“Chiunque può avere la macchina del colore preferito, purché sia nera.”, non ricordo a memoria la frase di Henry Ford ma il senso è fedele. Negli anni successivi alla II guerra mondiale l’offerta era giovane e incontrava una domanda sorpresa e altrettanto giovane, anzi più giovane dell’offerta e senza troppe pretese. Il progresso tecnologico e l’evoluzione del capitalismo hanno consentito di incrementare la domanda rendendola esigente e innescando un processo a feedback positivo nel quale probabilmente Ford si sarebbe trovato in difficoltà. Attualmente è in opera un meccanismo perverso in cui i bisogni vengono indotti ed estratti dalla società fin da quando, ancora immaturi, hanno cominciato a essere formulati in germe affinché l’offerta di beni segua la domanda, ma di fatto precedendola. Di questa tautologia il mercato vive!
Se abbiamo a cuore il nostro futuro occorre mettere in moto un meccanismo che susciti nel contesto sociale una domanda che sia in linea con i criteri della sostenibilità ambientale e sociale in modo che l’offerta del contesto capitalista sia indotta, o costretta, a seguirne le richieste. Questo panorama non potrà essere possibile senza rivedere alla radice molti concetti dell’economia, e se ciò possa essere fatto in un contesto capitalista può lasciare perplessi ma sta di fatto che la riforma del capitale appare l’unica via se non si vuole ricorrere a sogni rivoluzionari o non si vuole attendere che siano i limiti naturali ad imporla.
"Concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo." José Saramago
domenica 14 ottobre 2018
sabato 13 ottobre 2018
La cattura del gatto [Note (59)]
Passaggi di paradigmi socioculturali dall’era industriale a quella post-industriale, o forse si tratterà di convivenza di paradigmi in onore al politeismo weberiano?
– da uno schema esplicativo lineare dei fenomeni a uno schema di rete complessa, e all’estremo perdita di centralità del concetto di causalità. Umberto Eco direbbe da una struttura ad albero porfiriano a una struttura enciclopedica per la definizione delle “ontologie” conoscitive. Quelli che si fanno prendere la mano dai mutamenti, solitamente i più entusiasti della de-generazione informatica, già parlano di logica circolare, e sebbene si tratti di una chimera molti sono convinti che la logica sia proprio così!
– dalla rasserenante fiducia nella stabilità alla inquietante certezza della variabilità, paradigma favorito o conseguente al riconoscimento dei limiti della crescita della produzione e della struttura asimmetrica tra le ‘aspirazioni’ degli uomini non sempre fondate sulle capacità della terra che li ospita;
– dalla cultura della precisione alla cultura del ‘pressappoco’. L’asse centrale dei valori si sposta, o ritorna, dalla quantità alla qualità, dalla razionalità all’emotività. Si spera non si tratti del ricorrente rigurgito di romanticismo desideroso del solito “qualcosa di più”;
– dal culturalismo monolitico al multiculturalismo. Ritengo il relativismo culturale una delle più importanti conquiste intellettuali del secolo scorso. Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni ‘intellettuali’ chiusi a riccio in analisi facili facili non impedisce l’identità ma è presupposto per riconoscere le identità, non è anticamera al ‘facciamo come ci pare’ ma negazione della one best way culturale. Come ci ha insegnato Isaiah Berlin, il riccio sa una cosa grande ma nell’attesa che ce la riveli speriamo non sia troppo chiedere l’abolizione della la caccia alle volpi.
– da un paradigma produttivo centrato sulla materialità ad uno prevalentemente immateriale. Daniel Bell, in The coming of post-industrial society, al terziario affianca il quaternario – sindacati, banche, assicurazioni - e il quinario – servizi per la salute, educazione, ricerca, tempo libero, pubblica amministrazione. Naturalmente la compartimentazione è assolutamente inesistente poiché i settori economici sfumano l’uno nell’altro ma con un po’ di fantasia e non poco sforzo potremmo vendere un chilo di pane e un corso di formazione di 200 ore full immersion per insegnare a mangiarlo.
– dalla centralità del lavoro si passa alla centralità del tempo libero, non-lavoro, otium; da homo faber a homo ludens. La disoccupazione non è vista più come problema sociale ma come annuncio della fine del lavoro, non decomposizione della vecchia organizzazione economica e sociale ma nascita di una nuova organizzazione. Generalmente il disoccupato, poco avvezzo con i discorsi degli intellettuali, non si accorge di tutto ciò e banalizza la questione deprimendosi e talvolta suicidandosi.
