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venerdì 30 aprile 2010

Scorrazzare nel cortile

Franklin Jones

Se fossi vissuto un altr’anno
avrei perfezionato la mia macchina volante,
e sarei divenuto ricco e famoso.
Perciò bene ha fatto l’artigiano
che ha tentato di scolpirmi una colomba
a farla più somigliante a un pollo.
Cos’è in fondo la vita se non uscire dal guscio
e scorrazzare nel cortile
fino al giorno del ceppo?
Solo che l’uomo ha l’intelligenza d’un angelo
e vede la scure sin dal primo momento!

Da: Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters, 1915

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Angelo con braccia rotte e ali pesanti (pietra leccese)

giovedì 29 aprile 2010

Paradossi?

Paradossi di natura, tratto dal sito di Le Scienze (Da Mente&Cervello, maggio 2010, n. 65)

«I comportamenti umani sono pieni di contraddizioni, più vicini al paradosso che alla logica. E la razionalità viene usata molto più spesso per giustificare i propri comportamenti che per guidarli. Marta Erba

L’uomo è un animale razionale? Rispetto a quella di Aristotele, desta meno problemi la definizione di Platone, che si limitava a dire che «l’uomo è un bipede implume». Che l’agire dell’uomo sia improntato alla razionalità è invece un’affermazione ben più azzardata, messa in discussione da generazioni di psicologi e psicoanalisti, e ultimamente anche neuroscienziati.
I tipici comportamenti umani sembrano troppo spesso pieni di contraddizioni, e più vicini al paradosso – inteso come coesistenza di realtà opposte e apparentemente inconciliabili – che alla logica. Secondo Anna Freud, figlia di Sigmund, la razionalità è più spesso usata per giustificare i propri comportamenti – per nulla razionali – anziché per guidarli: la psicoanalista sosteneva infatti che la «razionalizzazione» fosse un meccanismo di difesa evoluto, adottato per renderci accettabili atteggiamenti, idee e sentimenti di cui non siamo in grado di riconoscere, o non vogliamo accettare, le reali motivazioni.»

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D. Hume, Trattato sulla natura umana, 1739-1740

«Non c’è nulla di più comune in filosofia, e anche nella vita quotidiana, che parlare del conflitto tra passione e ragione per dare la palma alla ragione, e per affermare che gli uomini sono virtuosi solo nella misura in cui obbediscono ai suoi comandi. Si sostiene che ogni creatura razionale ha l’obbligo di regolare le proprie azioni secondo i dettami della ragione, e che nel caso in cui ci sia qualche altro motivo o principio che pretenda di determinare la sua condotta, deve opporsi a esso finché non sia completamente domato o almeno conciliato con quel principio superiore. La maggior parte della filosofia morale, antica e moderna, sembra fondarsi su questo modo di pensare; e non c’è nulla che offra maggior spazio sia alle disquisizioni metafisiche, come alle declamazioni popolari, quanto questa presunta superiorità della ragione sulla passione. Si sono poste nella miglior luce l’eternità, l’invariabilità e l’origine divina della prima; mentre si è continuamente insistito sulla cecità, incostanza e falsità della seconda. Per dimostrare come tutta questa filosofia sia erronea, cercherò di dimostrare in primo luogo che la ragione, da sola, non può mai essere motivo di una qualsiasi azione della volontà; e in secondo luogo che la ragione non può mai contrapporsi alla passione nella guida della volontà.
[...] Ma se la ragione non ha questa influenza originaria è impossibile che possa ostacolare un principio che invece possiede tale capacità, o che riesca a fare esitare la nostra mente sia pure per un attimo. Risulta quindi chiaro che il principio che si contrappone alla passione non può coincidere con la ragione e solo impropriamente lo si chiama così. Non parliamo né con rigore né filosoficamente quando parliamo di una lotta tra la passione e la ragione. La ragione è, e può solo essere, schiava delle passioni e non può rivendicare in nessun caso una funzione diversa da quella di servire e obbedire a esse

D. Hume, Opere, Laterza, 1971, vol. I, pp. 433-436.

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Quelle che Hume chiamava passioni oggi vengono chiamate emozioni, e il loro primato sulla ragione, lungi dal concedere spazio ad approcci "irrazionalisti", comincia ad avere l'attenzione che merita da parte della scienza oltre che della filosofia. Sono sempre più numerose le testimonianze che le aree più profonde del nostro cervello (che presiedono gli stati emotivi) vengono coinvolte prima delle aree neocorticali (che presiedono l'elaborazione razionale) nella formazione di un giudizio, soprattutto quando si tratta di un giudizio di natura morale. Le tecniche di neuroimaging mostrano che nella formulazione di un giudizio morale l'attività razionale si presenta alla mente successivamente, solo dopo che i giudizi morali sono stati conseguiti sulla base di intuizioni rapide e automatiche. Un intervento quasi sempre post hoc, una sorta di giustificazione per le decisioni prese. Come afferma il primatologo de Waal nel suo bellissimo libro Primati e filosofi. Evoluzione e moralità, «La nostra tanto decantata razionalità è in parte un'illusione» (p. 213).

