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giovedì 3 marzo 2016

Tragedie surrogate

Consiglio la lettura dell'articolo di Cinzia Sciuto su Gravidanza surrogata, tra morale e diritto. In uno spazio del discorso sempre più ridotto alla logica binaria dei favorevoli e contrari questo articolo è un cammeo.

Sei favorevole o contrario alla surrogata? "Dipende" diceva Concita de Gregorio in un articolo di qualche giorno fa, rivendico la possibilità di rispondere dipende. L'articolo di Sciuto fa molto di più, traccia un confine tra morale e diritto, un confine che è sempre stato faticoso riconoscere in un paese che confonde peccato e reato.
Ho molte perplessità sulla surrogata, tocca corde delicate e antiche che affondano nel passato evolutivo, nell'immaginario delle relazioni umane, nella deleteria cultura dei "ruoli" di genere, e tocca corde sociali che per formazione politica non posso ignorare. A queste perplessità si aggiungono quelle dovute alla falsa coscienza di quanti scoprono la surrogata in occasione della legge sulle unioni civili per gli omosessuali e sulle defunte adozioni, insomma una ipocrisia surrogata come l'ha chiamata Gilioli. Il tema della surrogata va affrontato seriamente tenendo in mente la distinzione tra diritto e morale. Non aver affrontato con questo spirito altri temi più alla portata, diciamo così, come le adozioni, gli affidi e tutto il corollario culturale che queste comportano (Lo hai adottato o è tuo figlio vero? Sei un coglione vero o un surrogato?) ha fatto sì che un istinto insopprimibile trovasse realizzazione nel tecnomercato dove l'imperativo è fare quello che si può fare, per chi può permetterselo.
Il compito della politica è sottrarre la surrogata al mercato. Il compito della politica è far sì che l'inalienabilità del corpo, delle donne in questo caso, non sia solo un principio teorico da buttare alle ortiche per bisogno. Vietare la surrogata è un'operazione inutile di una politica impotente che ha la coscienza sporca, un'operazione per recuperare una credibilità surrogata! Consentirla senza mettere mano a quello che ho detto prima è similmente un'operazione ignobile, un modo per confermare ancora una volta la propria prostrazione davanti al mammona che tutto governa, il dio mercato. Questa è l'odierna tragedia.

3 commenti:

  1. Anch’io ho molte perplessità di natura etica su quella che molto infelicemente viene chiamata “genitorialità surrogata”, mi sembrano due termini antitetici, che non possono essere accostati senza creare un paradosso, un ibrido, un ircocervo, qualcosa di irreale.
    Se, etimologicamente, un genitore è colui che ti crea, quello che ti da la vita, è anche vero che nell’essere umano conta moltissimo chi ti alleva, chi ti conduce alla maggiore età, quella in cui si presuppone tu possa cavartela da solo.
    Se è vero che senza l’inseminazione, la gestazione e un parto nessuno di noi esisterebbe, è anche vero che senza qualcuno che si prenda cura di noi non sopravviveremmo ed è provato che assorbiamo molto di più da chi ci educa e ci cresce che non da chi condividiamo i nostri cromosomi.
    Se in Italia esistesse l’informazione corretta, sapremmo con certezza che ciò che conta di più per l’equilibrio e il benessere di un bambino non è il sesso dei genitori, la presunta necessità di avere una figura “materna” e una “paterna” nettamente suddivise e distinguibili (storicamente si sono dati casi in cui i bambini venivano allevati da sole donne e oggi è in aumento anche in Italia la famiglia monoparentale costituita da una donna-madre, eventualmente aiutata da altre donna parenti o collaboratrici, e da uno o più figli), ciò che sembra essenziale è un clima sereno e un certo equilibrio nel rapporto di coppia (equilibrio di cui dubito molto nel caso di donne che presumono e scrivono di doversi sottomettere all’uomo perché così Dio ha voluto o di uomini obesi, già separati con prole, col vizio del gioco e che vanno a risposarsi a Las Vegas come se il matrimonio fosse un azzardo o una puntata al poker).
    Tutte le maggiori associazioni scientifiche internazionali psicologiche, psicoanalitiche e psichiatriche si sono espresse in tal senso, basterebbe anche cliccare su Wikipedia per attingere informazioni che non saranno approfondite, ma in questo caso sono attendibili, più attendibili di alcuni presidenti dell’associazione pediatrica, di alcuni divulgatori scientifici, di giornalisti o di politici di qualsiasi orientamento che sembrano spiccare più per la loro ignoranza o per la loro tendenziosità messa al servizio del loro padrone di turno.
    Al vertice di questa piramide di mistificazione, al servizio dell’esercizio di un potere, ci sono i vertici della chiesa cattolica, che non esitano a mentire pur di vincere la competizione e che compaiono solo in programmi e situazioni in cui in realtà non c’è nessun vero confronto o dibattito.
    Non esistono, dunque, motivi validi per cui ad una coppia di omosessuali dovrebbe essere vietato adottare un bambino, qualora lo desiderino, e non si tratta soltanto della stepchild adoption, il cui stralcio dalla legge è stato davvero un’autentica porcata, una manovra incomprensibile da addebitare a politici asserviti alla religione e al potere che questa rappresenta o alle variazioni degli umori della plebe (in gran parte contraria perché male informata o disabituata a pensare autonomamente).
    Più spinoso il problema dell’utero in affitto, perché porta con sé considerazioni etiche difficilmente superabili, a causa di alcune considerazioni che si possono fare: la liceità di utilizzare un essere umano come incubatrice o come mamma genetica, che poi dovrebbe separarsi del suo bambino; la considerazione che un bambino siffatto sia in realtà acquistato; e quella che chi ha soldi e potere possa permettersi tutta questa procedura e chi non ha soldi no.
    (segue)

