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mercoledì 5 agosto 2015

Roma, tra grande bellezza e sacro GRA

"Ma chi ha riportato lo spirito della Legge tra gli uomini? Eh?
La Chiesa vi contribuì (sempre farisea o sadducea)

Tuttavia, sia pure a parole, non si è mai dimenticata,
essa Chiesa, della carità. Anzi, ci son esempi (tra i piccoli:
no, no, non certo qui in Vaticano) di pura carità.

La Chiesa vi contribuì dunque perché? Perché essa è, diletti figli,
istituzione!!
Benché la carità sia il contrario di ogni istituzione!!
Però la carità sa che le istituzioni sono anch'esse commoventi,
cari laici - laici intelligenti, stupendi, che strillate
per rivendicare all'uomo il diritto alla completa, assoluta,
irriducibile, libertà (responsabilità)
Voi volete essere orfani, senza più Padri e Madri?
Orfani dolenti e spaventati, ma eroici?
Eh! Eh! E invece le istituzioni sono commoventi
e commoventi perché ci sono: perché
l'umanità - essa, la povera umanità - non può farne a meno.
Essa li desidera, i Padri e le Madri: è perciò che commuove.
Vi dirò: anche il Partito Comunista, in quanto Chiesa, è commovente.
(Aòh, non vi scordate che ci sta la scomunica)"

Pier Paolo Pasolini, da L'enigma di Pio XII. In Trasumanar e organizzar, 1971.

***

Inutile dirlo, Roma non è una città come le altre. Altrove il tempo scorre, qui si accatasta. Fare un ritratto di Roma in poche pagine è compito duro, anche perché, piaccia o no, è il ritratto dell'Italia, sempre oscillante tra le gran cose di Machiavelli e il particulare di Guicciardini. Se vogliamo usare una metafora contemporanea il ritratto di Roma oscilla continuamente tra La grande bellezza di Sorrentino e Sacro GRA di Rosi. La Roma di oggi è un pendolo che oscilla continuamente tra Fellini e Pasolini. A volte oscilla freneticamente a volte sembra fermo.


Un amico londinese in visita a Roma mi ha sollecitato a riflettere sulla situazione sociale e politica d'Italia in generale e di Roma in particolare, sulla trascuratezza di questa città, sui turisti che divorano le sue bellezze con sguardi rapidi, sui migranti invisibili, sulle mura coperte di Lazio merda e l'immondizia per le strade, sulla metropolitana sporca e affollata, sui senza tetto che dormono per strada, sull'attuale saccheggio di Roma. Ne è venuto fuori il testo che segue che pubblico con il desiderio di suscitare altre riflessioni. Ringrazio Andrea, osservatore attento della vita di Roma, per lo scambio di opinioni e per i suoi numerosi suggerimenti.

***

Leggere gli avvenimenti di Roma alla luce del presente è sempre sbagliato, in Italia è tragico e in una città come Roma può essere fatale. Roma è un difetto della memoria, cresce più per rimozione che per accumulo di ricordi e tutte le rimozioni prima o poi presentano il conto. La peggiore sventura per un italiano è essere nato in Italia! Il passato di questa nazione incombe sul presente e sul futuro come un padre troppo ingombrante. Non è raro in questi casi che i figli abbiano problemi a sviluppare la propria immagine, a trovare una dimensione propria e non è raro che si manifestino caratteri di rivolta e di rigetto della figura paterna, a volte si hanno tentativi di imitazione ma è sempre una condizione di conflitto. A Roma questo conflitto raggiunge dimensioni parossistiche. Questa forse è la radice del degrado di Roma. Non riguarda solo Roma e l'Italia ma è una tesi che merita maggiore analisi. Qui vedo la radice del "sacco" di Roma, operato da nuovi lanzichenecchi, italiani e stranieri, quasi sempre medio borghesi arricchiti e sovrappeso, tutti d'accordo a trovare il colpevole in qualche poveraccio che fugge dal suo paese depredato dalla nostra santa civiltà. Qui vedo la radice di quella caricatura del grand tour che è il turismo a Roma o altrove. Qui vedo la radice dell'indifferenza degli italiani alla propria storia, al proprio paese. Tutto potrebbe riassumersi in "uccidi il padre", ma non è un fenomeno solo italiano, è quello che sta facendo L'Europa con Atene! Tornando in Italia questa rivolta contro il passato non è la sola radice, le altre radici vanno cercate nel deficit di potere che da sempre caratterizza questo paese, diviso tra impero e papato, e nel disincanto degli italiani (e dei romani soprattutto) che al potere non ci hanno mai davvero creduto.

Queste in breve sono le cause psicologiche e storiche remote di quella che a mio avviso può essere considerata una specificità italiana. Qui lo Stato-Nazione è nato più tardi che altrove in Europa e forse non è mai nato, l’auctoritas è sempre stata divisa tra decine di Stati. Roma è stata da sempre il simbolo di questo potere frammentato e in conflitto. Lo Stato Pontificio e il suo continuo gioco di alleanze e guerre con gli altri Stati, fuori e dentro i confini geografici dell'Italia, hanno segnato la storia di Roma e d'Italia.