– dalla ovvietà della distribuzione della ricchezza in base al lavoro produttivo alla necessità di distribuire la ricchezza non più in base al lavoro produttivo, soprattutto se il lavoro serve solo a ingrossare le statistiche dell’occupazione. Bertrand de Jouvenel ci fa notare che mamme che si scambiano i rispettivi figli diventano baby-sitter e accrescono il PIL!
– dalla prevalenza di comportamenti competitivi (strategicamente efficaci in casi di sottoaffollamento?) alla necessità di comportamenti mutualistici (inevitabilmente fruttuosi in caso di sovraffollamento?).
– dal breve termine al lungo termine, ma sempre fermamente miopi.
– dalla ‘semplice’ contrapposizione di poche classi sociali (2 x Marx) i cui ogni soggetto sapeva riconoscersi al conflitto di molteplici modelli sociali in singoli individui.
– perdita di centralità di singoli settori produttivi (rete ecologica lineare e semplice) e dipendenza diffusa da molteplici settori (rete ecologica a reticolo e complessa).
– passaggio del ruolo egemonico dalla comunità caratterizzata da limiti circoscritti alla società globalizzata e successivo riconoscimento della centralità dell’individuo (dall’oggettivismo al soggettivismo).
– dai bisogni che precedono i beni ai beni che inducono bisogni (passaggio dalla scoperta all’invenzione di Zsuzsa Hegedus – Il presente è l’avvenire – Interessante la tesi di Agnes Heller sulla distinzione tra bisogni fondamentali o radicali di natura qualitativa e bisogni indotti o alienati di natura quantitativa – da questa distinzione deduco una forte asimmetria tra beni e bisogni, è sempre più evidente la creazione di beni per bisogni prematuri o immaturi per essere fruiti nella piena soddisfazione. Soddisfiamo embrioni di bisogni che non possiamo riconoscere nella loro forma definitiva.
– dal pensiero concettuale e astratto che caratterizzerebbe la differenza umana al pensiero cosiddetto concreto dell’immagine, o come direbbe Sartori, al post-pensiero che caratterizza il passaggio (o il ritorno?) dal mundus intellectualis al mundus sensibilis.
Si tratta di poli opposti ma non so dire nulla sulla direzione da un polo all’altro. Molti sfumano l’uno nell’altro ma niente di serio naturalmente!
L’economia, che è ormai costituisce il codice trascrittivo universale della realtà, riesce a leggere queste transizioni e tenerne il passo? È uno strumento adeguato a interpretare i valori che si profilano nei nuovi paradigmi?
Almeno per quanto riguarda l’ambito produttivo, l’economia si trova di fronte alla necessità di riconoscere che incremento di produttività (produzione per unità di tempo) comporta inevitabilmente minore disponibilità di lavoro in un contesto di saturazione del mercato (se non saranno i bisogni a saturarsi, sarà la terra ad esautorarsi). L’economia può gestire questa situazione considerando l’inalienabilità del principio etico dell’uguaglianza, ovvero sarà in grado di riconoscere una fetta della produzione a chi, necessariamente, non lavorerà?
“…l’organizzazione sociale non riesce a tenere dietro al progresso tecnologico: le macchine cambiano più velocemente delle abitudini, delle mentalità e delle norme.”[1] “…gli antropologi chiamano cultural gap: la nostra resistenza alle innovazioni, anche quando esse sono palesemente vantaggiose. Questo rifiuto psicologico e culturale è dovuto al fatto che, nel corso di una determinata fase della nostra vita e della nostra storia, i circuiti logici del nostro cervello si strutturano in base all’esperienza, creando una rete sinaptica sufficientemente solida che consente grandi risparmi di energia attraverso la coazione a ripetere sempre le medesime decisioni, le medesime reazioni, le medesime abitudini…Il cultural gap è un meccanismo spontaneo di difesa nei confronti dei cambiamenti.”[2]
[1] D. de Masi, Il futuro del lavoro. Fatica e ozio nella società post-industriale, R.C.S. Libri, 1999, p. 10.
[2] Op. cit., p. 54.
– da uno schema esplicativo lineare dei fenomeni a uno schema di rete complessa, e all’estremo perdita di centralità del concetto di causalità. Umberto Eco direbbe da una struttura ad albero porfiriano a una struttura enciclopedica per la definizione delle “ontologie” conoscitive. Quelli che si fanno prendere la mano dai mutamenti, solitamente i più entusiasti della de-generazione informatica, già parlano di logica circolare, e sebbene si tratti di una chimera molti sono convinti che la logica sia proprio così!