Letteratura minima
A. Damasio, L'errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano. Adelphi, 1995.
A. Damasio, Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello. Adelphi, 2003.
R. Bodei, Geometria delle passioni. Paura, speranza, felicità: filosofia e uso politico. Feltrinelli, 2003.
M.C. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni. il Mulino, 2004.
F. de Waal, La scimmia che siamo. Il passato e il futuro della natura umana. Garzanti, 2006.
F. de Waal, Primati e filosofi. Evoluzione e moralità. Garzanti, 2008.

mercoledì 28 aprile 2010

Appunti sparsi a destra e sinistra

Non c'è niente di sistematico in queste note, solo impressioni rapide, come mi capita di scrivere sul mio taccuino.

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Destra e sinistra rappresentano una diade politica ormai classica. Questa distinzione bipolare, un tempo molto netta, oggi ha perso gran parte del suo senso storico. In passato la bipolarità si esprimeva sulle estremità degli assi progresso/tradizione, individuo/società, nazionale/internazionale. Il mito del progresso, che ha caratterizzato il pensiero di sinistra, si è ritirato su sé stesso scontando la colpa e l'incertezza di un esito nefasto. La società è implosa nel terrore del nuovo, nella paura del diverso e la dimensione internazionale mostra l'inconsistenza di una globalità declinata solo in termini mercatistici.
La destra in questo scenario dispone di un vocabolario di sicura presa sulle coscienze, offre la stabilità della tradizione e la conservazione dei ‘valori’, offre la sicurezza dell’omogeneità valoriale e dell’identità del territorio.
La destra ha come interlocutore l’individuo non la collettività e i processi di comunicazione di massa hanno dissolto la collettività in miriadi di individui. Un tempo la comunicazione era un evento collettivo, oggi è un ascolto solitario che si consuma davanti al televisore, nel privato delle case. Un tempo per sapere cosa accadeva al mondo si usciva di casa, oggi si torna a casa. Il mondo era senz’altro più piccolo di oggi ma la comunicazione era davvero tale, un mettere in comune qualcosa.
La sinistra ha perso il suo interlocutore e se non sa ritrovarlo parlando agli individui ricostituendoli in società questo vecchio concetto politico è destinato a sparire. Non saranno semplici cambiamenti di programma di partito che potranno fermare la caduta del pensiero di sinistra, un pensiero di società che si emancipa verso una dimensione universale (visione profetica di Marx). Questo pensiero potrà riprendere quota solo considerando il grande assente del pensiero di sinistra: l’individuo. Un individuo che non può costituirsi senza la dimensione sociale in cui vive.

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Il modello di sviluppo capitalistico ha disperso gli individui e, allargando la forbice tra gli estremi della ricchezza, ha reso più insicuro il mondo. Alla minaccia di uno status quo dei paesi ricchi corrisponde una domanda di stabilità che trova ascolto nella destra che parla a ciascun individuo. La centralità dell’individuo, che in sé è il nocciolo del liberalismo, assume nell’Italia di oggi gli aspetti più beceri. Il calpestamento quotidiano delle regole della democrazia camuffato da libertà investe virtualmente l’individuo del diritto di fare tutto quello che gli pare (a patto di non far dispiacere al manovratore di turno). E’ un investitura fasulla, oltre che dannosa, perché una cosa del genere può valere (se vale) quando sono in pochi a pensarla così (l’ideale sarebbe uno solo!) ma quando sono in tanti il meccanismo non regge. Ecco, la libertà può essere concepita soltanto se valida e uguale per tutti, altrimenti è una bufala da mascalzoni.