Questa continua gara/guerra tra diverse autorità ha fatto la grandezza e la miseria di questo paese. La grandezza artistica e la miseria politica che purtroppo vediamo anche nei nostri giorni. La grandezza artistica è stata l’eredità di un continuo confronto tra “potenti” cui la popolazione assisteva indifferente, una gara di bellezza che doveva testimoniare la supremazia. La miseria politica perché il conflitto tra le autorità spesso condotto con raggiri, tradimenti, bassezze di ogni tipo ha minato alla base ogni concetto di autorità. Roma ne ha viste di tutti i colori nel corso della sua lunga storia. Ogni nuovo Papa doveva superare il precedente, molti non si sono fatti problemi a cancellare le tracce dei propri predecessori, tutti erano concordi a cancellare le tracce del passato imperiale di Roma, perché la filiazione non fosse evidente! Come dice Dostoevskij in L’idiota: “Il cattolicesimo romano crede che, senza una potenza imperiale, la fede cristiana non possa sussistere nel mondo, e grida al tempo stesso: Non possumus! Secondo me, il cattolicesimo romano non è nemmeno una religione, ma è la continuazione dell’impero romano, e tutto in esso è sottoposto a questa idea, cominciando dalla fede. Il papa vi ha conquistato il trono terrestre ed ha alzato la spada. Da quei tempi, ogni cosa prosegue in tal modo, solo che alle spade hanno aggiunto la menzogna, la furberia, l’infingimento, il fanatismo, la superstizione, la scelleratezza, trastullandosi coi più sacri, più sinceri, più ardenti sentimenti, i migliori sentimenti del popolo. Ogni cosa è stata venduta da Roma per denaro, per il vile potere temporale.” In questa lunga citazione di Dostoevskij c’è raccolta più storia d’Italia di quanta se ne può trovare in un trattato di storia.

Prima citavo di sfuggita il disincanto dei romani, spiego meglio. Prima del disincanto di Weber si deve parlare del disincanto dei romani. Se il disincanto di Weber segna il passaggio dalla magia del mondo contadino alla regolarità della quotidianità borghese, il disincanto dei romani è l’abisso tra le virtù celestiali predicate dalla principale autorità che opera qui da due millenni e le terrene mondanità di quella stessa autorità, costellata da vizi di corte e viltà che hanno indebolito ogni credibilità in una qualsiasi auctoritas. La risposta di Roma alle sollecitazioni che venivano alla propria auctoritas con i colpi di martello con cui Lutero inchiodava le sue tesi al portone della cattedrale di Wittemberg fu la controriforma! Una ulteriore stretta delle libertà individuali e un’immersione in un misticismo di facciata che rivelò in maniera ancora più impietosa la distanza tra le altezze della virtù e le miserie della vita concreta. Quando in Europa i fiamminghi dipingevano scene di vita quotidiana in Italia si dipingevano scene del vecchio e del nuovo testamento. Tutto ricominciò come prima, scempio del passato compreso. E’ utile ricordare un detto di diversi secoli fa: “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini” (quello che non fecero i barbari fecero i Barberini). La frase si riferiva al prelievo del bronzo della trabeazione del Pantheon, che Urbano VIII commissionò a Bernini per la costruzione del baldacchino che è al centro della Basilica di San Pietro in Vaticano. La frase è una “pasquinata” affissa sul Pasquino intorno al 1625. Il Pasquino è il frammento di una statua ellenistica scoperta nel 1501. La statua, oggi alle spalle di palazzo Braschi, è sempre stata usata dai romani per denunciare ingiustizie e prepotenze del potere. Non è la sola statua a “parlare” a Roma ma sicuramente la più famosa. La notte, in segreto, venivano lasciati biglietti su queste statue con brevi componimenti, spesso in rima, che sbeffeggiavano i personaggi pubblici e gli esponenti della curia papale. Le pasquinate sono quei componimenti. Altre celebri pasquinate sono quella in morte di Papa Leone X nel 1520 a proposito della vendita delle indulgenze: "Gli ultimi istanti per Leon venuti, / egli non poté avere i sacramenti. / Perdio, li avea venduti!", oppure quella in morte di Papa Paolo III nel 1549: "In questa tomba giace / un avvoltoio cupido e rapace. / Ei fu Paolo Farnese, / che mai nulla donò, che tutto prese. / Fate per lui orazione: / poveretto, morì d'indigestione." Ma la pasquinata che mi piace di più è quella scritta in occasione della morte di Clemente VII de' Medici nel 1534. Sul Pasquino trovarono un ritratto del medico del pontefice, ritenuto non privo di responsabilità per la morte del papa, e sul bigliettino c’era scritto “ecce qui tollit peccata mundi” (ecco colui che toglie i peccati del mondo). Anche se è difficile immaginare che la popolazione potesse scrivere in rima o in corretto latino il Pasquino ha sempre rappresentato e interpretato il sentimento popolare dei romani nei confronti del potere e poi bisogna considerare che la storiografia ufficiale porta memoria delle pasquinate colte e trascura quelle popolari, purtroppo.

Quando la lezione dei fiamminghi giunse in Italia era troppo tardi per costruire una nuova auctoritas che non fosse quella millenaria dell’impero in tutte le sue trasfigurazioni. Ogni tentativo di innestare un potere laico sul precedente ha dovuto fare i conti con questo passato e spesso l’innesto è stato fallimentare. Gli italiani di oggi sono il risultato di queste vicissitudini, solo tenendole ben presenti si può passare alle cause prossime della attuale situazione di Roma.