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  2. Riflessioni, queste, che ci fanno dubitare del fatto che sia giusto e debba essere lecito poter affittare una donna che possa partorire il nostro bambino, ma se siamo su questa linea, allora dovremmo anche considerare quei casi in cui l’adozione di una coppia eterosessuale in alcuni stati africani, in Europa dell’est o in Asia sia al limite fra una questione “legale”, che segue procedure internazionali e che ha come principio quello di garantire soprattutto il benessere e i diritti del bambino, e la corruzione dilagante dei funzionari preposti, sui quali si può esercitare il proprio potere o si possono ungere con denaro, al punto tale che l’adozione tenda ad assomigliare più ad un acquisto che ad altro.
    E che possiamo dire poi della inseminazione eterologa, dei casi (e sono molti ormai anche in Italia) in cui la donna vuole rimanere single ma non rinuncia ad avere un bambino, per cui si fa mettere incinta da un uomo consapevole o ignaro di essere padre, che poi si disinteresserà della sua prole?
    E di quelle donne (forse anche uomini, anche se in misura minore), che sposano qualcuno solo per interesse, e il cui contratto implicito prevede l’ “erogazione” di determinate prestazioni sessuali, lo svolgere al meglio il ruolo di moglie o marito adeguato al ruolo che il coniuge svolge nella società, di essere discreta/o in caso di infedeltà o nel coltivare alcuni altri vizietti più o meno innocui, e di impegnarsi ad avere dei bambini all’interno di quella relazione.
    Uno Stato deve essere etico, cioè far rispettare alcuni principi irrinunciabili, laici o religiosi che siano, a tutti i cittadini? Oppure, quando si accosta a questioni personali ed intime, come la scelta del partner, la possibilità di avere figli, come vivere la loro vita privata, che tipo di relazione instaurare con un partner, …, lo stato dovrebbe essere rispettoso della volontà individuale e riconoscere soltanto l’esistente (come ad esempio accade col divorzio o con l’interruzione volontaria della gravidanza, in cui lo Stato non interviene sulla decisione, cerca solo di amministrare nel migliore dei modi questa scelta, di riconoscerla e di garantirla come possibile)?
    Qual’è il limite fra pubblico e privato, quando una mia scelta è soltanto mia e non lede i diritti altrui? Se ci facciamo caso chi ostacola i cosiddetti diritti civili non ostacola la libertà in senso lato, ma contrappone diritti a diritti, libertà a libertà, la libertà e il diritto dell’omosessuale ad avere dei figli alla libertà e al diritto di un bambino di crescere senza problemi. La libertà dei gay di sposarsi alla possibilità che questa novità sia destrutturante e disorientante per l’equilibrio sociale (e questo, se ci rifletti bene, vuol dire che la struttura sociale si basa sul maschilismo, l’eterosessualità sulla rimozione dell’omosessualità, la libertà e il potere di alcuni sulla privazione della libertà e del potere di altri).
    E’ un concetto che è molto chiaro nel film Suffragette di Sarah Gavron, perché il fatto che una donna rivendichi uguali diritti degli uomini debba far sentire “umiliato” il proprio marito, perché la mia autostima deve riposare sulla sottomissione di mia moglie alla mia autorità, perché non posso sentirmi fiero di avere al mio fianco una donna che mi è pari e non una che mi è inferiore?
    Perché le altre donne si sentivano minacciate dal fatto che alcune loro simili, chiedessero di contare quanto gli uomini, il diritto al voto, di poter partecipare alle decisioni pubbliche e a quelle familiari, di non essere sfruttare sessualmente e lavorativamente dagli uomini, tanto da gridare: “Vergogna!” a chi si batteva anche per loro?
    Ciao

