!"). Giorgio Ruffolo ci dice che “La finanziarizzazione, sovvertendo il rapporto tra economia dei beni ed economia dei segni, minaccia di coinvolgere le società del nostro tempo in uno strano gioco del parapendio in cui non si sa bene se è l’ombrello a volteggiare attorno alla terra o la terra attorno all’ombrello.”[4]

Sulla eventuale caduta futura del parapendio non so dire, ma sta di fatto che le varie crisi del sistema capitalistico sono state sempre superate grazie all’intervento di quello Stato tanto inviso alle logiche (!?) di mercato, con tanti saluti all’autoregolamentazione. Del resto le conseguenze economiche e sociali della flessibilità, tanto utile al mercato, non ricadono forse sullo Stato?[5] Ma allora quando parliamo di successo del capitalismo siamo sicuri che sia proprio del capitalismo il successo di cui parliamo? O non è forse di quel patto tra mercato e democrazia contenuto nell’articolo 41 della Costituzione che Tremonti vuole riformare con il plauso di Berlusconi? Inoltre, se il successo è misura della bontà, e dubito fortemente che sia così (perché mescoleremmo aspetti etici con aspetti quantitativi), non è utile chiedersi qual è la scala spazio-temporale del successo e quali siano le conseguenze di questo successo su altre scale?

Non si tratta solo di osservare che il capitalismo non soddisfa le esigenze esterne alla sfera produttiva ma, ebbene sì, si tratta ancora di misurarsi con le contraddizioni interne ad un capitalismo che si alimenta di un processo di produzione senza senso che si autoamplifica.
Diciamo la verità, Marx si sarà fatto prendere la mano dalla Storia, o forse voleva essere lui a prenderla per mano, ma sulle contraddizioni del capitalismo ci aveva preso in pieno.


[1] N. Georgescu-Roegen, Bioeconomia. Verso un'altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile. Bollati Boringhieri. 2003.
[2] A. K. Sen, Etica ed economia. Laterza, 2002.

[3] G. Ruffolo, Il capitalismo ha i secoli contati. Einaudi, 2008. p. 228.
[4]
G. Ruffolo, op. cit., p. 242.
[5] L. Gallino, Contro la precarietà. Il lavoro non è una merce. Laterza, 2007.

lunedì 21 giugno 2010

Forse solo il silenzio esiste davvero


L'articolo che segue è tratto integralmente da La Stampa. Ritengo questa lettura un'analisi molto profonda della poetica di Saramago. Avevo bisogno di un rimedio efficace alla sporcizia che sono in grado di produrre i 'teologi' che vanno per la maggiore da qualche tempo in Italia.

***

19/6/2010
Il Dio di Saramago, silenzio dell'universo
JUAN JOSÉ TAMAYO*

L’11 settembre del 2006, lo scrittore e premio Nobel José Saramago, la giornalista e traduttrice delle opere del romanziere portoghese, la pittrice Sofia Gandarias e io, camminavamo tutti insieme per le strade di Siviglia in direzione dell’Aula Magna dell’Università per partecipare ad un incontro sul Diálogo de Civilizaciones y Modernidad. Alle nove del mattino, mentre attraversavamo la piazza della Giralda, le campane della Cattedrale di Siviglia –antica moschea fatta costruire dal califfo almoravida Abu Ya’qub Yusuf- come impazzite, si misero a sonare a distesa. “Suonano le campane perché passa un teologo” disse Saramago con il suo solito senso dello humour. “No”, gli risposi a tono, “il suono di quelle campane annuncia che un ateo è in procinto di convertirsi al cristianesimo”. Durante quel breve dialogo, la risposta del romanziere portoghese non si fece attendere: “Questo mai. Ateo sono stato tutta la vita e continuerò ad esserlo nel futuro”. All’improvviso mi venne in mente una definizione poetica di Dio che senza un attimo di esitazione gli recitai: “Dio è il silenzio dell’universo, e l’essere umano il grido che dà un senso a tale silenzio”. “Questa definizione è mia” reagì all’istante il Premio Nobel. “Effettivamente, per questo l’ho citata” gli risposi. “E questa definizione si accosta più ad un mistico che ad un ateo”.

Per un teologo dogmatico, definire Dio come silenzio dell’universo forse è dire poco o non dire nulla. Per un teologo seguace delle mistiche e dei mistici giudaici, cristiani e musulmani (Pseudo- Dionigi l’Areopagita, Rabia al Adawiya di Bagdad, Abraham Abufalia, Algazel, Ibn al-Arabi, Rumi, Hadewijch di Anversa, Margherita Porete, Ildegarda di Bingen, Maestro Eckhardt, Giuliana de Norwich, Giovanni della Croce, Teresa di Gesù) e di laici quali Simone Weil, è più che sufficiente. Dire di più sarebbe una mancanza verso Dio, si creda o non si creda alla sua esistenza. “Se comprendi”, diceva Agostino d’Ippona, “non è Dio”. La definizione di Saramago è delle più belle. Meriterebbe di apparire tra le ventiquattro - e con essa venticinque – nel Libro dei ventiquattro filosofi (Adelphi, Milano 1999; Siruela, Madrid 2000), la cui paternità è attribuita a Ermete Trismegisto e che raccoglie le definizioni di ventiquattro saggi convenuti in un Simposio, il cui contenuto fu oggetto di un ampio dibattito tra filosofi e teologi durante il Medioevo.