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Liberté, Égalité, Fraternité – Autonomia/indipendenza/libertà, parità di diritti/uguaglianza, solidarietà. Sono i tre vertici laici dello sviluppo dell’Europa moderna. A seconda della posizione all’interno di questo immaginario triangolo possiamo identificare la diade destra/sinistra. La destra ha privilegiato la libertà/solidarietà, la sinistra ha privilegiato la uguaglianza/solidarietà.
Uso in maniera volutamente superficiale i termini pessimista/ottimista. La destra è fondamentalmente pessimista sulle qualità dell’uomo/società e interloquisce con il singolo soggetto, la sinistra ha storicamente una posizione umanistica e ottimista sulle possibilità di miglioramento dell’Uomo (quasi sempre sospettosamente scritto con la U maiuscola). Queste valutazioni valgono per destra e sinistra che ancora non hanno perso i rispettivi connotati ideologici (nel senso alto del termine che ultimamente non sono in tanti a potersi permettere) e storici. Per la destra/sinistra di oggi è sufficiente la diagnosi di un qualunque psichiatra, nei casi più disperati un etologo può fornire un quadro più che sufficiente.

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Entrando nel cuore dei concetti di destra e di sinistra si trova un nocciolo di aristocrazia in un caso e di democrazia nell’altro. La storia del socialismo reale depone contro questa lettura ma io mi attengo alla storia dei partiti di sinistra dell’Europa occidentale. L’autoritarismo del socialismo reale non significa affatto che la sinistra si è mutata in destra, sarebbe una banalizzazione del pensiero di destra che può andare bene per la destra di oggi non per i pensatori di destra. Guardando a questi ultimi sarebbe persino paradossale per un uomo di sinistra scoprirsi pessimista sulla natura umana al punto da riconoscersi di destra.

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L’autoritarismo del pensiero di destra, quel pensiero che merita rispetto, è rigore, virtù aristocratica, arte del controllo di sé non è l’arroganza che ha caratterizzato e accomunato regimi che nella storia si sono detti di destra (fascismo, nazionalsocialismo) e di sinistra (socialismo reale).

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Come nella dialettica di Hegel, tesi e antitesi si sciolgono nella sintesi così, in un parallelo blasfemo, due liquidi di differente colore si mescolano in un colore che porta solo tracce (memorie) dei colori originari. Destra e sinistra corrispondono a coordinate differenti che oggi si sono vicendevolmente contaminate. Non parlo, purtroppo, di un normale e atteso processo dialettico ma di uno scadimento nella parodia della storia, di un disastroso precipitare verso l’indistinto, il caos primigenio che se posto all’inizio della storia è foriero di novità ma se è posto alla fine è il sigillo della distruzione. Tutto sta a capire se questo è l’inizio o la fine della storia politica di destra e sinistra in Italia (anche se con tempi diversi la domanda vale anche per l’Europa e gli USA, laddove si fa strada una sedicente destra oltranzista e una sinistra intimidita dalla propria storia).

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Nell’uomo di destra (penso a Prezzolini, Longanesi, Croce, Einaudi, Montanelli, ...) c’è qualcosa dell’eroe tragico, dell’accettazione di una dimensione destinale. Nella tragedia umana l’uomo di sinistra riveste un ruolo prometeico, di emancipazione dai vincoli del destino.
Di tutto questo la gran parte di chi oggi si dice di destra o di sinistra non sembra sapere nulla, manca lo sguardo profondo sul passato e sul futuro, si sta appiattiti sul presente, sulle tattiche di sopravvivenza del giorno dopo. Solo in pochi casi è possibile intravvedere qualcosa di interessante. A destra vedo Fini ma dovrei depurare la sua figura dal sostegno fornito finora ad un alleato che una persona seria non avrebbe degnato di uno sguardo, la fatica della depurazione mi è ardua, io di solito certe alleanze le chiamo connivenze. A sinistra vedo Vendola, ma spero che quanto prima passi dalla creazione di un mito personale alla costruzione di un filone di pensiero collettivo e soprattutto che riconosca l'errore di aver di fatto impedito una rappresentanza parlamentare alla sinistra in questa legislatura con una scissione prematura.

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Per l'uomo di sinistra, come insegna Luciano Canfora, è il bisogno di uguaglianza che muove alla libertà. Questa non è che lo strumento per raggiungere l'uguaglianza. Senza questa stella polare la libertà non è che ideologia in mano a chi non conosce il valore delle ideologie.

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Non ho detto nulla del cosiddetto centro moderato. Le mousse non mi piacciono, troppo piene d'aria!

martedì 27 aprile 2010

Secol superbo e sciocco

Ieri ricorreva il 24° anniversario del disastro di Černobyl' (26 aprile 1986). Per ricordare l’anniversario da noi avveniva l’incontro tra Berlusconi e Putin che hanno “stipulato un accordo che segnerà una svolta per il nucleare”. I due leader si sono incontrati in una atmosfera di “stima, amicizia e affetto”… Quando si dice il partito dell’ammmore!