Non mi dilungherò su queste cause perché sono note e non sono diverse da quelle che agiscono in Europa e nel resto del mondo "sviluppato". Intendo la mercificazione di qualsiasi cosa, anche dei secoli e della bellezza, intendo le politiche sociali che non esistono più per poter dare un tetto ai senza tetto, intendo una cultura di massa che se da un lato è positiva perché l'arte e l'urbe non sono disponibili solo alle classi agiate dall’altro lato è devastante se tutto viene fruito come una merce qualsiasi dalle moltitudini che oggi visitano Roma...altro che sacco, non bastano quello di Alarico e quello dei Lanzichenecchi. All’assurda indifferenza degli italiani alla propria storia si affianca l’iconoclastia contemporanea. Una furia che si riversa su una storia millenaria per affermare la propria presenza, come i vandali di ogni epoca che lasciano un segno del loro passaggio con un cuore trafitto e un ti amerò per sempre!

Roma è una città sospesa tra presente e passato, un passato molto più remoto di quello delle grandi metropoli di oggi. L’impianto urbanistico del centro di Roma è per molti aspetti medioevale. Moltissimi comuni italiani hanno lo stesso impianto, del tutto incompatibile con i trasporti di oggi eppure il trasporto privato sembra intoccabile in Italia (nella classifica mondiale per numero di auto per 1000 abitanti siamo al 6° posto!).

Dicevo delle politiche sociali che oggi sono sempre più devastate da una economia neoliberista che ha colonizzato e fagocitato l’immaginario politico confinandolo all’interno di parametri di efficienza assurdi prima di tutto dal punto di vista etico e poi anche dal punto di vista economico se solo l’economia fosse meno miope. Ci sono stati tempi in cui economisti come Keynes immaginavano un mondo che avrebbe dovuto “affrontare il problema più serio, e meno transitorio — come sfruttare la libertà dalle pressioni economiche, come occupare il tempo che la tecnica e gli interessi composti gli avranno regalato, come vivere in modo saggio, piacevole, e salutare” (J.M. Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, 1928). Tutto questo oggi in Europa è stato messo al bando, letteralmente al bando e in Italia lo abbiamo fatto con la riforma dell'articolo 81 della Costituzione che obbliga al pareggio di bilancio e conseguentemente azzera qualsiasi politica di investimento pubblico con ritorno di lungo termine. Ci siamo votati alla miopia, al ritorno economico a breve termine, come un’azienda avida di profitti immediati e pronta a chiudere battenti se i conti non tornano! L’accoglienza e l’integrazione degli immigrati sono considerate attività in perdita, ci vuole troppo tempo per vederne i benefici economici!

Tutto questo si inserisce nel contesto esplosivo della crisi economica, dell’immigrazione di massa. La crisi economica cominciata nel 2007 ha aumentato il numero dei poveri e ha ridotto ulteriormente le possibilità di intervento sociale. Questa crisi è stata affrontata in Europa con l’ottusa austerità senza visione di futuro, prigionieri del terrore tedesco dell’inflazione, residuo di un senso di colpa mai risolto dalla Germania che paradossalmente evoca i fantasmi del passato proprio perché li vuole allontanare! Una migrazione di massa dai paesi del nord Africa e del Medio Oriente come risultato delle allegre scorribande e delle politiche predatorie europee e statunitensi. L’immigrazione affrontata da tutti i paesi europei in maniera vergognosa e fascista! Queste sono le cause prossime di grande scala poi posso menzionare qualche causa prossima di piccola scala, più specificamente romana! Si tratta di una mia ipotesi ma ho qualche motivo per crederla fondata. E’ roba da niente rispetto a quello che ho citato ma sufficiente per dare il colpo di grazia a Marino (centrosinistra), l’attuale sindaco di Roma.

