Pagine

venerdì 2 dicembre 2022

Senza titolo


Seguivo il corso d'acqua che sapevo di lontana sorgente,
lo seguivo con il fiuto del cane randagio
e l'istinto selvatico del tempo.
Guardavo quello specchio d'acqua
alla luce di una luna macellata
Sapevo d'esser nato con lei,
scorrevo, si può dire, nelle sue vene.
Non è stato facile seguirla quando si faceva sotterranea,
sentivo il suo corso con i sensi tesi,
corpo e orecchio a terra per ascoltare le vibrazioni del mio sangue
e scorgere lontano il punto esatto della nuova risalita.
Ho imparato a non perdere di vista le sue anse tortuose,
come abbracci tra stagioni di magra e piene impetuose.
Un giorno qualunque la corsa si è fatta affannosa,
da vicino un giorno come tanti, tagliente come pochi da lontano
un giorno che decide il prima e il dopo,
una lama che recide la vita dalla morte.
...
L'acqua s'è inselvata,
l'ho persa e l'ho ritrovata
e poi ancora persa.
Nell'ora rapace del tramonto l'acqua è scomparsa,
ovunque volgo lo sguardo è un rivolo tra foglie macere.
...

La sorgente è lontana.
Basterà metà del sangue  per risalire la corrente?
Una voce nella notte avverte:
sei teca di tempo sommerso,
affiora in superficie tuo malgrado
quando di notte vivi vite lunghe un verso.

E si va a capo
dimenticando di prendere fiato.

lunedì 28 novembre 2022

Casi umani

Questa l'avevo archiviata, alias dimenticata ma merita memoria. 

Il contesto: un "sindacato", per fortuna frequentato da pochi sventurati, che invia all'amministrazione di un istituto di ricerca, ripeto, un istituto di ricerca questo messaggio (testo allineato a sinistra). Il testo con rientro in corsivo sono le mie osservazioni rese pubbliche nel contesto dell'istituto in questione. Non ho mai avuto risposta da parte del "sindacato". L'Istituto in questione ha continuato ad adottare misure responsabili per contenere il contagio e non ha dato seguito a nessun delirio della cosiddetta "federazione".

 

***

Osservazioni al comunicato della Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali del giorno 12 luglio 2022

C.a. D.G. dr.ssa xxx 
E p.c. Il Personale xxx 

Il giorno 6 luglio 2022 si è tenuto un incontro con l’Amministrazione avente ad oggetto “Misure per il contrasto alla diffusione del coronavirus in Istituto”.

L’Amministrazione, ispirandosi alla logica della precauzione, e pur non persistendo alcun obbligo in merito, ha reso noto che le misure adottate in Istituto per il contenimento del contagio consistono nell’uso del dispositivo mascherina FFP2 e nella riattivazione dei termo-rilevatori all’ingresso per la misurazione della temperatura corporea.

Richiamarsi alla logica della precauzione, sebbene, a mio avviso, sarebbe più corretto utilizzare principio di precauzione, rivela un vizio del discorso, probabilmente inosservato. Il concetto di precauzione richiama un “criterio di gestione del rischio in condizioni di incertezza scientifica circa possibili effetti dannosi ipoteticamente collegati a determinate attività, installazioni, impianti, prodotti, sostanze”.[1] In relazione alla diffusione del contagio in discussione siamo di fronte “Alla più “sperimentata” logica della prevenzione (teleologicamente orientata all’eliminazione o alla riduzione dei rischi nomologicamente noti, quindi dagli effetti prevenibili in quanto prevedibili)”[2] . Il rischio di contagio in assenza di misure preventive è un rischio noto e misurabile, confermato dalla corretta lettura dei dati disponibili. Parlare di precauzione è fuorviante e richiamandosi alla logica classica si potrebbe dire ex falso sequitur quodlibet e chiuderla qui.

Tuttavia la logica della precauzione trova i suoi limiti nella applicazione del buon senso (proprio quello richiamato al tavolo) oltre i quali la precauzione si trasforma in persecuzione, ovviamente inaccettabile. Il panorama di contagio 2022 risulta peggiore di quello del 2021 già, a sua volta, peggiore di quello del 2020. 

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in Palombella rossa, ma qualcosina avevano già scritto al riguardo anche Heidegger, Wittgenstein e altra gente abituata a pensare. Noi abitiamo il nostro linguaggio e il linguaggio è fatto di parole, usarle in maniera impropria significa distruggere le mura che abitiamo con il rischio di trovarci senza tetto quando verrà a piovere. Secondo la Treccani persecuzione è il “Complesso di sistematiche azioni di forza volte allo scopo di stroncare un movimento politico o religioso, di ridurre o addirittura eliminare una minoranza etnica, sociale e simili.” Breve definizione ma sufficiente a delineare gli elementi essenziali e necessari perché si parli di persecuzione: sistematiche azioni di forza, movimento politico o religioso, minoranza etnica, sociale e simili. Elementi necessari alla luce della Storia ma oggi quella luce splende poco.

