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lunedì 16 novembre 2009

What a wonderful world!

Vertice alla FAO: “Non è possibile la sicurezza alimentare senza la sicurezza climatica.” Perché la dichiarazione non rimanesse soltanto un annuncio vuoto di contenuti è stato preparato un buffet in una sala climatizzata.

Dall'altra parte del pianeta procedono intensi gli incontri del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Nuovo corso della politica USA, quando alle parole seguono le parole.

sabato 14 novembre 2009

Esperti di umanità?

L'arcidiocesi della capitale USA ha lanciato il suo ultimatum al consiglio comunale: se riconoscerà il valore legale delle nozze tra soggetti dello stesso sesso, la Chiesa interromperà i servizi in favore di migliaia di poveri che aiuta ogni giorno. (leggi qui)
Questa notizia è ripresa dal Washington Post dell'altro ieri (12 novembre 2009).

Straordinaria mostruosità! Se pensate che il comportamento di qualcuno con cui avete una qualche relazione sia un torto nei vostri confronti, cercate un mendicante che non avete mai visto prima e dategli un calcio, mi raccomando che sia forte!
Questa sì che è carità.

giovedì 12 novembre 2009

Il governo non sta studiando

Qualche giorno fa Alfano dichiarava: "Il governo non sta studiando alcuna norma relativa alla prescrizione". Quando ascoltavo quelle parole io prendevo in parola il semiministro della giustizia e pensavo che il problema era esattamente quello, che avrebbero fatto una norma per salvare il miserabile perseguitato dai processi senza studiarla. Studiare per alcuni è tempo perso. La norma è arrivata, a firma di Gasparri, Quagliariello e Bricolo, tre noti esperti di diritto prestanome di Ghedini, il celebre giurista della "legge uguale per tutti ma non la sua applicazione". Il Ddl è stato presentato oggi al Senato. La norma si richiama alla tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi in attuazione della Costituzione e dell'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Bene, il principio è sacrosanto! Il problema però è che solitamente in un processo ci sono almeno due parti in causa. Spessissimo una delle due parti è innocente e l'altra è presumibilmente colpevole. Ora, dato un certo apparato giudiziario, con le sue risorse, umane ed economiche, si ha anche un tempo tecnico per la realizzazione dei processi, in modo che la giustizia possa definire il ruolo delle parti in causa, cercando di mantenere l'equilibrio tra il principio della legittimità della difesa ed il principio della legittimità della richiesta di giustizia della parte lesa. Si dà il caso che entrambe le parti siano cittadini. Quindi se non si interviene sulle risorse dell'apparato giudiziario, conservando l'equilibrio tra i principi citati, la domanda che fa sorgere il Ddl presentato al Senato oggi, che si limita a ridurre i tempi della prescrizione è "quale cittadino intende tutelare la norma? quale delle due parti in causa?"

Provo ad azzardare un giudizio inesperto e una previsione (o un auspicio). Si tratta dell'ennesimo mostro giuridico scritto con i piedi destinato ad essere affossato dalla Corte Costituzionale perché manca del contesto affinché la struttura giudiziaria possa dare concreta applicazione al principio della 'ragionevole' durata fissata dal Ddl (2 anni per grado di giudizio). In buona sostanza, la ragionevole durata dei processi è ragionevole proprio quando si adegua ai vincoli strutturali del sistema giudiziario, non quando è fissata giusto per cancellare i reati finanziari di qualcuno. Prima di intervenire sulla ragionevole durata di un processo occorrerebbe intervenire sulle condizioni che definiscono la ragionevolezza di un termine temporale. E' il solito maquillage, non si ha la forza (né la volontà) di fare le riforme vere e si fanno le norme spot per gettare fumo negli occhi (inoltre devo ammettere che se dovessi pensare ad una rifoma del codice stradale non vorrei certo che la facesse un pirata della strada!).
Io capisco che la disperazione fa perdere i lumi della ragione, capisco anche che è più facile perderli quando la natura non ne ha fatto dono, ma per carità, addirittura dichiarare che non si sta neanche studiando per presentare una norma è francamente troppo!