Marino non ha mai entusiasmato i romani ma ancor meno ha sollevato le simpatie del vecchio impero di Roma. Marino ha sempre manifestato la sua intenzione di istituire un registro per le coppie omosessuali attirandosi le antipatie del Vaticano. Recentemente Marino ha mantenuto la promessa. E' un atto simbolico perché in Italia le coppie omosessuali non esistono (!) ma è un atto simbolico fatto a Roma e non è poco. La chiesa pare abbia riposto lo spadone da combattimento brandito fino a poco tempo fa e lo scontro non è acceso come poteva esserlo in altri tempi ma questo non significa che le auctoritas operanti in questa città non siano nuovamente in conflitto. Un episodio ha confermato questa mia ipotesi. Giorni fa è scoppiato l’incendio che ha creato notevoli disagi all’aeroporto di Fiumicino. L’Osservatore Romano, il giornale ufficiale del vaticano, ha pubblicato un articolo sguaiato in cui si diceva che Fiumicino è solo la punta dell’iceberg, dopo l’inchiesta di mafia capitale, la crisi di Ama (raccolta rifiuti) e Atac (trasporto pubblico) e gli altri scandali che hanno colpito la pubblica amministrazione. In sé la notizia non è falsa ma vanno considerate alcune cose singolari. La giurisdizione dell’aeroporto di Fiumicino non è in alcun modo in carico a Roma poiché ricade in un altro comune e l’amministrazione di Roma non ha alcuna responsabilità al riguardo né può fare nulla per l’aeroporto. L’inchiesta mafia capitale e gli scandali di Ama e Atac riguardano in larga misura la precedente amministrazione di Roma quando sindaco era Alemanno (centrodestra), un campione di incassi riguardo a scandali e inefficienze della capitale ma simpatico al vaticano perché intriso dei sacri valori della famiglia! E’ curioso che l’Osservatore Romano, così attento alle vicende nazionali, si lasci sfuggire questi dettagli e soprattutto abbia taciuto quando già si sapeva del malaffare della giunta Alemanno, egli stesso inquisito per mafia. Nessuna indagine riguarda direttamente Marino ma nell’inchiesta mafia capitale non mancano soggetti dello stesso partito che sostiene Marino ma qui in Italia quando si tratta di malaffare si adotta sempre una politica bipartisan, altrimenti chi rimane fuori dall’affare potrebbe denunciare! Marino forse ha peccato a pensare, da persona onesta e razionale quale è, che bastasse la forza delle idee e delle argomentazioni per governare Roma, ma certamente non può essere accusato della terra bruciata che gli sta facendo attorno il suo stesso partito, guidato attualmente da un imbarazzante Bel Ami che è anche capo del governo. In poche parole ci si vuole sbarazzare di Marino  per ragioni politiche che vanno molto al di là dei confini dell’amministrazione romana.

Questi sono in sintesi i problemi che oggi Roma affronta, problemi nuovi e vecchi allo stesso tempo perché, come dicevo all’inizio, Roma è un’alterazione della memoria, va avanti per rimozioni più che per accumulo di ricordi. Roma dimentica le bassezze da basso impero e lascia dietro di sé rovine di fasti. Le une non esistono senza gli altri, questi non brillano senza le prime ma, come per ogni rimozione, prima o poi il rimosso emerge e chiede il conto, chiede che ogni sublimazione mostri il suo vero volto. Il rimosso a Roma chiede che i fasti si mostrino per quello che sono, sublimazioni delle nefandezze da basso impero. Il disincanto prende piede, ogni magia svanisce, le altezze vertiginose della stupefacente bellezza di questa città precipitano e quello che resta è una città in rovina che sembra non avere più tempo per rimediare ai suoi errori. Ma il tempo di Roma non si misura con i calendari delle altre città. Più volte Roma è stata sul punto di essere ridotta a un villaggio con poche migliaia di abitanti, più volte è risorta. Spero che il suo epiteto che la vuole città eterna resti vero a lungo.

Chiudo qui questa riflessione, a volte confusa a volte triste ma certamente appassionata perché Roma merita passione. Non è la città dove sono nato ma è la città dove vivo da venti anni ed è una città dalla storia magnifica e terribile e io sono solito amare tutte le cose magnifiche e terribili.

12 commenti:

  1. Post eccezionale, veramente bello, nonostante sia intriso di quella sorta di tristezza che segue il disincanto, e si respirino i vapori della visione magnifica e terribile che hai di questa città, ho goduto nel leggerlo, parola per parola … se questo è il risultato, se ti basta prendere a pretesto lo sguardo disincantato ed estraneo di un tuo amico sulla città in cui vivi, non ci resta che fare una colletta perché i tuoi amici tornino a trovarti più spesso.
    Molte idee sono fantastiche e suggestive, e i vari livelli di analisi (culturale, sociale, politica, religiosa, psicologica, storica …) sono concentrici; ed aprono spazi inediti di pensiero le escursioni, le similitudini, le differenze e i paragoni con altre situazioni; ma, soprattutto ho apprezzato l’innegabile passione che hai impresso nel tuo scritto.
    Conosco molto poco, tutto sommato e nonostante io sia venuto svariate volte, la città di Roma, per cui mi limito a vederla con i tuoi occhi e col fuoco della tua passione per questa città, qui e la mi è sorta qualche impressione personale su Roma, su Marino, sul Vaticano, sull’Europa, sul rigore versus investimenti, crescita, occupazione, ecc., ma spero avremo altre occasioni per parlarne in altre occasioni, perché trovo che il post sia completo così.
    Ciao, ben ritrovato.

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  2. Grazie per la pazienza di aver letto queste riflessioni su questa città-provincia in cui ogni ritratto è vecchio prima di essere terminato. Mette alla prova questa città, mette alla prova i nervi di chi la vive e in questi giorni suscita sdegno e schifo tra bande funerarie da macchietta per mafiosi e caporioni e un carosello di amministratori che gareggiano per incompetenza. Nulla di nuovo, si potrebbe dire, pensando alla storia passata tra le mura leonine, ma francamente sarebbe ora di farla finita con questa farsa-tragedia da popolino di borgata sempre in attesa di una benedizione urbi et orbi e cominciare a fare i cittadini. Mi farebbe piacere sapere come la vedete questa città, lasciate perdere il mio post, ditemi quali sono le vostre impressioni. Saluti.