Tra le fonti energetiche del futuro si evoca l’energia nucleare e da qualche tempo se ne parla di nuovo in Italia. L’energia nucleare figura tra le strategie utili a ridurre le emissioni di gas ad effetto serra, ma inevitabilmente porta con sé molti problemi che da una quarantina di anni a questa parte non trovano ancora risposta, come lo smaltimento delle scorie radioattive prodotte o il rischio terroristico (potrei anche dire del rischio di incidenti ma molti direbbero che ormai sono praticamente nulli, crediamogli). Se la strategia nucleare è una risposta ai cambiamenti climatici mi sembra la classica scelta tra l’incudine e il martello per i problemi che solleva e che ancora non hanno risposta. Forse a questo punto del nostro “sviluppo” non sappiamo né possiamo concederci altro? Sarà una strategia che nel migliore dei casi, anche non considerando alcun inconveniente, induce alla crescita massiva dei consumi a risolvere i problemi dell’umanità? Non siamo forse di fronte ad un caso di bulimia sociale che viene affrontata fornendo ulteriore cibo da consumare?

Io non sono certo un esperto in materia ma non mi sembra molto intelligente una tecnica che per produrre energia elettrica per 40-50 anni produce anche scorie radioattive per più di 200.000 anni!
Sarà che sono all’antica? O magari mi manca l’acume per capire cosa celi il futuro e le sue magnifiche sorti e progressive.

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Il termine "sviluppo" nel suo etimo significa togliere dal viluppo, liberare, svolgere. La ricchezza di sfumature del termine rimanda più facilmente alla formazione di una entità psichica ben integrata piuttosto che alla formazione di un capitale economico ma del significato originario abbiamo un sentore ormai lontano ed è rimasto solo il concetto di crescita economica. A questa confusione è forse riconducibile un fatto curioso; nel 1972 fu pubblicato il libro The limits to growth, pietra miliare della cultura dell'ambiente (dopo Primavera silenziosa della Rachel Carson del 1962). La traduzione (errata) in italiano del titolo del libro fu I limiti dello sviluppo (la traduzione corretta è “I limiti alla crescita”). L’errore è stato ripetuto trent’anni dopo, quando gli stessi autori hanno pubblicato Limits to growth. The 30-year update e la traduzione in italiano è stata I nuovi limiti dello sviluppo.
Naturalmente non è solo il significato originario dello sviluppo a sfuggirci ma anche le sue possibili conseguenze. Alcuni sistemi complessi, e la nostra struttura socio-economica può decisamente dirsi un sistema complesso, si sviluppano o evolvono per addizione di nuove strutture oltre che per cambiamento di funzione da parte di vecchie strutture. Può accadere che l’addizione di nuovi elementi conduca ad un accumulo di strutture che, una volta raggiunto un certo livello, presenti problemi di gestione. In quei casi il sistema collassa. Non sto parlando del solito problema della mancanza delle risorse, che pure è di enorme rilievo, ma di un collasso scatenato da una sorta di accumulo eccessivo di complessità. Di solito si tratta di fenomeni caotici che non hanno nulla di lineare e che pongono limiti molto drastici alla prevedibilità, cui siamo tanto affezionati.
Potrebbe essere questo il caso dei nostri sistemi socio-economici con una struttura produttiva incentrata sulla crescita economica. Ma potrei anche sbagliarmi!

R. Carson, Primavera silenziosa, Feltrinelli, 1999.
D.H. Meadows, D.L. Meadows, J. Randers, W.W. Behrens III. I limiti dello sviluppo, Mondadori, 1972.
D.H. Meadows, D.L. Meadows, J. Randers. I nuovi limiti dello sviluppo. La salute del pianeta nel terzo millennio, Mondadori, 2006.

lunedì 26 aprile 2010

Prima che il gallo canti

Qualche tempo fa ho detto che non avrei usato per questo blog uno di quei contatori che ti informano sul numero di lettori. Ho cambiato idea! Non avendo molto da fare ne ho messo uno.
Sta in fondo, mi pare sia abbastanza discreto, sebbene non eccessivamente intelligente, visto che conta anche i miei accessi quando scrivo qualcosa di nuovo! Ad ogni buon conto questo è il mio blog e quello che ci metto lo decido io.

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PS del 27 aprile - Ho scoperto che il contatore può non contare i miei accessi, quindi ritiro le mie considerazioni sulla sua intelligenza e rivedo quelle sulla mia!

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