– dalla rasserenante fiducia nella stabilità alla inquietante certezza della variabilità, paradigma favorito o conseguente al riconoscimento dei limiti della crescita della produzione e della struttura asimmetrica tra le ‘aspirazioni’ degli uomini non sempre fondate sulle capacità della terra che li ospita;
– dalla cultura della precisione alla cultura del ‘pressappoco’. L’asse centrale dei valori si sposta, o ritorna, dalla quantità alla qualità, dalla razionalità all’emotività. Si spera non si tratti del ricorrente rigurgito di romanticismo desideroso del solito “qualcosa di più”;
– dal culturalismo monolitico al multiculturalismo. Ritengo il relativismo culturale una delle più importanti conquiste intellettuali del secolo scorso. Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni ‘intellettuali’ chiusi a riccio in analisi facili facili non impedisce l’identità ma è presupposto per riconoscere le identità, non è anticamera al ‘facciamo come ci pare’ ma negazione della one best way culturale. Come ci ha insegnato Isaiah Berlin, il riccio sa una cosa grande ma nell’attesa che ce la riveli speriamo non sia troppo chiedere l’abolizione della la caccia alle volpi.
– da un paradigma produttivo centrato sulla materialità ad uno prevalentemente immateriale. Daniel Bell, in The coming of post-industrial society, al terziario affianca il quaternario – sindacati, banche, assicurazioni - e il quinario – servizi per la salute, educazione, ricerca, tempo libero, pubblica amministrazione. Naturalmente la compartimentazione è assolutamente inesistente poiché i settori economici sfumano l’uno nell’altro ma con un po’ di fantasia e non poco sforzo potremmo vendere un chilo di pane e un corso di formazione di 200 ore full immersion per insegnare a mangiarlo.
– dalla centralità del lavoro si passa alla centralità del tempo libero, non-lavoro, otium; da homo faber a homo ludens. La disoccupazione non è vista più come problema sociale ma come annuncio della fine del lavoro, non decomposizione della vecchia organizzazione economica e sociale ma nascita di una nuova organizzazione. Generalmente il disoccupato, poco avvezzo con i discorsi degli intellettuali, non si accorge di tutto ciò e banalizza la questione deprimendosi e talvolta suicidandosi.
– dalla ovvietà della distribuzione della ricchezza in base al lavoro produttivo alla necessità di distribuire la ricchezza non più in base al lavoro produttivo, soprattutto se il lavoro serve solo a ingrossare le statistiche dell’occupazione. Bertrand de Jouvenel ci fa notare che mamme che si scambiano i rispettivi figli diventano baby-sitter e accrescono il PIL!
– dalla prevalenza di comportamenti competitivi (strategicamente efficaci in casi di sottoaffollamento?) alla necessità di comportamenti mutualistici (inevitabilmente fruttuosi in caso di sovraffollamento?).
– dal breve termine al lungo termine, ma sempre fermamente miopi.
– dalla ‘semplice’ contrapposizione di poche classi sociali (2 x Marx) i cui ogni soggetto sapeva riconoscersi al conflitto di molteplici modelli sociali in singoli individui.
– perdita di centralità di singoli settori produttivi (rete ecologica lineare e semplice) e dipendenza diffusa da molteplici settori (rete ecologica a reticolo e complessa).
– passaggio del ruolo egemonico dalla comunità caratterizzata da limiti circoscritti alla società globalizzata e successivo riconoscimento della centralità dell’individuo (dall’oggettivismo al soggettivismo).
– dai bisogni che precedono i beni ai beni che inducono bisogni (passaggio dalla scoperta all’invenzione di Zsuzsa Hegedus – Il presente è l’avvenire – Interessante la tesi di Agnes Heller sulla distinzione tra bisogni fondamentali o radicali di natura qualitativa e bisogni indotti o alienati di natura quantitativa – da questa distinzione deduco una forte asimmetria tra beni e bisogni, è sempre più evidente la creazione di beni per bisogni prematuri o immaturi per essere fruiti nella piena soddisfazione. Soddisfiamo embrioni di bisogni che non possiamo riconoscere nella loro forma definitiva.