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  3. Caro Antonio,
    anche tu ammetti che fare un ritratto di Roma è compito duro, e se è arduo per te che ci vivi da anni, figurati per chi come me non ci ha mai vissuto e ci viene per lavoro o per turismo, guardando qualcosa che è a metà strada fra ciò che Roma vuole mostrami come straniero e ciò che io voglio trovarci.
    Potrei parlarti con più cognizione di causa di Treviso o di Padova, città in cui ho abitato ed abito e che ho vissuto più intensamente, potrei parlarti di Siracusa che ho conosciuto abbastanza bene perché sono nato in provincia, potrei parlarti di Venezia perché l’bo girata in lungo e in largo perché mi sono innamorato di lei appena l’ho vista, potrei parlarti di Milano, che frequento spesso e in cui ho molti amici.
    Ma nonostante ciò, nonostante la mia consuetudine e la frequentazione tutte le volte che posso di queste città, nonostante il mio lavoro mi abbia messo in contatto co i segreti più intimi non solo dei miei pazienti, ma anche di molti loro amici e conoscenti, tanto da poter fare la mappa dell’occulto e dei desideri più reconditi della città, mi accorgo che molte cose mi sfuggono comunque, che molte dinamiche posso appena intuirle e non conoscerle, mentre posso supporre che di tante altre cose che accadono non ne sospetterò nemmeno l’esistenza.
    La volta che mi sono sentito più in contatto con la tua città è stato quando ho preso alloggio non usando i soliti circuiti dei colleghi, degli amici che ci vivono o che ci sono stati e si sono trovati bene, ma ho deciso di vivere nella città come uno della città: così ho contattato un B&B a Porta Portese, praticamente un appartamento residenziale vicino ad altri appartamenti, che condividevo con giovani turisti, in un viale.
    La sera, invece di andare nei locali alla moda di Trastevere, fra un’osteria tipica e un Lounge bar americano (chissà che diavolo ci fa un lounge bar a Trastevere e chissà perché le osterie sapevano un po’ da cartolina, come il film di Woody Allen To Rome with love, che ha ricostruito la Roma che gli americani si aspettano di trovare con tanto di cocktail manhattan con l’ombrellino e l’oliva) frequentavo i locali limitrofi dove i turisti erano rari e dove l’amatriciana era amatriciana e dove le fave e il pecorino erano fave e pecorino).
    Mi piaceva, poi, che le persone uscissero la sera dai loro cubicoli chiamati appartamenti e si andassero a sedere nelle panchine sotto gli alberi del viale, altre facevano capannello portandosi la sedia pieghevole da casa, chi mangiava qualcosa, chi beveva, chi prendeva il gelato e chiacchieravano, scherzavano e ridevano e, anche se era uno sconosciuto e sono relativamente timido o riservato, sono riusciti a tirarmi dentro ai loro discorsi, tanto che ho passato molte serate li con loro.
    Bastava davvero poco per fare amicizia, con una bambina di sette anni mi è bastato ad esempio aprire il cancello che dava all’esterno e lasciarla passare con un: “Prego” e un sorriso”; evidentemente ne è rimasta lusingata, ha apprezzato il gesto e mi faceva lunghi sorrisi ogni volta che mi vedeva … poi, verso gli ultimi giorni di permanenza, mi ha ricambiato il piacere, aprendo a sua volta il cancello e cedendomi il passo con cortesia.
    Mi piacevano gli extracomunitari la mattina con le loro bancarelle che parlavano in romanesco (a Venezia non succede che parlino in veneto), era talmente contagioso che anch’io rispondevo nella stessa lingua, e l’odore della pizza romana che usciva dal forno di primo mattino: una volta l’ho comprata conquistato dall’odore, pensando di mangiarla a pranzo, ma ho fatto un errore, quando ho provato ad addentarla era dura e gommosa, oltre che fredda, evidentemente va mangiata appena calda.
    Nonostante questo preambolo, il tuo scritto, le mie esperienze e le informazioni che mi giungono dai media mi hanno suscitato qualche riflessione.
    (segue)