La situazione è paradossalmente peggiorata dopo l’avvento dei “vaccini” (dicembre 2020) e di tutti i provvedimenti di “buona pratica sanitaria” ispirati al principio di precauzione.

Che la situazione sia peggiorata con “l’avvento dei vaccini” è affermazione da dimostrare confutando i numerosi studi che provano il contrario. Ultimi i rapporti dell’Istituto Superiore di Sanità[3]. La confutazione dovrà avvenire nello stesso terreno metodologico condiviso dalla comunità scientifica, almeno a partire da Cartesio! In assenza di tale confutazione quanto affermato è una menzogna.
Se per peggioramento si intende l’aumento del numero di contagi allora valga l’analogia con gli incidenti stradali. Se il numero di incidenti stradali aumentasse ma le conseguenze gravi diminuissero per l’introduzione delle cinture di sicurezza e della patente a punti diremmo che la situazione “è paradossalmente peggiorata dopo l’avvento” delle suddette misure?

Visto, infine, che il Governo (DL n.52 del 22/04/2021 e smi) ritiene che non vi sia pericolo per la cittadinanza nel frequentare teatri, cinema, sale da ballo, competizioni sportive, etc, si chiede all’Amministrazione se un luogo di lavoro come xxx (caratterizzato da condizioni ben diverse) possa possedere un rischio intrinseco maggiore dei suddetti contesti.

Altra fallacia argomentativa, nonché autentica menzogna. È falso che il Governo ritenga “che non vi sia pericolo per la cittadinanza nel frequentare teatri, cinema, sale da ballo, competizioni sportive, etc”. Oltre ad essere una affermazione logicamente impropria, nessuno può escludere un pericolo di qualsivoglia natura, è smentita dal fatto che il Governo, pur eliminando l’obbligo di mascherina ne raccomanda fortemente l’uso in casi di affollamento e in cui non sia possibile mantenere la distanza.

Chiediamo infine all’Amministrazione di renderci note le evidenze scientifiche riguardanti la efficacia delle mascherine e dei termo-rilevatori, anche in relazione alle specificità lavorative di xxx,

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7951820/
https://www.pnas.org/doi/abs/10.1073/pnas.2014564118
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0269749120334862
https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-3-030-78468-3_17

Buona lettura!

nonché chiediamo di escludere l’esistenza di [altri] studi che, invece, evidenzino la nocività di un uso prolungato dei dispositivi di protezione individuali.

Questo è un capolavoro di fallacia logica. Di solito si dimostra l’esistenza di qualcosa, non l’inesistenza! Tuttavia, non posso escludere che secoli di riflessione epistemologica si siano fatti sfuggire questo fatto di così rilevante importanza. 

Battute a parte, onestà intellettuale vuole che l’onere della prova dell’esistenza di studi che dimostrino “la nocività di un uso prolungato dei dispositivi di protezione individuali” sia a carico del richiedente. Buona ricerca!

Cordiali saluti
Antonio Caputo 

[1] Donato Castronuovo, Principio di precauzione e beni legati alla sicurezza. La logica precauzionale come fattore espansivo del “penale” nella giurisprudenza della Cassazione. 2010 Diritto Penale Contemporaneo.
[2] ibidem 

sabato 19 novembre 2022

Scolio

Al risveglio ho da donarti un abito,
l'ho cucito con filo d'assenza,
i silenzi tra le maglie lo fanno prezioso.
Provalo,
serve cuore di piombo per indossarlo
e polmoni di palombaro.
Vedrai,
ti starà a pennello,
lo indossa chi sa tuffarsi in acque scure
per seguire le correnti del mare
che invisibili muovono le acque.
A forza di pratica si diventa bravi
a rammendare giorni strappati
con filo dei sempre e ago dei mai
che basta un niente per perdere tutto,
resta quello che non c'è.
Mi consola sapere
che nel prossimo risveglio
nulla ricorderò 
di 'questo lume di luna tra i rami'.