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  3. Dalle mie parti c’è un detto molto denso che dice “mamma è chi cresce, non chi partorisce” ed è notevole come il sapere sedimentato nella tradizione provinciale sia più raffinato della canea che ha contraddistinto il discorso intorno al tema della maternità/paternità in questi giorni. L’accento è sulla figura materna e non su quella paterna, qui spenderemmo molto tempo per stabilire se questo sia il marchio di una cultura patriarcale subita dalle donne o il marchio di inettitudine di cui le donne ci graziano per alcuni compiti. Preferisco investire il mio tempo in questi dilemmi che cercare di capire l’etologia di gente come adinolfi, formigoni, bagnasco, giovanardi, sallusti e specie simili. Non sopporto le volgarità gratuite e ancora meno sopporto chi parla per sentenze senza sottostare alle regole dell’argomentazione e alle domande “come?” e “perché?”. Ogni volta che si discute di genitorialità si parla di argomenti delicati perché coinvolgono i bambini e probabilmente un modo corretto per affrontare il tema è tagliare fuori dal confronto disturbatori di professione, non perché abbiano argomenti contrari ma perché non hanno argomenti che non siano le proprie ossessioni.
    La sfilza di domande che poni alla fine del tuo commento è impegnativa e non posso pretendere di dare risposte esaustive qui e ora, non per mancanza di tempo ma perché sono domande aperte o, meglio, domande che accettano solo risposte aperte. Possiamo abbozzare risposte ragionevoli solo se il discorso si sviluppa rispettando regole basilari: disponibilità incondizionata a rispondere onestamente a una fila interminabile di perché e rispetto delle «modeste verità di fatto», come le chiamava Arendt. Ogni affermazione deve essere supportata da fatti, magari si arriverà a opposte interpretazioni degli stessi fatti ma sarà già un passo avanti rispetto alle rabbiose fobie di gentaglia incapace di pensare. Ecco, mi accontento di abbozzare il registro per un possibile discorso anziché avanzare qualche risposta che sarebbe comunque solo la mia.
    Non ho ancora visto Suffragette e conto di farlo presto. Conosco la storia del movimento e mi ha sempre fatto riflettere la distanza tra le idee e il corpo. Mi spiego, il movimento socialista ha dato una spinta notevole perché i diritti politici delle donne emergessero, eppure quando la parità diventava concreta, corpo appunto, ecco che emergevano anche le opposizioni interne… d’accordo la parità delle donne ma che mia moglie abbia i miei stessi diritti… Discorso lungo che forse tirerebbe in ballo le stesse fobie cui assistiamo oggi, la patriarcalità delle relazioni di cui le stesse donne sono intrise, ecc. Il movimento aveva molte anime e molte oppositrici avanzavano dubbi che la parità fosse esaurita con il diritto di voto, forse riconoscevano già l’uso strumentale di quel diritto, cosa di cui ci rendiamo conto oggi che è diventato chiaro come la democrazia sia un alibi per sedare i conflitti… irrinunciabile, ma comunque un alibi. Ciao.

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