Condanna della violenza, ok, ma smettiamola, vi prego, con il cerimoniale delle condanne senza se e senza ma, che se non ti sottometti al cerimoniale passi per fomentatore di violenza.
Al netto di eventuali infiltrazioni politiche ad hoc per delegittimare le proteste, al netto della presenza di squilibrati che nel nulla c'entrano con le manifestazioni, resta la necessità di considerazioni oggettive circa i moti popolari.
Le proteste si innescano per un malessere sociale che solitamente si protrae da tempo. Chi è chiamato a risolvere i problemi non è in grado di farlo, li ignora o li nega. I moti di piazza si portano appresso anche episodi di violenza come effetti collaterali. Questo ci dice la storia, facciamola finita con condanne senza se e senza ma, che mostrano solo l'insufficienza critica che la storia avrebbe dovuto insegnare. I se e i ma non faranno la storia, ma servono a capire passato e presente, e forse a darci un indirizzo per il futuro.
Da domani, mi raccomando, tutti gli oncologi sono chiamati a condannare senza se e senza ma gli effetti collaterali della chemioterapia! Quegli effetti si deve fare di tutto per ridurli. Condannarli e basta non serve a nulla, se non a mostrare di quanti imbecilli è popolato il panorama politico e mediatico.
La protesta, la ribellione cara a Camus e a me, è la chemioterapia sociale, è la medicina che tiene in vita una democrazia malata e nella sua forma attenuata, il dissenso, la tiene in vita anche quando è sana. Nell'ottica di dinamica sociale non si può pensare che la protesta segua un processo ordinato e preciso secondo gli schemi che ci aspettiamo in condizioni normali, è auspicabile, ma non è realistico. Questo non significa giustificare la violenza, sottolinea la necessità di doverci fare i conti da una prospettiva realistica, adulta e non infantile. Con la protesta si passa a uno stato alterato della società, uno stato in cui aumentano le probabilità di eventi imprevisti, imprevedibili e sgradevoli. Spiace, ma con questo tocca fare i conti. Facciamocene una ragione dopo aver condannato con sussiegosa serietà le violenze. Compito di chi, a turno, regge le sorti della società non è sopprimere il dissenso, ma risolvere le domande che il dissenso pone per evitare che diventi ribellione che può degenerare in violenza.
Ovviamente, fa tristemente parte del gioco sociale e storico che le violenze indeboliscano, e a volte addirittura annullino, le ragioni della protesta, e questo lo sa benissimo soprattutto chi è chiamato a risolvere i problemi che hanno determinato lo stato di malcontento sociale che ha scatenato, ripeto scatenato, quelle proteste.
Pace e bene fratelli e sorelle.