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martedì 16 ottobre 2012

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

di Italo Calvino*

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

* da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori
Fonte: MicroMega online

6 commenti:

  1. Antonio, è la prima volta che mi succede. Abbiamo postato lo stesso articolo....dalla medesima fonte.

    Non è per caso che sei dl "Sagittario"? :)))

    Comunque, almeno abbiamo un po' più di certezza che verrà letto.

    Un abbraccio,
    Lara

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  2. E' proprio un articolo attualissimo, bellissimo, con un'analisi quanto mai dettagliata.
    Grazie della condivisione.

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  3. Un brano che ci fa riflettere, a partire dalla data in cui è stato scritto, prima ancora che sui contenuti. E’ molto attuale, e il sospetto è che in Italia la politica sia sempre stata una lotta fra bande per il potere e il denaro ... dai tempi delle lotte fra guelfi e ghibellini, fra bianchi e neri, fra papisti e antipapisti, ciascxuno si è schierato da una parte piuttosto che dall’altra perché col suo schieramento pensava di guadagnare di più, ma poteva pur sempre cambiare campo e casacca.
    Siamo così già noi, perché i nostri eletti dovrebbero essere diversi da noi? Formigoni, la Polverini, Berlusconi, Fiorito, ..., sono davvero diversi dalla stragrande maggioranza di persone che sta in un ufficio, o ha uno studio professionale, o fa il burocrate, o lo scienziato, o il giornalista, o il letterato o qualsiasi altra cosa?
    Calvino si pone il problema del senso di colpa, che secondo lui verrebbe eliminato spalmandolo nel gruppo; io non concordo, non esiste più il senso di colpa, Freud fece in tempo a teorizzarlo nel suo Lotto e melanconia (1915), che era già morto, praticamente il suo fu un parto in cui il feto viene espulso senza vita.
    Non esiste più niente, nell’individuo come nella società, che possa essere paragonato ad un senso di colpa, perché non esiste più niente che possa essere paragonato ad un sistema di valori interiorizzati, fatti propri, assorbiti, in cui ciascuno di noi crede e verso cui prova la colpa qualora li trasgredisca.
    Oggi i valori (o meglio le regole) sono esteriori, esistono perché devono esistere o esistono perché esistono (ma se sono il Presidente del Consiglio posso cambiarle a mio piacimento), ma non esistono per me, basta solo non farsi beccare. Semmai esiste la vergogna, che ha a che fare col fatto di essere stato scoperto come non si vorrebbe mai apparire in pubblico.
    Non si tratta poi di spalmare la responsabilità al gruppo, al proprio gruppo, qui c’è una rete di potere che amplia a dismisura il “gruppo”, al gruppo appartengono i controllori e i controllati, chi governa e chi sta all’opposizione, tutti coloro che si trovano in una posizione o in un ruolo chiave per l’esercizio di un potere o per l’elargizione di benefici.
    In questo modo i costi della “politica” si moltiplicano esponenzialmente perché devono coprire i costi, gli emolumenti e le immancabili mignotte (fateci caso, sono ovunque, saltano fuori in ogni indagine, in ogni intercettazione, in ogni indiscrezione che emerge, non si sigla un’intesa, un accordo senza mignotte, sono diventate moneta di scambio ... siamo una mignottocrazia), il costo del burocrate, del funzionario, dell’esperto, del perito, della consulenza, delle ostriche, dello champagne e della porchetta di Ariccia.
    Nessuna opposizione, nessun ente di controllo sembra più controllare, tutto avviene all’insaputa di tutti, la mano destra non solo non sa cosa fa la sinistra, ma non sa più nemmeno cosa fa lei; tutto ricade sulle spalle degli ignari cittadini che sono in condizioni di non contare più niente perché se non hai un microfono e una telecamera non hai faccia e non hai voce e le cose non esistono se non ne parla la tv ... per cui se controlli l’accesso alla tv sei il padrone di tutto ... persino della anime delle gente, dei loro sogni, come ha mostrato tempo fa il film Videocracy.
    A questo punto la carriera e il potere sono garantite solo dal mantenimento di questo sistema e non da una buona amministrazione della cosa pubblica, per questo ci ritroviamo indietro rispetto ad altri Paesi europei dove il politico di turno ha cercato di fare le riforme che riteneva utili, le ha fatte senza temere che potessero essere impopolari, basandosi soltanto sul fatto che lui le riteneva utili o indispensabili, ha avuto un calo nei consensi se comportavano disorientamento e sacrifici, fino anche a non essere rieletto (pensa a Helmut Kohl che riunifica le due Germanie chiedendo sacrifici enormi, ci riesce, ma diventa così impopolare da sconsigliare una sua ricandidatura ... eppure è probabilmente uno dei più grandi statisti del secolo scorso).
    (segue)

