"Concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo." José Saramago
giovedì 11 ottobre 2018
La cattura del gatto [Note (57)]
Psiche e Techne hanno velocità comparabili? Bisognerebbe tenere in maggiore considerazione le diverse dinamiche di biologia e cultura e i loro intrecci e, cosa ancor più complicata, la diversa velocità di adattamento dell’umano a moduli culturali che toccano differenti aspetti della sua vita. Ci adattiamo presto all’utilizzo di un computer, meno rapidamente a ciò che implica, che tra l’altro potrebbe restare ignoto per molto tempo. Apprezziamo la velocità di un aereo per attraversare continenti ma i nostri ritmi circadiani, forgiati da milioni di anni, sono fuori uso per un paio di giorni. Sono esempi forse banali ma aprono la domanda se fisiologia e cultura potranno mai essere allineate? E’ possibile concepire una funzione in linea teorica che traduca i tempi dell’una nell’altra? E soprattutto, in caso di risposta positiva a entrambe le domande, saremmo ancora uomini?
mercoledì 10 ottobre 2018
La cattura del gatto [Note (56)]
I beni di consumo vengono creati, il loro significato costruito contestualmente alla loro emergenza con meccanismi di manipolazione sociale complessi e difficilmente prevedibili, tuttavia in caso di successo, ossia di diffusione, l’immagine creata diventa quasi intoccabile e resa tale da una cultura comunicativa che costruisce più di quanto gli sia concesso decostruire.
La comunicazione costruttiva avviene in un contesto produttivo di aggiunta e arricchimento (puoi fare, puoi costruire, puoi creare…), mentre il contesto della comunicazione decostruttiva è di ordine morale che troppo spesso è percepito come elemento penalizzante (non puoi fare, non puoi costruire, non puoi creare…). Un processo regolare, circolare di creazione ed erosione di significati è sempre un processo con bilancio positivo, con il risultato di creare immense discariche di significati difficili da decomporre.
Il contesto comunicativo è fondamentalmente asimmetrico, si può dire tutto e il suo contrario ma le modalità costruens e destruens dell’intelletto non hanno pari dignità. Il contesto sociale rifiuta il “polemico” poiché rifiuta “polemos”, il conflitto, forse con qualche ragione ma spesso per pigrizia intellettuale più che per razionale opposizione che a sua volta sancirebbe conflitto. Il diritto non si occupa di chi loda (neanche se in tono di equilibrato sarcasmo) ma di chi denigra. Non è follia riabilitare, purché senza la minima pretesa moralizzatrice o di coercizione, una funzione destruens di pari dignità della funzione costruens della comunicazione allo scopo di aggiungere un elemento “spazzino” di molti rifiuti mentali. Occorre sviluppare la funzione destruens in un contesto di “diversa creazione”, occorre fornirle un contesto culturale in cui può essere espressa senza apparire l’urlo di un pazzo, dando per scontate le capacità mentali di chi la esprime.
La comunicazione costruttiva avviene in un contesto produttivo di aggiunta e arricchimento (puoi fare, puoi costruire, puoi creare…), mentre il contesto della comunicazione decostruttiva è di ordine morale che troppo spesso è percepito come elemento penalizzante (non puoi fare, non puoi costruire, non puoi creare…). Un processo regolare, circolare di creazione ed erosione di significati è sempre un processo con bilancio positivo, con il risultato di creare immense discariche di significati difficili da decomporre.
Il contesto comunicativo è fondamentalmente asimmetrico, si può dire tutto e il suo contrario ma le modalità costruens e destruens dell’intelletto non hanno pari dignità. Il contesto sociale rifiuta il “polemico” poiché rifiuta “polemos”, il conflitto, forse con qualche ragione ma spesso per pigrizia intellettuale più che per razionale opposizione che a sua volta sancirebbe conflitto. Il diritto non si occupa di chi loda (neanche se in tono di equilibrato sarcasmo) ma di chi denigra. Non è follia riabilitare, purché senza la minima pretesa moralizzatrice o di coercizione, una funzione destruens di pari dignità della funzione costruens della comunicazione allo scopo di aggiungere un elemento “spazzino” di molti rifiuti mentali. Occorre sviluppare la funzione destruens in un contesto di “diversa creazione”, occorre fornirle un contesto culturale in cui può essere espressa senza apparire l’urlo di un pazzo, dando per scontate le capacità mentali di chi la esprime.
martedì 9 ottobre 2018
La cattura del gatto [Note (55)]
Abbiamo bisogno di un buon sistema di traduzione quando interagiamo con gli altri. Ognuno si esprime attraverso il proprio sistema di valori, attraverso il proprio modo di interpretare il proprio vissuto. La reciproca comprensione non può prescindere dalla dotazione di un buon sistema di traduttori semantici interiormente sviluppati. Non si tratta solo di adottare un insostenibile linguaggio comune basato su regole logiche ma di applicare un sistema di traduttori che consentono la comunicazione.