* il verso in corsivo è di Nietzsche, peraltro nella traduzione di Colli, Montinari che preferisco a quella in foto, di Giametta.



martedì 8 novembre 2022

Mitia e l’assoluzione di homo sacer

Nero su giallo, 2000.
La tavola gialla con macchie nere attira la mia attenzione più di ogni altra opera esposta in galleria. La lunga cicatrice di fili di ferro tiene insieme i lembi di una ferita aperta nel legno. Su quella lacerazione converge lo sguardo di chi si avvicina all’opera nell’inconsapevole tentativo di partecipare ad una impossibile rimarginazione. Emilio Anselmi alla mia sinistra dice: “Sai chi l’ha fatta?” So che l’opera è sua ma la risposta alla domanda di Mitia deve certamente essere meno banale. Con lui è inutile tentare risposte, il gioco è suo e sarebbe un errore capitale privarsi del piacere di vederlo giocare dividendo le mosse tra me e lui. Rispondo: “Non saprei”. Lui risponde “L’ha fatta il mare. Io l’ho trovata, ho pensato che il mare poteva farla così, l’ho portata sulla sabbia, l’ho lasciata lì e quando l’ho ripresa era così.” Che le parole ricordate siano fedeli a quelle dette da Mitia non è importante, qui il gioco è mio e Mitia dovrà lasciarmi giocare con i ricordi e tradirli quel tanto che basta per essere rigorosamente fedele allo spirito delle sue parole.

La heideggeriana gettatezza prende corpo nelle opere di Mitia. L’essere gettato delle cose, caduto nell’esistenza è attributo necessario per entrare nell’universo estetico di Mitia che, complice la caduta, altra caduta, di alcune lettere, si sovrappone al suo universo etico che chiede di salvare le cose dalla caduta cui sono state condannate. Se la gettatezza di cui parla Heidegger è dell’esserci che attraversa la soglia dell’esistenza qual è la gettatezza delle cose che abitano l’universo di Mitia? Günther Anders a proposito dei beni di consumo parlava dello scambio simbolico tra la nostra mortalità e la mortalità degli oggetti. La produzione industriale assolve al compito di rendere deperibili gli oggetti che devono essere prodotti in nuove copie e nuovi modelli con ritmi sempre più veloci. In questo scambio simbolico l’oggetto diventa mortale e il soggetto che li usa diventa immortale. Gli oggetti muoiono al nostro posto e noi allontaniamo dal nostro orizzonte quanto la morte ci ha sempre insegnato e ancora ha da insegnarci.

La leggenda del Totem, Cabbia di Montereale
Gli oggetti di Mitia non sono figli dell’industria, non sono prodotti seriali, appartengono alle generazioni precedenti quando nascevano per essere durevoli. Gli oggetti dell’era industriale si avviano a una morte programmata con la leggerezza inconsapevole delle cose inanimate. Gli oggetti di Mitia conservano le impronte del loro fattore, presagiscono il destino degli oggetti dell’era industriale e a differenza di questi mal sopportano lo stigma del rifiuto, lo stigma del reietto che non era loro destino avere. Su questi oggetti grava, come un senso di colpa, il peso della mortalità che per accidente della storia è toccato loro, un peso che non può gravare sugli oggetti di un’era già desacralizzata come quella industriale.

È questa la gettatezza delle cose che entrano nell’universo di Mitia, l’essere state gettate nell’esistenza per essere sacrificate. Prima che incontrassero Mitia gli oggetti della sua arte si erano resi colpevoli del reato più imperdonabile del nostro tempo: erano diventati inutili ma continuavano ad avere un’anima, ultimo riflesso delle impronte del loro fattore. Un'anima terrena e per questo sacra. L’oggetto, colpevole nei confronti della divinità dell’utile, è dichiarato sacer e consegnato all’ira della divinità. Sacer era proclamato nella Roma repubblicana chi, colpevole di avere infranto la legge, era condannato ad essere gettato dalla rupe Tarpea. 
Mitia recupera gli oggetti dopo la caduta dalla rupe dell’utilità per restituirli ad una funzione sacra sulla soglia di templi shintoisti e della piana di Giza. Mitia riprende quegli oggetti dalla radura in cui lo scambio delle mortalità mostra la sua illusoria ingenuità, e salvandoli riporta l’uomo alla dimensione di essere mortale restituendogli la possibilità di “morire vecchio e sazio della vita”.
Nella continua risonanza tra oggetto e soggetto si svolge la tragedia umana che l’artista mette in scena per la propria e altrui catarsi. Il museo/garage di Mitia è un tribunale permanente di giganti alati e figure totemiche. Molti di loro, dopo lungo peregrinare per gli Appennini, sono tornati qui per celebrare il processo a homo sacer, colpevole di avere rinnegato il proprio destino. In una Stonehenge di legno e metallo homo sacer si trova al centro delle accuse e delle difese per essere restituito alla sua umanità e per questo essere infine assolto.