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Agli incontri scuola-famiglia di un tempo, non so se oggi si usano più, in qualche occasione il docente diceva alla madre desiderosa di sapere del profitto scolastico del proprio pupillo: "Il ragazzo si impegna ma non raggiunge i risultati desiderati." Spesso era un modo educato per dire: "Signora, suo figlio è un caprone, qui ce la stiamo mettendo proprio tutta ma non vediamo molte speranze di riuscita." Era una questione di stile!

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Parlare delle iniziative ad personam o delle immoralità di questo Governo è un insozzamento del pensiero, ma parlarne significa tentare di evitare di cadere ancora di più nel sozzume e nella barbarie. A volte è inevitabile e necessario sporcarsi, per gridare la propria volontà di rimanere puliti (leggi l'articolo di Repubblica).

Clicca sull'immagine per leggere dell'iniziativa organizzata su Facebook.


mercoledì 11 novembre 2009

La lampadina fulminata

Da più di un anno abbiamo una piccola cantina in affitto al piano terra. E' comodo avere una cantina, in un angolo ci metto ogni ben di dio, vino, olio, marmellate e quant'altro porto da giù tutte le volte che vado a trovare i miei e poi in cantina ci puoi lasciare le cose che normalmente non terresti dentro casa, biciclette e cianfrusaglie varie che occuperebbero spazio nelle nostre case già troppo piene. E' comodo avere una cantina, anche se a volte ti tocca fare quattro piani di scale per andare a prendere quello che ti serve perché ti sei scordato di fermarti a prenderlo al ritorno dal lavoro.
Qualche mese fa in cantina si è fulminata la lampadina, non dava più segni di volersi accendere. Le prime volte che entravo in cantiva era spontaneo provare ad accendere l'interruttore ma dopo alcuni giorni è diventato inutile provarci. Non c'è mai stato il tempo per poter sostituire la lampadina fulminata. Di sera, quando entravo in cantina che ormai era buio, mi servivo dello schermo del cellulare per muovere i pochi passi che mi conducono dalla porta all'armadietto delle riserve. Ma quella luce è fioca e non è successo poche volte di dovermi accontentare del vino bianco quando invece cercavo il rosso o viceversa, per non dire della volta che sono tornato su con una bottiglia di passato di pomodoro invece del vino!
Giorni fa sono venuti a farci visita i genitori di Vito. Sapevano della lampadina fulminata in cantina ma il padre di Vito doveva prendere qualcosa e un accendino poteva bastare. Entrando ha premuto l'interruttore e la luce si è accesa. Non era fulminata, funzionava ancora, non è mai stata fulminata!

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Quante lampadine non proviamo più ad accendere, assuefatti da una abitudine cui basta poco tempo per abitare stabilmente le nostre menti? Quante lampadine ancora funzionanti consideriamo fulminate e in attesa di sostituzione?

Nell'immensa cantina della storia, dove regna il buio del tempo non proviamo più ad accendere lampadine che pensiamo fulminate. Forse tra quelle lampadine ci sono anche le "cause perse" di cui parla Slavoj Žižek. Abbiamo visto cose terribili alla luce di quelle lampadine, eppure era altra la luce che illuminava la cantina dell'umanità, luce più antica, mai davvero spenta, luce nera che si spegnerà solo quando abbandoneremo la cantina per non farvi più ritorno.

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«[...] C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, e le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine cresce davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.[…]» W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia (1940), Tesi IX. In: Angelus novus. Saggi e frammenti, Einaudi, p. 80, 1995.

Angelus Novus, Paul Klee, 1920.

«All of old. Nothing else ever. Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better.» S. Beckett, Worstward Ho, 1983.

martedì 10 novembre 2009

Straziante meravigliosa bellezza

« L'Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c'è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra, soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra.» Pier Paolo Pasolini, Bestia da stile, Garzanti, 1979.