– dal pensiero concettuale e astratto che caratterizzerebbe la differenza umana al pensiero cosiddetto concreto dell’immagine, o come direbbe Sartori, al post-pensiero che caratterizza il passaggio (o il ritorno?) dal mundus intellectualis al mundus sensibilis.
Si tratta di poli opposti ma non so dire nulla sulla direzione da un polo all’altro. Molti sfumano l’uno nell’altro ma niente di serio naturalmente!
L’economia, che è ormai costituisce il codice trascrittivo universale della realtà, riesce a leggere queste transizioni e tenerne il passo? È uno strumento adeguato a interpretare i valori che si profilano nei nuovi paradigmi?
Almeno per quanto riguarda l’ambito produttivo, l’economia si trova di fronte alla necessità di riconoscere che incremento di produttività (produzione per unità di tempo) comporta inevitabilmente minore disponibilità di lavoro in un contesto di saturazione del mercato (se non saranno i bisogni a saturarsi, sarà la terra ad esautorarsi). L’economia può gestire questa situazione considerando l’inalienabilità del principio etico dell’uguaglianza, ovvero sarà in grado di riconoscere una fetta della produzione a chi, necessariamente, non lavorerà?
“…l’organizzazione sociale non riesce a tenere dietro al progresso tecnologico: le macchine cambiano più velocemente delle abitudini, delle mentalità e delle norme.”[1] “…gli antropologi chiamano cultural gap: la nostra resistenza alle innovazioni, anche quando esse sono palesemente vantaggiose. Questo rifiuto psicologico e culturale è dovuto al fatto che, nel corso di una determinata fase della nostra vita e della nostra storia, i circuiti logici del nostro cervello si strutturano in base all’esperienza, creando una rete sinaptica sufficientemente solida che consente grandi risparmi di energia attraverso la coazione a ripetere sempre le medesime decisioni, le medesime reazioni, le medesime abitudini…Il cultural gap è un meccanismo spontaneo di difesa nei confronti dei cambiamenti.”[2]
[1] D. de Masi, Il futuro del lavoro. Fatica e ozio nella società post-industriale, R.C.S. Libri, 1999, p. 10.
[2] Op. cit., p. 54.
venerdì 12 ottobre 2018
Oggi è giorno di alta marea
Oggi è giorno di alta marea,
oggi lo sento nella carne lo strazio del mare
quando l'acqua è lacerata
dalle ferite inferte dalla luna.
Che fai tu, luna, in ciel?
Nulla sai tu, luna, del dolore che infliggi,
nulla sai dei flutti che sollevi.
Risalgono parole usate,
riecheggiano voci amate,
dal fondo emergono sorrisi
che coprono conchiglie
e scogli aguzzi di giorni allodinici.
Sulla linea di marea
l'acqua rimescola destini,
corre lungo i solchi brevi delle mani,
disegna eterne attese e disperati voli.
Sulla linea di marea
l'acqua spacca le ore e i minuti,
segna il confine tra i desideri,
soglia amara che toglie il respiro e la vista
dell'orizzonte che sanguina luce.
Sulla linea di marea
l'acqua scombina lacerti di memorie,
rovescia le assenze,
rende incerte le distanze.
Sulla linea di marea
i vivi di oggi e i vivi di ieri si salutano
con una lacrima e un "aspettami".
Una gemma salata nasce dagli occhi
per dissetare tempo e dolore,
mentre la città tumore cresce
e noi corriamo, anime metastatiche
sempre pronte a morire altrove.
La cattura del gatto [Note (58)]
Nell'attuale quadro economico l’ambiente resta confinato a cornice, contesto nel quale l’uomo svolge le sue attività produttive. E’ evidente però che l’attuale modello economico, caratterizzato da un insostenibile vortice di produzione e consumo, è analogo al taglio del ramo su cui siamo seduti sebbene anche tale immagine sia diventata tristemente insufficiente. Nonostante si ravvisino movimenti culturali che indicano la necessità di superare questa visione il paradigma è ancora saldo.
L’uomo, per quanto disperatamente tenti di “elevarsi” sulla natura, non è altro dall’ambiente. A ben guardare questi tentativi sono tanto inutili quanto ridicoli. L’ambiente è oggetto e soggetto della nostra esistenza, costruzione e costruttore dei nostri moduli percettivi, significato e significante, l’ambiente non può essere considerato solo come qualcosa a cui stare attenti in quanto troppo delicato o perché minacciato, è bene in sé non distinto da noi.