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  4. Qui di riforme non se ne sono viste, si sono viste solo “porcate” per mantenersi in sella (vedi la legge Calderoli) o per evitare il carcere (Cirielli, Cirami, Pecorella, Alfano, ...), ma nessuno è andato a toccare davvero le sacche di privilegi, le corporatività medioevali, le trasmissioni feudali di incarichi pubblici, le mani della politica nella cosa pubblica, nell’informazione e in tutti i posti dove non dovrebbe essere, e l’assenza della politica la dove dovrebbe essere ... in Calabria ad esempio, o al San Raffaele dove c’è stata una pioggia di denaro pubblico col plauso di tutti senza che nessuno chiedesse un resoconto nemmeno ora che è successo ciò che è successo, nelle amministrazioni regionali, provinciali, comunali (l’elenco che ha letto Saviano di comuni commissariati per mafia non è da Stato civile è da emergenza assoluta, è da priorità totale: comanda ancora lo Stato o siamo nelle mani della criminalità organizzata?
    Si tratta di una controsocietà di malandrini, tagliaborse, ..., che si sono insediati nelle leve del potere e che governano un Paese vittima, ma sostanzialmente estraneo a questi fenomeni, oppure si tratta dell’espressione peggiore (o migliore, dipende dai punti di vista) della stessa società, non cancro, corpo estraneo, ma sostanzialmente le espressioni di una cultura malata, immatura, che non ha avuto accesso completo alla democrazia e al senso della cosa pubblica, che intende ancora la politica come una lotta fra bande, tribù, fazioni contrapposte.
    Se può essere normale che i politici si schierino in partiti, non lo è che si schieri la società tutta, non dovrebbero esserci giornalisti di destra o di sinistra, dovrebbero esserci giornalisti seri e basta, non professori di destra e di sinistra, professori bravi e basta, e così via (poi ciascuno vota secondo coscienza).
    Ciao

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  5. Dal 1980 non e' cambiato nulla, aggiungerei la mafia chiamata chiesa ai partecipanti al gioco.

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  6. Ultimamente ho un rigetto a parlare di politica, un rigetto quasi fisico, un senso di disgusto e di vomito a guardare trasmissioni di nullapensanti in doppiopetto che defecano i loro pensieri assistiti nel difficile compito da giornalisti compiacenti, che si chiamino Vespa o Floris o Fazio per me non fa più alcuna differenza, tra l’altro Vespa non l’ho mai guardato neanche prima perché a me non piace la pornografia. Il discrimine per me è tra chi da voce a soggetti del tutto incapaci di intendere e solo capaci di volere e chi invece non da voce a questi impotenti del pensiero. Per quanto mi riguarda questa gente non dovrebbe avere voce, poi ditemi pure che non sono democratico così capisco che di democrazia non capite un cazzo neanche voi. Per rimanere nel concreto un campionario di nomi lo hai fatto tu Garbo, la lista potrebbe allungarsi mettendo dentro non solo la carne putrida che ha reso celebre la mignottocrazia di questo paese secondo la fortunata espressione di un’altra puttana delusa di berlusconi, il signor guzzanti che adesso fa l’intellettuale a tempo perso. In quella lista ci metto anche quei disperati che a sinistra non sanno più chi sono da decenni e hanno bisogno di un pupazzetto dalla favella facile per svegliarsi dal torpore, gli imprenditori che hanno fatto passare il rischio di impresa ai lavoratori e gli unici soldi che rischiano sono quelli pubblici, ci metto i guru dell’economia che non vedono oltre il proprio naso, sanno far di conto solo coprire di fumi e cemento una nazione per alzargli il PIL e cancellare storia e paesaggio, coglioni pluridecorati che comprano aeroplanini da guerra anziché creare opportunità di benessere, teste di cazzo che sognano di mirabili pozzi di petrolio tra un parco marino e l’altro, e via e via e via. Caro Garbo non so dirti se questa gentaglia abbia preso in ostaggio il paese (per certi versi ne sono convinto o speranzoso) o se sia una fedele rappresentazione degli italici costumi, non so neanche dirti se è tipica di oggi e del nostro paese, le critiche di Pasolini alla classe politica post-guerra non si sono ancora spente (per fortuna) e qualche secolo fa Étienne de La Boétie in Francia scriveva quel Discorso sulla servitù volontaria che resta attualissimo per descrivere l’asservimento al potente di turno.
    Ho preso in prestito l’apologo di Calvino per esprimere uno stato di frustrazione come non sarei mai stato capace di fare con i miei poveri strumenti, frustrazione che nasce anche dall’osservazione che nel paese non c’è un vero moto di indignazione, quella vera che ha la radice nella parola dignità, non quella che nasce dall’aver scoperto un volgare ladro. Cosa resta delle ondate di indignazione buona per fare audience? Niente. Restano i nostri patetici blog? resta l’agitazione a intermittenza quando sventolano una legge bavaglio solo per capire quanti siamo? fanno buuu e noi a mettere banner perché non ci tolgano la voce semplicemente perché abbiamo dimenticato come si scende in piazza, come si grida, pensiamo che la nostra voce sia in questa rete, dove, diciamocela tutta, nessuno legge per davvero quello che si scrive, i nostri scambi nel 90% dei casi sono due parole a cazzo buttate lì giusto per fare figura e lasciare traccia del passaggio, come i cani che pisciano ad ogni angolo, di tanto in tanto qualcuno desta l'attenzione di tanti e scambiamo le dinamiche del caos per agitazione. C’è stato un depotenziamento sistematico degli strumenti della democrazia e tutti quanti abbiamo risposto in maniera docile, l’importante era avere qualche soldino per la birra. Io non so se sperare in una rivoluzione ma di una cosa sono sicuro, le rivoluzioni si fanno a stomaco vuoto e se in questo paese non succede ancora niente significa solo una cosa, che lo stomaco è pieno, siamo troppo obesi anche per fare una manifestazione di dissenso.

    PS per Garbo, la tastiera ti ha tradito ma almeno mi hai fatto ridere un po’, mi riferisco alla melanconia che prendeva Freud quando giocava al lotto! ;-D

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