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Da: "Che cosa sono le nuvole?", 1967



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Dialogo con un amico:
- Perché non fanno mai vedere i film di Pier Paolo Pasolini?
- Perché era un gigante in un tempo di nani, quel tempo dura ancora!

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Il vuoto del potere
ovvero
L'articolo delle lucciole

di Pier Paolo Pasolini (5 marzo 1922 – 2 novembre 1975)
dal "Corriere della sera" del 1° febbraio 1975
La distinzione tra fascismo aggettivo e fascismo sostantivo risale niente meno che al giornale "Il Politecnico", cioè all'immediato dopoguerra..." Così comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo ("L'Europeo, 26-12-1974): intervento che, come si dice, io sottoscrivo tutto, e pienamente. Non posso però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la distinzione tra "fascismi" fatta sul "Politecnico" non è né pertinente né attuale. Essa poteva valere ancora fino a circa una decina di anni fa: quando il regime democristiano era ancora la pura e semplice continuazione del regime fascista. Ma una decina di anni fa, è successo "qualcosa". "Qualcosa" che non c'era e non era prevedibile non solo ai tempi del "Politecnico", ma nemmeno un anno prima che accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva).
Il confronto reale tra "fascismi" non può essere dunque "cronologicamente", tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano: ma tra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel "qualcosa" che è successo una decina di anni fa.
Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare e ad abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo anche meglio).
Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).
Quel "qualcosa" che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque "scomparsa delle lucciole".
Il regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che non solo non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa continuità, ma sono diventate addirittura storicamente incommensurabili. La prima fase di tale regime (come giustamente hanno sempre insistito a chiamarlo i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole a oggi. Osserviamole una alla volta.
Prima della scomparsa delle lucciole
La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta. Taccio su ciò, che a questo proposito, si diceva anche allora, magari appunto nel "Politecnico": la mancata epurazione, la continuità dei codici, la violenza poliziesca, il disprezzo per la Costituzione. E mi soffermo su ciò che ha poi contato in una coscienza storica retrospettiva. La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale.
Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano. Tale gestione del Vaticano era possibile solo se fondata su un regime totalmente repressivo. In tale universo i "valori" che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l'obbedienza, la disciplina, l'ordine, il risparmio, la moralità. Tali "valori" (come del resto durante il fascismo) erano "anche reali": appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l'Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a "valori" nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano. Provincialità, rozzezza e ignoranza sia delle "élites" che, a livello diverso, delle masse, erano uguali sia durante il fascismo sia durante la prima fase del regime democristiano. Paradigmi di questa ignoranza erano il pragmatismo e il formalismo vaticani.
Tutto ciò che risulta chiaro e inequivocabilmente oggi, perché allora si nutrivano, da parte degli intellettuali e degli oppositori, insensate speranze. Si sperava che tutto ciò non fosse completamente vero, e che la democrazia formale contasse in fondo qualcosa. Ora, prima di passare alla seconda fase, dovrò dedicare qualche riga al momento di transizione.

Durante la scomparsa delle lucciole
In questo periodo la distinzione tra fascismo e fascismo operata sul "Politecnico" poteva anche funzionare. Infatti sia il grande paese che si stava formando dentro il paese - cioè la massa operaia e contadina organizzata dal PCI - sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che "le lucciole stavano scomparendo". Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia (che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell'analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l'immediato futuro; né identificare quello che allora si chiamava "benessere" con lo "sviluppo" che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il "genocidio" di cui nel "Manifesto" parlava Marx.

