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martedì 29 dicembre 2020

Stasera il vento



Stasera il vento fa la voce grossa, vuole aprire le porte e a volte ci riesce. Stasera il vento vuole sedersi a tavola a raccontare storie senza inizio. Stasera il vento toglie il trucco alle strade del paese e scopre le rughe ai muri.




Stasera il vento è in guerra con i giorni e un esercito di nuvole gli obbedisce 

venerdì 25 dicembre 2020

Auguri inutili

Tra terra e cielo, il paziente impressionismo dei muri di Melissano.

Auguri inutili da parte mia. Auguri che le tue gambe tornino a essere gambe e gli occhi a essere occhi. In un mondo di cercatori di luce ti auguro di trovare la tua ombra e saperla riconoscere. Auguri perché le tue orecchie non fuggano il silenzio e la musica delle pietre. Ti auguro di incontrare te stesso al buio senza spaventarti. Auguri inutili perché i tuoi giorni siano vissuti da te e non da uno sconosciuto che ti somiglia. Ti auguro di trovare la tua vita più interessante di quella degli altri. Ti auguro di ritrovare giacimenti di parole più preziose dei diamanti e vene sotterranee di voci che corrono con il tuo sangue. Auguri perché tu sappia riconoscerti negli occhi di uno sconosciuto che viene da paesi lontani e nei muri cadenti della tua città. Auguri inutili perché tu sappia sentirti debole quando sei nel pieno delle forze, che tu sappia essere lento anziano da giovane e bambino che gattona da vecchio. Ti auguro di scoprire le tue mani e il tuo respiro, di sapere ascoltare il fruscio del vento e dell'assenza. Auguri inutili perché tu sappia farti attesa. Ti auguro di scoprire che i luoghi dove non accade nulla sono la teca che custodisce l'universo. Auguri inutili e fuori tempo, a fine giornata quando tutto è più chiaro ed è inutile vederci chiaro.

giovedì 24 dicembre 2020

Esercizi per un ritratto

Oblòmov gli faceva venire un cerchio alla testa. Non sopportava quel frenetico attivismo messo in moto per trovare una vacua giustificazione alla più radicale assenza di volontà. La mattina, carico di dharma come una bestia da soma, si apprestava agli esercizi di zaziki zen con la cura di un pellegrinaggio iniziato per rimediare i guasti del mondo. Solo così riusciva ad espellere da ogni chakra l'acidità che l'occidente gli iniettava per via cutanea. Con una patata in mano aveva lo stesso sussiego di Amleto con il teschio di Yorick e su come cucinarla la stessa incertezza del somaro di Buridano. Intelligenza sopraffina perché due alternative potessero bastargli, le moltiplicava arricchendo i fatti di particolari essenziali che menti più ordinarie non avrebbero notato o si sarebbero accontentate di tagliare con un colpo di spada quei nodi gordiani che per lui erano le maglie di una coperta che lo proteggeva dalle correnti che inevitabilmente gli avrebbero causato un esiziale raffreddore.

mercoledì 23 dicembre 2020

Litania

 Qui divento suono di campana, verde scintillante di forre ferite, qui il cuore batte inatteso, camminare è atto religioso, una grotta scavata con le mani, un ospedale santuario, un campo di grano e di erba selvatica, un contadino diffidente come un gatto che chiede spiegazioni di foto innamorate di una vertigine di tempo nella corteccia di ulivo, strazio piantato nel seno della terra, di pietre disposte con dedizione come un dolore, per farne una casa di tempi passati, quando il cuore riposa accarezzato da vento e memoria, dove il bianco delle case gareggia con la ferocia del sole per accecare il passante e i morti urlano presenti e inascoltati per troppa fretta, hanno bisogno di lentezza le voci per arrivare alle orecchie dei quasi viventi, lucertole mi corrono accanto lungo i binari della ferrovia e sgusciano come ricordi tra pietra e pietra. Il pranzo una messa, nessuna fretta al rito, il mondo si disfa per un boccone interrotto. Pietra dopo pietra, giorno dopo giorno, con cura come per un amore, come per un dolore da custodire, così si vive accanto ai fili d'erba che spaccano l'asfalto, molti desiderano tornare indietro, tanti sognano il futuro, pochi vivono il presente come fosse l'ultimo respiro. Taci e ascolta il silenzio che si fa voce intorno, il vento si fa litania, preghiera il fruscio dei rami, erba secca che si rompe sotto i passi, cardi, soldati spinosi, fanno la guardia ad antiche fortezze assaltate da rimembranze sepolte, pietre, mucchio d'ossa bianche a marcire nell'ossario assolato dei campi, balsamo i colori dei fiori per un sudario di immortalità passeggera, come una stagione felice di voci nella notte a tessere la tela del mondo.

Del movimento e del tornare

Il dilemma del movimento è che non sai mai se sei tu ad andare avanti oppure il resto a correre indietro. Prendi per esempio le ombre che scorrono lungo il finestrino di un treno in corsa. Sei sicuro di essere tu a muoverti. Perché? Perché hai pagato un biglietto! Perché nella stazione di partenza e in quella di arrivo c'è gente, nello stesso istante, che è pronta a giurare di non essere altrove! Basta? Il dubbio ti sfiora e le certezze restano impigliate tra i rami degli ulivi che non hanno fatto in tempo a comparire da un lato del finestrino che sono già scomparsi dall'altro lato. Nell'incertezza Parmenide dice, acido, che Eraclito non è mai entrato in un fiume. Eraclito, piccato, attende che Parmenide passi, per dirgliene quattro.

***


Preso al volo, dal treno mentre tornavo a Roma...tornare a Roma. Che strana espressione! Il mio tornare è solo nei paesi dove sotto gli alberi d'ulivo si tracciano cerchi per accogliere le olive, "arie" si chiamano quei cerchi, preparati con cura, spazzati con le scope. Si torna davvero solo dove i contadini stendevano un velo nelle "arie" sotto gli ulivi, un velo da sposa per celebrare il loro matrimonio con l'albero. Si torna davvero solo nei paesi dove la terra si misura in are, altari all'ombra degli ulivi che ci ricordano.

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