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  4. Concordo con Pasolini riguardo a ciò che scrive sull’istituzione in generale e sull’istituzione “chiesa” in particolare, la carità non è compatibile con nessuna istituzione; Francesco d’Assisi l’aveva capito qualche centinaio d’anni fa, e non voleva che il suo movimento diventasse istituzione, voleva solo che fosse riconosciuto, ammesso dalla Chiesa, non ritenuto eretico, ma non voleva strutture, gerarchie, divisione dei compiti e, soprattutto, non voleva assolutamente che il suo movimento possedesse dei beni, né a titolo personale né come collettore della carità. Perché, pensava, non è possibile arrogarsi il diritto di decidere a chi fare la carità e a chi no, chi aiutare e chi lasciare al suo destino, e questo non voleva dire che se un francescano incontrava un individuo più povero di lui non dovesse aiutarlo, ma in tal caso si trattava di un aiuto all’istante, fra persona e persona.
    L’istituzionalizzazione della carità, nega la carità stessa, pone il religioso al di sopra di chi è più povero di lui e, soprattutto, accetta senza possibilità di modifica lo status quo, dove io che erogo la carità ho bisogno di una persona che sia eternamente bisognosa e grata per la mia carità, ho bisogno di chi abbia sempre bisogno di me, in uno scambio reciproco in cui io riconosco la difficoltà e il bisogno altrui e a mia volta mi vedo riconosciuto il mio status di persona buona che risponde positivamente al bisogno altrui.
    Mi pare che nessuno degli ordini religiosi pauperistici, terzomondistici e impegnati nel sociale, dai domenicani e francescani fino alle Missionarie della carità di Madre Teresa esca da questo schema in cui sostanzialmente si conferma la povertà e il bisogno.
    Roma è la sede della più estesa e ramificata istituzione religiosa, che paradossalmente, in quanto istituzione, e proprio attraverso l’aiuto che si prodiga a fornire, inconsapevolmente produce ciò da cui vorrebbe aiutare: bisogno, dipendenza, povertà, degrado, propensione al peccato.
    L’istituzione, una volta affermatasi, diventa essa stessa una necessità ineluttabile, perché il primo compito di un’istituzione è quello di sopravvivere, anche e soprattutto quando ormai non c’è alcun bisogno di lei (allora è lei a produrre il bisogno) o produce frutti deleteri e dannosi.
    Non sono d’accordo con te (e forse anche con Pasolini), invece, quando parli di padre ingombrante, da rimuovere o da uccidere; il “padre” storico noi italiani non l’abbiamo mai ucciso, l’abbiamo accantonato come cosa che non ci riguarda, Giulio Cesare e Michelangelo sono degli estranei, misconosciuti, come se avessero vissuto in un altro pianeta (prova a pensare al tasso di analfabetismo italico, praticamente gran parte del popolo italico non conosce la sua storia, la sua letteratura e la sua arte) , oppure la deforma per giustificare un qualche potere, come quando abbiamo scimmiottato l’impero romano con quella forma di demenza chiamata fascismo e con tutti i suoi ridicoli rituali.
    Nella nostra storia non esistono padri ingombranti, semmai esistono padri assenti, e il padre assente è l’anticamera di ogni fascismo, di ogni autoritarismo, di ogni deriva mistica e religiosa: al padre assente/impotente, sostituiamo il padre sempre presente/onnipotente, quello che vigila, controlla, punisce chi rema contro, il disfattista, l’eretico, il non allineato, il padre che tutti ci invidiano, l’uomo della Provvidenza.
    L’italiano non è parricida, è fratricida, non abbiamo mai avuto rivoluzioni, come in Inghilterra, in Francia o in Russia, non abbiamo mai tagliato la testa al padre (ecco perché ancora oggi molti, persino chi lo critica, sono affascinati dalla figura di Mussolini), abbiamo sempre avuto guerre civili: fratelli contro fratelli, un clan contro l’altro, interessi particolati contro altri interessi particolari, fazioni contrapposte che si scontrano aizzandosi contro ciascuno i propri accoliti, la propria banda coalizzata.
    (segue)

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  5. Si lotta per i propri interessi personali, quelli della propria famiglia, quelli della propria fazione, chi vince gode e non si fanno prigionieri, non esiste alcuna idea di stato, di Nazione, di cosa comune, nessuno governa per il bene di tutti, appena conquistato il potere si occupano le cariche di rilievo e ci si spartisce il bottino.
    Solo così, credo, possiamo comprendere cosa sta accadendo nel municipio di Roma, dove da decenni 8da sempre?) si costituiscono cartelli elettorali con gruppi coalizzati di amici, espressione di gruppi coalizzati di potere, chi vince si prende tutto, ottiene autorizzazioni a fare ciò che vuole, ha via libera per fare ciò che vuole.
    Il resto raccoglie le briciole, sopporta, si rassegna (la rassegnazione è tipica dell’italiano e la noti quando nessuno protesta più per i disagi e per le inefficienze), si crea il suo sottobosco in cui si ritaglia piccole/grandi libertà di fare sostanzialmente ciò che vuole, spesso esercitando un’illegalità tollerata e finanche protetta (basti pensare ai costruttori abusivi o agli evasori fiscali), in attesa, forse, di una rivincita, dell’arrivo di un campione che possa sfidare e vincere quello in carica.
    Nel frattempo, un po’ tutti esercitiamo l’arte della ruffianeria, in cui siamo campioni assoluti, avendo fatto tesoro del prezioso motto: “Se non sei capace di far niente, lecca il culo al potente!”; in particolar modo torna utile incensare il potente in carica ma, ancor di più, il potente il cui potere è sempre verde: la Chiesa.
    Il potere politico passa, si trasforma, passano gli Andreotti, i Craxi, i Berlusconi, i Renzi … , ci trasformiamo da repubblica a impero, a frammentazione di tanti piccoli staterelli litigiosi, in dominazioni straniere, in regno unificato, in regime fas cista o di nuovo in repubblica, me nel frattempo il potere della chiesa non è cambiato di una virgola, perché morto un papa se ne fa sempre un altro e per la capacità straordinaria che ha la chiesa cattolica di allearsi sempre e comunque col potere politico in auge, fosse anche un potere autoritario, fosse anche quello che mette in atto lo sterminio di oltre sei milioni di ebrei, di avversari politici, di zingari, di omosessuali.
    Solo da noi esiste la figura inconcepibile dell’ “ateo devoto”, solo da noi persino che si professa liberale, ateo, agnostico, si schiera a favore della chiesa in ogni occasione e in qualsiasi situazione; solo da noi se tocchi il papa avviene una levata di scudi quasi universale, perché non può esistere potere costituito che non abbia l’approvazione religiosa o che non sia in accordo con essa nel mantenere lo status quo e le dinamiche occulte di potere.
    Non stupisce, in questo sistema di potere così ben collaudato, che Pippo Calò, il cassiere della mafia, fosse di casa in Vaticano con Marcinkus, non stupisce che Renatino De Pedis, uno dei capi della banda della Magliana, sia stato sepolto nella basilica di sant’Apollinare, con l’approvazione del cardinal poletti e di monsignor Piero Vergari , probabilmente come ricompensa per accordi innominabile e forse per loschi traffici in cui c’entra il rapimento di Emanuela Orlando, la pedofilia e l’uccisione di una scomoda testimone il cui corpo non è mai stato ritrovato.
    Come non stupiscono nemmeno i tanti “inchini” di statue di santi durante la processione della festa a casa di qualche boss mafioso ai domiciliati, così come non stupisce un prete che difende non tanto la celebrazione di un funerale ad un mafioso, quanto lo sfarzo, la pacchiana esibizione di potenza, il: “lo rifarei” del prete o il: ”giudica Dio, non la politica” del capo clan, che suonano come intoccabilità, “nessuno mi può giudicare”, “noi semo noi e voi nun siete un cazzo”.
    (segue)