In un racconto Oliver Sacks descrive il caso di un suo paziente che tenta di buttare via dal letto la propria gamba perché non la riconosce come sua[1]. Ebbene, forse la situazione è proprio questa.
[1] O.W. Sacks, L’uomo che scambio sua moglie per un cappello, Adelphi, 1986.
L’uomo, per quanto disperatamente tenti di “elevarsi” sulla natura, non è altro dall’ambiente. A ben guardare questi tentativi sono tanto inutili quanto ridicoli. L’ambiente è oggetto e soggetto della nostra esistenza, costruzione e costruttore dei nostri moduli percettivi, significato e significante, l’ambiente non può essere considerato solo come qualcosa a cui stare attenti in quanto troppo delicato o perché minacciato, è bene in sé non distinto da noi.
In un racconto Oliver Sacks descrive il caso di un suo paziente che tenta di buttare via dal letto la propria gamba perché non la riconosce come sua[1]. Ebbene, forse la situazione è proprio questa.
[1] O.W. Sacks, L’uomo che scambio sua moglie per un cappello, Adelphi, 1986.
giovedì 11 ottobre 2018
Sul penoso mondo dei maschi
Papa Francesco contro l'aborto.
L'ennesimo caso di un maschietto che discetta del corpo delle donne. L'invidia degli uomini non ha molte forme.
E' l'intervento di un elefante in una cristalleria. Si dipinge un atto doloroso come fosse una cosa fatta a cuor leggero. Non ho conosciuto nessuna donna che abbia affrontato un aborto senza gravi sofferenze, materiali e psicologiche. Se ce ne sono che considerano l'aborto un contraccettivo sono un numero esiguo e siamo nell'ambito del patologico. Il papa parla dell'interruzione volontaria di gravidanza ignorando la dimensione storica e sociale dell'aborto, per non dire della dimensione psicologica che calpesta allegramente. La 194 è intervenuta a disciplinare qualcosa che esisteva da prima e in maniera incontrollata. L'aborto non l'ha inventato la 194 e questa legge insieme alla regolazione dell'interruzione di gravidanza introdusse un apparato di assistenza e formazione che dal 1978 ha più che dimezzato il ricorso all'aborto e non solo perché si è fatto e si fa di tutto per rendere inapplicata una legge dello Stato utilizzando l'obiezione di coscienza come un cavallo di Troia ma proprio perché uno degli obiettivi della legge è accrescere il livello di consapevolezza della maternità. Io a differenza di papi e ministri sono solito parlare dopo aver consultato dati e storia, si veda il capitolo 6 di questo rapporto Istat prima di parlare di questi temi. Si legga attentamente questo documento di Lorenza Perini prima di dipingere una idilliaca versione da maschietti. Il papa offende le donne, i medici che operano nel contesto ammesso da una legge dello Stato, offende quella legge e in uno Stato degno di questo nome e fiero del suo ordinamento laico si presenterebbero formali rimostranze a una autorità di un paese straniero che si permette di chiamare sicari quanti si attengono al rispetto di una legge che ne sancisce l'operato. Chiamare sicari quanti quella legge fanno rispettare è diffamazione, accusare di assassinio le donne che per diversi motivi ricorrono all'interruzione volontaria di gravidanza è da criminale, mostra un'insensibilità di fronte a un sancta sanctorum del dolore che ha del mostruoso, è indegno di qualsiasi uomo. Bisogna tornare a fare seriamente informazione su questi temi e inchiodare ai fatti chiunque ne parli, dati alla mano e poi direi anche un'altra cosa. Suggerirei a noi maschietti di fare un passo indietro quando parliamo della carne delle donne, qualcosa che sappiamo per sentito dire, qualcosa che i maschietti non digeriscono da milioni di anni, che ci è arrivato da lontano e che facciamo di tutto per contaminare con gli altri pruriti che ci tormentano... una forma di invidia, come accennavo, forse proprio l'invidia di non poter dare la vita...
Ecco cosa c'era prima della 194 del '78, forse Bergoglio ne auspica il ritorno.