lunedì 8 ottobre 2018
La cattura del gatto [Note (54)]
Il 23 gennaio 2008 un uomo colpito da attacco cardiaco muore a Trento durante la celebrazione della messa, il rito non si interrompe. Il mondo va avanti e la vita continua, lo sappiamo, non possiamo pretendere che il mondo si fermi, neanche per un attimo, e poi il rito è un patto con il passato che non può essere sciolto impunemente. Quando il rito prende il sopravvento il Tao muore. Per questo siamo occidentali!
domenica 7 ottobre 2018
La cattura del gatto [Note (53)]
“L’etica e i codici morali sono necessari all’uomo per via del conflitto tra intelligenza e impulso. Se l’uomo possedesse o la sola intelligenza o il solo impulso, non avrebbe bisogno dell’etica. […] Un’etica che consenta agli uomini di vivere felicemente deve collocarsi a metà strada tra i due poli dell’impulso e del controllo. E’ da questo conflitto insito nella natura umana che nasce l’esigenza dell’etica.”[1]
Senza entrare nei dettagli di un concetto polisemico come quello di intelligenza e nelle sue molteplici dimensioni (emotiva, razionale, individuale, sociale, ecc…), quella che l’uomo solitamente chiama in causa per distinguersi dal resto del mondo animale è un prodotto per niente scontato della natura. D’altra parte la volontà o gli impulsi, intesi come il conatus di Spinoza, costituiscono l’inevitabile desiderio di conservazione ed espansione dell’essere. Se la volontà trova facile fondamento nell’essere meno scontata è la fondabilità della volontà morale che presume la mediazione dell’intelligenza.
Nel discorso etico il pensiero di Hume ha tracciato un solco incolmabile tra le descrizioni, relative all’essere, di pertinenza della scienza, e le prescrizioni o valutazioni, relative al dover essere, di pertinenza dell’etica. Quella che George Edward Moore ha chiamato la “fallacia naturalistica” altro non è che l’effettiva indeducibilità del dover essere dall’essere che aveva individuato il filosofo scozzese.
Fernando Savater prende le distanze da questa posizione e in Etica come amor proprio si chiede, in maniera molto perentoria, “da dove diavolo potremmo tirar fuori qualsiasi dover essere se non dall’essere che abbiamo a disposizione?”[2] e considera la distinzione tra essere e dover essere uno pseudo-problema. Indubbiamente “ciò che per l’uomo vale, è quello che l’uomo vuole; però l’uomo non può volere qualsiasi cosa, deve volere in accordo con quello che è”[3], tuttavia il dovere essere, presuppone una scelta che resta indeducibile dall’essere. L’uomo può volere solo in accordo con quello che è perché non può oltrepassare i limiti stabiliti, di volta in volta e sempre mutevoli, dalla sua storia evolutiva e dalla contingenza, tuttavia il suo volere può volgersi in molte direzioni. Il fatto che l’uomo “deve volere” costituisce l’essenza del conatus spinoziano ma da questo non si deduce affatto né l’oggetto del suo volere né il tipo di accordo con l’essere.
Savater ha il merito di individuare il paradigma della fondabilità etica nell’amor proprio dell’individuo, un paradigma privo di una metafisica che solo un uomo come Kant poteva concepire senza mala fede, ma nonostante la condivisibilità della tesi centrale di Savater fatico a seguire il filosofo spagnolo nel ragionamento che sembra delineare una deducibilità del dover essere dall’essere. Se concepiamo volere e dovere come due sfere di dimensioni e posizioni mutevoli immerse nell’indefinito essere, con la sfera del volere che include quella del dovere, in questi termini tutti i possibili dover essere sono in qualche modo vincolati al volere e in ultima istanza all’essere, ma questo non dice nulla sulla loro deducibilità dall’essere. L’essere da cui possiamo concepire la deducibilità è già un voler essere, inoltre di tutti i possibili dover essere solo alcuni costituiscono oggetto di interesse per un comportamento etico.
Savater assegna il dover essere a una dimensione storicamente determinatasi e afferma che “l’uomo non può inventarsi completamente, ma neppure smettere completamente di inventarsi”[4], tuttavia il giusnaturalismo di Savater crea un ponte, a mio avviso pericolante, tra essere e volere, entrambi ontologicamente dati, e dover essere, sempre imprevedibile e la cui datità ontologica è tutt’altro che scontata. Ritornando a Hume, le verità sulle materie di fatto non possono essere inferite a priori dall’esperienza secondo criteri logici tipici delle relazioni tra idee[5] e i risultati della volontà sono spesso materie di fatto. Se siamo liberi l’unico ponte tra essere/volere e dovere è la scelta individuale nel contesto collettivo, scelta sempre imprevedibile e i cui esiti, in fin dei conti, sono sempre imprevedibili. L’etica è la ricerca di un accordo, frutto di un’intelligenza sociale, in cui la scelta individuale possa esprimersi, mentre la volontà dell’essere è una proprietà del vivente che non ha necessità di estendersi oltre l’individuo. La vita che vuole sé stessa fonda sicuramente la speranza, l’incerta letizia di Spinoza, ma non dice nulla sulla sua qualità né su chi parteciperà di quella speranza.