Se le creature di Mitia, antenati degli oggetti seriali, prefigurano l'assoluzione di homo sacer quale assoluzione sarà possibile dopo aver reso obsoleta anche la falsa immortalità promessa dall’industria per votarsi al digitale? L’industria ha ceduto il passo al digitale, la caduca materia è sconfitta dall’imperituro spirito e nell’apoteosi dell’hybris la morte è bandita. Quale assoluzione sarà possibile domani? Se una assoluzione sarà ancora possibile non potrà che venire dalla tremenda bellezza di cui canta Rilke in una delle sue elegie duinesi. Ne va della vita di un soggetto/oggetto che non si consegna alle sirene dell’utile e dell’immortale.


martedì 11 ottobre 2022

I fiori del cappero

“Io so per esperienza quanta bellezza portò seco Satana, quando cadde. Nessuno ha mai detto che gli angeli caduti fossero gli angeli brutti.“ Graham Greene, Il potere e la gloria.


Hai mai raccolto i capperi? La pianta del cappero è bassa, sembra eruttare dalla terra, come una polla verde. Ogni cappero è una goccia e per raccoglierli ti devi chinare. Li devi raccogliere uno ad uno, con la punta delle dita. Una leggera pressione delle unghie per tagliare il picciolo, senza strappare. Quando hai finito la raccolta fanno male le mani e la schiena. Così è nel mio confessionale. Raccolgo i peccati come i capperi, uno ad uno, schiena curva, senza strappare. Peccati innocenti, senza alcuna pretesa di guadagnarsi il paradiso con un perdono dispensato con malagrazia per avere osato considerare peccato una rivendicazione. Di questo passo si rischia il peccato di superbia!

Povera gente, se non avessero Dio con cui prendersela non avrebbero nessuno cui chiedere conto delle loro fatiche. Celebro messa con il vino di campagna, aceto nelle città e a volte prendo l’uno per l’altro. Abituato a mandare giù tutto neanche me ne accorgo, ché il corpo e il sangue di Cristo può avere le sue sante ragioni per essere di malumore e certo che deve averne di ragioni a vedere questa gente che attende la pioggia e poi ne arriva troppa, magari insieme alla grandine che distrugge tutto e sì che gli tocca invocare il sole come prima hanno chiamato l’acqua.

Come possono non prendersela con Dio se da lui vengono le promesse? Non doveva promettere fiumi di latte a questa gente abituata al vino guasto. Doveva dire “seguitemi anche se non so dove vi porto, ovunque sia ci arriveremo insieme.” Gli avrebbero chiesto “perché seguirti allora?” e lui avrebbe risposto “perché non avete nient’altro!”. Forse è proprio così che è andata ma poi hanno voluto credere ad altro. Si sa come succede tra gente ignorante. Dici una cosa e se ne capisce un’altra ed è quello che è successo visto il riverbero dell’incomprensione anche nelle alte sfere. Sono stati scritti poemi e divine commedie sul cammino ultraterreno quando qui crescevano i capperi e le mani per raccoglierli erano sempre di meno e facevano sempre più male.

Anch’io ho avuto le mie sviste. Ho studiato teologia per riconoscere Dio in un rospo nero e indurito al sole lungo una scala santa, aveva il volto del demonio e non vedere la somiglianza con quello che cercavo era la mia superbia. Ho studiato il pensiero dei senza Dio per capire che la rivolta era la preghiera di chi si sentiva abbandonato da Dio. Ho educato i miei occhi a vedere la luce che viene giù come acqua di temporale. Le cose e gli uomini non sono mai soltanto quello che dicono di essere.

Oh l’amore, va nominato con parsimonia, quasi pudore, come di una porta spalancata che lascia vedere segreti di famiglia che non si vuole far conoscere. La mia missione è parlare dell’amore e non ho mai conosciuto un Proteo più mutevole, sempre disposto a cambiare volto e abiti. Oggi si veste di acredine, in serata di odio, domani sarà di nuovo affetto e colpa e col passare delle ore il volto gli si infiamma d’ira e bastano pochi minuti perché abbia il volto sereno della buona morte. Quello è brutto come il peccato, si dice. Beata innocenza! Le cose non sono mai solo quello che sembrano.

Ho studiato a lungo per riconoscere i peccati e imparare a raccoglierli uno ad uno, prima che si aprissero, come fa il cappero con i suoi fiori. Hai mai visto i fiori dei capperi? Se non li hai mai visti non puoi capire la loro bellezza. È quasi un abuso chiedere a questa gente di pregare. Questa gente sgrana rosari di pietra per costruire case e ripari disseminati nelle campagne, perle unite da muri a secco in una collana di misteri che nessun libro di preghiere può svelare.







Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...