La vita e l’opera di Saramago sono un’incessante lotta titanica con-contro Dio. Come lo era stata quella del Giobbe biblico – “il Prometeo ebreo” per Block – che maledice il giorno in cui nacque, prova ribrezzo della propria vita e ha l’audacia di domandare a Dio, con tono sfidante, perché lo assale con tanta violenza, perché lo opprime in modo così inumano e perché lo distrugge spietatamente (Giobbe, 10). O come il patriarca Giacobbe il quale passa un’intera notte a lottare al braccio di ferro con Dio e finisce con una lesione al nervo sciatico (Genesi, 32,23-33). Non è il caso di Saramago, il quale è uscito indenne dalle risse con Dio senza mai arrendersi. Al contrario, con i suoi 88 anni, continua ad interrogarsi e a domandare a teologi e credenti che diavolo mai sarà questo Dio che per esaltare Abele deve disprezzare Caino.

Il Nobel portoghese condivide con Nietzsche la parabola di Zarathustra e l’apologo del folle sulla morte di Dio e potrebbe forse sottoscrivere due delle affermazioni nietzschiane più provocatorie: “Dio è la nostra più lunga menzogna” e “Meglio nessun Dio! Meglio che ciascuno si faccia da solo il proprio cammino”. È probabile che coincida anche con Ernst Bloch in “il meglio della religione è che crea eretici” e in “solo un ateo può essere un buon cristiano, solo un cristiano può essere un buon ateo”.

Familiarizzato con la Bibbia, quella giudaica e quella cristiana, ricrea con umorismo - un umorismo iconoclasta del divino e destabilizzatore dell’umano – alcune sue figure più emblematiche e smentisce i racconti che, stando al dire di León Felipe, “hanno dondolato la culla dell’uomo” (sic). Lo fece ne Il vangelo secondo Gesù Cristo, romanzo che presenta Gesù di Nazareth come un uomo che vive, ama e muore come qualsiasi altra persona e che Dio sceglie come anello di un immenso movimento strategico e come vittima di un potere che lo trascende e al quale deve assoggettarsi.

Vi ritorna con il romanzo Caino nel quale ricrea, in ambito letterario e teologico, il mito biblico che trae le sue immagini dalle tradizioni più antiche sulle origini dell’umanità. La Bibbia presenta Caino, spinto dall’invidia, come l’assassino di suo fratello Abele e Dio come “saccentone”. Saramago inverte i ruoli del buono e del cattivo, dell’assassino e del giudice. Rende responsabile dio, il signore (sempre con la minuscola) della morte di Abele e lo accusa di risentimento, di arbitrarietà e di esasperare le persone. Caino uccide il fratello non per arbitrarietà bensì per legittima difesa, in quanto dio lo aveva declassato a vantaggio dell’altro. E lo uccide perché non può uccidere dio.

L’immagine violenta di Dio non si esaurisce nella Bibbia giudaica. Prosegue in alcuni testi della Bibbia cristiana, là dove Cristo viene presentato come vittima propiziatoria per la riconciliazione dell’umanità con Dio. Prosegue con Anselmo di Canterbury, come padrone di vite e di beni e come sovrano feudale che tratta i suoi veneratori come se si trattasse di servi della gleba ed esige il sacrificio del suo amatissimo figlio, Gesù Cristo, in riparazione dell’offesa infinita commessa contro Dio dall’umanità.

Il Dio assassino permane presente in non pochi rituali bellici del nostro tempo: negli attentati terroristici compiuti da supposti credenti mussulmani che in nome di Dio praticano la guerra santa contro gli infedeli e nella risposta a tali attentati che danno i dirigenti politici cristiani i quali chiamano in causa Dio per giustificare lo spargimento di sangue di innocenti in operazioni che portano il nome di Giustizia Infinita o Libertà Duratura.

Dopo queste operazioni, Saramago non può fare a meno di essere d’accordo con la testimonianza del filosofo ebreo Martin Buber: “Dio è la parola più vilipesa di tutte le parole umane. Nessuna è stata tanto disonorata, tanto mutilata […] Le generazioni umane hanno riversato su questa parola il peso della loro vita tormentata fino a schiacciarla contro il suolo. Giace nella polvere e ne sostiene il peso. Le generazioni umane, con i loro patriottismi religiosi, hanno lacerato questa parola. Hanno ucciso e si sono fatte uccidere per essa. Questa parola porta le loro impronte digitali e il loro sangue. Gli uomini disegnano un fantoccio e ci scrivono sotto la parola ‘Dio’. Si assassinano gli uni gli altri e dicono ‘lo facciamo in nome di Dio’. Dobbiamo rispettare quelli che proibiscono questa parola, perché si ribellano contro l’ingiustizia e gli eccessi che con tanta facilità si commettono con una presunta autorizzazione da parte di ‘Dio’. Bene si comprende che molti suggeriscano di mantenere, per un certo tempo, il silenzio sulle ‘ultime cose’ per redimere quelle parole che sono state oggetto di tanti abusi”. Anch’io sottoscrivo quest’affermazione di Buber.