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  6. Suona anche come l’avvertimento figurato che don Mariano arena, il boss sciasciano de Il giorno della civetta, da al capitano Collodi, quando sapendosi osservato entra nelle sede del partito della DC e in chiesa, come a dire: “Ho amici molto potenti”.
    Più che amici potenti, spesso è un’unica consorteria, il cattolicesimo romano, come dici tu, è la continuazione del potere assoluto, dell’impero governato da un unico uomo dotato di capacità straordinarie … Casare, Augusto … ma anche da un dissoluto, un inetto, un incapace, un ingenuo … Nerone, Claudio, Caligola, papa Alessandro VI, il sindaco di roma Ignazio Marino (ammesso che sia vero ciò che viene attribuito a costoro) … perché l’ingranaggio funziona da solo una volta azionato, una volta che questa forma di potere è diventata … “istituzione”.
    Ciao

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  7. Caro Garbo, grazie di aver raccolto la mia sollecitazione. Per me è importante avere altri punti di vista, mi servono per capire meglio. Hai ragione a dire che gli italiani non sono parricidi ma fratricidi, è la tesi di Umberto Saba. Per capire la natura "politica" degli italiani bisogna andare indietro all'Italia dei comuni! Questo è alla radice del provincialismo italico. A livello nazionale abbiamo avuto solo padri adottivi, perché "stranieri", Normanni o Svevi! Per il resto abbiamo avuto torme di signorotti, folle di cortigiani e eserciti di morti di fame, tutti in continuo conflitto/accordo con chi si è arrogato l'epiteto di padre e l'ha pure aggettivo con santo! Ma in questo scenario politico e sociale desolante è sorto un miracolo estetico senza pari e quando parlo di parricidio intendo l'uccisione di un passato che non è il frutto di una emancipazione bensì di un conflitto che ha lasciato fuori gran parte della popolazione e spesso si è consumato sulla pelle della gente. Parlo di un passato culturale che senza l'emancipazione politica e sociale raccoglie ostilità perché marchio dell'eslusione. La società del consumo di massa sta consumando la "vendetta" per una inclusione monca, fatta di prezzi più che di valori. Un vendetta inconsapevole ma una vendetta. Sono consapevole che quanto dico merita maggiore argomentazione ma confido di continuare questo discorso. Ti saluto.

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  8. Caro Antonio,
    Da Romano de Roma, che ha deciso di restare in città tutta l’estate ti posso confermare quanto già ti ho detto a voce. Nonostante tutto ‘sta città è magnifica anche quando puzza e fa schifo. Nonostante tutto ‘sta città continua a far emergere nel corso della sua storia qualcuno che, ben lungi dal poter essere identificato come uomo della Provvidenza o “padre” della città, prova comunque a mettersi di traverso. Fino ad oggi l’impresa non è stata praticamente mai coronata da successo duraturo. Purtroppo. E’ un fatto che l’attuale stato della mia città, che è anche la tua, deve essere anche visto come risultato dello scontro tra i diversi livelli della amministrazione pubblica. Stato, Regione, Provincia, Comune (queste ultime due ora “fuse” insieme nella nuova etichetta “città metropolitana”). Competenze, gestione della cassa, stanziamenti ordinari o straordinari sono sempre stati al centro di cordiali scambi di vedute, utili confronti, dure contrapposizioni e posizioni divergenti che son sempre finiti con decretazioni d’urgenza… più o meno.
    La popolazione non è stata sempre e comunque tagliata fuori nella storia di questa città. Non è sempre stato un “perché io so’ io e voi nun sete un cazzo!”. Facciamo un salto indietro fino all’epoca Repubblicana quando la “plebe” di Roma si ritirò in massa sul Monte Sacro, di fatto dicendo ai Consoli: riconosceteci qualcosa o la Roma delle Guerre ve la sognate, senza di noi non andate da nessuna parte. Spuntarono fuori i “tribuni della plebe” che, insomma a qualcosa servirono in fondo per un mezzo millennio per garantire i diritti del popolo e per dare voce al popolo di questa città.
    Buio. (segue)

