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lunedì 6 marzo 2017

Note(2)

In molti filosofi è subdolamente presente, anche nei meno ‘umanisti’, ma non per questo meno antropocentrici, un rovesciamento della specificità umana nella priorità umana. Se il tema è la specificità umana allora non ci è difficile concepire la specificità anfibia per la rana o la specificità lepidotterica per una farfalla, se il tema è la priorità non c’è bisogno di scomodare secoli di riflessione filosofica, basta la forza.
Lo zoologo Frans de Wall ha affermato che “il posto speciale del genere umano nel cosmo è quello delle rivendicazioni smentite e dei traguardi spostati”[1]. Nella storia del pensiero di paletti per rivendicare l’unicità umana ne sono stati eletti a iosa: la mano, la realizzazione di utensili, il linguaggio, la capacità di provare empatia, il pensiero simbolico e nessuna smentita è mai seriamente servita a mettere in discussione il reputarsi “più che primi e più che principalissimi”, come prevedeva il Copernico di Leopardi[2]. Uno dei paletti più amati da tempo è il linguaggio, che negli umani ha raggiunto livelli di complessità certamente non riscontrabili negli altri organismi; ma se è vero che “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”[3], è vera anche una commovente debolezza nella comprensione dei possessivi.

[1] Frans de Wall, La scimmia che siamo. Garzanti, 2006. p. 234.
[2] G. Leopardi, Operette morali - Il Copernico, Dialogo. Garzanti, 1984, p. 284.
[3] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916. Einaudi, Torino, 1983. Par. 5.6 cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori. Vol 1, p. 796.

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