Che si condivida oppure no la Bibbia giudaica che fa Saramago, personalmente ritengo di essere d’accordo con lui sul fatto che “la storia degli uomini è la storia dei loro incontri mancati con dio: né lui ci intende, né noi lo intendiamo”. Eccellente lezione di contro-teologia!

Qualunque fosse la responsabilità di Caino o di Dio nella morte di Abele, rimane in piedi la domanda che ancora oggi persiste tanto viva quanto allora, se non di più, e che fa appello alla responsabilità dell’umanità nell’attuale disordine mondiale, nelle guerre e nelle carestie che prosciugano il nostro pianeta: “Dov’è tuo fratello (Genesi 4,9). E la risposta non può limitarsi a un evasivo: “Non so. Sono forse io il custode di mio fratello?”, bensì, continuando con la Bibbia, la parabola evangelica del Buon Samaritano, il quale prova compassione di una persona gravemente ferita, nonostante fosse di religione contraria alla sua. Eccellente lezione di etica solidale!

Traduzione di Giancarlo Depretis
*Juan José Tamayo è teologo spagnolo, fondatore e segretario dell’Associazione dei teologi Giovanni XXIII

***

La Stampa perdonerà se l'ho copiato interamente, ché un così bell'articolo rischiava di essere letto da pochi se restava sul giornale, per motivi che non sto qui a dire ma che sono familiari a chi si avventura fino alla terza pagina dello sfortunato quotidiano per leggere delle ragioni di tanta attenzione al clima che cambia, che di solito sono pagine trascurate dai lettori e se qualche inesattezza scappa non ne viene gran danno all'autore che scopre di avere scritto cose d'altri, E' inaccettabile, mi dovete una spiegazione, Ma che vuole questo tipo? di che si lamenta se neanche piove!, e si sente offeso l'autore da operazione che in altri paesi si direbbe leggera ma che da noi non è poi cosa così seria, e i giorni passano senza che nulla accada, segno che non era un fatto importante e il giornale aveva ragione a dire di stare tranquilli, di godersi la vita che fuori c'è il sole. Può ripetersi la storia, ruota senza terreno per girare se non fossero lastricate le sue vie del sangue dei senza nome che senza quel sangue sarebbe inutile spingerla, e se il teologo riconosce l'articolo fedele al suo intento il giornale saprà riconoscermi il servigio reso a diffonderne il pensiero, altrimenti la redazione mi ringrazierà parimenti per aver attirato su di me gli strali dell'autore, ché senza questo blog nessuno avrebbe saputo dell'offesa al suo nome.
([NdA] scritto quale indegno omaggio alla prosa di Saramago.)

Quando i giganti si addormentano

Che le condizioni di salute del mondo fossero peggiorate l'ho scritto venerdì scorso. La campagna denigratoria del Vaticano nei confronti di Saramago non fa che confermarlo.

E' storia antica, nessuna novità, quando i giganti si addormentano i nani escono dalle tenebre e si avvicinano furtivi e frettolosi intorno al loro corpo per cercare di portarne via gli abiti.

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L'ultimo post di Saramago.

"Penso che nella società attuale ci manchi la filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo determinato, come la scienza che invece procede per soddisfare i suoi obiettivi. Ci manca la riflessione, pensare, necessitiamo del lavoro di pensare e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte."

Expresso, Portugal (intervista), 11 ottobre 2008

venerdì 18 giugno 2010

Oggi il mondo è peggiorato

Oggi che José Saramago si è spento dedico poche parole all'esergo di questo blog. E' tratto dal suo romanzo Storia dell'assedio di Lisbona, un romanzo dove la negazione riscrive la storia e la negazione della negazione cela la verità nel gioco di trascrizioni che rivoltano il guanto della storia.

"Mi ami?, e lei se ne sta zitta, guardandolo soltanto, impassibile e distante, rifiutando di pronunciare quel no che lo distruggerà, o quel sì che li distruggerebbe, concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo."

In quel concludiamone dunque si concentra tutto il peso di una verità che annienta, l'attesa per una risposta che terrorizza, il desiderio di una risposta che, affermativa o negativa che sia, farà comunque male. Desiderio dalle conseguenze dolorose eppure irrinunciabile. Quella di Saramago è una conclusione desolata per una domanda che rimane senza risposta. Quel concludiamone dunque, cadenzato come un requiem, è il punto dove la frase si ferma e si addensa, nelle sue prossimità il tempo si arresta e in quella amara conclusione vengono inghiottiti tutti i desideri senza risposta.

Forse la necessaria conseguenza del frammento di Saramago è che il rovesciamento della storia non muterebbe l'esito tragico di uno stallo che è ineluttabile.
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