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  9. Nel 1344 a Roma spunta fuori un altro sedicente “tribuno della plebe”, Cola di Rienzo, che prova a mettersi di traverso stavolta tra gli interessi delle famiglie potenti che, di fatto, controllavano settori della città, la curia e i cardinali che quando non erano espressione delle famiglie romane o emanazioni “pure” della curia stessa puntavano ad allungare le mani sulla città per tornaconto personale. Bè, oltre ad aver avuto l’innovativa idea di cercare proprio nel coinvolgimento del popolo le fondamenta e la forza del suo agire, non si improvvisò uomo della Provvidenza ma nel rispetto del mandato “legale” delle istituzioni allora vigenti riuscì ad ottenere la nomina a notaio della Camera Apostolica, carica che gli permetteva di intervenire in Campidoglio per denunciare malversazioni e degrado della città… ‘na cosa attuale. Poi però pensa che visto che il Papa e l’Imperatore non riescono a controllare la città, potrebbe essere cosa buona riproporre una amministrazione di tipo “comunale” (Ordinamenti dello buono stato): il problema allora era garantire una forma di amministrazione unitaria valida per tutto il territorio che sottraesse il popolo agli arbitrii dei baroni a seconda che si trovassero in questa o quella parte della città. Non si parlava di decoro, si parlava però già di stanziamento delle risorse per garantire il sostentamento del popolo per esempio (reddito minimo, alloggi popolari…). Vabbè, la faccio breve. Il popolo lo acclama, i baroni no. Cola diventa “tribuno del popolo romano” e Roma, per qualche mese, sembra risorgere. Poi il Tribuno si fa proclamare Cavaliere e quindi Tiranno… e dopo sette mesi di potenziale buon governo, nel 1347 deve fuggire in Boemia… Nel 1353, sei anni dopo (!), torna a Roma da “senatore”, ma ormai non ha più presa sul popolo, soprattutto punta ad esercitare da solo lo stesso tipo di potere che aveva denunciato sei anni prima. Viene quindi catturato, passato al filo di spada e già morto, trascinato per le strade di Roma, appeso in piazza e giorni dopo finalmente bruciato. Non è riuscito neanche a diventare un “padre” per la città, s’è fregato con le sue mani quasi da subito… chissà che lo sguardo disincantato dei romani non sia diventato fisiologico già da quella volta. Non cerco alibi nella storia, ma come ti dicevo, la storia a Roma continua a riproporsi e a riproporre vicende più o meno già vissute. Ma vediamo se ‘sta volta, si riuscirà a spezzare questa specie di ruota del Karma… A presto!

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  10. Caro Gongolo, tu mi porti nelle sabbie mobili della storia della plebe (c'è una storia della plebe?). Roma fu la sola grande città a importare la lezione della democrazia dalla Grecia e, per quanto non sia corretto leggere il passato con occhi odierni, è significativo, anche per ciò che avviene oggi che la democrazia sia nata in seno a società che avevano la schiavitù nel loro ordinamento. Le istituzioni della Repubblica sono state tra le più grandi conquiste sociali dell'antichità ma le continue richieste di riforma e di annullamento dei debiti e soprattutto il declino ci parlano di giustizia sociale come equilibrio tra aristocrazia e "borghesia" di cui Cicerone fu il campione. Fa fede la memoria che abbiamo di Catilina, scritta dai suoi nemici e quindi infido e malevolo! Con Cicerone siamo prossimi al suicidio della Repubblica ma il processo covava da tempo nelle province, dove la plebe non era quella romana. Le guerre servili e le rivolte degli schiavi avevano i loro eroi ma finirono tutte nel sangue.
    Quanto a Cola, più che tribuno fu un arruffapopolo, come ne abbiamo avuti tanti. Chiamato dal popolo a implorare il ritorno del papa da Avignone contro i nobili fu investito di quel potere redentore. Governò bene ma si fece prendere la mano, toccava disfarsene e il papa minacciò di togliere il giubileo a Roma, fonte di denari. La plebe scaricò il suo tribuno. Poco dopo ne assunse un altro, Baroncelli, che scaricò poco dopo per il ritorno di Cola, richiamato dal papà. Cola, come dici tu, durò poco!
    Insomma, la plebe è materia scivolosa per farne storia. Sarà per questo che un eccelso rivoluzionario secoli dopo parlerà con disprezzo e disagio di lumpenproletariat che non può avere ruolo nella lotta di classe!
    Invece riguardo alla schizofrenia dell'architettura normativa di oggi, concordo con te, forse le XII tavole, possono farci da modello! A presto.

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  11. Rispetto a quanto scrivo nel post è doveroso da parte mia riportare il cambiamento della politica tedesca sull'accoglienza dei migranti, notizia assolutamente positiva. Forse in Germania lo spettro del nazismo si è fatto vedere da vicino per rendere possibile tale iniziativa! Non è uno spettro che gira solo in Germania, da noi va in giro in camicia verde.

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