[1] B. Russell, Un’etica per la politica. (1954). Laterza, Bari, 1994, p. 8-9.
[2] F. Savater, Etica come amor proprio. (1988). Laterza, Bari, 1998, p. 7.
[3] Op. cit., p. 8.
[4] Ivi.
[5] D. Hume, Ricerche sull’intelletto umano e sui principii della morale. Laterza 1980, p. 41.
Senza entrare nei dettagli di un concetto polisemico come quello di intelligenza e nelle sue molteplici dimensioni (emotiva, razionale, individuale, sociale, ecc…), quella che l’uomo solitamente chiama in causa per distinguersi dal resto del mondo animale è un prodotto per niente scontato della natura. D’altra parte la volontà o gli impulsi, intesi come il conatus di Spinoza, costituiscono l’inevitabile desiderio di conservazione ed espansione dell’essere. Se la volontà trova facile fondamento nell’essere meno scontata è la fondabilità della volontà morale che presume la mediazione dell’intelligenza.
Nel discorso etico il pensiero di Hume ha tracciato un solco incolmabile tra le descrizioni, relative all’essere, di pertinenza della scienza, e le prescrizioni o valutazioni, relative al dover essere, di pertinenza dell’etica. Quella che George Edward Moore ha chiamato la “fallacia naturalistica” altro non è che l’effettiva indeducibilità del dover essere dall’essere che aveva individuato il filosofo scozzese.
Fernando Savater prende le distanze da questa posizione e in Etica come amor proprio si chiede, in maniera molto perentoria, “da dove diavolo potremmo tirar fuori qualsiasi dover essere se non dall’essere che abbiamo a disposizione?”[2] e considera la distinzione tra essere e dover essere uno pseudo-problema. Indubbiamente “ciò che per l’uomo vale, è quello che l’uomo vuole; però l’uomo non può volere qualsiasi cosa, deve volere in accordo con quello che è”[3], tuttavia il dovere essere, presuppone una scelta che resta indeducibile dall’essere. L’uomo può volere solo in accordo con quello che è perché non può oltrepassare i limiti stabiliti, di volta in volta e sempre mutevoli, dalla sua storia evolutiva e dalla contingenza, tuttavia il suo volere può volgersi in molte direzioni. Il fatto che l’uomo “deve volere” costituisce l’essenza del conatus spinoziano ma da questo non si deduce affatto né l’oggetto del suo volere né il tipo di accordo con l’essere.
Savater ha il merito di individuare il paradigma della fondabilità etica nell’amor proprio dell’individuo, un paradigma privo di una metafisica che solo un uomo come Kant poteva concepire senza mala fede, ma nonostante la condivisibilità della tesi centrale di Savater fatico a seguire il filosofo spagnolo nel ragionamento che sembra delineare una deducibilità del dover essere dall’essere. Se concepiamo volere e dovere come due sfere di dimensioni e posizioni mutevoli immerse nell’indefinito essere, con la sfera del volere che include quella del dovere, in questi termini tutti i possibili dover essere sono in qualche modo vincolati al volere e in ultima istanza all’essere, ma questo non dice nulla sulla loro deducibilità dall’essere. L’essere da cui possiamo concepire la deducibilità è già un voler essere, inoltre di tutti i possibili dover essere solo alcuni costituiscono oggetto di interesse per un comportamento etico.
Savater assegna il dover essere a una dimensione storicamente determinatasi e afferma che “l’uomo non può inventarsi completamente, ma neppure smettere completamente di inventarsi”[4], tuttavia il giusnaturalismo di Savater crea un ponte, a mio avviso pericolante, tra essere e volere, entrambi ontologicamente dati, e dover essere, sempre imprevedibile e la cui datità ontologica è tutt’altro che scontata. Ritornando a Hume, le verità sulle materie di fatto non possono essere inferite a priori dall’esperienza secondo criteri logici tipici delle relazioni tra idee[5] e i risultati della volontà sono spesso materie di fatto. Se siamo liberi l’unico ponte tra essere/volere e dovere è la scelta individuale nel contesto collettivo, scelta sempre imprevedibile e i cui esiti, in fin dei conti, sono sempre imprevedibili. L’etica è la ricerca di un accordo, frutto di un’intelligenza sociale, in cui la scelta individuale possa esprimersi, mentre la volontà dell’essere è una proprietà del vivente che non ha necessità di estendersi oltre l’individuo. La vita che vuole sé stessa fonda sicuramente la speranza, l’incerta letizia di Spinoza, ma non dice nulla sulla sua qualità né su chi parteciperà di quella speranza.
[1] B. Russell, Un’etica per la politica. (1954). Laterza, Bari, 1994, p. 8-9.
[2] F. Savater, Etica come amor proprio. (1988). Laterza, Bari, 1998, p. 7.
[3] Op. cit., p. 8.
[4] Ivi.
[5] D. Hume, Ricerche sull’intelletto umano e sui principii della morale. Laterza 1980, p. 41.
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