Codice penale italiano (1930), Libro II, Titolo X: Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe (Art. 545. Aborto di donna non consenziente. Chiunque cagiona l'aborto di una donna, senza il consenso di lei, è punito con la reclusione da sette a dodici anni. Art. 546. Aborto di donna consenziente. Chiunque cagiona l'aborto di una donna, col consenso di lei, è punito con la reclusione da due a cinque anni. La stessa pena si applica alla donna che ha consentito all'aborto. Si applica la disposizione dell'articolo precedente: 1. se la donna è minore degli anni quattordici, o, comunque, non ha capacità d'intendere o di volere; 2. se il consenso è estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero e` carpito con inganno. Art. 547. Aborto procuratosi dalla donna. La donna che si procura l'aborto e` punita con la reclusione da uno a quattro anni. Art. 548. Istigazione all'aborto. Chiunque fuori dei casi di concorso nel reato preveduto dall'articolo precedente, istiga una donna incinta ad abortire, somministrandole mezzi idonei, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni).
L'ennesimo caso di un maschietto che discetta del corpo delle donne. L'invidia degli uomini non ha molte forme.
E' l'intervento di un elefante in una cristalleria. Si dipinge un atto doloroso come fosse una cosa fatta a cuor leggero. Non ho conosciuto nessuna donna che abbia affrontato un aborto senza gravi sofferenze, materiali e psicologiche. Se ce ne sono che considerano l'aborto un contraccettivo sono un numero esiguo e siamo nell'ambito del patologico. Il papa parla dell'interruzione volontaria di gravidanza ignorando la dimensione storica e sociale dell'aborto, per non dire della dimensione psicologica che calpesta allegramente. La 194 è intervenuta a disciplinare qualcosa che esisteva da prima e in maniera incontrollata. L'aborto non l'ha inventato la 194 e questa legge insieme alla regolazione dell'interruzione di gravidanza introdusse un apparato di assistenza e formazione che dal 1978 ha più che dimezzato il ricorso all'aborto e non solo perché si è fatto e si fa di tutto per rendere inapplicata una legge dello Stato utilizzando l'obiezione di coscienza come un cavallo di Troia ma proprio perché uno degli obiettivi della legge è accrescere il livello di consapevolezza della maternità. Io a differenza di papi e ministri sono solito parlare dopo aver consultato dati e storia, si veda il capitolo 6 di questo rapporto Istat prima di parlare di questi temi. Si legga attentamente questo documento di Lorenza Perini prima di dipingere una idilliaca versione da maschietti. Il papa offende le donne, i medici che operano nel contesto ammesso da una legge dello Stato, offende quella legge e in uno Stato degno di questo nome e fiero del suo ordinamento laico si presenterebbero formali rimostranze a una autorità di un paese straniero che si permette di chiamare sicari quanti si attengono al rispetto di una legge che ne sancisce l'operato. Chiamare sicari quanti quella legge fanno rispettare è diffamazione, accusare di assassinio le donne che per diversi motivi ricorrono all'interruzione volontaria di gravidanza è da criminale, mostra un'insensibilità di fronte a un sancta sanctorum del dolore che ha del mostruoso, è indegno di qualsiasi uomo. Bisogna tornare a fare seriamente informazione su questi temi e inchiodare ai fatti chiunque ne parli, dati alla mano e poi direi anche un'altra cosa. Suggerirei a noi maschietti di fare un passo indietro quando parliamo della carne delle donne, qualcosa che sappiamo per sentito dire, qualcosa che i maschietti non digeriscono da milioni di anni, che ci è arrivato da lontano e che facciamo di tutto per contaminare con gli altri pruriti che ci tormentano... una forma di invidia, come accennavo, forse proprio l'invidia di non poter dare la vita...
***
Ecco cosa c'era prima della 194 del '78, forse Bergoglio ne auspica il ritorno.
Codice penale italiano (1930), Libro II, Titolo X: Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe (Art. 545. Aborto di donna non consenziente. Chiunque cagiona l'aborto di una donna, senza il consenso di lei, è punito con la reclusione da sette a dodici anni. Art. 546. Aborto di donna consenziente. Chiunque cagiona l'aborto di una donna, col consenso di lei, è punito con la reclusione da due a cinque anni. La stessa pena si applica alla donna che ha consentito all'aborto. Si applica la disposizione dell'articolo precedente: 1. se la donna è minore degli anni quattordici, o, comunque, non ha capacità d'intendere o di volere; 2. se il consenso è estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero e` carpito con inganno. Art. 547. Aborto procuratosi dalla donna. La donna che si procura l'aborto e` punita con la reclusione da uno a quattro anni. Art. 548. Istigazione all'aborto. Chiunque fuori dei casi di concorso nel reato preveduto dall'articolo precedente, istiga una donna incinta ad abortire, somministrandole mezzi idonei, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni).
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