Dopo la scomparsa delle lucciole
I "valori" nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo emarginato (anche il MSI in sostanza li ripudia). A sostituirli sono i "valori" di un nuovo tipo di civiltà, totalmente "altra" rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma in Italia essa è del tutto particolare, perché si tratta della prima "unificazione" reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma italiano del contatto tra l'"arcaicità" pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell'industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste.
In Italia sta succedendo qualcosa di simile: e con ancora maggiore violenza, poiché l'industrializzazione degli anni Settanta costituisce una "mutazione" decisiva anche rispetto a quella tedesca di cinquant'anni fa. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a "tempi nuovi", ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l'avevo amata: sia al di fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque "coi miei sensi" il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiani, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza. Vanamente il potere "totalitario" iterava e reiterava le sue imposizioni comportamentistiche: la coscienza non ne era implicata. I "modelli" fascisti non erano che maschere, da mettere e levare. Quando il fascismo fascista è caduto, tutto è tornato come prima. Lo si è visto anche in Portogallo: dopo quarant'anni di fascismo, il popolo portoghese ha celebrato il primo maggio come se l'ultimo lo avesse celebrato l'anno prima.
È ridicolo dunque che Fortini retrodati la distinzione tra fascismo e fascismo al primo dopoguerra: la distinzione tra il fascismo fascista e il fascismo di questa seconda fase del potere democristiano non solo non ha confronti nella nostra storia, ma probabilmente nell'intera storia.
Io tuttavia non scrivo il presente articolo solo per polemizzare su questo punto, benché esso mi stia molto a cuore. Scrivo il presente articolo in realtà per una ragione molto diversa. Eccola.
Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. È vero: essi continuano a sfoderare radiosi sorrisi, di una sincerità incredibile. Nelle loro pupille si raggruma della vera, beata luce di buon umore. Quando non si tratti dell'ammiccante luce dell'arguzia e della furberia. Cosa che agli elettori piace, pare, quanto la piena felicità. Inoltre, i nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili; in cui galleggiano i "flatus vocis" delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono appunto delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d'ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c'è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, "come ci sono giunti gli uomini di potere?".
La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono passati dalla "fase delle lucciole" alla "fase della scomparsa delle lucciole" senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una "normale" evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura.
Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, non sapeva più che farsene del Vaticano quale centro di vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si dica per la famiglia, costretta, senza soluzione di continuità dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva a essa cambiamenti radicali nel senso della modernità, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto, senza più limiti (o almeno fino ai limiti consentiti dalla permissività del nuovo potere, peggio che totalitario in quanto violentemente totalizzante).
Gli uomini del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo di amministrarselo e soprattutto di manipolarselo. Non si sono accorti che esso era "altro": incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltà. Come sempre (cfr. Gramsci) solo nella lingua si sono avuti dei sintomi. Nella fase di transizione - ossia "durante" la scomparsa delle lucciole - gli uomini di potere democristiani hanno quasi bruscamente cambiato il loro modo di esprimersi, adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino): specialmente Aldo Moro: cioè (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state, organizzate dal '69 ad oggi, nel tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere.
Dico formalmente perché, ripeto, nella realtà, i potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient'altro che il luttuoso doppiopetto.
Tuttavia nella storia il "vuoto" non può sussistere: esso può essere predicato solo in astratto e per assurdo. È probabile che in effetti il "vuoto" di cui parlo stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione. Ne è un indice ad esempio l'attesa "morbosa" del colpo di Stato. Quasi che si trattasse soltanto di "sostituire" il gruppo di uomini che ci ha tanto spaventosamente governati per trenta anni, portando l'Italia al disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico.
In realtà la falsa sostituzione di queste "teste di legno" (non meno, anzi più funereamente carnevalesche), attuata attraverso l'artificiale rinforzamento dei vecchi apparati del potere fascista, non servirebbe a niente (e sia chiaro che, in tal caso, la "truppa" sarebbe, già per sua costituzione, nazista). Il potere reale che da una decina di anni le "teste di legno" hanno servito senza accorgersi della sua realtà: ecco qualcosa che potrebbe aver già riempito il "vuoto" (vanificando anche la possibile partecipazione al governo del grande paese comunista che è nato nello sfacelo dell'Italia: perché non si tratta di "governare"). Di tale "potere reale" noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali "forme" esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l'hanno preso per una semplice "modernizzazione" di tecniche. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l'intera Montedison per una lucciola.
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